>°< PEJA Producing: Àgalma n°17

25 07 2009

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Prima di essere un paradosso, l’idea di un’arte senza opera, come del resto quella di un’arte totale, è una tra le più naturali. In effetti l’idea che Jean Galard, introducendo il suo articolo L’arte senza opere nel numero 17 di Àgalma, che l’arte possa rinunciare al ruolo così centrale dell’opera potrebbe far impallidire i più. Ma i conoscenti delle vicende che retrostanno la storia dell’arte pura, chi insomma si interessa alla critica ed all’estetica, sanno riconoscere in questa affermazione l’individuazione di una vera e propria tendenza che, dal Romanticismo in poi si è sviluppata ed è rinata sotto le più diverse forme: dal superamento dell’arte dei surrealisti di André Breton, passando per il rifiuto dell’opera situazionista, sino al post-human ed il suo svilimento della cosa e del corpo.
I temi affrontati dall’uscita dell’ultimo numero della rivista curata da Mario Perniola appaiono di primo interesse per la critica d’architettura, di cui ancora sveglia è la memoria dell’ultima Biennale di architettura di Venezia, dall’enigmatico titolo: Architecture Beyond Building. Forse potrebbero essere presenti chiavi interpretative diverse da quelle offerte dal curatore Aaron Betsky. Fatto sta che il contesto in cui ci troviamo ad operare, nel quale i parametri di valutazione dell’architettura appaiono in difficoltà, riconsiderare la natura dell’opera diventa una priorità non più occultabile.
Io, insieme all’amico Emanuele Sbardella ci siamo interessati al tema, e grazie alla possibilità offertaci dal prof. Mario Perniola abbiamo tentato di porre luce su alcuni coni d’ombra, riferendoci al confronto tra due personaggi particolarmente attenti, loro malgrado, al tema della dissoluzione dell’opera: David Lynch, e Zaha Hadid. Presento quì la premessa del nostro articolo, fruibile interamente sulla rivista. Mi piacerebbe che, se qualche lettore avesse la bontà di leggerlo, commentasse le sue impressioni quì, così da aprire un confronto: solo attraverso la critica più severa si può migliorare.

De-formazione professionale.
Hadid e Lunch: due costruttori di immagini

La deformazione professionale è una tendenza causata dall’abitudine ad esercitare il proprio lavoro, che porta a trattare con gli strumenti propri di quest’ultimo anche aspetti che esulano dal campo professionale. Invece, il lavoro dell’architetto e del regista da noi scelti è in sé alla ricerca di unal di là del proprio oggetto specifico. Inoltre Zaha Hadid e David Lynch sono accomunati dall’essere anche pittori, e noi li analizzeremo in quanto produttori di immagini. La loro produzione è de-formante, nel senso che mira ad un dissolvimento del proprio oggetto.
Con questo articolo scritto a quattro mani ci proponiamo di formulare un’ipotesi originale e di approcciare, dopo aver giustificato storicamente e filosoficamente questa ipotesi, alcune considerazioni che possano fornirne una ratifica almeno parziale. Ipotizziamo che i due professionisti non rimangano – come si sente da più parti ripetere – fermi ad uno stadio avanguardistico, ma nonostante ciò permanga l’originaria tendenza al dissolvimento dell’opera formalmente concepita all’interno delle rispettive tradizioni.





.** Le “preferenze” di Wilfing_

20 07 2009

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Per la seconda volta dall’apertura del mio blog,  Salvatore D’Agostino mi interroga sui terrotori che accomunano le nostre esperienze. Le domande questa volta sono piuttosto esplicite, e si limitano, per quanto la nozione di limite sia ambiguamente sfumata, a soltanto due:
Qual è l’architetto noto che apprezzi e perché?
Qual è l’architetto non noto che apprezzi e perché?
Non ho certo risposto a cuor leggero, dato che difficilmente mi do delle preferenze. O meglio: sto cercando di eliminare le mie preferenze dal mio percorso formativo. Servirebber un’ampia parentesi, ma per ora basta ricordare che si è liberi solo se liberi anche da se stessi. Ed un critico deve liberarsi per svolgere adeguatamente il proprio lavoro.
Oltrepassando il superficiale appena aperto, la scelta è stata forse ovvia, ma ricadente comunque sui miei interessi attuali: le preferenze sono dettate da ordini direttamente derivati dalle contingenze.
Data questa noiosa premessa, invito i lettori a seguire il lavoro in questine di Salvatore D’Agostino: la stessa domanda, rivolta a decine di bloggher, porterà senza dubbio a porci altre domande. E credo che questo sia il risoltato che ognuno auspica al proprio lavoro.





.:: Deriva vs Wilfing?

