Esposizione

 

Il museo è un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. È aperto al pubblico e compie ricerche che riguardano le testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente; le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espone a fini di studio, educazione e diletto.

O almeno, questo è quello che ci dice Wikipedia.

Ovviamente la definizione didascalica dell’enciclopedia online è da considerarsi incompleta, se non ottocentesca. Il museo è si, o potrebbe esserlo, un’istituzione permanente, ma non so fin quanto senza scopo di lucro, o che compie ricerche. La sempre crescente volontà da parte degli artisti di abbandonare le istituzioni museali e gallerie, viste non più come sede di testimonianze materiali ect, ma come il luogo di un consumo ed acritica passività da parte della fruizione dell’arte stessa, buypassando ogni qualsiasi intenzione speculativa,di ricerca , o didattica che sia. Così, passate le inibizioni modaiole di una gran parte di artisti, entra in gioco una nuova sensibilità, forse con un sottofondo d’intento sociale, che vede il museo, non tanto come un’istituzione da combattere, ma semplicemente da ignorare. Se consideriamo però il luogo nel quale l’opera, qualunque esso sia, semantico o cosa, si colloca, possiamo trovare proprio in questo contesto il museo (personalissimo) dove fruire l’opera stessa. Dalla net art, delocalizzata e quindi facente parte di un museo identificato unicamente da un indirizzo, alla performing art, dove è la location ad essere un estemporaneo luogo espositivo, la scolastica impostazione di Wikipedia viene recuperata, depurando il concetto dalla sua faziosa istituzionalità.

Non solo la pratica artistica vive questa sorta di malcontento, o semplicemente disinteresse, come dimostra Jean Clair, autore del testo Malaise dans les musée. Nell’intervista riportata sulla pagina culturale de “la Repubblica”, di Fabio Gambaro, Jean Clair mette ben in chiaro il contenuto del suo libro:

“La deriva mercantile trasforma l’arte in spettacolo e i musei in Luna Park”;

“A Bilbao il pubblico va a vedere l’edificio molto ben firmato e ignora le opere”;

e ancora “Il mercato crea il valore delle opere e i giudizi della critica sono ininfluenti”.

Nonostante l’ovvietà del critico francese, questo è una buona sintesi di un atteggiamento che sembra essere il preludio di un enorme cambiamento. Cambiamento che si persegue anche, e soprattutto nella rete. Dalla citata net-art, il cui dislocamento non è però conseguenza di una riflessione simili a quella di Jean Clair, alle esposizioni su SecondLife, dove allestimenti e padiglioni vengono montati e smontati nei più svariati angoli dell’arcipelago Linden, la deriva antimuseale sembra poter offrire incredibili spunti anche per quanto riguarda la riflessione transarchitettonica. Certamente sarà anche stimolante per gli artisti andare a sfidare i limiti degli edifici virtuali sviluppati, così come oggi stesso molti di questi stanno già sfruttando al massimo le potenzialità della rete. Come ad esempio Emanuele Sbardella, autore del progetto NoMA_Not Museum of Art, dove interessandosi più che altro all’aneddoto che all’opera in se, trova in un blog lo strumento perfetto per poter esprimere il suo lavoro. Dunque, non un piegare lo strumento alla propria necessità, o viceversa fare ciò che lo strumento ci offre, ma incastonare le proprie intenzioni in un continuum organico con quello che è l’appendice espositiva del proprio operato. Così come l’artista del caso evapora nella relazione, così la sua vetrina è soggetta ad ampliamenti continui, magari non seguiti dal suo direttore/artista/curatore. Unico vincolo? Il tema, ovviamente. Ma credo che in un’ottica di allontanamento dalla gerarchia generalista, questo non può che essere considerato come un risultato ottenuto.

NoMA
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22 pensieri su “Esposizione

  1. Innanzitutto ti ringrazio (e come non farlo; ma soprattutto come farlo nel modo giusto?).
    C’è del giusto nel fatto che io mi sia accorto presto del tuo ultimo articolo e stia per essere il primo a commentarlo, ma, per una certa avversità che provo nel parlare del mio lavoro in altri spazi che non siano quelli che io vi abbia deputato, mi limiterò a fare solo un commento (rispetto a tutto quello che mi piacerebbe spiegare).

