.:: Un minuscolo, prossimo, futuro

Se è vero che esistono in architettura delle correnti d’avanguardia, destinate a diventare entro breve termine trincee reazionarie, è vero anche che in silenzio, lontano dai riflettori, in ogni periodo storico, le alcove della ricerca tecnologica ospitano una volontà di ricerca frenetica verso un qualcosa di radicalmente nuovo. Non si tratta di rifondare l’architettura secondo nuovi canoni, sia che essi siano estetici, funzionali o costruttivi, ma di aprire la strada a intere nuove discipline, per quanto il sono ampie le prospettive offerte.

Questa non è una semplice speculazione teorica, ma un dato di fatto difficilmente confutabile. Anche attraverso una lettura superficiale della storia dell’architettura è possibile trovare casi studio. Uno su tutti, il Plan Cerdà di Barcellona, dove la conoscenza profonda dello stato dell’arte dell’ingegneria impiantistica ha permesso un approccio al problema della città basato su una concezione fino allora sconosciuta in quell’ambito.

Viene Fondata l’urbanistica.

Così, come nella metà dell’ottocento era la rete fognaria a generare il reticolo stradale, poi divenuto uno dei cardini dell’avanguardia razionalista, così nel del ‘900, sperimentazioni sempre più folli si sono susseguite in attesa di trasformarsi in ben altro. Dal futurismo al megastrutturalismo, dall’archilogismo soleriano alla transarchitettura, la volontà di rivendicare una propria identità al di fuori della disciplina madre è così forte da mettere in imbarazzo la maggior parte della critica, che non sapendo di che si va a parlare, ed essendo costretta a recensire il fenomeno, improvvisa discorsi intavolati già in altre sede con ben maggior cognizione di causa. Trattandosi di critica applicabile al singolo caso, di solito, il massimo che si riesce a fare, è quello di riuscire a usare un linguaggio fortemente evocativo per cercar di far intuire ciò di cui si sta parlando. Ma la palese mancanza di competenze emerge. Se l’assunto di ogni protoavanguardia può essere:

Il miglior architetto è il miglior tecnologo;

Possiamo anche affermare che:

Il miglior critico è il miglior scienziato;

Dal convergere di architettura ed aree tecnologiche che si vanno ad abbracciare nel caso, nasce un (realmente) nuovo modo di concepire il fare architettonico. Dunque, se è vero dalla fusione di ingegneria impiantistica ed architettura nasce la pianificazione l’urbanistica, punta di diamante di quello che sarà poi il razionalismo, possiamo in maniera molto spicciola dire che dagli studi sull’ingegneria elettromeccanica ed aereospaziale nasce il megastrutturalismo di matrice Europeo, i quali studi sono ora la base della nascente SpaceDesign.

Questo potrebbe far pensare che oggi stiano nascendo i semi di quello che in breve tempo potrebbe essere la normalità.
Continuando a considerare l’altro l’assurdo assioma, ogni area tecnologica genera una propria protoavanguardia, possiamo chiederci a cosa si stia lavorando oggi, dato per assodato che la l’ingegneria informatica in combo con la robotica, l’ingegneria genetica correlata alle nanotecnologie sono le superfetazioni appena aggiunte. Se è vero il primo matrimonio ha già dato alla luce una ancora immatura transarchitettura, non possiamo essere certi che i novelli siano ugualmente fertili.

Ma se non si è ancora affermato un movimento Nano, questo non vuol dire che nessun progettista abbia iniziato a sondare questa strada.

Quali sono le possibilità che questa tecnologie mi offre? Come posso piegarle alle mie intenzioni?

ed ancora: Quali implicazioni formali comporta?

Sono queste le domande che John M. Johansen si pone guardando ad un futuro che è ormai prossimo (perdonatemi la frase fatta, ma è così: è un futuro alle porte!). Sembra quasi una logica conclusione di un percorso, quella di Johansen, dopo essere stato tra i precursori dell’informale, con la Spray House e il Oklahoma Theatre Center, quella di cercar di capire come un’architettura possa essere progettata come un essere vivente, dai singoli materiali, alla sua costruzione/crescita. Lui stesso parla di Morfabilità, ossia la capacità di un edificio di mutare conformazione a seconda dei bisogni specifici. Il tradizionale elaborato esecutivo in questo caso perde senso. Dunque, non più dettagli tecnici di nodi e giunzioni, ma un codice genetico che rimpiazzerà ogni specifica. Gli architetti inizieranno dallo schizzo progettuale, o dalla modellazione, per poi rendere ingegnerizzabile il tutto. Poi, si procederà con la modellazione molecolare, ed infine convertito in codice.
La fattibilità ovviamente è il nodo della questione, ma a pensarci bene, non è uno dei compiti dell’architetto quello di anticipare e preparare a questo tipo di tecnologie?

690_Molecular_House

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