.:: Transarchitettura_ Verso una definizione (1/?)

L’architettura è una disciplina strana: sempre presente nella storia dell’arte con movimenti propri e stilemi ben individuabili, ha comunque sempre covato delle serpi che ne minassero i principi. Forse a causa di un probabile masochismo figlio del liberalismo illuminista, ma se questo questo movimento architettonico/antiarchitettonico è sempre esistito (Francesco De Giorgio Martini non vi dice niente?), questo è emerso con una sempre più forte identità dalla prima modernità in poi. Dai vari Ledoux e Boullèe, esponenti retorici di scenografie tanto massimaliste quanto impossibili, ai megastrutturisti, visionari precursori dell’high tech, passando per i vari futuristi, costruttivisti, protorazionalisti, che, derisi alla nascita, oggi si rivelano fonte preziosa da cui attingere per comprendere molti aspetti della contemporaneità. Sarebbe difficile andare a cercare una linea di continuità tra questi movimenti di sottobosco, talmente poco popolari da emergere con pienezza solo una volta che si è spenta la carica iniziale. Queste non si comunicano nel tempo, come avrebbe potuto fare per esempio un Le Corbusier con Peter Behrens, e probabilmente l’unico minimo comune denominatore è la ricerca del segreto per poter realizzare una u.topia. Nella storia è sempre esistita una architettura virtuale, destinata a non concretizzarsi e restare sempre senza luogo. Costruire un senza luogo è sempre stato il sogno di chi, riuscendo a proiettare oltre i limiti la propria percezione, sente il bisogno di proporre uno scenario globale futuro dove la tecnologia viene piegata a questa o quella ideologia. Così, come all’inizio del secolo, con la crescita della meccanica e dell’industria i futuristi ed i costruttivisti immaginavano immense città di cemento ed acciaio, e più tardi presi dall’entusiasmo della corsa alle stelle gli Archigram ed i Metabolisti immaginavano città di plastica ed alluminio in continua mutazione, con l’espansione e la diffusione su larga scala delle tecnologie informatiche e delle reti, nasce la Transarchitettura, che si prepone di progettare ed installare un’intero mondo pensato appositamente per essere fruito esclusivamente attraverso device. Un progetto, come suggerisce Pierre Lèvy, è di per sé un atto virtuale.

“E’ un’idea, astratta ed immateriale, che vive prima nella dimensione virtuale della rappresentazione, per poi diventare reale e concreta nella costruzione. Oggi, i cosiddetti transarchitetti, gli architetti del virtuale, proiettano all’interno della realtà virtuale delle idee destinate a vivere solo nel cyberspazio.”

Così, secondo la definizione data da Silvio d’Ascia, la Transarchitettura si fermerebbe allo stato rappresentativo, bypassando, per poter essere fruita, la parte realizzativa.

Questo è un luogo comune nato dal fatto che la Transarchitettura è considerato uno stile architettonico. Ma così non è.
La Transarchitettura è una disciplina, non del tutto autonoma certo, ma che nasce e si sviluppa su basi teoriche che appoggiano più sulla sociologia e sulla filosofia delle reti, che sulla teoria architettonica. Dunque, volendo dare una prima bozza di definizione, potremmo dire, limando semplicemente ciò che viene suggerito da D’Ascia:

“E’ un’idea, astratta ed immateriale, che vive prima nella dimensione virtuale della rappresentazione fine ad una realizzazione, per poi diventare reale e concreta nella costruzione. Oggi, i cosiddetti transarchitetti, gli architetti del virtuale, proiettano uploadano all’interno della realtà virtuale delle idee destinate a vivere solo nel cyberspazio.”

Ora vediamo cosa ho corretto.
Nella prima frase ho aggiunto

_”[…] vive prima nella dimensione virtuale della rappresentazione fine ad una realizzazione […]

Infatti la rappresentazione architettonica così come tramandata dal rinascimento ad oggi, è fine quasi esclusivamente alla realizzazione del manufatto edilizio. Non ha fine comunicativo, se non agli operai che dovranno tirar su mattone per mattone (o meglio, pezzo per pezzo) un’intero edificio.

Più avanti ho sostituito:

_”[…] gli architetti del virtuale, proiettano uploadano […]”

Il fatto che la transarchitettura non sia fatta per lo più di materia solida non vuol dire che non debba essere realizzata. Ha soltanto un diverso processo di creazione.

_”[…] idee destinate a vivere solo nel cyberspazio.”

Un’altro luogo comune vuole che l’architettura digitale viva solo all’interno dei mondi o realtà virtuali. Non è così. Un esempio? Basta andare a vedere uno qualsiasi dei progetti prodotti da NOX, per accorgersi che il futuro non è unicamente proiettato all’interno delle reti. Il paradigma sarà, ne sono certo, la commistione e la compenetrazione reale e fisica dei due mondi. Non è un gioco, ciò che accade nel cyberspazio, avrà ripercussioni (non solo psicologiche) nella fisicità.
Lo scopo della Transarchitettura è quello di dimostrare che questo passaggio può avvenire senza shock o dipendenze.

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9 pensieri su “.:: Transarchitettura_ Verso una definizione (1/?)

  1. Interessante il concetto di Transarchitettura.
    Prima di leggere il tuo blog non ne avevo mai sentito parlare, ma ora mi sta appassionando.

    Se ho ben inteso, ti stai riferendo come Transarchitettura anche alle realizzazioni nei mondi virtuali tipo Second Life e simili…

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  2. Caro Oculus
    bhè. credo sia normale che non conoscessi la transarchitettura. E’ una disciplina di nicchia anche nel mio campo. Uno dei motivi per cui nasce questo blog è quello di far saggistica aperta (sono convinto che ogni mezzo è buono per fare ricerca: basta decifrarne il linguaggio!) in modo da poter condividere anche ai non addetti ai lavori il pilia-pensiero…
    Per second life, resta sintonizzato su questi schermi… ;)

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  3. Caro Emma, sono contento di averti stimolato e mi scuso di non poter partecipare attivamente alla discussione (tu sai che in questo momento nn posso). Tornerò sulla tua transarchitettura a giorni, anche perché ho in serbo qualche sana critica per te… ma per ora faccio difficoltà a stare dietro al mio not-art-blog…

    A proposito, ho pubblicato la banconota che ti hanno dato come resto al bar (ti ricordi che salto quando l’ho vista nelle tue mani?) e ci ho lanciato una specie di gioco… Vieni ad aiutarmi con i tuoi suggerimenti

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