    La cosa curiosa è che tra me e me non avevo mai pensato di fare net art. Me lo hai svelato tu, e credo tu abbia perfettamente ragione. Ma credo che tu abbia perfettamente ragione se ci intendiamo su una cosa.
    Io faccio net art nella misura in cui lavoro “con” la rete, “attraverso” la rete e soprattutto “sulla” rete (nel senso di “a proposito di”); ma ci sono altre due condizioni per cui si può dire che io faccia net-art. Una la dici tu chiaramente. La mia arte non potrebbe esistere senza la rete e ne è modificata a partire dal livello concettuale fino al livello pratico. E’ in sostanza quanto dici tu parlando della mia volontà – cito – di “non un piegare lo strumento alla propria necessità, o viceversa fare ciò che lo strumento ci offre, ma incastonare le proprie intenzioni in un continuum organico con quello che è l’appendice espositiva del proprio operato. Così come l’artista del caso evapora nella relazione, così la sua vetrina è soggetta ad ampliamenti continui, magari non seguiti dal suo direttore/artista/curatore”.

    C’è però un terzo punto che non metti in rilievo e che vorrei puntualizzare. Se, infatti,il nodo della mia ricerca è la rete (e questo fa di me un Net Artist, oltre che un Not Artist), il suo aspetto tecnologico, diciamo la comparsa e la diffusione dei mezzi di comunicazione digitale-reticolari, non è che un supporto che ha fatto emergere con maggior evidenza (e forse, in qualità diversa) un’idea che è sempre esistita. Non per niente io ho scelto di lavorare sul denaro: cos’altro è il sistema del denaro (locale, fra le diverse valute, finanziario, economico…) se non una formazione tecnica di una rete per lo scambio globale? A prescindere dall’informazione che trasporti la sua essenza sta nel valore dell’essere mezzo: io, in fin dei conti, ne faccio proprio un uso comunicativo (benché aberrante e non previsto, ma che tuttavia rientrava nelle possibilità della sua natura di medium) ed uso le banconote come si potrebbero usare anche le e-mail ad un destinatario sconosciuto. La rete sulla quale io credo di lavorare come net-artista è propriamente, quindi, la rete tecno-umana di tutti gli scambi possibili: ho scelto il denaro perché è quello più astratto, meno sospetto di poter essere mezzo di informazione, più denso di simboli che lavorano inconsciamente in noi.

    Il vostro NoMA

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  2. ma bisogna considerare per forza i due mondi (musei e internet) come alternativi?
    sarò antica ma a me piacciono – certe – mostre ‘reali’ tanto quanto mi piacciono – certi – artisti virtuali :-)

    ps: comunicazione di servizio, dalla home di http://www.mrgnz.eu/ il link per entrare in EmErgEnzE è sbagliato, dovrebbe essere così http://www.mrgnz.eu/emergenze.html invece che cosà http://www.mrgnz.eu/mrgnz.eu/emergenze.html

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  3. Grazie di avercelo segnalato Fiorella. In realtà l’avevamo già notato l’altra sera quando l’avevamo messo on-line, ma eravamo troppo stanchi per modificarlo. A presto avrete il link funzionante.

    Tornando a NoMA, invece, posso dirti quanto segue.
    Se da un a parte c’è stata una certa indifferenza dialettica nei confronti del museo classico (con le sue 4 mura, i suoi quadri o le sue installazioni, i suoi video); dall’altra parte non c’è stato un innalzamento di internet a nuovo tempio dell’arte dematerializzata (v. quanto scritto nel primo commento a proposito del denaro). Per me il conflitto non si pone nel momento in cui certe creazioni, anche contemporanee, hanno bisogno del luogo fisico. Alcuni artisti, di fatto la maggioranza, sentono ancora il bisogno di una legittimazione museale, o una legittimazione da parte del mercato. Quindi io trovo che il loro non sia, come dicevo prima, il bisogno di un luogo fisico, ma di un luogo di sostegno istituzionale ed economico del loro lavoro. Tuttavia io mi tiro fuori da questa necessità comunemente avvertita dagli artisti, ed il fatto stesso di lavorare sui soldi senza attendere una legittimazione in termini monetari, mi pone in alternativa. Infine, il mio pormi in alternativa è un’operazione vana; tanto quanto la mia fatica dello scrivere tutto u libro sulle banconote. Trattasi di un intento vano perché il fatto stesso di operare un’istanza di negazione implica una certa affermazione del meccanismo stesso che nego. Tuttavia è un primo passo, un passo che ci avvicina molto di più all’utopia duchampiana e beuysaiana (tanto per fare due esempi) di quanto non lo si voglia/possa fare in musei e gallerie che per loro natura non possono svincolarsi dal rapporto economico critica-esposizione-arte, come faccio invece io ponendolo al centro della mia opera.

