.:: Questioni di approccio

 

 

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Sorvolando approssimativamente degli ultimi centocinquanta anni di storia delle arti progettuali non si può fare a meno di notare che, il vettore tempo (tanto per usare la malaugurata metafora di Quaroni) procede verso una sempre più forte settorializzazione all’interno delle stesse discipline. Probabilmente chiunque abbia seguito il dibattito degli ultimi anni non ne converrà, ma credo che nonostante questo argomento, l’abbattimento dei confini disciplinari, sia stato ampiamente discusso in sede teorica e nonostante qualche precedente emblematico, le vere potenzialità del continuo oltrepassare il proprio ambito di lavoro/studio, tanto per citare De Sessa, siano ancora per lo più inesplorate. E’ vero, ora molti architetti discutono di filosofia, di ecologia, così a loro volta filosofi, scienziati della comunicazione. Ma per lo più si tratta di letture, ad essere generosi anche approfondite, di testi considerati must in questo o quell’altro ambito, che però non permettono pienamente la maturazione critica dell’argomento. Le vere e proprie incursioni, il perdersi nel campo altrui e cosa rara. Per metterla in altri termini, la pratica maggiormente diffusa è quella di proiettare le proprie esperienze su ciò che non si conosce, adattando l’esterno a noi, rendendolo meno aggressivo, maggiormente accomodante, semplice. L’approccio meno gettonato, invece, è il proiettare su se stessi ciò che non si conosce, rendendo un senso nuovo nella nostra esperienza, mai in modo acritico, affrontando la difficoltà di porsi di fronte a livelli di linguaggio diversi dai propri. Attenzione: non si sta cercando di dire che vere e proprie collaborazioni interdisciplinari non siano mai state tentate, e nemmeno si sta promuovendo un’ allargamento tout cort inclusivista. Si sta affermando che invece di costruire edifici che ricalcano la forma della molecola dell’acqua per il progetto di una piscina, oppure costruire infernali griglie per realizzare case da abitazione, sarebbe più opportuno porsi di fronte a concettualità diverse, e quindi a problemi di cui altrimenti non avremmo affrontato la ricerca di una soluzione. Chi va incontro a questo tipo di operazione si abituerà a lavorare all’interno di sistemi a lui sconosciuti, avrà continuamente tra le mani il dubbio, dovrà procedere a tentoni. E ciò non è assolutamente da additare con diffidenza e paura. Una sistematica fecondazione reciproca, un feedback di informazioni, arricchirà gli operatori culturali appartenenti a questa o quella branchia del sapere. E’ impensabile, ridicolo, cercare la purezza della disciplina, la sua indipendenza. Anzi, è assolutamente necessario costruire ponti, cercare punti in comune ed intersezioni. Vi è solo da guadagnarci: chi abbraccerà tale pratica si farà portatore di idee nuove nate dall’incontro di concetti diversi, osserverà problemi della propria disciplina da punti di vista diversi, avrà più possibilità di chi si auto-limita alla conoscenza del proprio. Porsi continuamente di fronte e confrontare schemi mentali nuovi farà dubitare della validità dei propri, stimolerà la ricerca ed il restauro. Occorre molto coraggio per dubitare delle proprie certezze.

Ma la crescente specializzazione sta scavando veemente fossati sempre più profondi, crea perimetri, restringe il campo d’azione fino alla settorializzazione. Paradossalmente, ciò avviene in un contesto temporale come quello in cui operiamo, dove gran parte delle energie intellettuali sono impegnate nel risolvere i problemi di comunicazione e di trasmissione delle informazioni. Proprio oggi, dove grazie a internet, ed alle tecnologie telematiche, ed alla globalizzazione, ogni informazione diviene accessibile, indipendentemente dalla latitudine.

Non si può prendere nessun individuo come capro espiatorio. In realtà tracciare una mappa delle cause che limitano le possibilità proposte è tutt’altro che facile.

