.:: Second Life è morta_

30 08 2009

Nurbs Morto

Second Life è morta. Ancora. O almeno questa è l’opnione di Alessandro Sala, che nel suo articolo Second Life adesso si spopola, apparso il 26 Agosto sul Corriere della Sera. La causa di questo declino secondo Sala sarebbe secondo riscontrabile in due ordine di motivazioni: se da una parte è nata una concorrenza da parte di applicazioni web che ledono le possibilità di impiegare il proprio tempo libero nel mondo virtuale, dall’altra questo mal si presterebbe ad un uso merceologico. In realtà in questo passaggio Sala è contraddittorio, dato che lamenta di una eccessiva commercializzazione di Second Life, nonché della solita accusa di alienazione subdola dei propri utenti più affezzionati. Già cantata altre volte, questo funerale deve però trovare un miglior oratore. Occorre infatti spostare il problema e domandarci, un calo dei fruitori ed un abbandono generalizzato delle grandi operazioni di marketing, in un mondo virtuale, coincide ad una decadenza?
È ormai chiaro che Second Life sia stata vittima di una sovraesposizione mediatica che ha mosso non poco le acque, e che come accade di norma quando ciò accade, abbia fatto sì che sia impossibile tratteggiare un quadro coerente. Addirittura il 2006, anno che rappresenta insieme al successivo il culmine della curva evolutiva di Second Life, è stato dichiarato da alcuni l’anno dell’avatar, come ci informa Mario Gerosa nel suo Rinascimento Virtuale. Ovviamente questa vampata di fama improvvisa, non poteva che attirare utenti con le più diverse intenzioni: dalla semplice deriva, al saggiare le più diverse aree dei cultural studies in ambiente virtuale, possibilità fino all’ora solo vagheggiate in uno spreco compulsivo d’inchiostro (con le dovute eccezzioni). Inutile dirlo, tra queste domina la volontà di sfruttamento economico, che si è manifestata sotto due macrocategorie di attività: da una parte vi è stata infatti la volontà di creare contenuti e gadget a pagamento, non ultimo edilizia virtuale, dall’altra la pubblicizzazione massiva di prodotti reali, strategia attuata per lo più da grandi marchi che, vedendo a parità di servizio costi iniqui, hanno preso la decisione di costruire delle isole ad hoc per la propria immagine coordinata. Ritorna la nozione di Brand Architecture, ma che però si presta male a iscrivere tale fenomeno. Molti tra gli iscritti nel periodo d’oro di Second Life erano infatti attirati da questa vagata prospettiva di guadagno, la cui però è risultata inattesa. Infatti, il meccanismo di funzionamento del mondo virtuale prevede una utenza spinta unicamente dalla propria pulsione e curiosità, come accade nel vagare situazionista tra le pieghe dei rilievi psicogeografici, e spesso questi rilievi erano situati ben a distanza dalle attività di multinazionali tanto mal viste in internet, rilascito della letteratura cyberpunk e dei vari movimenti sotterranei. I privati che hanno tentato di farsi strada aprendo una attività simile a quella di un artigianato siliceo, si sono trovati una fortissima concorrenza, così che anche lo sforzo di creare l’oggetto della transazione veniva disatteso se questo non capace di competere adeguatamente.
Oltre a queste categorie di investimenti, vi è una terza via che in realtà si è rivelata vincente: ossia la promozione di situazioni favorevoli allo scambio di beni sociali. Classico esempio di questa tipologia di esperienze è la tanto citata Parioli, promossa da quel Bruno Cerboni che tanto ha investito su queste attività. Questa tipologia di attività ha avuto il pregio di promuovere con la sua sola esistenza Second Life, essendo un luogo per il libero scambio, cercato soprattutto da utenti di bassa fascia, sia per età che per competenze tecniche, i quali in assenza di un sistema raffinato come facebook per lo scambio libero da contenuti, hanno trovato una sede più che adatta proprio nell’isola citata.
Quindi è vero: due anni fa l’utenza attiva di Second Life era di un numero spropositamente più alto, ma è anche vero che era utenza inattiva dal punto di vista dello sviluppo reale della piattaforma. Infatti chi ha abbandonato in questi anni il proprio avatar, e con esso la propria residenza, è una utenza scarsamente motivata ad una sperimentazione od un uso che scavalcasse il semplice tempo vago per recuperare attitudini ludiche, creative o funzionali. L’utenza attiva in questi anni tra l’altro ha maturato una esperienza nella modellazione e nella conoscenza dello strumento, così che è possibile riscontrare un miglioramento più che sensibile nei modelli contenuti nelle varie land: chi ha un background da architetto, o da scripter, ha potuto mettere a frutto una propria conoscenza tecnica abinata alla propria deformazione professionale, facendo risultare a tutti gli effetti una produzione di artefatti di qualità senz’altro migliore che in passato, quando non degno di pubblicazione, come è avvenuto tra l’altro con il progetto firmato da Fabio Fornasari, alia Asian Lednev, andato in copertina per il numero 218 – Marzo 2009 di Ottagono.

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Occorre ancora attendere per celebrare questo funerale.





.:: Deriva vs Wilfing?

15 07 2009

Situazionismo1

Mi è sempre apparso curioso constatare come, nonostante l’impressionante influenza che ha avuto sul pensiero architettonico a partire dagli anni ‘50, sino al periodo contemporaneo, il movimento situazionista nel suo complesso riceva così poche attenzioni critiche, capaci di sviscerare nuovi significati, dal movimento che ha profetizzato la società dello spettacolo, tanto per citare Perniola. Cercando di andare direttamente al cuore del problema, è imbarazzante osservare come le celebrazioni che hanno accompagnato il quarantesimo anniversario del Maggio francese, non siano state occasione di riflessione, soprattutto alla luce che più di un’esponente dell’Internazionale Situazionista ha contribuito alla preparazione e giustificazione teorica del ‘68, e che quest’evento in qualche modo rappresenta il culmine della ricerca situazionista di un ludismo rivoluzionario. Un’occasione persa, proprio perché la trasposizione da analogico a digitale che coinvolge tanto gli artefatti e la cultura, quanto la società stessa, vede il manifestarsi nella pratica del wilfing come punto di arrivo di mezzo secolo di sperimentazioni riguardo il tema della teoria della deriva. Con questa si intende un’attitudine, o una pratica, spontanea od organizzata, che prevede il lasciarsi andare attraverso il tessuto urbano, spinto unicamente da poli magnetici efficacemente descritti dalla psicogeografia, ossia dalla geografia emozionale già a suo tempo ampiamente elaborata. Data questa definizione, e questo accostamento con la pratica del wilfing, occorre riflettere sull’analogia, spesso proposta, del web immaginata come un’immensa città globale, frutto anche delle fascinazioni dovute a più di un film di fantascienza, e giustificata ampiamente dallo sviluppo di browser 3d come Second Life e Mondi Attivi, nonché sulle ricerche conseguenti riguardo l’architettura digitale.

