.:: Riproducibilità VS Automorphing

Parafrasando Paul Valéry, l’architettura è stata istituita, e la propria specificità è stata fissata in un’epoca ben distinta dalla nostra, e da uomini il cui potere d’azione sulla materia era insignificante rispetto alla nostra. Ed Ancora:

[…] lo stupefacente aumento dei nostri mezzi, la loro duttilità e la loro precisione, le idee e le abitudini che essi introducono garantiscono cambiamenti imminenti e molto profondi dell’industria del Bello. […] C’è da aspettarsi che novità di una simile portata trasformino tutta la tecnica artistica, e che così agiscano sulla stessa invenzione fino magari a modificare meravigliosamente la nozione stessa di arte.

La citazione, che apre il saggio di walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, dal punto di vista contemporaneo appare ampiamente condivisibile. Ciò che colpirà estremamente Benjamin all’inizio del novecento, ciò che garantisce cambiamenti, furono le nuove possibilità offerte da un lato dall’affinamento di tecniche già esistenti, come ad esempio tutta la tecnica che ruota attorno la produzione grafica, e questo Wassily Kandisky lo sapeva bene, e, soprattutto, dall’altro, l’elaborazione di nuove tecnologie da cui derivarono nuove tecniche, come ad esempio la fotografia ed il cinematografo. Dunque, se cent’anni fa era la riproducibilità la grande innovazione, oggi qual’è l’aspetto che più dovrebbe fomentare la nostra creatività? I concetti di rete e di globalizzazione da soli non bastano, perchè esse non sono altro che potentissime tecnologie di riproduzione, benchè non sto certo negando che da una nuova quantità non nasca una diversa qualità. Quali sono dunque i nuovi strumenti messi a disposizione dei progettisti? Probabilmente qualcosa che ha a che fare con la rappresentazione. Quì occorre far appello ad una sfumatura: infatti, se è vero che internet, come distributore e moltiplicatore di dati non è altro che un’ampliamento di un concetto già esistente, è altrettanto vero che lo sviluppo di calcolatori sempre più potenti, e soprattutto, sempre più versatili, su cui si sono progettati software ad hoc come se fossero abiti, ha permesso di sviluppare un qualcosa di veramente nuovo: l’autogenerazione delle forme.

La strada che porta alle forma passa dal disegno al processo, in cui non è più il prodotto finito ad essere determinato, ma di una serie parametri iniziali che, ripercorrendo l’effetto farfalla di Edward Lorenz, finiscono per concretizzare l’impensabile. L’ideazione della matrice da cui si sviluppa e prende forma l’opera diventa l’atto creativo. La possibilità tanto auspicata da Wolf Prix, fondatore insieme a Helmut Swiczinsky e Michael Holzer dei Coop Himmelb(l)au, di poter affrontare una progettazione ad occhi chiusi, o quasi, sembra non essere più pura retorica. Ci si avvicina anche alle premonizioni utopiche di un architetto come John M. Johansen, dove l’edificio veniva progettato non più nei suoi dettagli, ma nella sua morfabilità, ossia il processo di crescita. Dunque la stessa pertinenza della definizione di progetto architettonico viene messo in causa, in quanto non sono più le altezze dei solai od il disegno della facciata ad essere le scelte da fare di un progetto, ma la sua matrice formale, modificata da imput che possono anche variare nel tempo, modificando l’assetto del tutto, probabilmente anche la struttura, e volendo procedendo anche retroattivamente. Si entra in campi per cui per poter accedere è necessario abbandonare l’architettura. Benvenuti nel Trans.

