.:: La morte dell’opera_

27 10 2009

Caspar David Friedrich_Il viandante sul mare di nebbia, 1818

In un contesto di apparente indistinzione, in cui i parametri di valutazione dell’arte e dell’architettura sembrano smarriti o per lo meno in difficoltà, diventa fondamentale affrontare il problema posto dall’opera. La stessa nozione di opera viene già da tempo contestata, secondo un’attitudine tipicamente romantica che ne vede il pieno compimento proprio nella sua assenza. Attitudine nata dalla consapevolezza della velleità delle cose che l’uomo, l’artista, il genio stesso crea, le quali, se è vero che proprio per la loro condizione finitainfinita possono rivelare una dimensione e quindi di verità, lo possono fare solo nell’hic et nunc, oltre il quale la verità differisce dalla cosa. Ma dietro il dramma romantico dell’impossibilità di fissare in un’opera alcunché, si cela un’ironia considerata da Friedrich Schlegel come la rinuncia del soggetto a prestare attenzione alla realtà materiale. Walter Benjamin sintetizza bene il paradosso dell’impossibilità della produzione dell’opera d’arte quando afferma che «uno dei compiti principali dell’arte è stato quello di generare esigenze che non è stata in grado di soddisfare attualmente». Benjamin dopotutto è stato un attento interprete del fenomeno delle avanguardie, le quali poetiche sono sempre state «attraversate, in modi più o meno espliciti, da una idea della morte dell’arte, o, meglio, della morte e trasfigurazione, si potrebbe dire, pensando appunto alla tematica dell’oltrepassamento dell’opera, dei suoi confini limitati, e del suo inveramento nella dimensione totale della vita quotidiana», come ci ricorda Filiberto Menna nel numero 12 della sua rivista Figure. Non a caso infatti, sono proprio le avanguardie che concretizzano, sotto diverse forme, l’idea di una vita come opera d’arte, filiazione diretta di quella Gesamtkunstwerk wagneriana che si pone proprio come un tentativo di superamento dell’arte stessa. Il dadaismo è senz’altro il movimento che più si è avvicinato all’idea di un’anti-arte e di un superamento del manufatto artistico. Per essi infatti «la disgregazione ad oltranza dell’opera può avvenire solo attraverso un’altra opera cui si attribuisce un carattere negativo», solitamente tramite la detronizzazione di un artefatto.

jacques Rigaut

Il caso del para-dadaista Rigaut resta esemplare per descrivere l’essenza di questo tentativo di oltrepassamento dell’opera: avviato ormai da tempo un processo di sottrazione dalla cultura occidentale, egli procede, tramite la moltiplicazione della propria identità, verso l’abolizione della propria soggettività, disconoscendo così l’idea di autore e quindi di opera. Accortosi di essere giunto alla tanto declamata vita come opera d’arte, non può che esorcizzare questa condizione alla maniera dadaista progettando accuratamente il proprio suicido, come gesto di pare valore alla propria vita, ma con segno negativo.
Il noto riflusso dadaista, voluto da Bréton e da Tzara stesso, all’interno del neonato surrealismo, ha portato alla prosecuzione di alcune attività già perseguite dagli artisti dada, ossia le pratiche di visite-escursioni nei luoghi banali delle città. Se questo atto rappresentava nella mente dei dadaisti un rifiuto dei luoghi canonici delegati all’arte, verso una riconquista dello spazio urbano, nei surrealisti queste esperienze sono assimilabili ad «una sorta di scrittura automatica nello spazio reale, capace di rivelare zone inconsce ed il rimosso della città», come ci ricorda Francesco Careri nel suo Walkscape. Ma le sporadiche esperienze surrealiste e dadaiste del genere, arriveranno ad avere consistenza teorica soltanto trent’anni dopo, quando, in seno alla costellazioni di correnti e movimenti che finiranno per convogliare all’interno dell’Internazionale Situazionista, concetti come quello di deriva e psicogeografia arriveranno ad avere una propria indipendenza teorica ed ideologica, tanto da trasformare quello che sembrava essere un riappropriamento da parte dell’arte della città, in quello che conosciamo come il Maggio francese.

guida psicogeografica di Parigi

About these ads

Azioni

Informazione

12 risposte

28 10 2009
unautresoir

La morte dell’arte ha ricevuto più necrologi e celebrazioni che adeguate trasmigrazioni dell’anima che forse non è morta con la forma stigmatizzata con la quale la tradizione le si è sempre rivolta, e pretende di continuare a rivolgervisi. Si attende ancora una nuova risposta alla stessa domanda o è veramente cambiata la domanda come dice Benjamin, o non si potrà mai rispondervi come forse sottointende?