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Dunque se è vero che è possibile tracciare una linea comune tra le pratiche qui prese in oggetto, occorre ragionare sull’utilizzo delle nozioni di corpo/cosa e di paesaggio/cosa, categorie elaborate da Mario Perniola già da un suo vecchio saggio intitolato Lo spettatore-cosa apparso sulla rivista Figure – teorie e critica dell’arte, le quali vedono l’innestarsi dell’uomo (corpo) sullo sfondo di un’intreccio di relazioni di cui esso stesso stesso fa parte (Paesaggio), e quindi dal quale non può essere estromesso, senza cancellare le relazioni stesse. Per quanto macchinosa, questa definizione si presta molto efficacemente per descrivere gli unici strumenti indispensabili per la pratica della deriva, la quale come già detto, prevede un vagare, un lasciarsi andare all’inerzia offerta dal tessuto psicogeografico. Tessuto formato, come definizione, dagli “Effetti precisi dell’ambiente geografico, coscientemente organizzato o meno, in quanto agisce direttamente sul comportamento affettivo degli individui“, come descrive per l’appunto Guy Debord. Dunque, per tornare al vagare indotto dalla deriva, tale inerzia è suggerita non dall’effettiva difficoltà di attraversare margini ed ostacoli, piuttosto dall’appeal che un percorso ha rispetto ad un altro. Il wilfing in Second Life, ma anche più in generale nei browser, si offre allo stesso genere di viscosità ed attrito, essendo la curiosità e la volontà l’unico limite e motore della deriva. Difatti, una persona o un navigatore, o volendo essere ortodossi, un corpo-cosa, “[...] che si lasciano andare alla deriva, rinunciano, per una durata di tempo più o meno lunga, alle ragioni di spostarsi e di agire che sono loro generalmente abituali, concernenti le relazioni, i lavori e gli svaghi che sono loro propri, per lasciarsi andare alle sollecitudini del terreno e degli incontri che vi corrispondono. La parte di aleatorietà è qui meno determinante di quanto si creda: dal punto di vista della deriva esiste un rilievo psicogeografico delle città concorrenti costanti, punti fissi e vortici che rendono molto disagevoli l’accesso o la fuoriuscita da certe zone“.

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Quest’ottica offerta ovviamente dona alla deriva un carattere certamente più oggettivo e scientifico, per quanto riguarda tale pratica artistica, tanto che Debord sente il bisogno di citare Marx, quando afferma che Gli uomini non possono vedere nulla intorno a sè che non sia il loro proprio viso: tutto parla loro di loro stessi. Anche il loro paesaggio ha un’anima. Si ritorna quindi ad un paesaggio-cosa come un ché di intimamente legato al soggetto, corpo-cosa, intessitore di relazione di cui il paesaggio è composto, e di cui fa parte egli stesso, come se si cucisse egli stesso su un tessuto di cui lui non può emergere, ma anzi vi è incastonato. Da quì il fascino impressionista che ci offrono Second Life ed altri mondi virtuali: così nella pratica della deriva non esiste paesaggio senza uomini, così ugualemente nel wilfing l’avatar, corpo-cosa per definizione, non può esistere senza uno spazio in cui agire ed in cui fissarsi, in cui diventare sfondo di un palcoscenico di cui non può che essere attore.
Considerare la costruzione delle città, reali o virtuali che siano, indipendentemente dai propri abitanti, dai propri corpi-cosa, significa rinunciare alla realizzazione di un paesaggio, alla rinuncia della possibilità di un vagare tanto rivoluzionario quanto spontaneo. Se è vero che la città è stata sempre espressione dello sviluppo di una cultura, ma soprattutto di una economia, è pur vero che è sempre esistito un forte attrito ed una forte resistenza al dominio di una delle due parti, cultura ed economia. Oggi questa tensione tende ad appiattirsi pericolosamente verso il secondo termine, escludendo dal palcoscenico ogni attore capace di intessere relazioni, condannando definitivamente il paesaggio a manifestarsi nudo delle sue relazioni.





.:: VeMa :: Possibili Utopie Ubane_ 2/2

9 10 2008

Come del resto l’intero padiglione Italia, ed un pò l’intera X biennale di Architettura di Venezia, il progetto VeMa, punto di forza del padiglione, è stato anch’esso assai attaccato. Tutta via, probabilmente gli attacchi questa volta non sono del tutto pertinenti. Andando con ordine, cosa è VeMa?! VeMa, come è già stato ricordato, è un progetto teorico di una città ipotizzata tra Verona e Mantova, in coincidenza dell’incrocio tra i due corridoi europei Lisbona-Kiev e Berlino-Palermo. L’idea innovativa, sicuramente apprezzabile e degna di maggiori lodi rispetto allo scetticismo ricevuto, è quella di proporre un laboratorio di progetto a venti studi di architettura italiani under40 (che cito per dovere di cronaca: Avatar, Dogma¦Office/Pier Vittorio Aureli, Lorenzo Capobianco, Elastico spa+3, Giuseppe Fallacara, Santi Giunta, Iotti e Pavarani, Moreno-Santamaria-Laezza, Liverani e Molteni, MaO, Antonella Mari, Masstudio, Stefano Milani, Moduloquattro, Tomaso Monestiroli, Massimo Ferrari, OBR – Open Building Research, Gianfranco Sanna, Andrea Stipa, Studio Eu, Alberto Ulisse), con diversi temi progettuali, dispensati in base alle peculiarità dei vari professionisti. Questi si sarebbero dovuti attestare all’interno di un masterplan preparato dallo stesso Franco Purini e da Francesco Menegatti, con la direzione di Livio Sacchi. In VeMa quindi, si sarebbero attestati progetti comunque inediti altrove, elaborati fino ad una scala definitiva (se accettiamo la divisione trinita concessaci dalla legislatura), ed incastonati nel paesaggio padano. Apprezzabilissimo il tentativo di voler quindi presentare un’esperimento con forti dosi di rischio, essendo comunque i progetti proposti da una elaborazione ad hoc, e molto interessanti alcuni dei progetti presi singolarmente. Di questi, tra i più notevoli e degni di menzione sono sicuramente il progetto di Andrea Stipa per un ipotetico Parco della Musica, rinominato Paesaggio Sonoro, ricollegandosi alle ricerche forse un pò fumose di Massimo Canevacci sui così detti Soundscape, dove una potente struttura, creante prospettive di sapore piranesiano, si mimetizza efficacemente nel verde, il quale si prende carico di creare un interessante connettivo tra area residenziale e parco.

