.:: AV: strutture

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Tra le diverse catalogazioni dualistiche proposte dalla critica d’architettura, una certamente degna di nota è quella di G. Strappa, che, partendo da una riflessione sulle tecniche costruttive, riesce a fare emergere una lettura che oltrepassa lo stilismo per interessarsi, invece, ad un’analisi che vede nella struttura il suo discriminante. Il suo strutturalismo lo porta a differenziare tra le aree di influenza elastico-lignee e quelle plastico-murarie, dove nelle prime sono caratterizzate, non tanto dall’uso del materiale legno, ma dalla realizzazione di strutture puntuali, pilastri più travi, che necessita di tamponature leggere che hanno l’unica funzione di chiusura della parete, come ad esempio le architetture tradizionali giapponesi, ma anche le moderne strutture in acciaio e vetro o in gabbia in cemento armato. Dall’altra parte abbiamo l’area plastico-muraria, dove il sistema strutturale verticale è pensato come un unico elemento, dove le aperture, a differenza del primo caso, non risultano come il negativo della struttura, lo spazio tra i pilastri, ma bensì è ne più ne meno che materia sottratta alla struttura stessa, come ad esempio nelle architetture romaniche, oppure nella strutture a setti. Ma attenzione, le cause che favoriscono la diffusione di questo o quel modello sono tutt’altro che dettate da questione pratiche dettate dalla reperibilità dei materiali, bensì da culturali. Se questo possa sembrare poco credibile, basta l’esempio romano, dove nonostante la grande quantità di legno da costruzione facilmente reperibile, hanno sviluppato una forte sensibilità espressiva verso la massa e la potenza delle murature, così come i fiamminghi, maestri delle costruzioni in mattoni. I primi si avvicinavano all’architettura plastica per voler palesare la loro potenza anche attraverso i monumenti alla civiltà che gli apparteneva, i secondi invece, avevano subito l’influenze di varie regioni dal periodo romanico in poi, e si affermarono come dei veri e propri maestri nell’uso del mattone.

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Ma tutta questa retorica, che ripercussioni potrebbe avere nello studio di una architettura virtuale? In fondo, se si parla di transarchitettura potremmo dovremmo ignorare il problema, se non al livello di codice. E’ vero, come ho detto, G. Strappa ci ricorda che è la volontà espressiva a suggerire una delle due strade. Ovviamente all’interno della polemica sul digitale i due paradigmi dell’elastico o del plastico risultano entrambi inadeguati per ovvi motivi. Chi batte queste strade cade inevitabilmente nel radical kitsch, oramai una costante in Second Life, siccome il terreno è quello del post modernismo digitale. Ma se noi consideriamo la struttura di un modello tridimensionale come il suo modello geometrico, possiamo riscrivere un nuovo dualismo critico/strutturale, traslando i significati dei corrispettivi reali nel virtuale e studiando le implicazioni formali delle scelte che conseguono l’adesione a questo o quel paradigma. Dunque come nell’architettura solida possiamo parlare di elastico-ligneo o plastico-murario, nell’architettura virtuale ci riferiremo al fluido-nurbs o sfaccettato-mesh. Non si tratta di un modello geometrico che genera automaticamente tali forme, ma di un approccio critico verso la strutturazione di un modello navigabile. Così, mentre in un approccio Nurbs, indipendentemente dalla geometria o dal modellatore effettivamente usato, si favoriranno geometrie topologiche ed uso di tengenti, in un approccio Mesh, sarà lo spigolo e la piega a farla da padroni. Non è ovviamente un problema di software, come non è un problema di reperibilità di materiale, lo ripeto, bensì un problema culturale, o meglio, nel nuovo paradigma, di problema d’identità visiva architettonica.

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10 pensieri su “.:: AV: strutture

  1. caro emanuele, non riesco a pensare al disegno di architettura (sia reale che virtuale – e poi cosa c’è ormai di così solido come il virtuale?) come separato dalla sua costruzione.
    pertanto il tuo interrogativo sulla identità visiva architettonica lo traspongo a questo: il modellare un progetto con mesh o con nurbs darà soluzioni costruttive diverse? e allora non è ancora una volta il disegno (questa volta virtuale e di calcolo geometrico complesso) che progetta e compone un’architettura solida? cosa è cambiato dai tempi di michelangelo? niente. forse solo noi. insomma: “panta rei”.

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  2. Caro Paolo,
    Ma certo! Io sono convinto che la modellazione solida rispecchi (proprio per la sua natura) un certo modo di costruire! Proprio oggi stavo pensando al fatto che ci sono delle forti connessioni tra alcuni modi costruttivi e le geometrie parametriche:
    Non ti sembra che il metodo Mesh si avvicini fortemente a quello trilitico? E che invece il sistema a volte e/o archi sia più vicino, per l’uso di tangenti e simili, alla geometria Nurbs?