15 07 2009

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Mi è sempre apparso curioso constatare come, nonostante l’impressionante influenza che ha avuto sul pensiero architettonico a partire dagli anni ‘50, sino al periodo contemporaneo, il movimento situazionista nel suo complesso riceva così poche attenzioni critiche, capaci di sviscerare nuovi significati, dal movimento che ha profetizzato la società dello spettacolo, tanto per citare Perniola. Cercando di andare direttamente al cuore del problema, è imbarazzante osservare come le celebrazioni che hanno accompagnato il quarantesimo anniversario del Maggio francese, non siano state occasione di riflessione, soprattutto alla luce che più di un’esponente dell’Internazionale Situazionista ha contribuito alla preparazione e giustificazione teorica del ‘68, e che quest’evento in qualche modo rappresenta il culmine della ricerca situazionista di un ludismo rivoluzionario. Un’occasione persa, proprio perché la trasposizione da analogico a digitale che coinvolge tanto gli artefatti e la cultura, quanto la società stessa, vede il manifestarsi nella pratica del wilfing come punto di arrivo di mezzo secolo di sperimentazioni riguardo il tema della teoria della deriva. Con questa si intende un’attitudine, o una pratica, spontanea od organizzata, che prevede il lasciarsi andare attraverso il tessuto urbano, spinto unicamente da poli magnetici efficacemente descritti dalla psicogeografia, ossia dalla geografia emozionale già a suo tempo ampiamente elaborata. Data questa definizione, e questo accostamento con la pratica del wilfing, occorre riflettere sull’analogia, spesso proposta, del web immaginata come un’immensa città globale, frutto anche delle fascinazioni dovute a più di un film di fantascienza, e giustificata ampiamente dallo sviluppo di browser 3d come Second Life e Mondi Attivi, nonché sulle ricerche conseguenti riguardo l’architettura digitale.

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Dunque se è vero che è possibile tracciare una linea comune tra le pratiche qui prese in oggetto, occorre ragionare sull’utilizzo delle nozioni di corpo/cosa e di paesaggio/cosa, categorie elaborate da Mario Perniola già da un suo vecchio saggio intitolato Lo spettatore-cosa apparso sulla rivista Figure – teorie e critica dell’arte, le quali vedono l’innestarsi dell’uomo (corpo) sullo sfondo di un’intreccio di relazioni di cui esso stesso stesso fa parte (Paesaggio), e quindi dal quale non può essere estromesso, senza cancellare le relazioni stesse. Per quanto macchinosa, questa definizione si presta molto efficacemente per descrivere gli unici strumenti indispensabili per la pratica della deriva, la quale come già detto, prevede un vagare, un lasciarsi andare all’inerzia offerta dal tessuto psicogeografico. Tessuto formato, come definizione, dagli “Effetti precisi dell’ambiente geografico, coscientemente organizzato o meno, in quanto agisce direttamente sul comportamento affettivo degli individui“, come descrive per l’appunto Guy Debord. Dunque, per tornare al vagare indotto dalla deriva, tale inerzia è suggerita non dall’effettiva difficoltà di attraversare margini ed ostacoli, piuttosto dall’appeal che un percorso ha rispetto ad un altro. Il wilfing in Second Life, ma anche più in generale nei browser, si offre allo stesso genere di viscosità ed attrito, essendo la curiosità e la volontà l’unico limite e motore della deriva. Difatti, una persona o un navigatore, o volendo essere ortodossi, un corpo-cosa, “[...] che si lasciano andare alla deriva, rinunciano, per una durata di tempo più o meno lunga, alle ragioni di spostarsi e di agire che sono loro generalmente abituali, concernenti le relazioni, i lavori e gli svaghi che sono loro propri, per lasciarsi andare alle sollecitudini del terreno e degli incontri che vi corrispondono. La parte di aleatorietà è qui meno determinante di quanto si creda: dal punto di vista della deriva esiste un rilievo psicogeografico delle città concorrenti costanti, punti fissi e vortici che rendono molto disagevoli l’accesso o la fuoriuscita da certe zone“.

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Quest’ottica offerta ovviamente dona alla deriva un carattere certamente più oggettivo e scientifico, per quanto riguarda tale pratica artistica, tanto che Debord sente il bisogno di citare Marx, quando afferma che Gli uomini non possono vedere nulla intorno a sè che non sia il loro proprio viso: tutto parla loro di loro stessi. Anche il loro paesaggio ha un’anima. Si ritorna quindi ad un paesaggio-cosa come un ché di intimamente legato al soggetto, corpo-cosa, intessitore di relazione di cui il paesaggio è composto, e di cui fa parte egli stesso, come se si cucisse egli stesso su un tessuto di cui lui non può emergere, ma anzi vi è incastonato. Da quì il fascino impressionista che ci offrono Second Life ed altri mondi virtuali: così nella pratica della deriva non esiste paesaggio senza uomini, così ugualemente nel wilfing l’avatar, corpo-cosa per definizione, non può esistere senza uno spazio in cui agire ed in cui fissarsi, in cui diventare sfondo di un palcoscenico di cui non può che essere attore.
Considerare la costruzione delle città, reali o virtuali che siano, indipendentemente dai propri abitanti, dai propri corpi-cosa, significa rinunciare alla realizzazione di un paesaggio, alla rinuncia della possibilità di un vagare tanto rivoluzionario quanto spontaneo. Se è vero che la città è stata sempre espressione dello sviluppo di una cultura, ma soprattutto di una economia, è pur vero che è sempre esistito un forte attrito ed una forte resistenza al dominio di una delle due parti, cultura ed economia. Oggi questa tensione tende ad appiattirsi pericolosamente verso il secondo termine, escludendo dal palcoscenico ogni attore capace di intessere relazioni, condannando definitivamente il paesaggio a manifestarsi nudo delle sue relazioni.