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  4. Caro Noma, che dire… Hai detto tutto tu! In realtà a me interessava più l’aspetto espositivo che poi era l’opera stessa. L’opera come museo di se. Non credo che ci sia altro da aggiungere, invito i lettori ad andare nel tuo blog per rendersi conto di cosa si sta parlando! ;)
    Per Fiorella, non lo metto in dubbio! Io non propongo una alternativa, io suggerisco una strada che potrebbe essere parallela, anche perchè è quella l’intenzione generale. Guarda per esempio il museo virtuale della Gugheneim o del Maxxi (in WIP): non sono copie del museo reale, “espongono” cose diversi…

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  5. secondo me è un po’ troppo schematica la divisione tra artista classico, che cerca nei musei, nelle gallerie e nel mercato la legittimazione e la ricompensa al suo lavoro, e il ‘net-artista’.
    ed è un limite dire: ‘io sto sulla rete, non voglio soldi e sono più figo’ :-)
    se devo comunicare qualcosa – si presume che un artista si ponga quest’obiettivo – lo faccio usando tutti i mezzi e luoghi che ho a disposizione.
    questa è la mia opionione: off course ;-)
    preferisco alle strade parallele i vicoletti che si intersecano in continuazione :-)

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  6. Bhè, ma questo è proprio il nostro approccio… Non c’è contraddizione tra quello che hai scritto tu ed il discorso di NoMA, anzi. NoMA nasce come soggetto reale che tramite la propria museificazione autonoma si manifesta nella rete, diventando un progetto di Net Artis. Sbardella non si interessa alla speculazione sul mercato dell’arte per porre l’attenzione su un discorso autoreferenziale, ma con intenzione ludica, non per denunciare, ma per comporre…
    E poi, l’interesecarsi ed il compenetrarsi delle due dimenzioni è presente vemente nel suo lavoro…
    A presto Fiorella!

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  7. caro emmanuele,
    ho capito che il progetto di NoMA non rimane confinato alla rete e nasce nel ‘mondo reale’.
    ho, forse, maliziosamente inteso – o malinteso – una certa distanza dal mondo dell’arte contemporanea ‘ufficiale’.
    non è possibile restituire – intersecare, compenetrare – quello che si crea attraverso la rete al mondo reale (mondo che comprende musei, gallerie e anticaglie varie)?
    è una questione di volontà – scelta artistica – o si tratta di bypassare le difficoltà che si riscontrano quando si vuole esporre nel mondo ‘vero’?
    non ne faccio una questione personale, è una mia curiosità filosofica ;-)
    a presto

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  8. Figurati, anzi mi dispiace se sembravo seccato dalle risposte, ma è che sto rispondendo un pò di corsa…
    Alliora, io credo che sia possibile, anzi doveroso, per quanto riguarda una certa parte dell’arte “impegnata” che viene prodotta nel virtuale, di doversi proiettare nelle cose. Il distacco in questi casi porta a vicoli ciechi…
    Quindi io credo che sia una questione di scelta artistica. La mia, in quello che faccio, è di interazione tra le parti, ma c’è chi, venendo da scuole tecnofanatiche, che si disinteressa addirittura di mangiare a colazione…
    ;)

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  9. Cara Fiorella, sono contento che tu abbia espresso tanto “interesse” nei confronti del mio progetto, e visto che l’ahi espresso con tanta franchezza, mi spingi a risponderti in modo altrettanto franco (questo per me significa un grande gesto di rispetto).