33 pensieri su “.:: Riproducibilità VS Automorphing

  1. C’è però un fatto, Emanuele.
    Le forme architettoniche non sono solo giochi formali.
    Tutte le forme architettoniche – per via del fatto che formano spazi d’uso per gli uomini, devono passare attraverso una SELEZIONE durissima, che corrisponde al principio vitruviano della Concinnitas (ossia, adeguatezza).
    Quindi, non basta che in studio, col 3d studio o il Rhino o altri ausili informatici, ci si diverta a costruire senza troppa fatica forme affascinanti e mai viste.
    Non basta affatto. Perchè l’architettura non è modellistica astratta, non è scultura astratta.
    Insomma, o la selezione delle forme opportune secondo la Concinnitas – sotto il profilo non solo costruttivo e d’uso, ma anche di significato nel risvolto pubblico che l’architettura molto spesso necessariamente presenta – la facciamo noi (e non ci sarà forse mai un elaboratore che lo faccia al nostro posto, per fortuna), oppure la farà il tempo, una volta che questi devertissement privi di concinnitas verranno via via abortiti, con enormi costi per la comunità.
    Non sto facendo un discorso CONTRO un certo approccio di ricerca di forme e modi di formazione nuovi.
    Sto dicendo solo che NON bastano. Che tali forme devono essere duramente selezionate, come sempre è stato, in senso architettonico.
    Se no giochiamo e basta. E non è architettura, è solo un NOSTRO gioco a spese della collettività.

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  2. Non bisogna abbandonare l’architettura. Bisogna capire che l’architettura si è affacciata in una nuova fase. Non a caso Carlo Scarpa amato da Maurice Nio disdegnava le altezze da standard edilizi. Peja l’architettura non è Trans, ma semanticamente sta cambiando natura. Bisogna non confondere le nuove forme con l’arte e finalmente possiamo parlare di architettura e del suo nuovo linguaggio.

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  3. Se non ho compreso male, mi sembra un divertente paradosso che sia il software, elemento immateriale fatto di codice binario e algoritmi, il gestore di una fisicità soggetta a vincoli naturali, ovvero che sia il software a gestire i dati immessi e aggregarli in modo da rispettare quei vincoli che permettano ad un edificio di stare in piedi. Trovo interessante la trans architettura proprio perchè nei mondi virtuali non è più legata a questi vincoli fisici, e le forme e le strutture che possono nascere sono potenzialmente slegate dagli abituali canoni che il mondo fisico ci ha dettato.
    Ritengo che inizialmente nella progettazione in toto virtuale non si potrà prescindere completamente da questi canoni storici, pena l’incomprensione e il conseguente rifiuto. Solo dopo molte sperimentazioni la transarchitettura potrà sconvolgere totalmente il nostro concetto di spazio, ed è per questo che la considero un’avanguardia molto interessante, ma così tanto giovane da non trovare ancora continuita nella sua sperimentazione.

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  4. Le considerazioni di Biz mi incitano ad una domanda:
    Il transarchitetto è colui che da vita alla matrice che regola il processo di creazione della forma, o è colui che immette i dati nella matrice con alle spalle quella “Concinnitas” e nella mente un progetto, e magari già una forma da risemantizzare nella relazione con la matrice?

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  5. La domanda di Lampadina è interessante.
    Forse sono pessimista, ma mi pare che, sviluppando: “una serie parametri iniziali che, ripercorrendo l’effetto farfalla di Edward Lorenz, finiscono per concretizzare l’impensabile”, per avere una reale efficacia in termini architettonici, richiederebbe paradossalmente troppo lavoro a parità di risultati.

    Mi spiego: una mano meccanica, un qualcosa di meccanico che svolga i movimenti, vari e finissimi, con la sua delicatissima rispondenza con il cervello umano, di una mano naturale, è qualcosa di difficilissimo.
    Ma alla fine, per chi ha le mani, inutile!
    A che mi serve un surrogato che funziona peggio?
    Io ho un timore: che il “morfismo” regolato da algoritmi attraverso le macchine “con risultati imprevedibili”, ci allontani dal VERO senso della forma.
    Dal valutarla e formarla con il migliore elaboratore al mondo, ossia il nostro cervello.
    Verranno, si forme imprevedibili, ma proprio perchè “non le avevamo pre-viste” significa che non sono forme che rispondono al senso umano della forma. Che non rispondono, infine, alla forma come significato profondo.
    Che possono essere così, o cosà, non per una ragione o una scelta, ma perchè non siamo stati sufficientemente bravi a volere quello che vogliamo.