>°< PEJA Producing: DIVENIRE III _

3 07 2009

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Lo spazio mediatico dedicato al tema ormai ce lo dovrebbe aver fatto imparare a memoria: il 20 Fabbraio 1909, sul quotidiano parigino Le Figaro, a firma di Filippo Tommaso Marinetti, viene edito per la prima volta in una pubblicazione di respiro internazionale, il primo Manifesto del futurismo. Anche se in realtà il manifesto fu dato alle stampe circa due settimane prima, il 5 Febbraio dello stesso anno, sulle ben più modeste Cronache letterarie del quotidiano bolognese Le Cronache dell’Emilia, è bene o male accettata la data d’anniversario della pubblicazione francese. Fatto buffo se pensiamo al marcato senso patriottistico con cui si dipingeva il movimento. Fatto sta che artisticamente in tutte le città italiane, eventi, mostre e pubblicazioni a carattere fortemente commemorative, si sono susseguite con un fare molto più vicino al marketing culturale più che alla riflessione storica. Ed è un peccato, poiché nessuna avanguardia ha saputo vedere lontano, nel quotidiano come nelle arti applicate, quanto il futurismo, e non può apparire come un occasione mancata la rassegnazione culturale delle nostre istituzioni, le quali non riescono ad avere una visione organica di un vicino futuro, capace di mettere in moto idee, e conseguenzialmente, attivare una forma di turismo a cui le nostre città sono fisiologicamente temprate, ossia il turismo culturale. Si parla molto di questa pratica, il turismo, ma sembra sempre abbinata a un non so ché di effimero e vacanziero, mentre si potrebbero creare enclave particolarmente fertili per i giovani studiosi, italiani e stranieri. Peccato.
Ovviamente qualche tentativo di creare un qualcosa che esulasse l’aspetto storico-conclamatorio della questione vi è stata, ma come al solito, le iniziative migliori in Italia sono ad appannaggio de
ll’organizzazione di privati e delle libere associazioni. Dato questo panorama, non poteva presentarsi occasione migliore per mettere in luce le non poche affinità tra futurismo storico e transumanesimo contemporaneo, attraverso la pubblicazione di un numero speciale della rivista Divenire: Rassegna di studi sulla tecnica ed il postumano, ormani arrivato al terzo numero, interamente dedicato alla riflessione della raccoltà di una eredità, più che dell’eredità in se. In particolare, annuncia nella presentazione del volume il curatore, Riccardo Campa - gli autori del volume si sono concetrati – partendo da diverse prospettive ideologiche e disciplinari – su aspetti comuni ai due movimenti, come il culto della tecnologia, l’idea di uomo moltiplicato, la neofilia, l’esaltazione della giovinezza e della vitalità, la guerra all’invecchiamento e alla morte, la sfida alle stelle, il sogno di ricostruire l’universo, l’innovazione radicale degli ambienti e delle forme di comunicazione, lo spirito rivoluzionario.
Partendo da tale incipit, non potevano mancare personaggi che al futurismo si rifanno direttamente, quali ad esempio artisti come Roberto Guerra o Graziano Cecchini, che trovano così modo di presentarsi in una veste sicuramente più pacata di quelle a cui sono soliti, nonché pensatori come
Guillaume Faye, il quale propone un lungo ed interessante saggio dove dimostra come il futurismo sia ancorato alle radici pagane europee. Riccardo Campa, Stefano Vaj, Adriano Scianca, Francesco Boco e Andrea Aguzzi si spostano sui terreni non meno instabili della critica storica, dove i due movimenti, transumanesimo e futurismi, vengono letti su piani analoghi, al fine di trovare corrispondenze e divergenze. Un lavoro di lettura negli spazi interstiziali, in cui un secolo di distanza sembra essere talmente appiattito su se stesso, da mostrare difficilmente la compiutezza degli eventi, e nascondendo in sé, come in un curioso enigma, le diverse chiavi interpretative. Questo volume prova ad offrirne una: probabilmente non sarà la più canonica, ma certamente si è fuggita la convenzionale imbalsamatura a cui abbiamo assistito quest’anno.

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