    Dopo la tua prima domanda (“ma bisogna considerare per forza i due mondi (musei e internet) come alternativi?”) io ti ho tisposto: “Se da un a parte c’è stata una certa indifferenza dialettica nei confronti del museo classico (con le sue 4 mura, i suoi quadri o le sue installazioni, i suoi video); dall’altra parte non c’è stato un innalzamento di internet a nuovo tempio dell’arte dematerializzata (v. quanto scritto nel primo commento a proposito del denaro)”. Forse non è il max della chiarezza, ma non si può fingere di non aver capito che la questione, per me, non è di opporre internet etereo a museo fisico! Non si capisce bene perché tu debba insistere su quel punto continuando a banalizzare in questi termini “secondo me è un po’ troppo schematica la divisione tra artista classico, che cerca nei musei, nelle gallerie e nel mercato la legittimazione e la ricompensa al suo lavoro, e il ‘net-artista’”.

    Faccio poi notare che concludevo il mio intervendo in questo modo: “Trattasi di un intento vano perché il fatto stesso di operare un’istanza di negazione implica una certa affermazione del meccanismo stesso che nego.” Tale conclusione mi sembra piena di umiltà e rispecchia semplicemente l’impegno materiale, fisico e concettuale che sto mettendo nell’opera. Quindi mi è del tutto estranea la tua affermazione che si rivolge al mio progetto “è un limite dire: ‘io sto sulla rete, non voglio soldi e sono più figo’”. Mi è estranea non solo perché io cerco di essere umile e di lavorare in riflessione (e non mi interessa essere più figo!!!!), ma anche perché, come avevo iniziato a controbattere, io non mi faccio forza di stare sulla rete! Ripeto che sei tu che per prima hai letto lo schematismo e sei solo tu che lo stai portando avanti.

    Questo era quello che riguardava il tuo commento delle ore (17:03:12).

    In seguito moderi un po’ i termini, e domandi: “è una questione di volontà – scelta artistica – o si tratta di bypassare le difficoltà che si riscontrano quando si vuole esporre nel mondo ‘vero’?”. Apprezzo quest’ultima formulazione, perché ha un che di provocatorio che lascia sgorgare qualcosa di vero. E ti rispondo che si tratta esattamente di una scelta artistica (di una parte della scelte artistiche, la quale si può spiegare – in relazione al mio lavorare sul denaro – tenendo in considerazione quanto oggi la maggior parte dei critici dicono del rapporto tra arte e mercato. Se leggi, a titolo di esmpio, questo articolo http://www.luxflux.net/n16/protocollo2.htm , capisci coma la mia non sia una scelta di aggirare l’ostacolo, ma di criticare l’ostacolo nall’opera stessa – ma non riducendo l’opera a tale opposizione). Chiedo scusa per l’intersecarsi di tutte queste parentesi, spero di essere stato comunque chiaro. Ps. Non ritango l’articolo che ho linkato un buon articolo, ma espone con chiarezza alcuni punti critici di nostro interesse.

    In conclusione. Reputo che la mia operazione non possa e non debba riscuotere successo e benevolenza da tutte le parti, e se così fosse essa non avrebbe ragione di esistere. Mi aspettavo che l’acquisizione da parte dei più di un certo modello museale avrebbe creato reazioni di questo tipo: “ma in fin dei conti io ci stavo bene così… ma che vuole questo?” E’ normale che sia così, e non ho minimamente intenzuione di fare cambiare idea proprio a te. Se qualcosa intendo far cambiare (apparte il contenuto dell’opera del quale qui non stiamo parlando), questa l’apertura ad una possibilità che deve venire. Per me segnare una traccia non significa immediatamente doverla riempire di senso, e spesso il suo senso sta proprio nell’aver dato la possibilità di riempirla, magari in futuro; e quindi, magari, anche dai musei stessi (e questo ti dovrebbe far capire come la mia non sia un opposizione cieca al museo e, come diceva il mio amico, quello che sta cabianodo è il concetto di esposizione. Tale cambiamento deve toccare tutti i musei che vorranno rimanere a galla).

    Pps. Chiaramente neanche io ne faccio alcunché di personale, ma mi spieghi cosa c’era di filosofico nella tua curiosità? Filosofico significa anche leggere con cura le affermazioni altrui, ed “interessarsi” veramente delle loro risposte. Filosofico significa voler andare a fondo nel tentativo (seppur vano) di capire quello cui ci si era “interessati” e non criticare mantenendo schemi interpreativi immutabili e superficiali.

