>°< PEJA @ Aperitivi d'architettura – Qualche giorno dopo

Come anticipato nel post precedente, lunedì 14 maggio si è svolto, presso la sede dell’ACER di Roma, si è svolto l’Aperito di Architettura che vedeva come protagonista me e Marcello Guido. La serata è stata particolarmente interessante e viva, e non è mancata l’occasione per alcune riflessioni interessanti. Soprattutto sulla questione dei giovani. Questione interessante, perché pare interessare sempre i drammaticamente non-pi-giovani, che si guardano bene dal dare la voce al soggetto della loro della discussione. Già, perché raramente gli viene offerto più spazio che quello di uno sfogo, solitamente scomposto e infantile, e mai la partecipazione alla discussione. Nonostante tutto comunque, la conversazione è stata parecchio stimolante, e gli spunti non sono mancati.
Per la presentazione preparai un breve testo che sintetizza le mie principali impressioni sul lavoro di Marcello Guido e che ho utilizzato come guida per la mia breve presentazione. Molti punti sono ripresi dal mio saggio interno al libro curato da Luca Guido, altre riflessioni sono invece originali e cercano di contestualizzare il lavoro di Guido all’interno del contesto italiano, nonché analizzare le motivazioni del suo mancato impatto con i media. Di sotto il testo di cui parlo:

L’Italia è una nazione che tende a non premiare nel breve periodo i propri talenti. Soffocati da un assetto comunicativo di settore diluito su logiche di corte e da un sistema curatoriale che tende ad ignorare tutto ciò che si svolge lontano dalle grandi piazze, i pochi che hanno il coraggio di compiere un percorso personale sono di fatto condannati all’isolamento intellettuale. Marcello Guido è tra questi.
Di questa realtà il libro che qui presentiamo, Surfing Complexity, non poteva non tenerne conto. Vorrei riportarvi subito un passo tratto dall’introduzione del libro, ad opera del curatore del testo, Luca Guido:

Siamo perfettamente consapevoli dei limiti delle architetture illustrate e dal contesto in cui sono nate.
È anche per questo che il libro si rivolge a pochi.
Non vi è nessuna volontà propagandistica; tutte le opere elaborato nel corso di una vita dedicata al lavoro e alla ricerca denunciano a nostro avviso il contrario: la distanza dalle mode e dai luoghi comuni, dal facile esibizionismo e dai gruppi di potere.

Non è un caso infatti che la diffusione e la lettura del lavoro di Marcello Guido è stata allungo affidata ad una unica voce critica, quella di Cesare de Sessa. Io stesso sono venuto a conoscenza dell’architettura di Marcello Guido circa dieci anni fa, durante il mio primo anno di università, quando De Sessa gli dedicò un’intera lezione del suo corso di Storia dell’Architettura Contemporanea. De Sessa scrisse inoltre il primo testo monografico sul lavoro di Guido, “Marcello Guido. L’impegno della trasgressione”, a cui si accompagnano una miriade di articoli editi su “L’Architettura, cronache e Storia”.
Ma tanto la raccolta dei singoli articoli, quanto il citato testo, hanno un problema: l’organicità di fatti ed eventi relativi al lavoro di Guido. La scrittura di De Sessa è infatti particolarmente poetica, addirittura a tratti rasenta lo stile dell’aforisma, e si ha spesso l’impressione che l’intero discorso non sia altro che un’apologia della complessità fine a sé stessa. Così come la stessa architettura di Marcello Guido.
Eppure, superata questa prima impressione, mi sono persuaso dell’idea che l’attitudine di Marcello Guido appartenga ad un sentire squisitamente italiano, ossia un sentire che inaugura la propria tradizione in architettura in un periodo piuttosto tardo, ossia nel Manierismo e nel Barocco. È solo a partire dal Manierismo e col Barocco che infatti l’architetto tendeva a confondere forma, gesto e nozione:

Considerando la pesante influenza della controriforma, non poteva essere altrimenti: l’intellettuale che non voleva mettere in pericolo se stesso e chi lo sosteneva, doveva nascondere le proprie conquiste sotto il velo di argomenti effimeri e di poco conto per mantenersi comunque libero. Il concetto è sottaciuto, è implicito, è nascosto dalla forma, la quale si fa così vera portatrice della nozione su cui intende speculare. Scrivere del nulla, avvitarsi attorno espressioni linguistiche raffinatissime, diviene una forma di protezione che però necessita un pubblico capace di andare oltre la semplice scrittura, oltre il significato diretto di ciò che si legge.

La stessa accusa che ho mosso ora contro De Sessa, il quale è colpevole unicamente di aver trovato la giusta prosa al soggetto delle sue scritture.
In questo senso, il lavoro di Marcello Guido può essere definito come una teoria d’azione, che combina un duplice aspetto del particolare sentire italiano: da una parte vi è infatti una determinata sfumatura della sprezzatura che Pareyson ben formulò nella sua Teoria della formatività, dall’altro viene espressa una sorta di estetica della morte, letta come un’originale linea di sviluppo del sublime operata da autori come Andrea Emo e Carmelo Bene. Una dualità che in Guido esprime in due movimenti contrapposti, eppure complementari: da una parte vi è un atteggiamento alla composizione sprezzante e giocoso, composto ed ironico, che contraddistingue la tradizione iconica inaugurata con Raffaello ed il manierismo, dall’altra vi è il virtuosismo, la ricerca del gesto personale e glorioso, che lancia la sua sfida all’ignoto, risalente ad una linea di pensiero che attraversa Michelangelo e Borromini.

Non è un caso che molti tra gli autori del libro si sono concentrato nell’analisi di un’opera in particolare, senz’altro la più nota al pubblico, ossia la riqualificazione di Piazza Toscano a Cosenza, un lavoro di un’eleganza e di una potenza rara, che denota un senso della composizione istintivo, non legato a rigidi schematismi, ma non per questo banalmente irrispettoso di un passato il quale invece, sembra essere la vera base del lavoro dell’architetto calabrese.

È molto interessante, a tal proposito, che Laura Thermes, per introdurre ai lavori di Marcello Guido parli di un’architettura «impetuosa e tellurica», che privilegia «il momento genetico dell’architettura rispetto ai suoi esiti». Ma ancora più interessante è che sempre Laura Thermes utilizzi due immagini romantiche come termine di paragone con il lavoro di Marcello Guido. La prima di queste è l’immagine, quasi stereotipata, della cattedrale gotica, l’altra è il “Mare di Ghiaccio” di Caspar David Friedrich. Sono queste le immagini che megliono descrivono l’architettura di Marcello Guido.

 

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