Senz’altro molte di queste avranno sorgente comune nella mediocrità massificante verso il basso che riducono alla sterilità molte tra le manovre di avvicinamento. Non credo che nessuno si scandalizzerà se affermo che la tendenza è quella, appunto, di render maggiormente accessibile i prodotti di un qualche ramo, cercando di semplificarne la struttura.

Ma è proprio così che si va a perder il significato dell’entrata in nuovi universi. Per poter comprendere argomentazioni a noi estranee, è sul linguaggio che bisogna lavorare, non sulla struttura, poiché è nella struttura che risiede il discorso, e solo de-strutturando, trovandoci faccia a faccia con diverse alternative, è possibile sviluppare la nostra coscienza critica.

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12 pensieri su “.:: Questioni di approccio

  1. sai qual’è la cosa buffa?! che ormai tutti i professori universitari si sono resi conto dell’importanza della multidiscipinarietà dell’architettura e tentano di insegnare a noi , poveri allievi, un metodo standard per approcciarsi a qualunque disciplina, materia o argomento. Che si faccia una citazione letteraria o una disquisizione storica, che si analizzi un oggetto chimicamente o un animale biologicamente il processo che si mette in moto è sempre lo stesso: si estrapola un concetto e si tenta di conoscerlo al meglio nella sua totalità; lo si inserisce tra la parola “progetto” ed “architettura” e il gioco è fatto. Come volete che sia il risultato se non banale e mediocre!? questa strada conduce inevitabilmente a conoscere “tutto di niente” e va tuttavia considerata l’impossibilità scientifica di conoscere “tutto di tutto” (quello che dovrebbe fare solo dio). Non voglio essere pedante, ma il problema della conoscenza è tuttaltro che banale e razionale: produce effetti inaspettati, percui a volte chi conosce “niente di niente” mette in moto la sintesi creativa che trova le soluzioni migliori (anche e soprattuto in architettura).
    Ultimamente ho sperimentato gli effetti da “rottura dei confini disciplinari” in un corso di economia ed estimo ambientale, dove si ascoltano canzoni di bennato, si leggono passi della divina commedia, si parla di semantica di umberto eco, il tutto condito dalle vicende private del professore. egli si pone come antagonista della settorializzazione del sapere, o meglio, è convinto che esista un unica disciplina: la vita. I risultati in aula però non fanno ben sperare… e non sto parlando di un tizio qualsiasi…

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  2. Mi pemetto di intervenire.

    Letto con interersse sia lo spunto (articolo di Peja) sia la risposta (commento di Cesare).

    Voglio dire solo due cose al volo.

    1) Pur avendo Cesare scritto cose interessanti in opposizone a Peja, mi sembra che non na abbia capito la parte principale. Infatti la deriva che Cesare addebita all’interdisciplibarietà, la suggeriva anche Paja (ma come possibilità, come peggiore dei casi; non come diretta conseguenza). Da qnt commenta Cesare, invece, sembra nn esserci scampo. “Tu costruire case e zitto!”.

    2) Mi sembra poi che in entrambi i casi si dia scarsa importanza al lavoro di gruppo, buttandola tutta sulla formazione personale.

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  3. Risposta per nomao8
    Forse non ho usato termini appropriati nel commento e mi sono perso in chiacchiere… ma volevo soltato far presente che esiste una tendenza che porta alla “interdiscipinarietà forzata” basata su un metodo e non su un apparato di conoscenze valido e completo. Questa deriva, secondo la mia esperienza, parte proprio dalle aule universitarie dove professori mediocri tentano di fare il salto di qualità pregiandosi di un becero io-so-tutto-di-tutto.

    “Da qnt commenta Cesare, invece, sembra nn esserci scampo.”
    Non riesco a credere che la conoscenza sia la risposta “esatta” a molti dei problemi che l’architettura si prefige di risolvere. E neppure la conoscenza interdisciplinare (ammetto tuttavia che può essere parecchio utile) . Non siamo in campo matematico-scientifico, tuttalpiù probabilistico. non possiamo fare altro che ottimizzare in numero di chance che abbiamo nel trovare le risposte che ci servono. Come? magari lo sapessi…

    Disse Albert Einstein: “Non posso credere che Dio giochi a dadi”
    Replica di Stephen Hawking: “Non solo Dio gioca a dadi, ma talvolta li getta dove non possono essere visti”
    geniale :D

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  4. Carissimo Cesare,
    forse ieri notte era tardi e nn mi sono espresso bene.
    Per il 90 percento di quel che hai detto sn daccordissimo con te. E tra laltro l’hai anche esposto in modo chiaro.

