.:: L’uso delle infrastrutture_

30 10 2011

Trovo molto interessante la considerazione di Maurizio Vogliazzo nel numero 270 de L’Arca riguardo l’atteggiamento degli architetti nei riguardi del tema delle infrastrutture. Per Vogliazzo, infatti, «l’architettura si è in generale comportata nei loro confronti con molta sufficienza, trattandole come un fatto ineluttabile sì, ma prevalentemente tecnico, delegandone il progetto, l’esecuzione, la gestione ad altre competenze e discipline». Un cedimento di campo che ha creato via via un assetto infrastrutturale sempre più abbruttente e sempre più aggressivo verso il consumo di territorio e l’affettamento del paesaggio.
Eppure, è stata proprio la modernità, causa prima della diffusione di infrastrutture dei più diversi tipi, a promuovere le relazioni tra architettura e tecnica tramite la figura dell’ingegnere, che per la prima volta iniziava a guadagnarsi una propria identità. Non è un caso se gli esempi più recenti che lo stesso Vogliazzo porta all’attenzione del lettore sono nomi come quello del visionario Piero Portaluppi o quelli dei più blasonati Riccardo Morandi e Pier Luigi Nervi. Eppure, nonostante i progetti degli autori citati siano particolarmente rappresentativi dell'”accorta progettazione” di ponti e viadotti, in realtà pochi tra essi affrontano il cono d’ombra che separa queste strutture dalla terreno. Probabilmente, il progetto maggiormente riuscito in tal senso è il Ponte sul Basento di Sergio Musmeci, che trae la propria plasticità proprio dal contatto con il suolo che lo sorregge. Contatto dal quale vengono creati creando nuovi livelli, suggerendo così un uso alternativo del ponte stesso.

Purtroppo l’esperienza del ponte sul Basento resterà un episodio isolato, e saranno ben pochi gli interventi tesi ad integrare anche le opere infrastrutturali con i così detti spazi tecnici. Ma a partire dalla metà degli anni ’80 in Olanda sembra svilupparsi una forte sensibilità rispetto a questo tema. Il motivo che ha spinto molti architetti ad inoltrarsi in questa ricerca dopotutto è molto semplice: essendo stato lo spazio disponibile sempre stata una delle criticità più evidenti dell’assetto territoriale olandese, si è ben pensato di saturare lo spazio esistente non utilizzato, magari addirittura scavando negli interstizi, esautorando ogni centimetro che le sezioni offrono, contaminando attività apparentemente incompatibili. È particolare che il risultato più estremo di questa ricerca sia un progetto teorico, ossia il progetto per il padiglione olandese per l’Expo di Hanover del 2000 di MVRDV. Pensato spazialmente, l’edificio stratifica livelli su livelli, che andranno poi a raccogliere le più stravaganti funzioni, costringendo i propri supporti  a piegarsi. I flussi di utenti vengono densificati attorno grumi densi di offerte estetiche, per poi essere sparati verso i sistemi di elevazione verticali che trovano spazio lì dove avanza. Il risultato è un calderone fumante e vibrante, compositivamente inaspettato e sorprendente, preoccupato più della percezione del singolo che della bellezza dell’elaborato.


I visitatori sono accompagnati verso una collezione di dune in calcestruzzo, il quale mima attraverso banali simboli, l’appartenenza ad un quadro urbano, per poi essere trasportati in una dimensione aliena, dove enormi cunei sprofondano dall’alto segnalando così la posizione delle alberature del piano superiore, dove ad aspettare vi è una sorta di foresta artificiale incastonata in quello che vorrebbe essere l’intradosso di un cavalcavia. A completare lo spettacolo, coltivazioni intensive di tulipani, una foresta di pale eoliche, persino un acquitrino con flora esportata in Germania per l’occasione. I temi dello skyfarming, della terraformazione, dell’integrazione energetica negli edifici, vengono anticipati con un unico gesto progettuale, capace di portare con sé, oltre che un verosimile modello edilizio del prossimo futuro, anche una carica espressiva notevole, dopotutto figlia della cultura e del sentire nazionale dei progettisti.
Dopotutto, è davvero difficile trovare edifici dove la forma, segue più aderentemente la forma che in questa circostanza.

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2 responses

4 11 2011
simconti

Interessantissima riflessione!
Un campo totalmente denigrato e trascurato da parte degli Architetti.
Solamente Calatrava (per meta` Ingegnere) e` uno dei pochi rappresentanti di un interesse in questo campo.
Peccato sia cosi` ripetitivo.

Simconti

4 11 2011
emmanuele

Ciao carissimo!
Sono felice della condivisione del tuo interesse. In realtà, nonostante sia un argomento che chiunque utilizzi un’automobile riesca a percepire, è al contempo escluso dal dibattito! Ad esempio, citi Calatrava. In effetti lui si interessa molto anche dei “coni d’ombra” delle infrastrutture, ma credo che non sia riuscito a farne nascere una riflessione reale! Poi linguisticamente, sono d’accordo con quanto dici!
A presto!

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