    Quindi, è solo un normalissimo fatto tecnico: noi, usiamo la matita, le squadrette, o il cad, i modellatori. Possiamo usarli anche con algoritmi, definendo parametri ecc. ecc.
    Ma quello che conta, non è il processo. NON è se una cosa è innovativa o meno, se è “mai vista” o se invece è una bella cosa già vista ma bella lo stesso, così come è bella una rosa che è come tante altre che abbiamo visto, però E’ QUELLA ROSA, viva, che abbiamo davanti a noi e che possiamo, qui e ora, odorare e ammirare lo stesso, anche se non è “mai vista prima”.
    E’ il risultato, e il controllo di esso, che contano.
    Se il risultato mi fa stare bene o male, se mi serve o meno, che conta.
    Il resto, rischia di essere tecnolatria. Scambiare i mezzi con i fini.

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  6. ancora una cosa a proposito della mani meccaniche.
    Esistono robot che svolgono funzioni manuali. Ma una ben precisa e ristretta serie di operazioni.
    Quello che è difficle davvero è ottenere la versatilità della mano. La finezza della mano. L’intenzione, complessa e non esprimibile per algoritmi o parametri, della mano. Qualcosa che supera enormemente la “funzione” della mano.
    Così, è per il cervello. Siccome gli elaboratori, devono essere progettati dagli uomini, e istruiti dagli uomini, con il loro cervello, saranno, per natura e definizione, inferiori agli uomini.

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  7. ancora poi una cosa sulla frase “una serie parametri iniziali che, ripercorrendo l’effetto farfalla di Edward Lorenz, finiscono per concretizzare l’impensabile.”

    Se una cosa non è stata “pensabile”, in genere significa che non era opportuno “pensarla”. Non si vede per quale motivo dovremmo trovarci in balia di cose “impensabili”, perchè pensate da qualcosa di inferiore a noi, ossia da una macchina.

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  8. Errata corrige: al posto di
    “perchè pensate da qualcosa di inferiore a noi, ossia da una macchina.”
    sostituire il “pensate” con “prodotte per fatalità”.
    Le macchine, non possono pensare. Il pensiero è qualcosa di producibile solo da una entità libera e autonoma. Cosa che la macchina, non è.

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  9. @ Biz:
    Mamma mia, ti sei scatenato! ;)
    Ora ti rispondo a tutti i commenti:
    Tu dici che le forme architettoniche non sono giochi formali e questo è più che corretto: detesto gli snobbismi neoborghesi che se ne fottono della gente che dovrà abitare uno spazio (vedi il lavandino sulle scale di Esinseman). Però c’è anche da ricordare che l’architettura se prescinde dall’euristica diventa soltanto edilizia. Infatti la definizione di Euristica (da Wikipedia: È quella parte della ricerca il cui compito è quello di favorire l’accesso a nuovi sviluppi teorici o a scoperte empiriche. Si definisce, infatti, procedimento euristico, un metodo di approccio alla soluzione dei problemi che non segue un chiaro percorso, ma che si affida all’intuito e allo stato temporaneo delle circostanze, al fine di generare nuova conoscenza. È opposto al procedimento algoritmico.) non è molto lontano dalla “selezione” di cui parli! Ed infatti non basta che si faccia un bozzetto con Rhino o con 3dsMax, o altri programmi più evoluti. Però se ci pensi, per progettare un bozzetto è insufficente! Cosa cambia se il mio bozzetto nasce da un modellatore o da un pezzo di carta? é la stessa cosa a mio avviso, solo che il modellatore ti permette una elasticità maggiore! Sicuramente si adatta meglio alle capacità di ognuno: ci sono migliardi di procedure in base alle abitudini di ogni operatore, molte più che in analogico. E credimi, le forme non escono “senza fatica”, anzi c’è bisogno di una conoscenza del software molto più profonda che in passato dove esistevano solo i programmi CAD! Per tornare alla modellazione autogenerativa, non pensare che il processo sia “incontrollato”: i “dati” che si inseriscono come imput di base non sono dati astratti o altro, ma matrici formali chiare! Se si sta progettando una villa, e l’output è un grattacielo, vuol dire che hai sbagliato… E soprattutto l’output è mai irrecuperabile o definitivo! Torno all’esempio del bozzetto: mica al primo tentativo hai le dimensione dei solai, delle aperture, le altezze dei gradini, o quant’altro pronti!
    Per chiudere con la tua ultima frase, è vero il nostro lavoro deve scontrarsi con la collettività, ma lo facevano anche Bernini/Borromini/Bramante e gli altri quando creavano qualcosa di nuovo, no? E’ proprio la creazione di spazi di vita non banali il servizio migliore che possiamo fare alla collettività!