    Mi trovi al 100 percento qnd parli della mediocrità di certi prof che spacciano per “pozione magica” quel che altro non è se non un guazzabiglio di banalità.

    Ma qst nn ci deve indurre a deporre le armi… noi DOBBIAMO combattere contro la nostra abissale ignoranza!

    Poi tu nella replica non metti in evidenza che io avevo anche scritto che secondo me questa battaglia va combattuta in gruppo. E non dal singolo campione enciclopedico. Vorrei mettere qst punto avanti al resto, se me lo concedete.

    Salute a voi tutti.

    Anticipo che non potrò partecipare a dibattito che presumbilmente si accenderà al riguardo. Spero di potervi leggere di qnd in qnd.

    Il Vostro NoMA (Not a Master in Architecture! Smiley ).

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  5. ehi ehi ehi, manco cinque minuti e guarda che succede… :)
    Ad ogni modo, credo di essere stato frainteso. Specifico subito che il post si riferisce direttamente ad alcuni professionisti che fanno tanta retorica sull’interdisciplinarietà, ma che in realtà si riducono ad avere un approccio mimetico verso la metafora del momento: la metafora è la via più comoda e banale in architettura. Non ho niente contro il concetto di metafora, ma stiamo parlando sempre di un arta strana come quella dell’architettura che non può non prescindere dal suo uso. I postmoderni se ne fottono parecchio della funzione, anteponendo un’estetica kicht fatta di storielle e di binocoli giganti, oppure di reticoli e bolle d’acqua.
    Ma d’altra parte un architetto non può rinchiudersi nel suo mondo.
    Ci sono due necessità che spingono l’architetto a abbracciare altri campi:
    1) Dar qualcosa di nuovo all’architettura (motivo futile), cercando, da architetto, di rubare modi ed usi di altre discipline.
    2) Risolvere problemi comuni, vedendo gli altri come hanno fatto a risolvere lo stesso problema.
    Ma questo capire le altre discipline viene spesso fatto in modo astratto. Eisenman si mette seduto, prende un libro di filosofia, gli viene un’idea, e fa uno schizzo.
    Questa è una incredibile cazzata, diventata poi addirittura un luogo comune tra gli studenti.
    D’altra parte non si può capire tutto di tutto, è vero. Ma chi lo ha detto che non si possa conoscere lo stato dell’arte, che ne so, dell’arte contemporanea, oppure che ne so, della robotica? E se non lo stato dell’arte, capirci di queste cose? Poi c’è la strada di NoMA, che volutamente non ho voluto seguire perchè il post si riferiva ad un’ingenuità del libro di Cesare De Sessa, Conversazioni Sul Contemporaneo, della collaborazione tra campi diversi. Io e NoMA collaboriamo spesso, anzi, diciamo sempre ;), a diversi progetti, ed ognuno mette il suo punto di vista. Poi è ovvio che in alcune cose ognuno di noi ha dei limiti. Limiti che vengono superati dal vicino di banco, che ha quele competenze, ed ognuno di noi impara qualcosa da tutti. Io non mi dimentico mai di essere architetto, questo è ovvio, ma nemmeno mi dimentico di essere una persona con certi interessi.
    Poi vabbè, sono con te quando ci sono i professori cazzoni che invece di insegnare la loro materia, si mettono a cazzeggiare facendo i guru della situazione…

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  6. “Ma la crescente specializzazione sta scavando veemente fossati sempre più profondi, crea perimetri, restringe il campo d’azione fino alla settorializzazione.”

    Concetto importante che condivido.