Quasi a volersi inserire in contrapposizione a questo, interessante anche la proposta di OBR – Open Building Research, intitolata SilenteScape, parco, tra i tanti, troppi disponibili a VeMa, questa volta a tema sportivo che innerva su di se una particolare concezione del corpo che non si vedeva tale dai tempi di Le Corbusier e di matrice sicuramente transumanista. Dalla relazione, gli OBR sono chiari nelle intenzioni:

Attraverso una pratica proiettiva sul paesaggio, passando dal paesaggio del corpo al corpo del paesaggio, il paesaggio dello sport si definisce a partire dalla griglia della città di VeMa che viene deformata con leggere modellazioni orografiche utilizzando il terreno liberato dal vicino lago artificiale e creando, in questo modo, una successione di spazi a quote leggermente diverse che possono appartenere di volta in volta al livello del parco tematico o del giardino spontaneo.”

Vicine alle esperienze olandesi per grana figurativa e topologia funzionale, apparte interessante l’affiancarsi allo studio EcoLogicStudio al già visto progetto di OBR in un unico progeto, che propongono a copertura sonora della vicina autostrada probabilmente il progetto più innovativo dell’intero padiglione, che purtroppo è rimasto piuttosto in disparte. Questo, il vero SilenteScape già citato, si presenta come una serie di dunette di terreno erboso, pensate figuralmente in una aggregazione possibile solo attraverso procedure di generative design, che nel 2006 era ancora non del tutto noto, e che riuscissero autonomamente a limitare la dispersione di PM10, problema che evidentemente anche nel futuro 2026 preoccuperà gli addetti ai lavori.


Infine è sicuramente da citare il progetto di Avatar, i quali seguendo una linea che sembrava esplodere in quegli anni (biennio 2005/2006) propongono non tanto un progetto, ma un modo di uso del suolo, questa volta un boschetto di bamboo, che prevedevano il riutilizzo del vegetale nelle costruzioni attraverso un sistema costruttivo non invasivo e modulare, che dasse alla terra quanto vi si prendesse, in un programma tanto sostenibile, quanto simbiotico tra attività umana e processo di crescita del bosco.

Ma cosa c’è che non va in VeMa? Riproposta recentemente con una mostra alla Casa dell’Architettura di Roma, torna attuale chiedersi di quale patologia soffra questo progetto. Molte critiche di fatto non sono pertinenti, concentrandosi per lo più sulla fattibilità di un progetto con le modalità perseguite, sulla contraddizione di una tanto invocata dalla direzione del progetto di una Utopia perfettamente realizzabile, a cui mi si rende necessario citare per la seconda volta Le Corbusier come spettante dei diritti d’autore, e pure della scarsa compatibilità con il territorio. Difatti il progetto è stato pensato, e resta, per pura speculazione teorica. Sicuramente è facile osservare come la personalità di Purini emerga proprio da questa speculazione teorica, ed è di questo punto che le critiche, seppur in minor numero, diventano pertinenti. Infatti, così come nelle prime due aree tematiche del padiglione, quella contente il video MODERNiTALIA, la città italiana vent’anni prima di Vema, e quella relativa alla successione di città di fondazione storiche, è presente, e per niente celata, un forte senso di inclusivismo, cui Luigi Prestinenza Puglisi nei suoi scritti non è intenzionato a perdonare, che rende possibile l’accostamento sullo stesso piano di architetture concettuali, d’avanguardia, reazionarie e progressiste. È infatti nota la volontà del curatore di volersi fare come elemento di filtro della cultura architettonica italiana. VeMa infatti cade proprio in questo punto, ed in questo si perde il possibile interesse che il progetto sperava di ricevere: essendo la proiezione della volontà di un singolo che si vuole fare media culturale, cade nel terribile errore di voler toccare ogni tema, senza approfondirne alcuno, ponendosi così come un progetto non più di ricerca, ma di banale divulgazione. Restano però i progetti degli architetti, a cui ingiustamente è stato tolto quasi ogni merito.





.:: Oltre il banalismo del web // avatar

6 05 2008

Nell’ormai consolidato gergo di Internet, svariati lemmi sono di estremo interesse per chi si avvicina alla progettazione di architetture virtuali. Se noi considerassimo l’intero sistema internet come una sorta di mondo degeografizzato (l’unica indicazione geografica è il dominio) parallelo al nostro, nelle più banali delle ipotesi, niente ci vieta di ricondurre la metafora delle città a quello che ora chiamiamo portali. Dunque, perseguendo per analogia, potremmo andare ad aggettivare i singoli edifici come quello che ora sono i siti, facenti parte magari di portali dedicati, alla stregua di un’abitazione che condivide il condominio con altre abitazioni. Scendendo ancora di scala, si arriva al singolo abitante/avatar. Questa schematizzazione della gerarchia sociale di un possibile territorialismo del web è funzionale ad una alfabetizzazione alla cultura visiva di cui si dovrà sensaltro far pratico il transarchitetto che non vorrà far scadere la propria disciplina nella pura masturbazione formale, ma affiancando la sperimentazione alla comprensione dei problemi fruitivi e di uso di questi spazi. Con ciò non voglio dire assolutamente che si può prescindere dai problemi formali, tutt’altro: in quanto virtuoso mi sento di dire che anche nel costruito è assolutamente necessaria il più ardito tra gli aneddoti formali. Ma bisogna riflettere sul fatto che, a distanza di 5-6 anni dalle ultime sperimentazioni visive degli studi più trasgressivi, come quelli di Novak Kovak ad esempio, gli esempi di riflessioni pertinenti sull’architettura digitale sono di una pochezza teorica sconfortante.