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  10. @ Salvatore:
    Bhè, se consideriamo l’architettura come progettazione di edfici, i quali stanno cambiando sempre più velocemente metodi realizzativi, siamo pienamente nel trans! Trans infatti vuol dire “Di passaggio”! Passaggio tra una vecchia ed una nuova fase… Altri periodi di transito possono essere considerati quelli affrontati da Loos, o dai secessionisti! Ecco, noi ancora non possiamo dirci maturamente “oltre moderni” (che è diverso dal postmoderno, ancora imprigliato tra moderno e passato), siamo in transito tra “moderno e qualcosa che non si sa” (come dice appunto Manovich). Tra l’altro, l’arte ha abbandonato qualsiasi dominio nel campo del “formale”: noi come progettisti abbiamo campo libero su tutto l’orizzonte formale, e lentamente ci accaparriamo anche quello sociologico (se non fosse che gli architetti odiano leggere!). In definitiva, non vedo contraddizione tra ciò che dici tu e quello che dico nel post! ;)

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  11. @ Lampadina:

    Il paradosso di cui parli è la cosa più stimolante per il progettista di spazi virtuali: come l’architetto deve scontrarsi con le leggi fisiche (gravità, densità, impermeabilità, luce…) magari giocando con esse (facendo “lievitare” un edificio, piuttosto che rendere trasparente il marmo…) lo stesso il progettista di mondi virtuali deve confrontarsi con leggi che sono nascoste tra le pieghe di quello che chiami “codice”, che è proprio il prodotto finito: l’impossibilità del singolo di contare qualcosa lo vedo appunto come dramma dell’individuo (avatar) che vede trasformare il proprio mondo (questa volta bidimensionale dello schermo) da forze da lui estranee, che in realtà derivano dalle decisioni del resto della comunità di internet, ma che soggettivamente sono viste come implacabili e soprattutto autogenerate. La magia del software che genera una forma in base ai dati immessi, che poi dati sembra una cosa molto più astratta di quanto si pensa, è assimilabile a quella forza trasformatrice di cui parlavo poco prima.
    Per concludere, (purtroppo) è come dici tu: la transarchitettura dopo una prima fase di sperimentazione smodata ha dovuto sbattere la faccia contro l’opinione pubblica (ma soprattutto) contro la difficioltà di specularci sopra, cosa che però deriva più dallo scarso coraggio degli imprenditori, dato che SL, che è del tutto primitivo, sta macinando denaro in modo inaspettato…
    Come al solito molto stimolante ;)

