.:: L’architettura ed il suo pubblico // Culver City

Nel secondo dopo guerra il bisogno di costruire una miriade di abitazioni per la gente che aveva perso la casa durante i bombardamenti portò ad una velocissima costruzione di una edilizia a basso costo che doveva essere progettata e realizzata in pochissimo tempo. Questo anche nei centri storici. Gli esempi ce li abbiamo tutti sotto gli occhi. Questo influenzò anche una parte della generazione di architetti che fu allieva dei mestieranti dell’architettura economica e popolare. Ma per fortuna alcuni architetti, ebbero la volontà di non rinunciare al piacere dell’invenzione, e riuscirono a seguire strade diverse da quella che promuoveva il razionalismo internazionale da una parte, oppure la speculazione edilizia pseudo tradizionalistica dall’altra. Un gruppo di questi outsider, scelse di progettare insieme ai suoi committenti, che nel nostro caso in questione sono per lo più operai, artigiani, impiegati che non potevano permettersi una casa di proprietà se non con sovvenzionamenti pubblici, e che quindi è immaginabile che non abbiano avuto una solida cultura architettonica. Giancarlo De Carlo è uno tra i primi ad abbracciare questo approccio proponendo la partecipazione attiva nelle fasi di progettazione degli utenti finali.

La verità è che nell’ordine c’è la noia frustrante dell’imposizione, mentre nel disordine c’è la fantasia esaltante della partecipazione.

Un esempio di questa personale tendenza dell’architetto è senza dubbio il Nuovo villaggio Matteotti di Terni, destinato ai dipendenti dell’acciaieria, dove gli stessi dipendenti suggerirono a De Carlo alcune tra le soluzioni eseguite. Ovviamente questa operazione aveva dei grossi limiti dato che la gente non poteva proporre ciò che non conosceva nei seminari organizzati, e lo stesso De Carlo questo lo sapeva. Ma non si può dire certo che l’esperienza sia stata fallimentare, ed è stata un caso esemplare per il periodo. Non deve quindi apparire una critica troppo forte quando dico che si poteva fare di più. Non è stata infatti assolutamente presa in considerazione la possibilità di poter realizzare un opera che utilizzasse le tecnologie sfornate dall’acciaieria, di cui gli stessi abitanti/lavoratori si sarebbero fatti anche costruttori/co-progettisti.

Gap metodologica in cui non cadrà ben 30 anni più tardi uno degli architetti più atipici della nostra contemporaneità: Eric Owen Moss, il quale sta approfittando di un’occasione di cui solo Gaudì poteva contare, trovare il proprio mecenate. E’ infatti particolare la storia della realizzazione a vasta scala che sta rendendo famoso un architetto a cui è stato reso possibile il sogno di una categoria: poter sperimentare senza doversi preoccupare di spese. Culver City infatti, fino a soli 15 anni fa non era nient’altro che una prefettura periferica di Los Angeles ad uso prevalentemente produttivo/manifatturiero composta quasi esclusivamente da magazzini e piccoli edifici di servizio, fino a quando un imprenditore russo, forte del proprio potere economico, ebbe l’idea di acquistare poco a poco Culver City e di dare il compito ad un architetto di riqualificarla. Ed è così che sta accadendo. Ma come fare a poter riqualificare un luogo in modo partecipativo formato da un tessuto particolarmente disgregato e poco abitato nonostante la densità? Semplice, utilizzando le tecnologie che gli ex operai delle fabbriche sono in grado di gestire. E così nasce il vetro a curvatura casuale di The Umbrella e il virus laterizio di That’s Wall?, oggetti pensati attraverso le menti malate di computer dedicati alla rappresentazione delle idee attraverso render, che poi solo le mani esperte di un artigiano che possiede una certa esperienza sarà capace di trasformare in materia. L’architettura digitale usa l’arcaico come filtro verso la realtà. Che il riferimento a Gaudì non fosse solo una citazione d’aneddoto?

