.:: Malintesi e contraddizioni nell’AV_ Architettura Virtuale

Tra i molti malintesi che riguardano quello che viene chiamata, il più delle volte impropriamente, architettura virtuale, vi è sicuramente quello della definizione del ruolo del computer all’interno del processo edilizio. Sia da chiarire una cosa: per architettura virtuale si ha da intendere unicamente l’architettura del cyberspazio, ossia che vive della fruizione mediante un qualsiasi tipo di device. Purtroppo questa definizione non è universalmente accettata, e spesso l’architettura informatizzata viene denominata con l’appellativo virtuale, creando solo confusione. Un pò per ignoranza di certa parte della critica, un pò per una consolidata, sbagliata, abitudine, quest’appellativo è ormai entrato nel glossario addirittura dei teorici, trasformando quello che era un semplice equivoco, tanto che addirittura un’architetto reazionario come Frank O. Gehry viene descritto come uno dei digitali. Come ormai è noto infatti, nonostante la potenza delle sue forme, Gehry prostituisce il computer alla mera cantierabilità dei suoi capricci cartacei. La sua pratica è ben descritta da Tommaso Empler:

Gehry elabora le sue idee lentamente, passando dagli schemi iniziali alla realizzazione di una lunga serie di modelli fisici. […] L’apporto digitale avviene solo nelle operazioni successive. […] Non è quindi la necessità figurativa che impone allo studio di Gehry la sofisticata attrezzatura informatica, ma il mero bisogno produttivo.

In realtà, nonostante Gehry dica apertamente di utilizzare lo strumento digitale in fase definitiva, questo è da leggersi unicamente come un strizzare l’occhio verso il tradizionalismo spicciolo. E’ sotto gli occhi di tutti che da un certo punto in poi le architetture del maestro canadese abbiano cambiato decisamente carattere, passando da assemblaggi più o meno casuali, ma sempre scatolari, a deliri di superfici a doppia curvatura e tangenze improbabili. Il perchè di questo è semplice: nonostante sia effettivamente vero il fatto che la progettazione della FOG/A sia riassumibile nella seguenza si supporto analogico-digitale-realizzazione, è altresì vero che la coscienza di aver spostato il limite realizzativo molto più al di là di quanto sia mai stato fatto ha inciso in modo decisivo sul proprio autocontrollo, facendo cadere ogni inibizione a favore di uno sperimentalismo talmente spinto da diventare in breve tempo un modello. Tra l’altro, la sua continua domanda diretta alle software house ha fatto si che venissero sviluppati programmi specifici per l’architettura, e questo ha avuto il grande merito di allargare la sensibilità di un mondo i cui addetti ai lavori è molto legato alla manualità del fare (anche se questo non giustifica l’iniziale reticenza a l’uso del computer, in quanto si è soltanto cambiato tecnica di artigianato). D’altro canto, come è aumentato l’interesse verso le possibilità finalmente espressive del mezzo informatico (anche se in ritardo: qualcun’altro nello stesso continente già iniziava a pensare a qualcosa che poi verrà chiamata architettura liquida), inizia a nascere quella che potremmo definire la banalizzazione della procedura informatizzata. Molti tra i virtuosi del mezzo riescono a bypassare la fase digitale, evitando l’uso di programmi astrusi come il CATIA, per interessarsi ai più semplici e precisi Rhinoceros e Blender, riuscendo ad emulare facilmente, e senza l’aiuto di decine di assistenti, la maggior parte degli aneddoti formali usati da Gehry, creandone di nuovi, e facendo nascere una vera e propria maniera.

Maurice Nio, attentissimo all’evoluzione del linguaggio architettonico in ambito digitale, non poteva non accorgersi di questa tendenza sul nascere, e con il suo progetto The Touch Of Evil, sembra fare il verso all’approccio digitalmanierista: risvoltando attraverso una procedura che ha del topologico la modalità progettuale di Gehry (plastico, modello 3d, realizzazione), Nio inventa una procedura tutta basata sulla possibilità formale offerta dai modellatori solidi. Molto semplicemente avviene questo: dopo aver modellato accuratamente il progetto, che in questo caso è un sottopassaggio di un cavalcavia, ma non ha molta importanza, Nio fa CAMmare in un modello solido, avendo così una copia plastica dell’originale virtuale. Dopo di che, il modello ancora non limato viene scannerizzato, e riconvertito in digitale. Questa continua traduzione di linguaggi, da uno il cui alfabeto è formato di atomi ad uno formato da bit, porta con se una contino rimescolamento delle informazioni, causando quà e là guasti alle suprefici che altrimenti sarebbero risultate perfettamente piane. Il processo è chiaramente irriverente verso la pianificazione di un controllo della complessità che lascia così poco al caso. Lo stesso Nio parla chiaro:

Questo è il mio sogno: infettare il soffice con il duro. Il limite con il cristallino. Il virtual con il reale. L’intelligenza con la stupidità.

Infettare il reale con il virtuale: esattamente ciò che Gehry fugge, e che un personaggio sicuramente più ispirato come Nio con estrema facilità riesce a raggiungere.

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5 pensieri su “.:: Malintesi e contraddizioni nell’AV_ Architettura Virtuale

  1. su questo argomento facio fatica ad avere le idee chiare, perchè sono ignorante in materia, perciò, ti chiedo, ma lo spazio che alla fine viene progettato è virtuale, nel senso letterale, virtuale nel senso che viene reso virtuale uno spazio reale, e trattato virtualmente?se hai tempo…

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  2. Cara un’altrasera…
    sono felice del tuo spunto, e ti rispondo con grande piacere…
    Prima di tutto ti dico che questo blog nasce con l’intento di condividere, far ricerca, divulgare il tema della transarchitettura, disciplina emergente negli anni ’90, dunque ti rispondo anche se non ho tempo.
    Dunque, lo spazio progettato è di per se uno spazio virtuale, finchè rimane nelle intenzioni, ossie fin quando non viene “realizzato”. Ma io, quando parlo di architettura virtaule, riferendomi al glossario transarchitettonico, intendo architetture pensate e realizzate per vivere in rete. Ovviamente per realizzare nel secondo caso ha tutto un altro significato…
    Spero di essere stato chiaro!
    Ci rileggiamo presto, tuo
    PEJA

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