.** Curatela, ALTA, Distinguo_ Intervista di Valentina Giannicchi

15 01 2012

Fotografia di Emidio Battipaglia

Nel maggio del 2011, praticamente alla vigilia della mostra Asian Lednev: Creatore di Mondi sul lavoro di Fabio Fornasari, Valentina Giannicchi mi concesse l’onore di farmi una bellissima intervista che potrete trovare a questo link. Dovermi sedere a riflettere su cosa stavo facendo, in un periodo di grande attività, è stato molto importante per capire cosa si sta facendo e dove si sta andando, una bussola per orientare le scelte future. Soprattutto la natura delle domande andavano nel vivo di alcuni temi che si andavano elaborando in quel periodo, e rileggendo oggi quelle domande trovo che dovermi sforzare a dare delle risposte su ciò che mi stava accadendo attorno proprio in quei giorni sia stato fondamentale. A Valentina Giannicchi va quindi il mio ringraziamento per la sua intervista, che invito a leggere sul suo blog! Attendo ovviamente i vostri commenti, ma prima ecco le prime 4 domande dell’intervista:

1)      Come nasce il progetto ALTA?

Diciamo che personalmente sentivo l’esigenza di costituire un gruppo di persone unite dal comune interesse verso lo studio sull’immaginario architettonico. Quest’idea è per me di vecchia data: fin dai primi anni dell’università mi sono interessato al fenomeno della TransArchitettura, in relazione all’immaginario architettonico che ne derivava, e lo spunto di dare vita ad un’organizzazione mi è stato dato da due amici che con me hanno fondato il gruppo originario, Massimiliano Ercolani e Guido Massantini, a cui subito si è unito Giampiero Rellini Lerz. Noi quattro condividiamo l’interesse verso tutte quelle manifestazioni dell’architettura che trascendano la fisicità dei suoi prodotti, insomma degli edifici in senso stretto. In più era nata la volontà di dare maggiore respiro ad un’antica idea dell’Associazione Italiana Transumanista, ossia quello dei Laboratori Transumanisti, che idealmente dovevano essere la struttura “operativa” dell’AIT. Si può dire che ALTA nasce per molteplici ragioni, ed è forse per questo che nonostante molte di queste siano funzionali ad altre situazioni ed altre realtà, è un progetto per noi molto sentito.

2)      Quali obiettivi?

Non vorrei che ciò che sto per dire sia una posizione assunta per partito preso, ma non amiamo molto il termine “obiettivo”, che è appunto una parola desunta dal gergo militare. Per motivi simili non ci piace neppure parlare di “mission”, che invece proviene dal mondo del marketing. Dimensioni queste che ci sono estranee, perché entrambi in opposizione ad una visione di liberazione dell’immaginario: l’una in senso distruttivo, l’altra in senso manipolatorio. Diciamo che, seppure forse non è una parola che gode oggi di grande popolarità, noi preferiamo utilizzare il termine “progetto”, che deriva anche dalla propensione immaginativa che porta nell’etimo l’idea di “gettarsi avanti”. Non voglio fuggire dalla tua domanda, ma credo che sia importante distinguere quella che potrebbe apparire come una sfumatura, ma che per noi è invece fondante. Comunque, per tagliare ed andare al nucleo del tuo quesito, i nostri “progetti” girano tutti attorno all’idea di avviare una serie di attività culturali tesi a riflettere sui rapporti tra disciplina architettonica (e la sua evoluzione) e la condizione che a breve potrà definirsi come contemporanea: il Postumano (da cui si nota la nostra discendenza transumanista). La linea di ricerca di ALTA si può infatti riassumere nell’indagine delle possibili sinergie tra gli sviluppi tecnici e artistici dell’architettura e l’evoluzione autodiretta dell’uomo.

3)      Quale spirito unisce il progetto?

Essendo la speculazione teorica sulla dimensione immaginativa ad essere il leit-motiv di ogni discussione inerente al progetto ALTA, ci sentiamo assolutamente slegati da finalità produttive, per quanto invece ci interessino molto quelle operative. Ho utilizzato volontariamente il termine “speculazione”, che fa intendere nell’etimo l’idea di “guardare lontano”, “guardare nel futuro” perché crediamo nella sottrazione e nella riacquisizione di senso tanto dei concetti, quanto degli spazi. Come dicevo, crediamo infatti nella possibilità di un’architettura che trascenda l’artefatto fisico dell’opera, in quanto è proprio questo sublimarsi che rende l’architettura capace di sottrarsi alla “speculazione” intesa come forma utilitaristica e manipolazione di valori monetari.

4)      Che significa TransArchitettura?

Nononostante la sua perentorietà, non è una domanda a cui è semplice rispondere. Come avrai notato sono molto legato all’etimologia delle parole: il termine “TransArchitettura” si riferisce infatti ad un “al di là” dell’architettura vista nella sua concretezza di “oggetto” fisico. Il termine in sé è stato da Marcos Novak, per il quale il termine transarchitettura indica una «trasformazione o una trasmutazione dell’architettura verso la rottura dell’opposizione di fisico e virtuale e la proposta di un continuum che conduca da un’architettura fisica a un’architettura tecnologicamente potenziata a un’architettura del cyberspazio». Insomma, la radice “trans” verrebbe letta come una condizione di “transito”, e non di superamento o di slancio. La transarchitettura si è infatti spesso interessata alla dicotomiamateriale – immateriale, concentrando la propria attenzione sul tema della percezione visiva. In molti hanno sottolineato come le ricerche dei protagonisti di questa stagione ricadano nella speculazione sul virtuale, influenzando non poco il cammino di questi architetti, i quali, lentamente, si sono indirizzati verso la mera apologia del software, impegnandosi nell’esaltazione delle possibilità dei modellatori tridimensionali e tralasciando ogni aspetto legato all’immaginario. in quegli anni sembrava essere il movimento che in qualche modo si sarebbe affermato come dominio d’avanguardia, anche per il fatto che un gran numero di intellettuali, critici e teorici dell’architettura, e non di meno progettisti, stavano tessendo una rete di relazioni molto forte e coerente. Purtroppo però il movimento rimase troppo legato al mondo delle tecnologie informatiche, tanto è vero che per un certo periodo il termine “TransArchitettura” divenne sinonimo di “Architettura Digitale”, deludendo le aspettative di un salto successivo. Io vedo questo salto nelle connessioni tra immaginario ed architettura: è solo nella dimensione nell’immaginario che può prendere vita un “al di là” dell’architettura capace di essere fortemente incisivo e decisivo. Questo può essere verificato dall’incisività dei lavori e delle propostesviluppate a cavallo tra i tardi anni ’80, ed i primi anni del nuovo millenno. Lavoriproposte che esulano l’ambito dell’architettura virtuale, ma che comunque vivono e si nutrono di quella dimensione immaginifica in cui si forma l’immaginario collettivo. Una produzione straordinaria, soprattutto considerando la natura di questi lavori. L’uso del corsivo per i termini lavori,progettiproposte, ed opere, è in questa sede d’obbligo, dato che qui si parla di opere che riguardano scenografie cinematografiche, ricostruzioni di città immaginarie o letterarie, utopie architettoniche, raccogliendo così l’intero ambito della rappresentazione dell’architettura.

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