Il Territorio dell’Architettura

All’interno del dibattito architettonico, non solo italiano, c’è sempre stata la cattiva, cattivissima, abitudine di dipingere alcuni personaggi con sfumature vagamente misticheggianti, con qualche pericoloso accento di timore reverenziale verso il pensiero dei suddetti, i quali per lo più hanno come unico pregio quello di riuscire a non sbilanciarsi mai sui vari argomenti nei quali si cimentano, rendendo dubbie spesso anche le proprie posizioni culturali. Probabilmente questo per apertura mentale, per lasciare aperte più strade possibile allo sviluppo di questo loro pensiero. Ma, la mia malizia mi suggerisce che forse potrebbe essere un nemmeno troppo elaborato stratagemma per non dover essere obbligati a spiegare alcuni cambiamenti di posizione nel momento che la propria inizia ad essere instabile. In realtà la posizione non è mai stata presa, ed il continuo vacillare di quà e di la del detto, lo scrivere in maniera quanto più possibile criptica, la retorica su una supposta anima e la volontà delle cose e dei luoghi, diventa la scusa per ogni azione reazionaria. Ciò che ne risulta è che nonostante la notevole influenza, nessuno sa bene quali siano i meriti di quelli che possiamo benissimo chiamare Accademici (ovviamente non nel senso di didatti: qui si sta offendendo…). Appartenenti per lo più alla generazione successiva a quella dei grandi Maestri del moderno, ne rinnegarono la discendenza, portandone però dietro con orgoglio il fardello della loro eredità (della quale non è mai chiaro da quel che dicono dove finisce la maniera e dove inizia il proprio).
Vittorio Gregotti fa certamente parte di questa schiera.
Perchè tutta questa apologia trita e ritrita su questa figura?
Giovedì 10 Gennaio sulla pagina culturale de la Repubblica, viene usata a pretesto la riedizione di uno dei primi libri di Gregotti, Il Territorio dell’Architettura, per ripubblicare un articolo di Umberto Eco usato come introduzione alla versione francese del testo nel ’82, mai pubblicato in italiano. Eco, conoscendo poco l’architetto e chiamato a scrivere probabilmente per motivi editoriali, basa il suo articolo più sull’humus culturale dal quale si forma Gregotti, che sull’autore stesso. Contesto culturale che però rinvia prepotentemente all’anteguerra, con citazioni verso Eduardo Persico ed Antonio Bafi, per poi lanciarsi addirittura verso il tardo ottocento, con l’illuminismo lombardo. Cade così anche il tentativo di render contemporanee le problematiche esposte nel testo, già datate in effetti alla data della sua prima pubblicazione nel ’66. Anche quando si rinvia ai riferimenti filosofici, Eco tiene a precisare che “Non si tratta di interessi culturali personali dell´autore, bensì di un´attitudine diffusa, di uno stile intellettuale.” Infatti il giovane (!) Gregotti vive il proprio contesto culturale di rimbalzo, formandosi come mestierante, più che come teorico. Il suo intento di intendere l’architettura come comunicazione resta soltanto su carta, considerati gli sviluppi dei suoi interventi futuri, e le più recenti posizioni completamente reazionarie alle teorie sui nuovi media è esemplare per quanto riguarda l’ambiguità di Gregotti. Per il resto, viene riproposta quella che già allora era la solita solfa sulle identità dei centri storici e del rapporto tra la cultura del costruire e linguaggio dell’architettura, prese più che in prestito da Nathan Rogers. Basta citare il colophon per capire di cosa sto parlando:

Di cosa è fatta la “cosa” dell’architettura? È la forma delle nostre materie ordinate allo scopo dell’abitare, del produrre e rivelare luoghi come cose: suo compito è dare significato all’intero ambiente fisico. Progettare significa quindi ordinare la particolare complessità dei sistemi di materiali di cui è composta l’architettura. Siamo pervenuti così a un’idea che ci pare centrale per il nostro modo di pensare la progettazione: essere la struttura della progettazione di natura fondamentalmente formale; ogni altro aspetto (stilistico, ideologico, tecnico, economico) è solo materiale, anche se tale materiale orienta particolarmente il processo della progettazione. Non rivoluzioneremo mai la società per mezzo dell’architettura, ma potremo rivoluzionare l’architettura: questo è comunque ciò che dobbiamo fare come architetti.

Mi sento abbastanza sicuro di dire che non è lui ad aver rivoluzionato l’architettura.

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8 pensieri su “Il Territorio dell’Architettura

  1. Eheh, troppo buoni…
    Comunque ti invidio per non aver letto quel libro ema, ed invidio massim per la non conoscenza dell’architettura… Anzi, Noma ti potrà confermare che è veramente qualcosa da evitare…

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  2. Conosco troppo poco di architettura (anche se mi affascina tanto) per poter giudicare, ma di personaggi dipinti “con sfumature vagamente misticheggianti” li si incontra anche in altri settori e, come tu dici, non solo in Italia.

    PS: (grazie per visitare le mie pagine)

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  3. Hai cambiato l’abito al tuo blog… Meglio così, secondo me.
    Ti dò solo una dritta. Invece di lasciare quell’immagine in testata, o un’altra che scegliereai a breve, potresti scegliere di cambiarla a rotazione setimanale considernado la mole di immagini ce hai prodotto e quindi di scorci interessanti da mettere in evidenza…

    POi volevo fare una richiesta, a beneficio di tutta l’udienza.

    Perché nn ci fai un articolo (o una pagina) proprio sulla transarchitettura.
    Fino ad ora sei entrato nello specifico, dando per scontata la definizione. Il che è bene, sotto molti punti di vista. Ma credo che dovresti guidarci un po’ in questo oscuro campo, anche per evitare equivoci.

    Ad esempio: possiamo attenerci a quel poco che scrive Tiziana Alterio nell’articolo sottolinkante?

    http://www.mediamente.rai.it/HOME/tv2rete/mm9899/99020105/n990204.htm

    Te lo chiedo perché già sospetto che quello non vada bene nemmeno come punto di inizio, e quindi vorrei (vorremmo) saperne di più.

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