Gattaca

Si sà, quando un determinato argomento ci interessa, iniziamo a vederlo un po ovunque, nei contesti più disparati. Poi, se si è amanti degli ambienti distopici e vagamente futuribili, si rischia di diventare seriamente paranoici. E così, spinto dall’interesse vado a ripescare questo non-classico vecchio di 10 anni. Diciamola tutta, Gattaca non è un capolavoro: la sceneggiatura è attenta, ma non caratterizza abbastanza i ruoli, la fotografia pare buona, ma non introduce nulla di innovativo, la scenografia sa molto di film fantascientifico anni ’70 (cosa che non sarebbe nemmeno errata dal punto di vista del design, ma si vedrà su questi canali che è decisamente superata…). Ma quello che mi ha più sorpreso è l’occhio che viene buttato su una società verosimilmente prossima-futura. A tra quanto la realizzazione del progetto Gattaca? Vent’anni? Trent’anni?
“Una distopia perfettamente realizzabile, se non auspicabile”, avrebbe detto un Le Corbusier qualsiasi.
E la distopia di Gattaca è quella di un mondo che ha perso interesse per la speculazione sul delirio informatico-comunicativo (forse solo perchè la connettività è finalmente totale), per passare ad un altro paradigma: quello dell’info-genetica. Ogni nostro figlio, entro i famosi vent’anni, sarà portatore di un’informazione genetica, che, schedata alla nascita, sarà il suo curriculum. A vita. E se la fortuna quel giorno era impegnata a dare i numeri a qualche vecchia zia, bhè, pazienza, vorrà dire che sarai il servitore della gleba di turno. Per fortuna che la maggior parte dei nuovi nati sono il frutto della selezione dei migliori ribosomi sia da parte di madre, che da parte di padre, e magari con qualche aggiunta e miglioria quà e là. Non c’è zia che tenga alla scienza. Se poi non si ha i soldi, o solo per fede o per caso, si preferisce la zia…

Infatti, tolta la puzza di misticismo che si respira attorno al personaggio principale, è interessante vedere come la generazione (quella di passaggio poi, perchè di li a 20 anni i nati per fede sarebbero in estrema minoranza…) di Vincent viene ghettizzata. Mi riferisco alle scene della ricerca del Non Valido, che per chi vede il film in modo disattento può sembrare che la non validità sia allargata a tutti i nati per fede, ma che in realtà è limitata a l’avere una propria scheda lavoro a Gattaca. C’è da dire ovviamente che si gioca molto su questo status, quello di Non Valido, status che viene ripetuto in modo ostentato, fino a farlo diventare una nania. Ci sono addirittura frasi dove la validità del fantasma di Vincent viene negata addirittura tre volte, e dialoghi dove il fulcro poggia proprio su questa presupposta non validità.
Questo è uno stratagemma della sceneggiatura che ha l’effetto desiderato: quello di confondere l’univocità della validità di assunsione presso Gattaca, e dunque rendere la distopia sociale ancora più pressante. Tanto pressante da creare un nuovo genere di attività illecità: la pirateria genetica. In un mondo dove il bene più prezioso, superata l’era informatica nel senso puro del termine, è l’appartenenza a questo o quel ceppo, il crearsi un proprio avatar, per chi non ne possiede uno dalla nascita, diventa una pratica fondamentale per il non nato sotto il sodalizio della zia. Così, ecco che quest’avatar va nutrito, lavato, stirato e riposto nel cassettino per essere pronto per la nuova giornata di lavoro, (riferimento al tamagochi?) mentre il portatore sano di informazione genetica è li, pronto per fornire la propria identità, spogliato dei propri interessi e dei propri doveri. Mi domando se il destino più crudele non sia quello di un Jerome
qualsiasi, che quello di Vincent. Mi vengono in mente le leggende medievali sui “famigli”, un qualche tipo di creatura senziente, che hanno come unica possibilità quella di servire il proprio padrone. Degli schiavi metafisici. Solo che qui si ha ben poco di metafisico, è mentre Jerome presta anima e corpo (nel vero senso della parola, qualsiasi cosa possa essere inteso per anima o corpo), Vincent schiaccia sempre più la personalità del suo avatar sostituendola con la sua. Vincent è introverso, timido, assolutamente asceta e paranoico. Cosa che l’eterno secondo Jerome non sembra assolutamente essere. Trovata molto americana è quella del riscatto del nato per fede sulla società, ma che in questo caso non è l’unica ad essere carnefice.
Pratica tipica di Derrida era quella di ribaltare il senso di miti e leggende, come svelare la malvagità di principi azzurri e la bontà dei draghi, ma quì è proprio vero che la vittima ultima è il povero Jerome. Carmelo Bene amava dire: perchè io possa farmi grande, ho bisogno che IO diminuisca, dove con io, ai fini di quello che sto dicendo, possiamo intendere l’io scenico, il personaggio, l’avatar (ancora! non ci libereremo mai dei tribalismi…), il burattino che si mostra al posto del suo maestro, e ovviamente per IO, intende proprio l’io fruediano. E dunque, come Jerome prima si appropria del nuovo corpo, quello di Vincent, che
nonostante il difetto di fabbrica, sembra ancora funzionare, merito probabilmente della buona e vecchia metalmeccanica russa, è vero anche che il Vincent latente non ha fatto altro che cambiare etichetta. Una frase del film vela ancora di più il piccolo inganno: Non ti riconosco! Non ti riconoscerebbe nemmeno tua madre! Sei tu Jerome, non io!. Menzogna solo in parte ovviamente, dato che realmente io non è più Jerome, privato di ogni cosa, tranne che del ricordo del suo passato.