20 pensieri su “.:: L’architettura ed il suo pubblico // Culver City

  1. Caro peja ieri sera ho scoperto (!) il blog ed è stato un bel colpo. Davvero eccezionale..Mi ha stimolato al punto da avere , link dopo link, una delle navigazioni più interessanti della mia “giovane” e “ingenua” vita sul web..Conosci il post-strutturalismo di Deleuze? io è da qualche tempo che cerco di studiarlo un pò..anche per via della mia passione per Carmelo Bene ( a proposito di burattini e protesi..) .Ti lascio un paio di link che, se non li conosci, potrebbero interessarti. http://radioradiodeleuze.blogspot.com/ http://rhizomes.net/ http://deleuze.tausendplateaus.de/ http://www.immemorialecarmelobene.it/images/intro.html http://www.immemorialecarmelobene.it/images/intro.html stamattina poi ho letto il pezzo sul virtuale scritto per Presst/letter. Complimenti!
    Emanuele
    ci siamo incrociati su Archiwatch

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  2. Tocchi un tema assolutamente fondamentale per me, che sono una di quelli che si lasciano dilaniare dal desiderio inestinguibile di congiunzione etico-estetica nell’architettura.
    Ai bei tempi che furono, sono stata membro anche direttivo di Ingegneria Senza Frontiere, sai? Poi, piccole divergenze nel metodo, più che nel merito, ma soprattutto una scelta dettata dalla mancanza di tempo. Endemica, cronica, epidemica: è davvero il nostro male quotidiano…
    Ma divago; lavorano ancora sodo, io cerco di elaborare le mie convinzioni per farne prossima vita come da argilla sculture.
    Sarà, ma io voglio ancora confidare in qualche utopia personale. :)

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  3. Tocchi un tema assolutamente fondamentale per me, che sono una di quelli che si lasciano dilaniare dal desiderio inestinguibile di congiunzione etico-estetica nell’architettura.
    Ai bei tempi che furono, sono stata membro anche direttivo di Ingegneria Senza Frontiere, sai? Poi, piccole divergenze nel metodo, più che nel merito, ma soprattutto una scelta dettata dalla mancanza di tempo. Endemica, cronica, epidemica: è davvero il nostro male quotidiano…
    Ma divago; i miei amici lavorano ancora sodo, io cerco di elaborare le mie convinzioni per farne prossima vita come da argilla sculture.
    Sarà, ma io voglio ancora confidare in qualche utopia personale. :)

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  4. Ehe, Eric Owen!
    Simpatico pazzerellone. Ieri l’altro stavo giusto guardando il progetto urbanistico di cui hai riprodotto la maquette.
    Secondo me, lui va bene nelle cose relativamente piccole (tipo “the umbrella”, ecc.)
    Pensare ad una città fatta così, mi vengono i brividi già solo immaginando d’essere un omino nella maquette.
    Temo che sia il contrario della libertà – bene inalienabile di ciascun cittadino – imporre questo tipo di disegno ad una città.
    C’è un approccio troppo formale.
    La città barocca, espressione di un potere assoluto, lasciava assai più libertà alle persone.

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  5. @ Maat:
    Diamine che caso: io facevo parte di ASF (architetti senza frontiere), ma poi abbandonai il progetto per i tuoi stessi motivi… E dire che mi ero accertato che non ci fosse niente di losco sotto, era tutto pulito, ma il metodo era troppo diverso dal mio…
    Ad ogni modo, io non sono ancora certo di essere d’accordo con la formulazione etica=>estetica, anche se la storia mi da per lo più torto (guarda razionalismo italiano/fascismo nazionalistico), ma credo che l’architetto debba essere libero di sperimentare al di la delle sue ideologie…
    Poi ci sono i folli nazi/pedo/communisti che ovviamente non dovrebbero essere messi in grado nemmeno di uscire di casa, ma tant’è…