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  7. Che interessante dibattito.
    Comincio col citare PEJA quando dice: “Eisenman si mette seduto, prende un libro di filosofia, gli viene un’idea, e fa uno schizzo.
    Questa è una incredibile cazzata”

    Ammiro la tua decisione, Emma, nell’affermare quanto sopra, perché ammiro chiunque abbia posizioni, per così dire, “futuriste” più della mia, che è tutto sommato ancora quella di una giovane aspirante tuttologa (e cioè consapevolmente nientologa).
    Chiarisco. La mia spinta ad interessarmi di moltissime cose, e la mia perciò ovvia possibilità di sapere assai poco di ognuna, è però costitutiva del mio carattere, non forzata da convinzioni di alcun tipo, né generate in ambito accademico, né assunte/desunte da metodologie qualichessiano. È questione di ancestrale curiosità e nulla più: qualcosa di cui non so fare a meno nonostante mi generi continue frustrazioni e saltuarie spinte all’autodistruzione :D

    Detto ciò, torniamo ad Eisenman. Perché il suo trarre ispirazione dalla filosofia, mimetico/metaforico, deve necessariamente essere fallimentare, mentre non lo è (permettimi di ipotizzare una tua posizione) il ricorso di Calatrava ad una tesi in ingegneria meccanica sulla piegabilità delle strutture?
    Stiamo dicendo che questo ultimo, strenuo baluardo “umanista” proprio dell’architetto – di cui parlavi tempo fa – è quello di un umanesimo che non può (più) far leva su scienze umanistiche? Suvvia: non è da architetto ridurre l’Architettura a sola ingegneria! ;)

    Ma non voglio essere fraintesa: ho capito benissimo che la tua critica è rivolta al metodo dell’acquisizione metaforica, e non al merito del ricorso alla filosofia come costitutiva di una cultura personale che ognuno sceglie del tipo che vuole (ci mancherebbe!). Eppure, devo chiederti: tu che senz’altro con me ritieni che l’Architettura contenga la sua buona dose di arte, come pensi che dall’arte essa possa trarre qualcosa se non in modo metaforico-proiettivo? Come avrebbe fatto Theo Van Doesburg a inventare il neoplasticismo se Mondrian non avesse tentato di superare la percezione arrivando all’Essere kantiano attraverso la pittura?

    Mi dirai: arte è una cosa che si vede e filosofia è una cosa che si legge, e poiché Architettura pure si vede, prendere dall’arte è per essa un meccanismo più semplice e sincero. Forse. Ma spesso arte e filosofia tendono allo stesso risultato: la spinta è comune, il mezzo è diverso perché è diverso il singolo essere umano che viene colto dal fuoco sacro della conoscenza-espressione-comunicazione. La filosofia è, in un certo senso, il retroscena dell’arte: è quella che svela i suoi segreti e che quindi, in sostanza, dice le stesse cose in maniera assai meno affascinante. :)

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  8. @ Maat:
    Cara Maat, bhè, credo di essere stato frainteso!
    Io sono un sostenitore del metodo transdisciplinare, nel modo più assoluto! Ma a me da molto molt fastidio certa retorica che si fa nelle riviste da parte di una grandissima fetta di architetti blasonati come appunto Einsenman. La trasposizione di concetti senza filtro disciplinare la trovo semplicemente superficiale: sempre nel caso di Einsenman, le sue sono sovrastrutture di carta pesta appiccicate sopra le strutture vere e proprie reali! Tra l’altro il panorama artistico è fin troppo cambiato per poter copiare i quadri e riportarli in 3d, come faceva theo Van Doesburg nel ’29. Un esempio più calzante è certamente Mies Van Deer Rohe, no? E tra l’altro la mia critica va a proprio a questo approccio, nel senso che non deve essere un dogma, e soprattutto è più che sbagliata il copiaggio di concetti senza filtro! E te lo dico io che leggo un libro di architettura ogni 5… :D
    Poi ricorda che c’è sempre il collaborazionismo, di cui ne faccio largo uso, come ricorda NoMA!

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