    Il Vostro NoMA

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  10. Bhè, conoscendo NoMA, Fiorella dovrebbe sentirsi piacevolmente colpita dalla risposta… Lui risponde sempre e solo se pensa ne valga la pena, e da questi 2-3 A4, credo che considera tale questa opportunità di raccontarsi. Ad ogni modo credo che sia stato piuttosto chiaro, anche se ci sono ancora dei coni bui, come ad esempio il fatto che, ok tu ammetti che il tuo lavoro sia vano, e che l’unico valore commerciale dell’opera sia la propria materia, o meglio, ciò che convenzionalmente la società attribuisce a quell’oggetto. Non trovi ci sia eccessivo distaccamento dalla realtà? E ancora, la pratica masochistica che metti in atto, sacrificando (virtualmente) poi alcune tue future possibilità (in fin dei conti sprechi tempo/energia in questa attività…) non potrebbe essere ripensata in una pratica di retribuizione, anche minima, che so dando un plus valore dell’1% all’opera? Ovviamente conosco la risposta, ma mi piacerebbe che rispondessi secondo la via che ho indicato…

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  11. Caro Emmanuele,
    lo so che vorresti andare sino in fondo ed ottenere una risposta, ma ti rispondo subito che la risposta la avremo continuando a discutere. L verità sarà disseminata nel mio blog, ma anche nei blog amici (il tuo in primis), ma anche nele banconote sparse per il mondo e … non solo. La vereità sarà nel loro uso, nei commenti che susciteranno e non verremo mai a sapere; la verità sta in quello che scriveva Simmel e sta, in modo diverso ma uguale, in quello che io oggi riscrivo di Simmel.

    Per quanto riguarda il mio sforzo ed il suo valore spero di riassumere in un unica risposta alle tue due questioni.
    Io ci tengo e considero al massimo grado di importanza la vacuità, l’inutilità del mio sforzo (ma ci tengo que qui non si esaurisce il senso del mio lavoro… ne ho parlato molto nel mio blog, tu lo sai). Esso si contrappone, in un certo senso, al valore della banonota sulla quale vado a lavorare. Per me, ad esempio, che stamattina mi sono svegliato alle 7 e mi sono messo a creare la mia banconota n. D08000000009, e ho perso almeno un’ora nello scrivere in miniatura, e leggere e tradurre il testo tedesco, quei 10 euro non avevano il valore che hanno comunemente. Non voglio dire che il mio valore sia senza prezzo, ma che – sotto questo aspetto – per le ore del mio sforzo io riesco, o mi sembra di riuscire, a riempire l’astrattezza del mezzo con il sudore del mio sforzo concreto.

    Questo va implementato con altri discorsi, e posto così alimenta una visione stoica che non regna nel io lavoro, pur costituendolo… ma come dicevo all’inizio, la verità sta nell’insieme che non avremo mai sotto il nostro controllo.

    Ti ringrazio comunque per avermi dato un’altra possibilità di esprimermi o, come dicevi perfettamente tu nel tuo ultimo commento, dare una possibiltà di raccontarmi.

    Preferirei poter dire di dare la possibilità a NoMA di raccontarsi…

    Il Vostro NoMA

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  12. Rileggendo quello che ci siamo scritti negli ultimissimi due commenti non so se ti ho risposto… ci tornerò stasera o domani, ok?
    Intanto continua(te) ad alimentare la discussione se volete.

    Sarò ancora più lieto di rispondere, e, rispondendovi, di alimentare il mio progetto.

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  13. caro noma,
    lo sapevo che ti saresti ‘offeso’…
    questo succede a commentare i post di emmanuele, non se ne esce più :-)

    sto scherzando ovviamente ma mi preme puntualizzare che io non parlavo necessariamente di te (pur avendo visto sul tuo blog le banconote e l’operazione che ci costruisci sopra); generalizzavo – facendone una questione di principio, filosofica appunto – su certi net-artisti che si fanno vanto di non esporre in luoghi ‘fisici’.

    avendo lavorato per qualche mese in una galleria d’arte di madrid (dove tra le altre cose caricavo le opere degli artisti sul web) ho notato, dall’alto della mia superficialità schematica, che esistere solo in rete non è di nessuna utilità se poi non c’è un essere umano in carne e ossa che guarda – critica e eventualmente compra, o si limita solo a guardare – le tue opere in una bella/brutta esposizione.

    la mia è una critica alla rete come mezzo fine a se stesso, all’esasperazione della virtualizzazione quando è chiaro che in certi casi la materialità delle opere e la possibilità di farsi conoscere da un pubblico poco avvezzo alle tecnologie sono un indubbio vantaggio per l’artista e il lavoro che fa.