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  12. @ Biz:
    Le tue considerazioni sono interessanti, però ti voglio fare due domande:
    1) Esiste il libero arbitrio?
    2) Quale è il senso della forma?
    A me sembra che si stia considerando l’atto del progettare come un che di metafisico, come qualcosa che prescindesse dall’uomo… Ma l’intento di progettare l’improgettabile, la volontà di trasgredire quello che ci è immediatamente alle spalle. Tu giustamente dici che non conta il processo tanto il risultato, cosa che condivido, ma ci sono processi che producono risultati che non sono riconducibili certo a diversi processi. E soprattutto non prescindono dal soggetto che scatena il processo… Io credo che ci sia un’incomprensione di fondo del fatto chesi crede che si stia sostituendo la macchina all’uomo: ma è molto più degradante stare a tirare linee su uno schermo nero che dar vita a processi formali che sono del tutto personali! E’ la stessa differenza tra un arpa ed una chitarra: le possibilità della seconda sono infinitalmente maggiori, perchè il secondo contiene il germe del primo, ma non il contrario. Continuo a non vedere contraddizione tra i due processi, che secondo me sono integrati dato che chi “da vita alla matrice”, tanto per citare Lampadina, deve impiegare uno sforzo ideale simile a chi fa le prime righe sul pezzo di carta. Tu dici che il metodo autogenerativo implica uno sforzo notevole, e ti do merito di averlo capito, dato che le posizione Baronali di solito li considerano passatempi da weekend: ma ogni cosa nuova ci mette di fronte a difficoltà nuove. Tra l’altro, nessun nuovo metodo sostituisce il precedente, al massimo lo integra, assimilandolo. Come quando fu inventata la stampa, pian pianino quelli che prima erano gli amanuensi ed i miniaturisti, finirono per diventare artigiani del legno che forgiavano gli stampi con cui imprimere le nuove miniature. Non c’è stata una vera e propria sostituzione, ma una assimilazione. Tra l’altro l’autogenerazione non implica l’aspetto decisionale, anzi lo amplifica: quello che per Michellozzo era il dover decidere il patterne del bugnato su palazzo De Medici, ora diventa un a posteriori: non è più la cosa fondamentale! L’altezza dei solai non è più un a priori. E’ comunque probante, fondamentale, ma non l’unica cosa da decidere. C’è altro, ed ogni decisione deve scontrarsi con l’altra.

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  13. @ Biz:
    PS: anche il vento e la friabilità dei terreni sono problemi dati da un qualcosa di inferiore? ;)
    Ad ogni modo non comprendo appieno l’ultima critica. Se ci pensi sta succedendo qualcosa di non troppo dissimile di quello che successe con le avanguardie degli anni 30 (quelle serie, non il razionalismo, insulso surrogato di quello che accadeva nelle arti figurative…).

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  14. per me tutte queste tematiche (transarchitettura compresa) hanno origine dalla presa di coscienza delle nuove tecnologie.

    Siamo in una fase creativa talmente “violenta” che non si progetta più solamente l’oggetto, architettonico o che altro sia, ma contemporaneamente si progetta ed elabora anche tutto l’apparato teorico che ci sta dietro.

    Ritornando agli strumenti offerti oggi dalla tecnologie, l’architettura diventerà realmente una disciplina migliore quando ci si sarà liberati della figura dell’architetto…! l’architettura è il vivere e organizzare lo spazio che ci circonda, una esperienza alla portata di tutti.
    Le nuove tecnologie e la società composta da creativi che si sta delineando, faranno altro che cancellare la figura dell’archistar, o dell’architetto guru.

    Almeno me lo auguro…

    buoni spunti comunque… ;)

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  15. Naturalmente, Emanuele, non volevo esprimere un rifiuto a priori di nuove tecniche di progettazione, che in parte io stesso uso e che trovo interessanti.
    Solo dire che
    a) sono molto dubbioso che si ottengano risultati migliori senza un controllo totale e anche “a priori” del progetto. Pertanto sono spaventato dai “risultati imprevedibili” voluti, di fatto, da processi-macchina.
    Per fare un esempio: se devo arrivare da Torino a Roma, forse ci arrivo prima con una bicicletta che va a 16 km/h, piuttosto che con un “dragster” che va a 500 km/h ma che non posso controllare piu di tanto, è troppo delicato per le strade che incontrerò, ecc. ecc. Inoltre, forse, potrebbe non essere così necessario andare a folli velocità, in fin dei conti … mi perderei la bellezza del paesaggio, e tante altre cose.
    Non abbiamo bisogno di “quantità” di costruzioni, ma di qualità.
    b) ribadire: quel che conta non è il metodo, è il risultato. Se il risultato, come mi sembra sia nella architettura contemporanea di ricerca di “nuove forme”, è una architettura, agli effetti pratici, irrazionale, costosa, inutilmente esibizionista e rumorosa, invadente, spietata, metallica, disumana, pseudo “sostenibile”, incurante di qualsiasi altra cosa che non sia l’esibizione di sè stessa, possono essere i metodi tecnicamente più avanzati, d’avanguardia, ecc., ma il risultato non è buono.