Il perchè di questo ha una facile risposta: il perdersi in congetture, fumose quanto all’atto pratico niente più che poetiche, ha fatto sì che l’intera disciplina perdesse di vista l’obiettivo per cui è nata: la gestione della fruizione, da parte di avatar, di architetture fruibili via web, le quali avranno una destinazione d’uso diversa da quella unicamente ludica ricreativa. Avatar che hanno possibilità e bisogni ben precisi e sicuramente diversi dalle persone che nascondono. Dunque, la ricerca deve ripartire da quì: comprendere a quali funzioni possano adempiere queste transarchitetture, che indirizzo stilistico avranno e in che maniera sarà possibile una fruizione attiva da parte degli avatar. Le problematiche si ritrovano da loro di rimbalzo, dunque è impossibile dare una definizione per ogni problema separatamente: in base alla transarchitettura, ogni avatar dovrà comportarsi diversamente, e dunque avrà questa o quella possibilità, questo o quel vincolo.

C’è da dire che lo stesso concetto di avatar, già nella sua origine tribalistica/indiana, non è altro che l’assunzione di caratteri fisico/spirituali di entità altre. Quindi, oltre a tutte le considerazioni di tipo funzionalistico, dobbiamo considerare l’anima trasformista nella rete come uno sviluppo naturale del tema antropologico . In altre parole, il mutamento sognato dai transumanisti parte in primo luogo da un riadattamento comportamentale, insito negli archetipi mentali che ci appartengono. Dunque, il processo di evoluzione umana, o per dirla con Lèvy, di ominazione, proseguirà proprio con la comprensione dei fenomeni extraumani appartenenti a quelle entità create per assumere il ruolo di nostro personalissimo alias: l’avatar. Che l’avatar/design possa essere l’ultima deriva di una prossima futura psico/industrial-design?





Turismo OnDemand

10 02 2008

Lo spirito edonistico della società contemporanea spinge sempre di più verso una riflessione da parte degli architetti sul ruolo assunto da quei luoghi che, per vocazione o per scelta, saranno destinati alla speculazione turistica. Potrà essere certamente uno spunto interessante per i progettisti immaginarsi soluzioni innovative per poter far tirare il più possibile questo o quel sito. Non è però del tutto escluso che qualcuno possa pensare di aprire la stagione di un turismo virtuale. Ma si sà: certe località è meglio visitarle con qualcuno del luogo…

gaddo

 

PEJA:

Hei amico

 

Gaddo Aabye:

Ciao

 

PEJA:

Da quanto tempo…

 

Gaddo Aabye:

Eh già… tanto tempo che non ti vedo, ehm, leggo… E neppure Mez: in un mese l’avrò vista una volta!

 

PEJA:

Bhè, io ho moltissimo da fare di questi giorni, immagino anche lei, ad ogni modo forse sabato c’è una riunione tra qualche transumanista in Second Life. Sarà interessante, anche perché sta diventando l’unico modo per poter discutere ormai. Ci sarai?

 

Gaddo Aabye:

Dove e a che ora?

 

PEJA:

In realtà non lo so, speravo lo sapessi tu…

 

Gaddo Aabye:

No, purtroppo.

 

PEJA:

Magnifico!

 

Gaddo Aabye:

In realtà ora non avrei nemmeno niente da mettermi, grossi problemi: il mio inventory è vuoto… Potrei morire! Ormai era come se fossero oggetti realmente miei, ma tant’è…

 

PEJA:

Non so che dirti, io non ho molti feticci, ma penso di capire che provi…

 

Gaddo Aabye:

Cosa ci vuoi fare… Ad ogni modo sono felice di averti incontrato: ti va di vedere qualche mondo virtuale veramente alternativo?

 

PEJA:

C’è bisogno di chiederlo?

 

Gaddo Aabye:

Ok …aspetta cerco il luogo e ti mando il TelePort

 

PEJA:

A si, i TelePort… Mi ero scordato che il concetto di Link in SecondLife è riferito ad un teletrasporto, come se fosse, invece che l’ambiente ad essere scaricato e visualizzato sul tuo computer, il tuo avatar a spostarsi da un luogo all’altro del/dei server…

 

Gaddo Aabye:

Bhè, tu visualizzi il viaggio del tuo avatar, il suo movimento… Cerca di seguirmi…

 

PEJA:

Che caos! Però è interessante questo posto… Mi ricorda molto Star Trek

 

Gaddo Aabye:

Si ma non hai visto ancora una cosa pazzesca, vieni?

 

PEJA:

Sono qui davanti a te, non mi vedi?

 

Gaddo Aabye:

Strano, no!

 

PEJA:

Sono dentro questo corridoio blu insieme a te

 

Gaddo Aabye:

Ok, andiamo giù!

 

PEJA:

Ci sono…

 

Gaddo Aabye:

Ok ti vedo adesso, volevo farti vedere questa cosa: qui sembra ci siano esperimenti da fare…

 

PEJA:

Tipo?

 

Gaddo Aabye:

Sembrano aver a che fare con il sesso, o comunque con qualche genere di perversione…

 

PEJA:

Non trovo contraddizioni nel fatto che ques

ta sperimentazione venga pensata anche per la rete, dopo tutto in SecondLife ci sono molte persone che sono iscritte solo per curiosare tra le aree vietate ai minorenni…

 

Gaddo Aabye:

E’ vero! A proposito, ora che mi ci fai pensare ti porto in un altro luogo, aspetta che ti TelePorto… Bene: questa e’ la stanza dell’inseminazione!

 

PEJA:

Bé, anche qui tutto a tema fantascientifico… S

embra progettato da Giger

 

Gaddo Aabye:

Si, è vero! Sinceramente a me piace molto, credo che chi l’ha costruito sia molto bravo…

 

PEJA: Lo penso anche io, anche se di solito trov

o stucchevoli questo tipo di cose se tirate alla lunga… Sai, dopo febbraio mi metterò a costruire qualche cosa di questo tipo in SL, ovviamente non con questo linguaggio

 

Gaddo Aabye:

Non ti piace? Allora ti porto da un’altra parte. Sei stato a shinda?