    è normale che tu non sia d’accordo con me (dovresti negare il principio che sta alla base dell’operazione che fai) ma non per questo ti considero superficiale.

    e non volevo sollevare un polverone ma avere le vostre considerazioni sulla scena dell’arte contemporanea italiana, che conosco poco.

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  14. E’ davvero fantastica la piega che sta prendendo la discussione…ma siamo da Maria De Filippi!? ;)
    Scherzo…invece mi piace molto come tutto nasca dalla riflessione sul web e sul valore che questo ha sulla vita “reale” e rispetto alla stessa! Qualcuno di voi ieri notte ha visto per caso su Rai3 Metropolis? (penso lo troviate sul portale della Rai…ve lo consiglio!) Poi sempre se posso permettermi suggerirei un libro leggero e insieme affascinante che approfondisce proprio il tema delle nuove forme d’arte e della loro temporalità oltre che il valore del museo e delle “esposizioni classiche”; si tratta di:

    “L’arte allo stato gassoso. Un saggio sull’epoca del trionfo dell’estetica” di Yves Michaud.

    Un saluto a tutti e buon proseguimento.
    p.s.
    Complimenti davvero a NoMA

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  15. A me piace molto il museo come istituto di ricerca, con collezione di pezzi su cui compiere questa ricerca, online, il pezzo d’arte classica non ha le stesse caratteristiche che dal vivo.
    Ci sono comunqe dei musei che hanno saputo essere dei piacevoli e comunicativi luoghi di fruizione più che esposizione per l’arte contamporanea, ad esempio il museo d’arte contemporanea a barcellona.
    Voglio dire che i luoghi istituzionali dell’arte e della cultura hanno un ruolo fondamentale, e un aspetto di questa funzione è anche il fatto di essere contestati proprio in quanto istituzionali. Poi se vengono completamente ignorati..ghè nient de fà

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  16. A Dade:
    Bhè, parlando di media, chi meglio di “Maria” può essere da esempio? ;)
    Comunque, si, è un pò uno degli obiettivi di questo blog, quello di dimostrare, usando il metodo dell’applicazione concreta, che il cyberspazio possa aver ripercussioni sul mondo reale che vanno al di là dell’abitudinario (trasposizione nella vita reale di comandi o linguaggi del pc), o dello svago vacanziero! Anzi, un “accellerazione di creatività”, tanto per citare de kierkove…
    Grazie per il consiglio del libro, lo ho messo nella mia lista della spesa…
    Per il video: non lo trovo, non è che avresti link?

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  17. a unaltrasera:
    Certo, le opere viste nel web hanno tutta un’altro aspetto! Ed è proprio per questo che credo che sia giustificato una ricerca in questo senso…
    Sono sicuro che poi il museo così come lo intendiamo non sparirà, anzi! Si ammodernerà, certo, ma il digitale andrà solamente a sovrapporsi all’esistente, proponendo una sorta di potenziamento…

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  18. Scusate per il ritardo del mio intervento.

    Grazie Dade per il tuo apPREZZAmento e per le tue preziose sollecitazioni. Anche se non ha ancora avuto modo di andarmi a cercare la trasmissione di cui parlavi..

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  19. Pour Un Autre Soire: non ho niente da rispondere in realtà, ma vorrei proporti una cosa che mi è venuta in mente così, al volo, leggendo il tuo ultimo post. (e questo, tornando al discorso dell’articolo di Emma, dimostra che non si tratta di stare solo a dividere tra reale e virtualdigitale).
    Ti va di pensare ad un origami da adattare ad una banconota NoMA da 5 euro? Se ma mandi il modello, uno lo realizzo e pubblichiamo i risultati (ovviamente anche sul tuo blog se ti interessa), un altro ne traccio i tratti sulla banconota e la mandiamo in giro per l’europa!

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