.:: L’evoluzione Creatrice

Se è vero che il rapporto tra le avanguardie del ‘900 e la storia è di conflittualità e rinnego (basta pensare alle accuse mosse alla storia da parte di Majakovskij), è altrettanto vero che l’attuale stato di avanguardia accetta, anzi persegue, talvolta addirittura attraverso opere di revisionismo, il suo ruolo di nodo all’interno delle trame della storia. Per M. Perniola infatti:

Non basta essere originali, bisogna anche mostrare che le opere dei predecessori preparano e annunciano la nostra, la quale rappresenta appunto il superamento, nel duplice senso di ratifica e soppressione.

Questa nuova coscienza è descritta da Henri Bergson ne L’evoluzione Creatrice, del quale sempre Perniola ne descrive i contenuti:

Il presente non è altro che il prolungamento del passato, il quale simile ad un’onda procede incessantemente verso il futuro. Tutto continuamente cambia, ma questo cambiamento non deve essere pensato come un passaggio da uno stato all’altro, ma come una transizione continua […] ad ogni momento si aggiunge qualcosa di nuovo, anzi qualcosa di originale e di imprevedibile.

Ma come innestarsi in questo flusso creandone il cambiamento, senza far perdere di pertinenza al tutto? Che insegnamento può assorbire l’architettura da questa lezione, considerando il fatto che si sta appena finendo di scrollandosi di dosso gli ultimi brandelli di cultura neo-reazionaria? In effetti le parole di Perniola, riferite al libro di Bergson potrebbero facilmente essere travisate ed indurre alla giustificazione di un neo-storicismo pedante come quello avuto negli anni ’80 con il post moderno. Ma se riportiamo tutto al senso della singola opera, evitando il senso lato di storia, pensare cioè la singola opera, e non il totale della propria attività, come parte di un più ampio progetto d’esperienza, è possibile facilmente inserirsi in un processo storico in divenire. Far entrare l’esperienza vitale all’interno di un architettura cioè, dunque trasformare il processo di manutenzione in un processo autopoietico, dove la stessa vita, o meglio esperienza dei fruitori attivi siano capaci di trasformare l’edificio come esso si presenta. Esperienza che crea se stessa, che si afferma indipendentemente da qualsiasi fare artistico. La rivincita della prassi, insomma.

Siamo abituati a considerare l’architettura come qualcosa di statico e fermo. Dunque qualcosa che non si lascia contaminare dalla vita. Ma qualcuno sta considerando anche altre strade, come ad esempio i West8, gruppo di paesaggisti olandesi, ormai storici, che nel progetto di Rotterdam Brandende stad trasformano un comune luogo pubblico come una piazza in un luogo dell’interazione, dove la fruizione stessa dell’opera prevede l’interazione tra pubblico ed inorganico. All’interno della piazza, antistante un centro commerciale e contenente un campo di street hockey, la scenografia luminosa infatti è gestita completamente dall’utenza, la quale, attraverso un joystick può modificare la conformazione di una dei quattro bracci meccanici che fanno da sostituti dei più banali lampioni. Si vede così, come l’esperienza del singolo si innesta all’interno di un’opera, modificandone l’aspetto fino ad un nuovo intervento. Siamo oltre l’arte interattiva, o la net art: quì è la realtà, il paesaggio urbano, ad essere modificato. Ancora di più, considerando questi dispositivi come protesi urbane, potremmo dire che ci troviamo di fronte ai primi abbozzi di quello che qualcuno ha chiamato Cyborg-Architecture.

L’architettura non è più una musica congelata, a dispetto di Goethe.

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6 pensieri su “.:: L’evoluzione Creatrice

  1. l’attenzione è focalizzata su un tema di estrema attualità, e le deduzioni critiche pertinenti e sapientemente articolate al’interno di un discorso importante che ha le carte in regola per costituire una pietra miliare in tal senso.
    personalmente fà parte dei miei “miti adolescenziali” , delle cose che da studente di architettura in erba mi hanno affascinato per anni.
    Le ho fotografate personalmente, in quel di Rotterdam, città dove piu’ che in altre parti d’Olanda la sperimentazione Cyberarchitettonica sta mostrando i primi frutti.

