
La crescente sensibilità in termini di sostenibilità ambientale ha aperto recentemente, e si potrebbe dire sin troppo tardi, gli occhi al mondo sul disastro ecologico, a cui tutti hanno, in diversa misura ovviamente, contribuito. Il mondo dell’architettura ha risposto in maniera particolarmente energetica e propositiva a questa sfida posta dalla condizione contemporanea, sia perché troppe volte, troppi rappresentanti della disciplina si sono resi complici di questa contaminazione descritta (basta pensare alla scarsa coscienza e la disinvoltura con cui si sono perpetuati i più svariati abusi, al consumo di territorio attentamente normato, all’utilizzo di materiali tossici o comunque non riciclabili, quando addirittura cancerogeni. Lo stesso termine eco-mostro è stato un neologismo composto creato con l’intento di descrivere un ché di squisitamente appartenente all’architettura), sia perché è, a tutti gli effetti, una delle aree in cui la politica ha la possibilità di muoversi meglio e più facilmente normare. In’oltre, la questione riguardante l’evidente, e non invidiabile, primato dell’edilizia sulle altre attività produttive, che vedono quest’ultima come quella che necessita l’impiego più sostanzioso di energia, rende di primaria importanza questa riflessione sulla possibilità dell’architettura di incidere positivamente sull’ambiente. Purtroppo però, nonostante sia lodevole la creazione di una coscienza condivisa sull’argomento, le procedure di riassetto disciplinare e professionale messe in moto dall’architettura, riguardano prettamente il contenimento energetico. È chiaro che ci troviamo in una fase preliminare di sperimentazione ed adeguamento a nuovi paradigmi, ma proprio per questo, è necessario se la strada che si sta appena adesso intraprendendo sia effettivamente la migliore. Occorre domandarsi insomma, se l’impatto negativo dell’edilizia sia rappresentato esclusivamente dal consumo energetico, piuttosto che dall’impatto territoriale, dal consumo di materia prima o dalla produzione di scorie da smaltire in qualche modo, una volta terminata la vita economica degli edifici.

La cronaca italiana più recente ha posto infatti l’attenzione di tutti sull’importanza di una riflessione attenta riguardo lo smaltimento dei rifiuti prodotti dalla società. Eppure pare che questa tematica sia parecchio sottovalutata dal mondo dell’architettura, ormai concentrata sull’utilizzo di brevetti di cui spesso non si conoscono appieno i processi produttivi. Il pericolo è quello di ritrovarsi in una situazione in cui, la necessità imposta dalle più svariate industrie, le quali sono le uniche a necessitare di un modello societario di matrice consumista, di produrre futuri rifiuti, ripresenti entro breve un’emergenza ben più pressante di quella energetica. A tutti gli effetti, lo scenario che gli sceneggiatori della Pixar ha elaborato per il lungometraggio d’animazione Wall-E, potrebbe non essere poi così distopico come sembrerebbe ad una prima visione: una terra invasa da un volume tale di rifiuti da poter essere raccolti, compressi e stoccati in colossali, quanto inutili, monumenti al capitalismo, realizzati dal piccolo robot Wall-E. È chiaro ormai che la scelta di puntare su tecnologie raffinatissime, ma purtroppo poco durevoli, ha il suo pesante contraltare nella gestione del riuso di quegli elementi tecnici che, appartenenti ad unità tecnologiche che hanno ormai esaurito il loro ciclo economico, mantengono in sé la possibilità di avere una seconda possibilità di utilizzo attraverso il riuso dello stesso, sfruttando capacità di cui nemmeno i possessori dei brevetti sospettano la possibilità. Questo è l’approccio dello studio 2012 Architecten con sede a Rotterdam, presenti alla XI Biennale di Architettura di Venezia, i quali si sono riusciti ad infiltrare in uno spazio interstiziale ancora completamente inesplorato, tra pop-art, ready made ed ecologismo, il tutto raffinato da una concezione estremamente pragmatica del costruire, dove addirittura il rapporto tra committente, architetto, impresa produttrice, deve essere ripensato alla luce di una fornitura non concepibile secondo canoni tradizionali. La progettazione architettonica stessa viene tesa al limite di due poli ipotizzabili idealmente antagonisti, tra produzione artistica e fare ingegneristico, non percepibile direttamente tramite il prodotto finito, a meno che non si conosca la storia di ogni singolo elemento. L’architettura così va realmente a diventare catalizzatore di aneddoti pieni di vita, recuperando reminescenze pratiche medievali, aggirando lo stereotipo che vedono identificarsi quest’era con spesse mura e pesantezza strutturale.


Già dal primo progetto dello studio, lo show room Roppa di Rotterdam, si intravedono le possibilità di un approccio teso al riassemblaggio di elementi quanto più eterogenei, con un risultato che rimanda fortemente alle visioni underground di William Gibson, nelle cui narrazioni, le scenografie appaiono composte da una grande varietà di polimeri dei più svariati colori e consistenze. Addirittura ripensato per una produzione in serie, proposta con il 100% di materiali riciclati, il progetto Roppa dimostra una vera sostenibilità, assorbendo rifiuti come polimeri, che altrimenti avrebbero dovuto subire un difficile processo di smaltimento.

Interessante come la stessa matrice generativa si riproponga, attraverso però un diverso disegno e procedimento realizzativo, dati anche i diversi scarti utilizzati, nel progetto Cilly. Questo, arredo che non può non far venire a mente la linea compositiva di Joe Colombo, è come il primo decontestualizzabile, riassemblabile e trasportabile a piacimento, con l’unica accortezza di rispettare il modello d’assemblaggio che gli stessi 2012 Architecten si sono impegnati ad elaborare. Il design futuribile non farebbe certo pensare ad un prodotto riciclato da diverse lavatrici destinate a mal decorare margini stradali, discariche regolari od improvvisate, ed anche questa volta, come poi in tutti i progetti nati da questo particolarissimo modus operandi, l’oggetto architettonico nasconde, anche in termini anagrafici, molto di più di quello che mostra. Vi si annida in questi oggetti una profondità preclusa ai manufatti edilizi di concezione, si potrebbe dire, canonica. Ed è una profondità formata da un’intrecciarsi di aneddoti e storie personali, anche dei singoli oggetti, che potrebbe andare a fare il verso quella delle svariate modanature di spoglio a cui lo studio della storia d’architettura ci ha abituato, e di cui non occorre preoccuparsi, come paiono invece molti opinionisti, della scarsità di nobiltà di queste pratiche odierne: dopotutto, non credo che se gli uomini vissuti all’alba del secondo millennio avessero avuto a disposizione i nostri rifiuti, non li avrebbero usati.

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