 

PEJA:

Shinda è il bazar, vero?

 

Gaddo Aabye:

No e’ quel posto dove fai Tai Chi con i pianeti e le stelle intorno… Ma prima te ne faccio vedere un’altra: ne ho ancora qualcuna da non perdere!

 

PEJA:

Perfetto, era proprio quello che volevo sentirmi dire, o meglio leggere…

 

 

Gaddo Aabye:

Ci sei?

 

PEJA:

Si… Che bei colori!

 

Gaddo Aabye:

Spero di trovare degli alberi blu, sono disegnati benissimo

 

PEJA:

Per me sarà difficile, mi sono perso. Qualsiasi cosa voglia dire perdersi in un luogo astratto. Ad ogni modo ho perso l’orientamento. Ecco, così suona meglio, perdere l’orientamento… Sembra qualcosa che ha a che fare con i sensi più che con il perdersi fisico. Come distrarsi insomma…

 

Gaddo Aabye:

Io invece mi sono proprio perso!!!

 

PEJA:

Eh eh… Comunque bellissimo qui… sembra un sogno psi

chedelico anni ‘60! A proposito, tu prima parlavi dipendenza… In che senso? Cioè, credi di essere dipendente?

 

Gaddo Aabye:

Sai e’ come chiedere a un drogato se si sente dipendente o chiedere al medico cosa e’ la dipendenza.. Sono due punti di vista diversi, a te quale interessa?

 

PEJA:

In realtà il tuo: Tu, come utente! Cioè, non credo che tu sia un caso umano, è la contemporaneità che ti suggerisce certe cose. Pensa che 500 anni fa la gente passava lo stesso tempo che tu passi su SecondLife in chiesa… Sono due life style diversi, però tu hai detto che ti senti dipendente! questa cosa a me interessa.

 

Gaddo Aabye:

Non credo in chiesa, passavano più’ tempo sui libri, statici. Dinamici per la fantasia, ma statici.

 

PEJA:

Non tutti leggevano però, anzi…

 

Gaddo Aabye:

Oh si, hai ragione! Allora in chiesa e a raccontarsi storie fantastiche! Allora dici che non e’ cambiato nulla?

 

PEJA:

Qui le crei le tue storie fantastiche

 

Gaddo Aabye:

Bhé, vivi anche quelle degli altri, come questa blu!

 

PEJA:

E’ vero, hai ragione… C’è molta passività.

 

Gaddo Aabye:

Qualcuno crea un luogo e li altre persone vivono le loro esperienze… Se dovessi creare un edificio qui sarebbe diverso se lo creassi dove eravamo prima!

 

PEJA:

Già… non credi che sia una cosa estremamente stimola

nte?

 

Gaddo Aabye:

Io credo di si, sono stimolato come da un contesto urbano! Le motivazioni del progetto, se vengono da fuori, sono determinanti!

 

PEJA:

Bravo! L’esempio è calzantissimo, e questo tema a me interessa molto. Cioè il come e i modi in cui il digitale influenza l’architettura, e non solo ovviamente…

 

Gaddo Aabye: cosa intendi con digitale?

PEJA:

Ottima domanda anche se non proprio semplice… Ma ci proviamo a rispondere per lo meno dandoti il mio punto di vista, ossia quello di un progettista del virtuale. Ci sono due livelli per cui il digitale, (non il virtuale) può interessarci come progettisti: una ha a che fare con la produzione, l’altra con la fruizione fruizione. Per quanto riguarda la fruizione, noi dobbiamo pensare a come la nuova fruizione possa “formare” la cosa che noi stiamo progettando. È un discorso quasi funzionalista… Sta a noi trovarne la poetica! Dal punto di vista della produzione, noi ci fermiamo ovviamente all’uso di software o produzione di script o nei migliori dei casi piccoli plug in… Dunque una volta capito che cosa il software può darci, noi decidiamo cosa possiamo farne! Ecco: credo sia una buona sintesi detta cosi

 

Gaddo Aabye:

Per software intendi specifico di progettazione architettonica (casa) o di mondi virtuali?

 

PEJA:

Qualsiasi: era un discorso generico!

 

Gaddo Aabye:

Sai non credo che si possa più parlare di edifici e di architettura, nel momento in cui possiamo realmente immergersi in un ambiente come questo, chi vuole ancora essere rinchiuso nelle scatole come l’uomo primitivo?

 

PEJA:

Qualcuno ha parlato di transarchitettura per riferirsi alla deriva digitale dell’architettura, o meglio per descrivere l’architettura della transmodernità… Ma sai, io credo una cosa: noi abbiamo una formazione che privilegia la gestione di spazi, nel momento in cui lo spazio entra nel web, la nostra formazione deve in qualche modo adeguarsi, anche perché, in fin dei conti, è una competenza richiesta. Questo è molto stimolante perché i bisogni sono nuovi, cosi come i limiti: se nella architettura reale dobbiamo calcolare il sigma ammissibile di un pilastro, ora c’è da capire se uno script funziona o no

 

Gaddo Aabye:

Esattamente! Pero’ il nostro computer e’ in una casa, su un tavolo grazie al sigma!

 

PEJA:

Infatti io non credo che la nostra figura scomparirà: si sovrapporrà! Avremmo competenze in più, e quello che faremo nel virtuale avrà certamente influenze nel reale!

 

Gaddo Aabye:

Io sto ancora valutando l’impatto che ha avuto il virtuale sulla mia vita: mezzo cervello quando sono in RL pensa i problemi che sono qui in SL…

 

PEJA:

Di questo gli architetti dovranno tenerne conto.. pensa quando saranno commercializzate altre device che saranno più simili a delle retine che a degli schermi! Oppure pensa a quando ci sarà un contatto diretto tipo eXistence tra realtà virtuale e realtà mentale… Il coinvolgimento sarà totale… e saltare da una dimensione all’altra sarà come uscire a prendere un caff

è, in fin dei conti è di creare nuove abitudini che si parla!