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  6. @ Biz:
    Pazzarellone sì! Sono daccordo con te sul fatto che non si può lasciare redarre un piano di quel tipo ad un architetto che sperimenta così tanto sul linguaggio…
    Anche se il caso di Culver City mi ha sopreso: pensaci, una periferia abbandonata da Dio, fatta di magazzini e baracche, che sta diventando pian pianino il caso urbanistico della post pianificazione…
    Eric sceglie un edificio, il suo mecenate lo acquista, lui fa l’intervento, e vendono l’edificio, senza pianificazione, ok, ma stanno trasformando quel mucchio di edifici in una città… Che come dici tu, è tutto il contrario di libertà dato che sono un elite a progettare… Devo raggionarci su, grazie per lo spunto! ;)

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  7. Più vado avanti con gli studi e più mi rendo conto che la partecipazione alla progettazione non è solo l’espressione di una mente illuminata, ma il risultato di una politica normativa che in Italia si risolve, il più delle volte, con un aprroccio burocratico… ecco perchè sono rimasto sempre scettico di fronte a questi temi… tuttavia, gli esempi che hai citato, con le dovute correzioni, non possono che farmi riflettere… approfondirò..

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  8. @ Cesare:
    In verità ti dico che anche io sono dubbioso, ma credo che l’approccio di De Carlo e di Eric Owen Moss siano tutt’altro che astratti: pensaci, quale miglior risultato realizzativo/manutentivo può esserci che dalla riflessione delle esigenze del committente e dalle tecniche realizzative di cui lui dispone!
    Poi c’è il problema del linguaggio, e quì sta nell’intelligenza dell’architetto riuscire a piegare le necessità del committente alle proprie…
    Fammi sapere a cosa vieni a capo! :D

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  9. Bel post!

    Poi questa frase, applicata all’architettura mi ha fatto riflettere: “La verità è che nell’ordine c’è la noia frustrante dell’imposizione, mentre nel disordine c’è la fantasia esaltante della partecipazione.”.
    E penso alle periferie dell’Europa dell’Est, ai centri storici delle città mediterranee, alle monumentali pianificazioni barocche e neoclassiche delle grandi capitali europee, ai paesini dell’Appennino…

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  10. @ Oculus:
    Chissà, forse De Carlo aveva in mente proprio i ceppi Medievali che sono ancora sopravvissute in alcune culture, nel caso che si va a trovare in quelle situazioni in cui le costruzioni, realizzate senza un piano preimposto, vengono spontaneamente costruite l’una sull’altra… Come se tutte “partecipassero” alla costruzione della città :D

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  11. @ Emanuele Arteniesi:
    Ciao Emanuele, scusami se mi ti erano bloccati i commenti, ma non so perchè ma il mio blog li ha riconosciuti come spam…
    Ad ogni modo: diamine, un fan di carmelo bene! Io amo carmelo bene, lo studio da almeno 6 anni… Sono un suo fan in pratica! Considera che non c’è un mese che non mi veda i suoi “uno contro tutti!”
    Grazie per i link, ora me li spulcio per bene!
    PS: troppo gentile per i complimenti!

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  12. @ E.man
    Bhè, giancarlo de carlo era una persona che non se la manda a dire! La mostra organizzata al maxxi qualche anno fa necessitò di parecchie rotture di scatole, quindi possiamo immaginare quanti ostracismi ci furono…
    Ad ogni modo credo che probabilmnete indirre un referendum per ogni decisione potrebbe a breve diventare bloccante per ogni cosa!
    Alemanno ci farà vedere quanto è limitato questo procedimento…

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  13. Moss è semplicemente fantastico. Se pensi quello che ha fatto c’è solo da ammirarlo. Ci fossero tanti imprenditori illuminati (e in Culver City molto lo si deve al developer/imprenditore certamente) così anche in Italia, potremmo finalmente sperimentare senza doverci frenare ogni giorno alla ricerca dei soliti compromessi x accontentare la mediocrità che purtroppo non va oltre il proprio naso…