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11 pensieri su “Gattaca

  1. Sì, sì. Stessi gusti filmici. Visto anche questo, e apprezzato moltissimo per l’ambientazione retrofuturista e alcune scene dal raro lirismo e dalla profonda carica emotiva.

    La porta dell’universo è davver un bel film. Lode…

    Apo

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  2. Io lo avevo localizzato tra i 50 e i 60.

    Sì, molto filowrightiano. Hanno citato il Guggenheim, la Johnson e diversi altri lavori del grande FLW.

    Mi piace molto anche il riferimento a Titano, un mondo freddo come destinazione…e poi la scena finale con gli astronauti in giacca e cravatta è stupenda.

    Emanuele, mica hai visto pure Brazil? E’ un film che nelle ambientazioni parrebbe essere stato un riferimento, per le scenografie di Gattaca…

    ciao

    Apo

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  3. Brazil è un film semplicemente geniale! Sulla scenografia non so se essere daccordo con te…
    Io le vedo sporche, spietatamente disordinate nei particolari… Tubi intrecciati, viscere e budelli degli edifici che stringono come serpenti sulle vite dei propri utenti…

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  4. @Dottor Crane: io metto Gozilla tra i must (anche se molto trash) pensa un po’ te…

    @Ema Io mi riferivo al retrofuturismo. semplicemente a quello… Brazil è di un tetro fumettistico, alla Tracy per intenderci… l’inviluppo metallo-platico-organico di tubi degli impianti è una visione spettacolare: sì quello è già molto postumano.

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  5. Film illuminante. E come molte distopie ti fa riflettere sul pericolo (molto reale) di dividere la società in caste con i suoi esclusi ed emarginati. Come in Mondo Nuovo di Huxley.
    Grazie di essere passato al mio blog e di avermi inserito tra i link. Io ovviamente ho ricambiato con piacere il gesto.
    Mi intriga molto questo blog tra architettura e futurismo… qui a roma abbiamo l’EUR che resta, secondo il mio parere da profano, un esempio di ottima architettura e urbanistica. Avremo tutti bisogno di città più razionali e vivibili… sarà un’utopia anche questa?
    Ogni tanto farò un’imboscata su questo entusiasmante blog a cui vanno i miei complimenti. Bye bye

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  6. Grazie per i commenti David, e figurati per il link
    Per quanto riguarda Huxley, si credo anche io che il riferimento del regista sia stato proprio quello. Sopratutto in un ottica di “progettazione umana”.
    PS: sono anche io di Roma ;)

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