 

Gaddo Aabye:

Sai, la telefonia ci sta andando vicinissimo: adesso in Cina e Giappone sei connesso 24 ore al web dal cellulare! Lo apri e vedi SL, skype, messenger, il nostro cervello verra’ messo a dura prova… A volte penso al film MATRIX: siamo cosi vicini!

 

Gaddo Aabye:

Emmanuele…

 

PEJA:

Si?

 

Gaddo Aabye:

E’ tardi e domani devo lavorare ed alzarmi presto…

 

PEJA:

Tu o Gaddo Aabye?

 

 

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Il quarto asse

5 02 2008

Se si deve parlare di rete, è bene che lo si faccia in rete, con gli strumenti che vengono offerti dalla rete. Non sono mai stato un tecnofanatico, anzi, considero sempre l’uomo il centro delle mie azioni. Ma questo non vuol dire che sia ridondante discutere di alcuni problemi riguardanti il wired all’interno del wired, con gli strumenti del wired, con abitanti del wired.

 

 

 

 

 

 

PEJA scrive:

Carissimo

0ss1m0r0 scrive:

Ciao Emanuele

PEJA scrive:

Senti, sai che l’installazione di cui mi hai accennato? Mi incuriosisce, perchè non me ne parli meglio…

0ss1m0r0 scrive:

Beh, è ancora in fieri… Sai ho 8 esami tra meno di un mese…

PEJA scrive:

Bene, allora ti sto rubando un mucchio di tempo

0ss1m0r0 scrive:

Non è un problema, anzi è un piacere! Tanto sono un po’ di sabati che non esco per studiare

PEJA scrive:

Dillo a me…

0ss1m0r0 scrive:

C’è la rete, non serve uscire

PEJA scrive:

Beh, sembra che sia un trend in crescita questo…

0ss1m0r0 scrive:

In forte crescita! Poi se l’adsl è arrivato pure in un posto sperduto come casa mia…

PEJA scrive:

Bhè, l’allargamento della banda è stato un passo fondamentale… Anche perchè l’unico modo di far girare vrml in rete è la rete veloce! Nemmeno i contenuti flash o altri oggetti interattivi potrebbero essere stati sviluppati e distribuiti, se consideri che solo qualche anno fa si andava a 56 kb e per scaricare un MP3 ci volevano ore…

0ss1m0r0 scrive:

Ricordo le prime connessioni a Napster col PSTN, ora sta cambiando tutto

PEJA scrive:

Si… però ha un pò del romantico vedere oggi, in dietro di soli 5 o 6 anni…

0ss1m0r0 scrive:

E l’acelerazione è esponenziale!

PEJA scrive:

Assolutamente, tra l’altro io credo, anzi sono convinto, che sia possibile storicizzare l’evoluzione già ora…

0ss1m0r0 scrive:

Anche secondo me è così, visto il rapido evolvere degli eventi!

PEJA scrive:

Già.. sai che esistono blog il cui unico topic è una cronaca continua di alcune isole di second life? Se esiste questa volontà così forte in un mondo che per definizione è in contuo mutamento, pensa nel più statico web… Ad esempio, conosci mondi attivi?

0ss1m0r0 scrive:

No, ci ho fatto solo un rapido giro un anno fa…ma passero’ la mia estate su SL…ci vedremo, spero…

PEJA scrive:

Bhè, credo di si: come avrai potuto leggere dal mio blog non simpatizzo eccessivamente per second life, ma ad oggi è l’unico modo di pensare/fare una buona transarchitettura senza il rischio di perderci degli anni soltanto a programmare. sono diversi mesi che sto facendo ricerca sui vrml e i vr a 360°, ma ci sono grossi limiti di interattività, o meglio devi scrivere tutti i comandi della tastiera e associarli delle azioni… Con SL il fatto che molte azioni dell’avatar sono date dal programma semplifica tutto

0ss1m0r0 scrive:

Si possono importare modelli realizzati con CAD commerciali?

 

PEJA scrive:

Si, da blender

0ss1m0r0 scrive:

ah da blender…blender legge il dxf mi pare

PEJA scrive:

Quel programma è pazzesco, e perfetto, ed è gratis!

0ss1m0r0 scrive:

si si Opensource

PEJA scrive:

già, e questo permette che chiunque voglia cambiarne un pezzo lo può fare… Così un gruppo di programmatori feticisti di sl hanno creato un plug in che permette di creare modelli esportabili non solo in sl, ma anche in altri mondi virtuali

0ss1m0r0 scrive:

interessante

PEJA scrive:

comunque, la mia critica a sl non è tanto nella struttura, ma nel fatto che la sua distribuzione in qualche modo ha corrotto la possibilità di far evolvere un linguaggio proprio, cosa che era quasi naturale avvenisse

0ss1m0r0 scrive:

in che senso intendi “linguaggio proprio”?

PEJA scrive:

bhè, io credo molto, come ho visto anche tu, nel fatto che l’evoluzione tecnica stimola la nascita di certi linguaggi… in arte, letturatura, architettura…

0ss1m0r0 scrive:

  In senso esteso, sì! sarà un serbatoio di idee molto fecondo

PEJA scrive:

si, ma ancora non lo è… purtroppo non c’è una educazione alle culture digitali, viene visto troppo come uno svago, e dunque lo si vive nell’indifferenza, o meglio, lo si subisce

0ss1m0r0 scrive:

il digitale avrà uno sviluppo sempre più esteso, nella nostra vita. E’ il futuro.

PEJA scrive:

si, ma sta a noi, ora, indirizzarlo verso queste o quelle direzioni, non credi? cioè, dobbiamo aver occhio molto critico dato che quello che si fa in un periodo è la base del successivo…

0ss1m0r0 scrive:

è di fondamentale importanza la sperimentazione, in questo campo più che in altri, visto che è in rapido sviluppo

PEJA scrive:

Già… tra l’altro questo è un campo che quasi richiama su di se questa volontà alla sperimentazione, anche per quanto riguarda il concetto di protesi come quell’artista su cui hai dedicato un post Marcel Li…

0ss1m0r0 scrive:

E’ una persona eccezionale: ci ha illustrato in un seminario non solo i principi della sua arte… Ma ha fatto precedere a questo intervento uno sguardo (suo) su come le tecniche genetiche cambieranno la nostra vita.

PEJA scrive:

E quale sarebbe questo sguardo?