    Non sono d’accordo con la distinzione “edilizia”-“architettura”. Ci sono solo costruzioni belle e costruzioni non belle. Ci può essere un progetto di altissimo livello tecnologico, scientifico e culturale, che però nei risultati è più brutto di una casetta fatta da un non architetto che ha imbroccato la cosa perchè l’ha fatta con amore.
    Sono convinto che conti più l’amore per cosa si sta facendo, che i mezzi. Molto narcisismo delle famose star non è amore per ciò che si sta facendo, è solo amore per sè stessi, per il successo e per il denaro.
    Infine.
    In passato ho lavorato, come “schiavo”, sia al tecnigrafo che al computer. E’ pur sempre un lavoro da “schiavo”, se sei uno “schiavo”: infatti, se noti, “i capi” si guardano ben bene dal lavorare il computer, hanno il loro “operatore schiavo”.
    La differenza, forse, è che lo schiavo al tecnigrafo, comunque, capisce quel che sta facendo, perchè lo fa lui. Non sempre lo schiavo al computer sa quel che sta facendo il computer.
    Inoltre, se saltasse per sempre la corrente, saprebbe disegnare e usare in qualche modo le mani. Lo schiavo al computer non sarebbe capace che schiacciare tasti invano :-)

    Ciao Emanuele, grazie per la discussione e per le cose stimolanti che scrivi e l’aggiornamento sul tema.

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  16. Ho letto su corriere.it l’articolo di presentazione “Rotating Tower” dell’architetto fiorentino David Fisher ed ho pensato alla citazione di Valèry e ad un paio di cose dette nei commenti qui sopra. Nell’articolo si parla di architettura dinamica, “che pone fine all’era dell’architettura statica ed immutabile”.
    Da non addetto ai lavori (qui ci sonn tanti architetti e non vorrei dire cose campate in aria :-) ) ho trovato il progetto assai affascinante e spero che si continui in questa direzione, anche se purtroppo su palcoscenici sempre più lontani da noi.

    Il nostro potere sulla materia cresce decennio dopo decennio ed è semplicemente naturale che (anche) l’architettura se ne avvalga.

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  17. @ Archema:

    Bhè, io credo profondamente che da una data tecnica derivi un dato linguaggio, che comunque non va a sostituire i precedenti, ma si integra con essi. Che l’ “Architetto” come figura professionale si stia dissolvendo è sotto gli occhi di tutti: le città le progettano i mass mediologi, gli antropologi ed i sociologi, nella stessa architettura ci sono sempre più frange professionali, tecnologi, critici, storici, compositivi, ect, addirittura ci sono guerre aperte sul promato dell’architettura. Finchè continuerà questa buffonata della difesa della tradizione ad ogni costo l’architettura vedrà perdere campi di azione, pur guadagnandone altri che però non gli sono di competenza…
    A presto! :D

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  18. @ Biz:

