Presenze Aliene in Maurice Nio

Alienazione, non decontestualizzazione, la differenza non è poca! Atomizziamo il problema: la decontestualizzazione, dando per buona la classificazione classica, è un processo tipicamente post-moderno. O almeno, del postmoderno architettonico. E’ un’operazione, forse un pochino pop che punta alla contaminazione e stratificazione di segni, messi di peso da un luogo semantico ad un altro. L’alien è qualcosa di profondamente diverso: è la ricerca di un progetto di differenze da realizzarsi in continuità topologica nel dove si va ad operare. Dunque non spostamento, ma creazione di significati, capace di far emergere forte stridore. Possiamo intendere l’alien come la quint’essenza dell’innesto Deriddiano. Volendo, una creazione controllata di errori, una cortocituizione del sistema dove l’attenzione è fortemente spostata sulla causa.


Lo strumento per arrivare a ciò? La tecnologia, ovvio. Attenzione, non intendo qui un recupero nostalgico di un qualche tecno-utopismo di matrice modernista, ma la presa di coscienza delle potenzialità dell’uso che chiede il software all’utente creativo, la volontà di esplorare le reali capacità espressive del mezzo, magari anche utilizzando attivamente i vincoli. Difficile dunque è seguire l’evoluzione di un architetto che fa dell’incoerenza quasi una mission stantment. Non darsi un tema è la chiave per evitare la trappola di un bellissimo stile coerente. Per chi si disinteressa della continuità del proprio linguaggio, la strada da imboccare è un’altra: il modo. E’ diverso tempo che si parla dello spostamento di interesse dal cosa al “come”. Per gli studi comunicativi questa non è certo una novità, ma gli architetti erano al tempo sintonizzati su altre frequenze. Nei migliori dei casi il crearsi un procedimento diventava semplicemente una firma diversa da quella del segno, o un modo per mantenersi alla moda. Peggio se il modo viene dichiarato, quasi a voler dire <seguitemi, la strada è questa!>. Così si da anche molto materiale ai critici, e ci si procura quel minimo di pubblicazioni necessario per rimanere sotto i riflettori. Ovviamente questi professionisti, che forniscono loro stessi diagnosi e cura al dottore, cercano di giustificare la validità della propria metaprogettazione, e quindi cercano continui escamotage per evolversi a poco a poco. Ma quì occorrono due precisazioni per non essere frainteso. Quando dico che alcuni architetti si affrettano a voler ricordare il loro modo, la mia critica è rivolta alla descrizione della pretestuosa metafora che dovrebbe in qualche modo giustificare le scelte compositive, dando peraltro forza al simbolico, che come sappiamo bene, è la causa di tanti mali e di tanta maniera. Anche se, ricordiamoci, rimangono pretesti. L’altro fraintendimento può nascere quando parlo di stile, o di linguaggio. Negli ultimi vent’anni infatti, grazie o per colpa di Philipp Johnson, si è iniziato a parlare di decostruttivismo anche in architettura. Anche se, anche se in ritardo e fuori luogo. In ritardo perché agli inizi degli anni ’90 gli stessi intuitori del decostruttivismo si avevano posto l’attenzione verso altre problematiche, fuori luogo perché, tolto forse il solo Rem Koolhaas, tutti gli altri architetti che parteciparono alla ormai storica mostra del MoMa nell’89, non possono essere etichettati come decostruttivisti. Forse, una definizione più azzeccata sarebbe massimalismo. Il perchè di questo è molto semplice: in un discorso di decostruttivismo architettonico, il linguaggio non dovrebbe avere il primato su altri fattori, dato che un discorso di questo genere implica il completo sgretolarsi dello stile. Dunque, la critica in questo caso, dando un’interpretazione troppo pedante della mostra ha finito con il far confondere il comune spostamento di senso, con la sovrapposizione di senso (dunque dell’Alien). Eisenmann dunque sarebbe solo una vittima della propria ingenuità. Ingenuità che invece non colpisce invece chi si interessa a progredire verso una poetica della contraddizione. Per chi sceglie questa, strada deve essere naturale lavorare nelle aree teoriche d’interstizio, quelle coperte dall’ombra dei pieni. Stato diverso da quello di bilico (torniamo alle sfumature), pretesto e motore per nuovi ibridi.
Indagare l’attività di Nio, ricercare il suo modo, o il suo approccio con il progetto, vuol dire entrare in questo buco nero. Interstizio, Alien, Ibrido.

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4 pensieri su “Presenze Aliene in Maurice Nio

  1. Effettivamente ciò che distingue la definizione di alieno e quella di decontestualizzato è molto molto sottile (se devo dire la verità non mi ero mai posta il problema e ti ringrazio per avermi aperto la mente)…e anche secondo me classificare la propria opera è davvero un operazione anche un po’ stupida perchè come hai detto tu da’ adito a critiche ma per certi versi coraggiosa (spezzo una lancia in favore). Cmq sono rimasta davvero stupita dalla tua proprietà di linguaggio e capacità di analisi…ottimo lavoro!!!

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  2. Bhè, dannazione, mi fai arrossire!
    Sono contento che hai colto il cuore del post, ossia la sfumatura critica tra chi se ne fotte completamente del contesto, e chi invece lavora per opposizione: si è fatta molta “propaganda” attorno al tema della decontestalizzazione. Propaganda in modo ingenuamente persuasivo, dato che poi ogni volta che un’architetto va a progettare una cosa che non centra un cazzo con il contesto lo fa per essere “moderno”. Il concetto di alien invece nasce da una contestazione di questo “non” metodo, per uno studio accurato delle dissonanze create: ed è ciò che Nio è riuscito a far emergere dalle sue architetture…
    Tornerò su Nio, ne vale la pena :)

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