    Un paio di foto della piazza:

    LightSplein(West8),Rotterdam
    e
    LightSplein,Rotterdam

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  2. Caro Emma,
    sperando che per gli storici la ‘cyber architecture’ non diventi etichetta.
    Perché credo che sia semplicemente la naturale evoluzione dell’architettura, bisogna uscire da questa stagnazione post-post moderna, astiosa, rancorosa, burocratica e soprattutto accademica.
    Fai bene ad inserire citazioni che servono per la tua speculazione architettonica, in fondo l’uomo impara dal passato ed evolve, altrimenti ci sarebbe da preoccuparsi.
    Ciao e buon lavoro.

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  3. @ Matteo,
    Bhè, grazie per l’apprezzamento al post!
    Ad ogni modo, l’Olanda è stata negli anni ’90 quello che è stata Roma nel ‘500, e non sto affatto esagerando! Il discorso portato avanti coerentemente da più di una avanguardia: da quella dei vari ONL, Nio etc, a quelle degli MVRDV, fino ai West8…
    Per non parlare di Khoolhaas&co.

    Grazie per le foto, ne ho messa una con tanto di link a capo articolo!

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  4. Ciao Salvatore:
    Bhè, anche io credo che sia il naturale corso degli eventi! Non a caso ho preso in prestito il titolo del libro di Bergson come titolo del post!
    Soprattutto spero non ci sia una nuova accademia/prigione del cyber: sarebbe lo stesso errore del moderno, che hanno semplicemente sostituito accademia! Come la rivoluzione francese, che hanno tolto un imperatore per mettere un dittatore!
    A presto Salvatore, grazie per passare di quì!

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  5. Interessante l’idea dell’interazione tra pubblico ed inorganico.

    Se in Italia avessimo un pò più di coraggio si potrebbe fare una cosa del genere, ad esempio, a Venezia: ci sono alcuni complicati incroci di canali e calle, dove un solo ponte non basta per assicurare i collegamenti fra le varie viuzze. Allora si potrebbe fare un sorta di ponticello che ruota sull’asse di un cilindro posto al centro del canale e che collega le varie rive: il passante, all’occorrenza, sposterebbe il ponte lì dove gli serve andare.

    Naturalmente, la cosa non andrebbe fatta sul Canal Grande o dalle parti di San Marco, altrimenti assisteremmo a lotte quotidiane fra i vari passanti, ma me la immagino giusto come un esperimento architettonico in qualche nascosta calle dimenticata dai turisti….

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  6. @ Oculus:
    La prospettiva che poni è molto interessante! Io credo molto che la mancanza coraggio e la mentalità un pò vigliacca ed arruffina della maggioranza dei committenti [e purtroppo, anche (soprattutto?) pubblici] sia una forte aggravante alla questione della mancanza di innovazione. A volte si rifiutano idee economicamente convenienti vengono rifiutate solo per chiusura mentale, oppure per motivi politici, o nel peggiore dei casi, di ignoranza volontaria. Per esempio, ti cito un fatto che a noi architetti sta un pò sul groppone: qualche tempo fa, un noto architetto Brasiliano, Niemeyer, che ha compiuto 100 anni il Dicembre passato, aveva progettato un auditorium incredibile per una città famosa per i suoi festival musicali: Ravello. Il progetto era il regalo di compleanno che Niemeyer aveva pensato per il sindaco di Ravello, suo stretto amico. Cosa successe? L’associazione Italia Nostra, riconducibili ad un movimento pseudo ambientalista, bloccò il progetto perchè era incompatibile con l’ambiente: una galleria autostradale…
    E la cosa divertente è che riuscì a bloccare questa costruzione. C’è da pensare che ci sia un pò di malizia nel loro intento? Non lo so, ma quasi sicuramente no: però purtroppo la democrazia non funziona molto bene se per volere di pochi una cittadina piccola come Ravello ha perso l’opportunità di veder realizzare una infrastruttura che avrebbe portato la città ai livelli per lo meno nazionali…

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