0ss1m0r0 scrive:

La possibilità di modificare il proprio corpo, di interconnettersi ad altri individui con interfacce neurali, di scegliersi l’aspetto che più piace e di costruire così il proprio fisico senza interventi chirurgici ma con tecniche geniche, di estendere i sensi con aggiunte tecnologiche o biologiche…

PEJA scrive:

Questa è una cosa che interesserebbe molto i transumanisti… soprattutto il concetto dell’estensione dei sensi e l’interconnessione uomo/macchina

0ss1m0r0 scrive:

Succederà… Per questo mi affascina l’idea di esplorare questi linguaggi letterrialmente

PEJA scrive:

Avevo immaginato questa tua fissa… ma sai, a volte mi viene difficile pensare ad una predisposizione letteraria al tema… la vedo più sotto il punto di vista filosofico o figurativo, per quanto riguarda il campo umanistico…

0ss1m0r0 scrive:

Io lo faccio soprattutto perchè mi piace, che piaccia agli altri è un riflesso secondario

PEJA scrive:

Credo sia fondamentale… Ma come credi possa evolvere?

0ss1m0r0 scrive:

Intendi il mio linguaggio?

PEJA scrive:

Si

0ss1m0r0 scrive:

In questo periodo ho sperimantrato due innovazioni, la prima la chiamo metapoesia: poesie con link ipertestuali all’interno, commmistione di testo e immagini… Ma non è detto che i link non possano puntare a qualsiasi altro contenuto…ci lavorerò su con magiore calma! La seconda sperimentazione è l’introduzione di una sorta di crittografia in poesia, ad esempio, questa: http://apolide.wordpress.com/2008/01/27/diapason/ … E’ mia e di Lamia, in chiusa ci sono versi crittografati

PEJA scrive:

Si, mi ricordo che mi aveva interessato il gradiente che andava dai colori vivi dei primi versi, temi/parole compresi, verso una sfumatura sempre più dai toni silicei, fino a sfaldarsi in puro lettering… Mi interessava perchè in qualche modo mi ricorda il paroliberismo futurista, dove le lettere venivano prese per quello che esteticamente sono. Dunque una O o uno 0, erano la stessa cosa: un cerchio, ed in un qualche senso il net ha più di una connessione con il futurismo. Gli stessi transumanisti italiani si sentono parecchio marinettiani…

0ss1m0r0 scrive:

La poesia sonora futurista è interessante come linea di ricerca… Il senso non è più semantico, ma onomatopeico. Il net ha una architettura polistellare, quindi più complessa della geometria circolare, ma potremmo intenderla come un cerchio, in cui tutti i punti sono interconnessi e creano una forma piena… Sai ci sono delle mappe del web

PEJA scrive:

si! ci sono addirittura dei software che le calcolano

0ss1m0r0 scrive:

le routes…

PEJA scrive:

Mi è nuova la metafora del cerchio… sono sempre stato abituato alla solita “sinapsi”!

0ss1m0r0 scrive:

Rende meglio l’idea…Volevo sottolineare comunque la densità delle interconnessioni, poi comunque un modello come quello neurale è sicuramente più utile… Ed è anche una bella metafora… Volevo farti a questo punto una domanda

PEJA scrive:

spara

0ss1m0r0 scrive:

secondo te, che senso potrebbe avere progettare su SL, visto che è un mondo virtuale e quindi la necessità di un riparo è assente? Questo, in merito alla mia poesia…

PEJA scrive:

Bene, io credo che questa sia una domanda molto importante… Allora, io sono convinto di una cosa: l’architettura digitale, dopo un bel periodo di rodaggio, si è un pò fermata. Questo perchè gli mancava semplicemente una cosa: un perché! Non aveva un gran senso di per se, come dici tu, non serve un riparo, ma se ci pensi, nemmeno un blog ha bisogno di una grafica accattivante… Forse l’esempio è fuorviante, non intendo la transarchitettura semplicemente come un modo più figo per fruire i dati… Anche il termine telepresenza è riduttivo

0ss1m0r0 scrive:

Intendi una maniera di reinterpretare il reale in modo diverso?

PEJA scrive:

Allora, l’obiettivo della transarchitettura è permettere di poter offrire la possibilità di fruire diversi dati

0ss1m0r0 scrive:

!uali?

PEJA scrive:

Ad esempio applicazioni condivise e fruibili in tempo reale, o che ne so, sistemi di tag intrecciati che non si potrebbero vedere in due dimensioni…

0ss1m0r0 scrive:

Vorrei capire meglio, anche se sono architetto non capisco cosa intendi…

PEJA scrive:

bene, facciamo un esempio: immaginati come immagine spaziale tante “bolle” intrecciate tra loro… come insomma dei neuroni

0ss1m0r0 scrive:

Come un metaspazio in cui è possibile raggiungere luoghi interconnessi da link?

PEJA scrive:

Si, ci siamo… Ok, ora immagina che ognuno di quelle “bolle” è un luogo nel web, dove ogni interrelazione rappresenta la visualizzazione di un collegamento tipo link, come hai detto tu…

0ss1m0r0 scrive:

E magari distanti, o con (penso a hipercube) con leggi fisiche differenti, con spazio, tempo e gravità differentemente orientati?

PEJA scrive:

Si! Dovresti vederti un progetto di Marcos Novak… E’ una transarchitettura pensata in 4 dimensioni, quindi 4 assi, che si modifica in base all’utenza che fruisce dello spazio… Si chiama ie4d

0ss1m0r0 scrive:

Molto interessante

PEJA scrive:

Già… queste immagini sfidano in qualche modo ogni tipo di percezione, in un modo che probabilmente nemmeno escher si sarebbe mai potuto immaginare

0ss1m0r0 scrive:

Sai, stavo pensando proprio a questo…

PEJA scrive:

Il controllo sullo spazio è così pieno da riuscire a piegare il concetto di asse cartesiano ai propri scopi

0ss1m0r0 scrive:

Secondo me dobbiamo solo abituarci a “vedere” oltre le 3+1, finio all’undicesima dimensione… La supergravità ne parla

PEJA scrive:

Stai aprendo un argomento che secondo me è cruciale all’interno del dibattito sulla transarchitettura

0ss1m0r0 scrive:

L’ho trattato anche in poesia, sai?