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  3. e ancora una volta si torna alla forma architettonica e ai suoi archetipi.
    quindi le superfici nurbs, mesh o altro sono la forma mentis dell’architettura, come lo era il disegno inteso nella sua tradizione lenta e complessa.
    sarebbe interessante, ed è quello che faccio fare in università, esercitarsi su figure di architettura esistenti dei maestri (neiemaier, michelucci, gaudì) per capire come loro hanno risolto gli aspetti di continuità della superficie, di come hanno impiegato il materiale e le unità tecnologiche per ottenere quella figura.
    penso alla chiesa dell’autostrada, penso ai pilastri della sagradafamilia, penso agli archi della mondadori.
    credo che questo esercizio di comprensione fra il vecchio disegno, il disegno delle armature e delle centine, e il nuovo disegno, quello elaborato dal cadd, dove la vera grandezza non è più una incognita sia un grande esercizio.
    se poi si realizza anche dei modelli fisici di raffronto fra (ad. es.) un’elaborazione della superficie in mesh e in nurbs, interagendo con la complicazione della fisicità, otteniamo una libertà educativa che i nuovi architetti sapranno ricondurre a quella che chiamavano l’arte del costruire.
    un saluto.
    vado al convegno..

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  4. Bhè Paolo, per citare uno dei miei maestri, siamo sempre uomini: lo siamo ora, lo eravamo duemila anni fa… La testa, per quanto cambiato il contesto, è sempre lo stesso…
    Gaudì? Bhè, Lars Spuybroek dei Nox Architects lo prende come punto di riferimento proprio per la sua capacità di costruire forme in continuità tra loro!
    E aggiungo un altro italiano alla tua lista: Musmeci, che è famoso solo per il ponte sul Basento, ma tu (sei di Empoli mi pare, no?) saprai certamente che ha fatto anche altro assolutamente degno di essere studiato sotto questo punto di vista!! Sono con te quando parli di una continuità della rappresentazione tra il disegno manuale e quello al computer, tanto è vero che ai miei studenti (se leggi la mia bio vedrai che insegno disegno automatico in alcune istituti di formazione provata di Roma) parto prima da una spiegazione con matita e carta, dato che in finale, mesh, nurbs, cad, o quello che ti pare, sono sistemi che si riferiscono a modelli geometrici già definiti (apparte le Nurbs, ma comunque si possono razionalizzare nel foglio di carta), dunque sono con te in tutto il tuo commento, che debbo dire, lo trovo veramente stimolante…

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  5. Interessante come sempre.
    Al momento sono un po’ lobotomizzata venendo da un esame da dodici crediti dato poche ore fa. Non mi azzardo quindi a commentare perché poco mi fido della mia capacità critica del momento, ma passo giusto per dare, ora che ho un po’ di tempo, il mio compiaciuto consenso alla proposta di “Dialoghi”. Quando vuoi! :D

    p.s.: mandami un’email e ti do il mio contatto messenger. Così mi tengo alla larga dai rompico**ioni ;)

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  6. ti invierò gli atti quando escono.
    il convegno di ieri verteva sulla necessità del vincolo etnoantropologico sui mercati e le piazze dei mercati.
    ci sono stati interventi interessanti, alcuni veramente pittoreschi altri grotteschi.
    la interdisciplinarietà fra architetti, antropologi e storici dell’arte + gli organismi di tutela (archeologica, architettonica, beni artistici ed etnoantropologici appunto) è lontana da venire. per adesso c’è solo una lotta per il potere decisionale sui luoghi.
    inutile dire che l’ingresso degli storici dell’arte nella tutela dei luoghi urbani fa paura a tutti, ministero, sindaci e operatori.
    a me sinceramente non fa paura. ma tant’è.

    comunque ho fatto una vignetta durante il convegno che poi alla fine ho consegnato alla ispiratrice del convegno stesso.
    la pubblicherò presto sul mio blog.
    un saluto
    Paolo

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  7. @ Paolo:
    Bhè, è vero, la collaborazione tra architetti ed altre “razze” è un mito tanto celebrato negli ultimi anni, quanto irrealizzato: tempo fa scrissi una cosa di cui parlavo proprio dell’ipocrisia della pomposità con cui viene pubblicizzata l’interdisciplinarietà da architetti che di transdisciplinare hanno solo il fatto che ogni tanto leggono libri non di architettura… Mi sono sempre sembrati ridicoli: come Einsenman, che non sa fare ne il filosofo, ne tanto meno l’architetto, dato che lui stesso dice che non si interessa ne di strutture, ne di funzioni. Se ci metti che le sue composizioni sono spesso di cartapesta, hai un bel quadro di quel tipo di progettazione! La nostra è una strana arte poi: sempre a chiedere aiuto afli altri, poi appena entrano in casa nostra ci lamentiamo della scarsa competenza di questi! Io collaboro spesso con comunicatori, antropologi, artisti, e debbo confidarti che spesso siamo in contrasto con le nostre idee sulla città, ma non posso negare che io ho imparato veramente tanto!
    Aspetto con impazienza tutto il materiale che puoi fornirmi! Ormai si è creata una certa attesa! :D

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