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  14. @ AquiliAlberg:
    Già, quella italiana è una vera e propria piaga per la creatività… Così tanti vincoli e limiti imposti dalla committenza che non ne vuole sapere di niente tranne di avere il loro “casolare”…

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  15. Mi ha colptio la frase del commento di Oculus Perpetuus ” La verità è che nell’ordine c’è la noia frustrante dell’imposizione, mentre nel disordine c’è la fantasia esaltante della partecipazione.” La frase è suggestiva, evoca il concetto di libertà, è un ottimo commento alla foto del plastico, ma mi sembra sbagliata, come sono sbagliati, secondo me gli abbinamenti ordine-periferie dell’est disordine-centri storici medievali. In realtà ordine non vuol dire necessariamente strade dritte e a 90°: in un qualsiasi “disordinato” centro storico è quasi impossibile perdersi, invece (senza andare all’est) in una “ordinata” area PEEP delle nostre periferie senza GPS sei morto. Perchè?Perchè la città è un organismo di cui le strade sono le arterie e come le arterie devono essere gerarchizzate in modo tale che si possa capire, senza riflettere molto, dove siamo e dove andiamo. L’ordine della città ha poco a che vedere con l’ordine geometrico disegnato su un foglio di carta. Esistono città a griglia e città medievali ordinatissime e città a griglia o città-giardino con strade sinuose in cui ti perdi, perchè non c’è ordine urbano. La foto del plastico è affascinante ma non ne capisco il senso urbanistico, perchè non vedo strade, e il senso architettonico che come dici nel post è disegnato dal computer (che da mezzo diventa fine) che appunto traccia una realtà virtuale dove però, alla fine, ci devono vivere uomini veri in carne ed ossa non avatar. A proposito, splendido il parallelismo portale-città, siti-case, del post precedente, perchè la città è veramente una rete. Quello che non funziona è appunto avatar-uomo, per cui si rischiano conclusioni sbagliate

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  16. Caro Pietro:
    Bhè, sono daccordo con te. Ma per ordine cosa intendiamo?
    Ovviamente ogni dittatura non puteva che puntare sull’ordine e disciplina, almeno nel 900, dato che di solito le dittature si “autoproclamano” dopo un periodo di disfatta e disordine. Come ottenere l’ordine? Garantendosi l’unicità delle decisioni: io unico organo decisionale. I PeeP che citi infatti sono un esempio di imposizione tirrannica dell’architettura: io stato decido un architetto che costruirà un intero quartiere. Quello è ordine, non contrapposto al disordine, ma intendendosi come regola prefissata a tavolino. Il caos delle periferie dell’est (che poverine si sono trovate quì quasi come a capo d’accusa) o dei centri medievali viene invece dalla colluttazione di energie costruttive eterogenee (il fabbro con la sua bottega costruita su un’edificio già esistente, i portici di collegamento due abitazioni, che con l’occasione si è pure fatta portico trionfale per commemorare questo o quello, la chiesa ed il castello, ect) che vanno a costituire realmente un magma stratificato di decisioni…
    Per quanto riguarda il plastico di Culver City, è la proposta che si sta costruendo realmente come modello urbano dato proprio dalla collusione di interessi interni alla stessa città: infatti l’architetto Eric Owen Moss nelle sue decisioni considera sempre le possibilità costruttive del luogo, e questo lo vedo molto interessante. Sulla vivibilità di qeusti luoghi ho anche io i miei dubbi, ma per ora non sono fondati, dato che pare che la vivibilità della cittadina sia cresciuta parecchio. Ti ringrazio per il commento al post precedente, e credimi, sono quanto mai daccordo sulla tua ultima affermazione: gli architetti devono rendersi conto che le sperimentazioni devono essere di accordo con la vita. Mi sento un neo umanista di marco sociale in questo.

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