PEJA scrive:

wow, link’it

0ss1m0r0 scrive:

qui: http://apolide.wordpress.com/2007/10/17/bolle/

PEJA scrive:

Ehi, lo sai? Ho sempre notato questa volontà evocativa verso lo spazio. Non so perchè, ma ti vedo molto affascinato dai racconti di Gibson

0ss1m0r0 scrive:

Parli di un mostro sacro, per me

PEJA scrive:

Lo credo bene, anzi sai che ti dico? non è che per caso Novak non si sia proprio ispirato all’attacco a Villa Starlight?

 

 





Gattaca

3 01 2008

Si sà, quando un determinato argomento ci interessa, iniziamo a vederlo un po ovunque, nei contesti più disparati. Poi, se si è amanti degli ambienti distopici e vagamente futuribili, si rischia di diventare seriamente paranoici. E così, spinto dall’interesse vado a ripescare questo non-classico vecchio di 10 anni. Diciamola tutta, Gattaca non è un capolavoro: la sceneggiatura è attenta, ma non caratterizza abbastanza i ruoli, la fotografia pare buona, ma non introduce nulla di innovativo, la scenografia sa molto di film fantascientifico anni ‘70 (cosa che non sarebbe nemmeno errata dal punto di vista del design, ma si vedrà su questi canali che è decisamente superata…). Ma quello che mi ha più sorpreso è l’occhio che viene buttato su una società verosimilmente prossima-futura. A tra quanto la realizzazione del progetto Gattaca? Vent’anni? Trent’anni?
“Una distopia perfettamente realizzabile, se non auspicabile”, avrebbe detto un Le Corbusier qualsiasi.
E la distopia di Gattaca è quella di un mondo che ha perso interesse per la speculazione sul delirio informatico-comunicativo (forse solo perchè la connettività è finalmente totale), per passare ad un altro paradigma: quello dell’info-genetica. Ogni nostro figlio, entro i famosi vent’anni, sarà portatore di un’informazione genetica, che, schedata alla nascita, sarà il suo curriculum. A vita. E se la fortuna quel giorno era impegnata a dare i numeri a qualche vecchia zia, bhè, pazienza, vorrà dire che sarai il servitore della gleba di turno. Per fortuna che la maggior parte dei nuovi nati sono il frutto della selezione dei migliori ribosomi sia da parte di madre, che da parte di padre, e magari con qualche aggiunta e miglioria quà e là. Non c’è zia che tenga alla scienza. Se poi non si ha i soldi, o solo per fede o per caso, si preferisce la zia…

Infatti, tolta la puzza di misticismo che si respira attorno al personaggio principale, è interessante vedere come la generazione (quella di passaggio poi, perchè di li a 20 anni i nati per fede sarebbero in estrema minoranza…) di Vincent viene ghettizzata. Mi riferisco alle scene della ricerca del Non Valido, che per chi vede il film in modo disattento può sembrare che la non validità sia allargata a tutti i nati per fede, ma che in realtà è limitata a l’avere una propria scheda lavoro a Gattaca. C’è da dire ovviamente che si gioca molto su questo status, quello di Non Valido, status che viene ripetuto in modo ostentato, fino a farlo diventare una nania. Ci sono addirittura frasi dove la validità del fantasma di Vincent viene negata addirittura tre volte, e dialoghi dove il fulcro poggia proprio su questa presupposta non validità.
Questo è uno stratagemma della sceneggiatura che ha l’effetto desiderato: quello di confondere l’univocità della validità di assunsione presso Gattaca, e dunque rendere la distopia sociale ancora più pressante. Tanto pressante da creare un nuovo genere di attività illecità: la pirateria genetica. In un mondo dove il bene più prezioso, superata l’era informatica nel senso puro del termine, è l’appartenenza a questo o quel ceppo, il crearsi un proprio avatar, per chi non ne possiede uno dalla nascita, diventa una pratica fondamentale per il non nato sotto il sodalizio della zia. Così, ecco che quest’avatar va nutrito, lavato, stirato e riposto nel cassettino per essere pronto per la nuova giornata di lavoro, (riferimento al tamagochi?) mentre il portatore sano di informazione genetica è li, pronto per fornire la propria identità, spogliato dei propri interessi e dei propri doveri. Mi domando se il destino più crudele non sia quello di un Jerome
qualsiasi, che quello di Vincent. Mi vengono in mente le leggende medievali sui “famigli”, un qualche tipo di creatura senziente, che hanno come unica possibilità quella di servire il proprio padrone. Degli schiavi metafisici. Solo che qui si ha ben poco di metafisico, è mentre Jerome presta anima e corpo (nel vero senso della parola, qualsiasi cosa possa essere inteso per anima o corpo), Vincent schiaccia sempre più la personalità del suo avatar sostituendola con la sua. Vincent è introverso, timido, assolutamente asceta e paranoico. Cosa che l’eterno secondo Jerome non sembra assolutamente essere. Trovata molto americana è quella del riscatto del nato per fede sulla società, ma che in questo caso non è l’unica ad essere carnefice.
Pratica tipica di Derrida era quella di ribaltare il senso di miti e leggende, come svelare la malvagità di principi azzurri e la bontà dei draghi, ma quì è proprio vero che la vittima ultima è il povero Jerome. Carmelo Bene amava dire: perchè io possa farmi grande, ho bisogno che IO diminuisca, dove con io, ai fini di quello che sto dicendo, possiamo intendere l’io scenico, il personaggio, l’avatar (ancora! non ci libereremo mai dei tribalismi…), il burattino che si mostra al posto del suo maestro, e ovviamente per IO, intende proprio l’io fruediano. E dunque, come Jerome prima si appropria del nuovo corpo, quello di Vincent, che
nonostante il difetto di fabbrica, sembra ancora funzionare, merito probabilmente della buona e vecchia metalmeccanica russa, è vero anche che il Vincent latente non ha fatto altro che cambiare etichetta. Una frase del film vela ancora di più il piccolo inganno: Non ti riconosco! Non ti riconoscerebbe nemmeno tua madre! Sei tu Jerome, non io!. Menzogna solo in parte ovviamente, dato che realmente io non è più Jerome, privato di ogni cosa, tranne che del ricordo del suo passato.