    Bhè, ma quì non si sta parlando di una quantità diversa, ma di una diversa qualità. Non è una qualità migliore o peggiore, è semplicemente diversa. Non trovo molto pertinente il paragone con la bicicletta/dragster, perchè credo, o meglio, da esperienza so, che sia molto più complesso gestire un progetto con una spazialità articolata piuttosto che omogenea. Tu dici che le nuove forme non portino a buoni risultati perchè per lo più effimeri, e quì mi trovi come non mai in accordo. Però ricorda che questa è ancora una fase in cui si sta cercando di capire in cosa può essere utile questa nuova tecnologia per l’architettura. Pure dal punto di vista teorico mi è sembrato tutto molto retorico, apparte pochi, pochissimi autori, che hanno avuto il merito di costruire prima di parlare. Io non dico che ora bisogna lasciare stare i metodi analogici, o comunque i primi metodi digitali a favore degli ultimi. Sarebbe una follia proporre la completa sostituzione. E detesto chi, tra quelli che si considerano “digitali”, propongono la demolizione dei monumenti o dell’architettura diffusa. Però, da ex geometra ti dico che invece ho trovato nello strumento del pc una forma di liberazione dal tecnigrafo, che a sua volta cent’anni e passa fa fu molto criticato perchè creava la schiavitù agli angoli retti (come ricorda pure Zevi in un aritocolo poi riportato su un libro di De Rubertis…). Perchè dico liberazione? Perchè se si arriva ad un livello piuttosto alto di manualità è possibile immediatamente visualizzare una immagine mentale. A breve saranno commercializzate tecnolgie in grado di connettere direttamente la mente con il pc e sostituire il vecchio sistema mouse/tastiera. Esistono già queste cose, in Giappone le vendono. Immagina di pensare una forma, e vederla direttamente al pc. Per quanto riguarda le archistar la penso come te, ed è inutile dilungarsi sul danno che stanno creando alla “massa” degli architetti, dato che la gente crede che la figura dell’architetto diventi, 1) l’artista sognatore, 2) il life-styler, e cosa peggiore di tutte, recenti vicende vedono 3) avvicinare la figura dell’architetto a operazioni di speculazione edilizia. Ma questo non centra con la pertinenza o meno dei sistemi autogenerativi in architettura. I “capi” che non capiscono di cosa stanno parlando sono una sorta di manager che organizzano il lavoro altrui. Ma se questo è vero, è vero anche che si dice tanto che prima gli architetti avevano più indipendenza, mentre non è vero. Michelangelo non disegnava i propri elaborati e si avvaleva spesso di consulenze in fatti strutturali. la nozione di 3° medio non è stato Michelangelo ad elaborarla. Non credo che la cosa sia poi così cambiata. Ho molta paura che in Italia ci sia un ritorno di fiamma NeoLuddita da parte di chi non si è aggiornato, e che ci si ritrovi sempre più indietro. Il fatto che io ho studiato da solo la modellazione e la sua teoria e tecnica, rompendomi su testi in inglese per lo più, perchè di solito gli italiani sono mediocri e finiscono per essere puri e semplici manuali, è significativo. Non è mai stato tradotto un libro uscito venti anni fa, The Nurbs Book, che è un testo di geometria analitica che parla della geometria topologica. Credo che questo potrebbe essere utile per quanto riguarda gli architetti che di geometria dovrebbero occuparsi. Si parla tanto di abbattimento del modello euclideo, ma che io sappia, solo due architetti si sono mossi in questa direzione in modo serio: UN-Studio ed i NOX. Einseman quando parla di abbattimento della dimensione euclidea è per lo più ridicolo, proprio perchè non sa di che parla. Uno si accorge subito se sta parlando a vanvera o no, basta essere aggiornato.

    Sono felicissimo che sia stato stimolante biz, è il ringraziaente più grande che potevi farmi ;)
    A presto!

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  19. @ Oculus

    Come sempre attento a tutto! :D E’ un gran pregio la curiosità per un creativo, sebbene indispensabile, sembra essere merce rara.
    Ad ogni modo il progetto della Rotation Tower è qualcosa di veramente particolare: se non sbaglio sfrutta il vento per ruotare su dei pistoni collegati ad dinamo che trasformano il movimento in elettricità… A quanto pare, si dice questo…
    Tu parli di materiali: pensa a quando sarà possibile gestire facilmente le nanotecnologie!