p.s.Forse l’ironia per schlegel si può meglio intendere se si tiene conto che l’infinitezza del genio creatore risulta evadere la finitezza dell’opera d’arte e del mondo fenomenico/sensibile, oggetto di tale opera che quindi non può cogliere l’infinito;
in realtà il soggetto non rinuncia a prestarvi attenzione, perchè proprio quel finito rappresenta il trampolino di lancio per l’infinito, perchè esso sia incommensurabile

28 10 2009
Pilia Emmanuele

Cara ‘Sera,
Ovviamente quando si parla di morte dell’opera d’arte, occorre sempre ricordare che siamo sul piano dell’ideologia o della teoria dell’arte, più che dell’estetica. Non credo che finché ci sarà un mercato, l’arte possa permettersi di morire. Certamente vi è una grossa differenza tra la volontà di uccidere l’arte (intesa come accademia) delle avanguardie storiche e le sue antesignane ideali (volendole far partire dal Romanticismo) e l’attuale sterilità dell’arte, sempre più spesso degradante verso un buco nero. Sicuramente è interessante la domanda (con risposta “romanticamente” implicita”) di Benjamin. Sono molto affascinante del vortice che ha creato nei vari tentativi di risposta!
Su Schlegel: hai perfettamente ragione, purtroppo la brevità del post non mi permetteva di prolungarmi troppo! Certo che questo è un passo avanti verso la smitizzazione dell’opera, che diviente da Capolavoro, a oggetto che rende l’autore il capolavoro! :)
L’onda lunga di questo atteggiamento si può leggere squisitamente, in Debord, quando afferma che l’artista, letteralmente “spreca” la propria vita a rendere imperituro il proprio nome tramite “opere”, senza accorgersi che sta così laciando scivolare via la propria vita…
Grazie mille dell’interessante commento! :)

28 10 2009
Matteo

Io aggiungerei una postilla: come distinguere oggi il “prodotto di arte” dal “prodotto di moda”?

28 10 2009
Pilia Emmanuele

Caro Matteo:
Bhè, dipende sicuramente dal contesto (storico, politico, relazionale, museale, ect)…
Sicuramente l’attività critica è cruciale in questo “disvelare”, ed anzi si può dire che uno dei primi compiti del critico (a cui Kant chiede il necessario “distacco”), quello di cercare di andare oltre l’intento un po furbetto (ma non sempre malizioso) dell’artista di moda. Non è ormai un mistero che la nostra sia un’epoca di maniera, quindi è ancora più difficoltoso capire dove vi sono intenti creativi/artistici, e quando vi è solo imitazione…
Sarebbe da chiedere se Michellozzo o San Gallo (o altri che nella storia sono considerati come manieristi) siano stati artisti o modaiuoli… Non è mai facile capirlo. Certo, alcuni casi sono lampanti, come gli ogetti di design di Hadid, che di progettato hanno ben poco, ma anche di de-progettato hanno niente… Semplicemnte non sono pensati altro che per essere oggetti di Zaha Hadid. Ci sarebbero mille altri esempi, ed altrettanti teorie da esporre… :)

31 10 2009
SC

letto,
SC

31 10 2009
Pilia Emmanuele

Felice di ciò!
Spero di non averti annoiato troppo!
A presto leggerci,
Emmanuele

1 11 2009
luoghisensibili

Qualche rapido pensiero sul tema.
In altre parole: questa morte tanto celebrata per riaffermare una sopravvivenza. Di cosa?
Se per morte si intende la cessazione di vita di un sistema organizzato credo che sia quello dell’arte, il sistema dell’arte, ad essere il primo a celebrare la propria permanenza in vita (una prova? settimana prossima apre artissima, dove si legge appuntoc henon si parla di “mercato” ma di “festival”, la celebrazioen in vita del sistema).
Chi non sopravvive all’opera in realtà è l’artista che ha una naturale scadenza.
Ma ogni sua opera dichiara una soggettività inattesa che esprime una opinione sul guardare e sull’essere guardati (ad esempio). Queste ultime frasi per ricordarmi che l’attenzione si è spostata sempre più dall’atto creativo all’atto del consume delle opere; chi guarda oggi cambia il mondo molto più di un tempo… e qui l’immagine di Caspar David Friedrich cade perfetta… (ma pure qui il discorso della moda potrebbe entrarci).
A proposito notato? MO-D’A e MO-RTE sono un poco parenti. il “Cambio” enigmistico suggerisce il finale.

