.:: Lo scintillante vizio del simulacro_

27 09 2012

Il periodo che ruota agli anni ’60, al di là di facili romanticismi, è oramai una vera e propria sfida per lo storico. Anche solo il voler dare una periodizzazione troppo rigida a questa fase sembra vano (anche se questo tipo di affermazione potrebbe apparire come una sorta di commiseranda autoassoluzione da parte degli storici). Ma quali sono gli aspetti che più di altri caratterizzano gli anni che seguono la ricostruzione? Intanto, occorre riflettere sul significato che è andata ad assumere questa fase della ricostruzione. Anche se superficialmente potrebbe sembrare che sia una fase prettamete europea, in realtà anche gli Stati Uniti hanno avuto la loro ricostruzione. L’Europa aveva trovato nella distruzione delle proprie città un’occasione per rinascere, per approfittare del paradosso delle rovine e tentare di tornare ad essere al passo con in tempi, di tornare ad essere grandi, di lasciarsi la storia alle spalle. Gli Stati Uniti avevano un bisogno diverso: dovevano ripristinare la loro crescita, aggiornare il proprio sistema produttivo alle esigenza dei tempi di pace, ma soprattutto la conversione plebiscitaria alla Società dello spettacolo.

In questo contesto, tanto l’Europa quanto gli Stati Uniti finirono nell’abbraccio di quello che Mario Perniola non tarderà a chiamare Società dei Simulacri, anche facendo un po’ il verso a Debord. Ma i caratteri simulacrali dei due continenti saranno decisamente diversi tra loro. Se da un lato nostalgia e volontà di riscatto porteranno gli antichi centri a riemergere com’erano, dov’erano, a puntellare l’esistente e salvare il salvabile, il Nuovo Mondo sarà spinta a ricreare monumenti e città per puro diletto edonistico, trasformando in delle babyland una fetta consistente del territorio urbanizzato americano. Il caso più eclatante è ovviamente Las Vegas, dove piramidi di vetro, palazzi rinascimentali coesistono nello stesso paesaggio, e la e la Tour Eiffel viene utilizzata come richiamo pubblicitario di un’attività commerciale. La schizofrenia delle immagini della Las Vegas di Venturi emerge con una potenza tale da non poter essere etichettata come semplice curiosità architettonica o inno allo storicismo postmoderno. 

 

 

La Piazza d’Italia di  Charles Willard Moore non è che un esempio di come gli Stati Uniti abbiano sviluppato un sentire diffuso particolarmente vicino alla creazione di paesaggi monumentali che non hanno repliche se non nelle illustrazioni delle mappe turistiche. È il simulacro il vero oggetto dell’architettura del periodo post-ricostruzione: la ripetizione eterna di copie senza alcun originale.
È questo il periodo in cui Philip Dick dà alle stampe Illusione di potere (1964), un testo in cui la tendenza simulacrale del sentire statunitense prende vita nel testo con grande eleganza. Wash-35, una Washington ricostruita su Marte (quasi a volerne sottolineare il carattere alieno di questa città) in tutti i suoi paticolari, una Disneyland di cui solo il suo creatore, l’anziano Virgil Ackerman, è detentore della sua memoria, «una creazione tanto fasulla, quanto vorrebbe essere fedele all’originale», come recita l’introduzione di Carlo Pagetti.

Per chiunque tranne Virgil Ackerman la Washington del 1935 era solo una perdita di tempo, dal momento che Virgil era l’unico a ricordare come fosse la città, il tempo e il luogo autentici, quell’ambiente ormai scomparso da tanti anni. Perciò Wash-35 non era altro che una meticolosa, dettagliatissima ricostruzione dello specifico universo limitato che Virgil aveva conosciuto nell’infanzia, constantemente ritoccato e migliorato dal suo prouratore in fatto di oggetti antichi [...] senza che però cambiasse mai davvero. Si era coagulato, aveva come aderito a un passato morto [...].
E quel grande parco di divertimento regressivo aveva avena preso piede, era diventato una moda. [...] Qualcuno aveva usato dei falsi, non autentici pezzi sopravvissuti, per realizzare alla meglio una volgare approssimazione di quella che era stata la vera realtà. (pp. 39, 40)

Wash-35 è una città del divertimento, dello svago, in cui i pochi fortunati che sono “trascinati” dal vecchio sono costretti a rivivere questo mondo dei sogni elaborato dalla memoria del suo creatore. Ackerman è un novello Adriano, che affastella memorie architettoniche al fine di ricostruire luoghi e atmosfere che l’hanno ammaliato da fanciullo.


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4 risposte

2 10 2012
zoon

bellissima riflessione ragazzo…

2 10 2012
emmanuele pilia

Grazie mille amico mio!

3 10 2012
.:: Lo scintillante vizio del simulacro_ « PEJA TransArchitecture research « HyperHouse

[...] alle 04:54 · Archiviato in Connettivismo, Cultura ed etichettato con: ALTA, Emmanuele Pilia Emmanuele “Peja” Pilia torna a pubblicare sul suo blog. Lo fa affrontando l’argomento ricostruzione postbellica dal [...]

20 10 2012
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