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  20. Caro David,
    Bhè, diciamo che ci sono più di un punto di contatto, ma io le ritengo fondamentalmente due cose separate. Nonostante ciò, proprio come dici tu, ci sono più di un teorico che ha avvicinato queste due correnti, in quanto sia il risultato rimanda ad una sorta di ambiente mentale simile a quella in cui nei sogni si è presenti, ambienti e spazi in cui la fisicità è persa appunto come nei sogni: procedura per arrivare a ciò: lasciarsi andare e sperimentare procedure, che qualcuno a volte considera erroneamente euristiche, che assimilano l’istantaneità con le possibilità dei software, portandole al limite. Certo, sia nel surrealismo come nella architettura digitale, occorre avere in se un virtuosismo della tecnica non indifferente, ma il paragone tiene.
    Per me però questo è un pò fuorviante… Forse ci scriverò un post…

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  21. Ciao emanuele.

    mi intrometto nella discussione,
    io penso che il computer è uno strumento di rilevante importanza nell’attività dell’architetto, uno strumento nuovo, che è normale che trasformi non solo il modo di lavorare ma anche di pensare o meglio di aprecciarsi all’architettura.
    possiamo usare il pc per fare calcoli ch noi non saremmo mai stati capaci di fare grazie alla sua velocita, abbiamo cosi la potenzialita di avere un innumerevole quantita di soluzioni in un tempo breve, e noi potremmo scegliere la migliore in base alle caratteristiche, vedi l’uso degli algoritmi genetici.
    Il tutto sta nel riusire a dire al pc quello che noi vogliamo che faccia in modo corretto in modo da trovare il risultato da noi cercato.
    per ora sono molto pochi gli architetti ed ingenieri che usano in questo modo il pc, piu che come un mezzo una semplice matita digitale, è un estensione della mente, un calcolatore che ci fa risparimiare risorse per poerle sfruttare per la creatività, cosa piu consona alla mente umana.

    peja vuolevo farti una domanda… dove hai beccato l’immagine di quell’oggetto sezionato ortogonalmente?
    pensi che sia un esempio di autogenerazione di forma, o che sia generata tramite script?, ho pensi sia solo un gesto? una forma che cerca di adattarsi alla funzione?…

    secondo me è una sedia.. no?

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  22. Caro Antonio:
    Hai ragione, sono pochissimi gli architetti che utilizzano il computer come se fosse tale! Esistono due tipi di ingenuità: da un lato un’ingenuità che vede il computer come una bestia da domare e costringerlo ad una sorta di tecnigrafo poco ingombrante, e dall’altro uno strumento capace di creare da solo qualsiasi cosa, senza alcuna conoscenza informatica, utilizzando colpi di sprezzatura (l’errore causato dal virtuosismo volontariamente) come unico espediente formale. A me piace pensarla con Lars Spuybroek, “non puoi fare computer senza pensare computer”.
    Ad ogni modo quell’immagine è proprio una forma autogenerata. Anzi, è l’immagine di un manualetto che stavo scrivendo per metterlo poi online, e causa lavoro/studio non sono mai riuscito a terminare…
    Grazie di essere passato, a presto! :)

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  23. Lo devo finire! :) Forse ne trovi qualche immagine da qualche parte su internet perchè la usai anche come slide nei miei minicorsi di Rhino e Rhinoscript, ma ne dubito largamente. Ad ogni modo se ti interessa, quando avrò tempo di completarlo lo metterò su questo blog! :) Se mi ricorderò ti mando una mail per annunciartene l’uscita! :)
    A presto!

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  24. Ci tengo a precisare che l’immagine non è “mia” nel vero senso della parola. Esiste una procedura standard che ti permette di arrivare a certi risultati, tipo quello che è da manuale. Probabilmente lo avrò pure studiato da qualche parte, ma vatti a ricordare di quando stavo ancora prendendo la patente di Rhino… :)
    A presto, grazie per passare spesso, mi fa piacere! :)

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  25. grazie mille,
    si quando lo finisci fammi sapere,
    sto cercando di imparare rhinoscript,
    l’inizio è sempre la parte piu difficile sopratutto non avendo
    grandi basi di programmazione.

    ah, complimenti per il blog,
    molto interessante.

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  26. E lo so… L’inizio è tragico, non difficile!
    Però una volta preso la mano è piuttosto intuitivo.
    Ad ogni modo, ti consiglio di allenarti molto con il disegno 3d prima di passare allo scripting, perchè lo scripting richiama in continuazione i comandi tradizionali, e quindi devi sapere per benino cosa andrai a fare! :)
    Grazie mille per i complimenti! Spero di rileggerti presto! :)

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