1 11 2009
Pilia Emmanuele

Caro Fabio,
il tuo commento pone una questione importante già dall’incipit: già perché se è vero che vi è una morte (o per lo meno, nelle migliori delle ipotesi, un tentato omicidio), è anche vero che qualcuno, o qualcosa, ne ha tratto beneficio. Oppure, forse, è riuscito a salvarsi. Come dici tu, è vero che il “sistema arte” ne è uscito molto forte, tanto è vero che si è addirittura creata la teoria dell’”Arte world”, di Danto. Secondo me quest’ultima è piuttosto sciagurata, perché implica l’esistenza di un establishment artistico che è mantenuto in vita dalla sua sola esistenza. Non è un caso che Danto sia stato un critico d’arte piuttosto vicino alle gallerie, più che alle istituzioni museali (di cui per l’altro ne faceva parte, creando così un conflitto di interessi).
In effetti, tutti i tentativi di scardinare l’opera d’arte in nome dell’arte stessa, sono stati poi riassorbiti, dapprima come “operazioni”, poi come “opere”, siano esse performance (che è un’invenzione molto recente, dato che le azioni pre-guerra non venivano considerate tali) sia oggetti veri e propri. In effetti l’idea che l’artista ceda il passo alla propria opera è verissimo: anche nel caso in cui l’opera si consuma nella sua immediatezza, è la testimonianza (ed oggi è più vero di ieri) a rendere imperituro il valore dell’opera. Per paradosso, potrebbe non esserci addiruttura essere stata opera, ma solo un resoconto fantastico, il quale avrebbe comunque valore. Questa tendenza ha origini addirittura classiche, dove le gesta eroiche della mitologia erano modello di “copie” artistiche, siano letterarie, teatrali, architettoniche, scultoree o pittoriche. Ma queste gesta, che eppure non sono esistite, hanno superato in vita i vari Omero, Filarete, Rigaut, ect, ma senza far vacillare il loro potere mitopoietico. Insomma, l’arte si sta spostando sempre più verso l’atto critico, fino quasi a coincidere in alcune occasioni, cosa che fa sì che non sia possibile, in alcuna maniera, parlare di moda: la critica, quando è MOda, è lettera MOrta, tanto per riprendere il tuo gioco di parole… :)
Grazie per il commento! Lo ho trovato molto stimolante! :)

6 12 2009
ema

come la fotografia ha ucciso la pittura, la tecnologia ha ucciso l’arte

Grazie a dinternet possiamo essere tutti artisti ed essendo troppi nessuno sa più giudicare chi è il vero artista.

Quindi solo chi è scelto dal sistema viene alla ribalta come artista più importante..
Chi ha più visibilità vince.
Bisogna avere priam visibilità , poi scegliere di fare l’artista.

8 12 2009
Pilia Emmanuele

Caro Ema,
posso capire cosa intendi, tuttavia non sono d’accordo: si può con una certa serenità dire che la fotografia lungi dall’avar ucciso la pittura, le ha dato la scossa che le serviva per uscire dal neoclassicismo. Sulla dimensione della produzione sono invece più che d’accordo: vi è troppo dispersività. Ma la profondità di discorso critico emerge sempre dalla piattezza della bella (o brutta) immagine. Il fatto però rimane sempre quello: era meglio quando si stava peggio? Ora tramite internet noi ci stiamo scambiando opinioni, non importa che noi siamo o meno grandi critici/artisti, ma ne stiamo parlando. Certo, chi vuole fare l’artista e pretende di emergere solo tramite internet, è un’illuso, per i motivi che hai accennato!
A presto, ciao e grazie per il commento! :)

27 06 2012
Λ_ One Piece. One Exibition #1 – Massimiliano Ercolani « PEJA TransArchitecture research

[...] dell’idea canonica di opera all’intero della comunicazione. D’altra parte, la fine dell’opera è un’idea che si pone alle radici stesse della modernità, volendo un continuo superamento [...]

1 07 2012
Λ_ One Piece. One Exibition #1 – Massimiliano Ercolani « HyperHouse

[...] dissolvimento dell’idea canonica di opera all’intero della comunicazione. D’altra parte, la fine dell’opera è un’idea che si pone alle radici stesse della modernità, volendo un continuo superamento della [...]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...




Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 2.224 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: