.** Paradigmi ignorati_

21 05 2009

Da diversi anni ormai pare che l’architettura si stia sempre di più disinteressando delle tematiche riguardando l’integrazione tra prototipi tecnologici ed edilizia. In realtà questa è una deriva disciplinare che sta per implodere: le generazioni che hanno dato il via alla cosìdetta rivoluzione informatica, con fin troppa enfasi, dato che di rivoluzione proprio non si può parlare, quanto piuttosto di innovazione, è stata facilmente scanzata dalle grandi commesse pronte a scommettere su brand-immage di architetti che hanno ben appreso alcuni aneddoti formali dei primi citati. La critica, spostando il proprio interesse sui secondi, ha fallito il proprio compito, lasciando una voragine riguardo sperimentazioni che pure ci sono state e sono state ben importanti. È logico che chi condivida queste tesi, alla fine ne vada parlando come se si trattasse del più o del meno…

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Maurizio
Ciao caro! Come va? Stavo leggendo un tuo vecchio post…

Emmanuele
Ciao Maurizio… Bhè grazie! Mi imbarazzi…

Maurizio
Ma dai smettila! Ti ho detto che mi limito con i complimenti… Ma almeno fammeli leggere i post! Comunque fammi tranquillizzare un po e ti rispondo a questo

Emmanuele
È un post che mi ha richiesto un certo impegno…

Maurizio
Mi pare che ne parli anche in altro e sei molto sensibile verso questo tema..

Emmanuele
Beh, quello dell’interazione e della customizzazione mi pare uno dei paradigmi principali del nostro periodo.

Maurizio
Mi ci sto scervellando per certi versi, anche se ancora non è visto per nulla come campo di applicazione in architettura… Resta relegato allo studio di pochi amatori!

Emmanuele
Io credo che sia perché sono necessarie competenze di un certo livello per maneggiare certe tecniche e tecnologie… Insomma, non si tratta più della saldatura tra due putrelle, oppure del vetro sospeso! Qui si parla di robotica, informatica, IA deboli… Anche solo capire il campo d’applicazione per non far sì che quello che si fa assomigli ad una delle solite installazioncine, ma renderle funzionali, non è compito di semplice futurologia! Credo che la domotica non vola proprio per questo motivo…

Maurizio

Già… Mi pare che lo dicevi tu tempo fa: entra in gioco la programmazione informatica, cambia il modo di operare delle maestranze… Scompare l’edilizia…

Emmanuele
Sì, oppure rimane sovrastruttura…

Maurizio
Si vede la comparsa di opere che sono supportate da altri livelli di costruzione…

Emmanuele
…e questo è difficile da capire per gli architetti più accademici!

Maurizio
Non solo da loro: vallo a dire a tutti quelli che escono dalle facoltà di architettura/ingegneria che devono ricominciare …

Emmanuele
Beh. il fatto è che i loro prof., i nostri prof. non accettando il cambio di paradigma continuano a sfornare inetti in questi temi! È un cane che si morde la coda.

Maurizio
Se non si cambia rotta, ci ritroveremo con dei contenitori chiamate case. piene di aggeggi che in mal modo comunicano tra di loro!

Emmanuele
E comunque saranno robe verso le quali non proviamo alcuna empatia, ma ci sembreranno imposte…

Maurizio
Esatto! L’interazione tra il manufatto l’uomo deve essere totale! Se nel momento in cui faccio vedere il padiglione di Oosterhuis ad un collega e mi risponde che son forme che ancora non riesco a capire, senza capire i contenuti del padiglione stesso…

Emmanuele
Eheh già, però l’errore è anche di Oosterhuis, che cerca di costringere motivi formali a lui congeniali a contenuti esterni ad essi.

Maurizio
Siamo bloccati, la gente non si vuol allontanare dal mattone e dal c.a. …

Emmanuele
Questo è vero. Però qui si delineano due estremi: da una parte la convinzione che non si può fare altro che edilizia tradizionale per edifici tradizionali, dall’altra la convinzione che si debba riempire la città di edifici strani ed interattivi, ma come puoi immaginare sono posizioni ideologiche, perché se è vero che è folle continuare a costruire edilizia che non sia ne smaltibile nella sua componentistica, ne durevole tanto da dire che sia convenuto costruire con tali tecnologie, è altrettanto vero che è considerabile folle pretendere una riconversione totale con tecnologie che in teoria ammala pena esistono e che difficilmente sono riconvertibili a produzioni industriali e soprattutto per funzioni abitative. Non dico che occorre cercare una via di mezzo, che risulterebbe piuttosto kitsch, ma occorre cercare un diverso paradigma, perché una transarchitettura che soddisfi il bisogno della transumanità la vedo ancora un po troppo evanescente. Considerato che una transumanità più o meno libera da molti oneri dell’umanità attuale non può che passare per i prodotti dell’industria, vedo che l’architettura sta rallentando parecchio il processo di transizione…

Maurizio

L’architettura da questo punto di vista mi pare stia abbandonando il suo ruolo di appendice alla società… ripeto nel dire che, a parte qualche esempio, non si vedono corse verso di un’architettura tecnologica ed empatica… Oggi si pensa solo a tappare i buchi imposti dalla normativa, creando ancora più conflitti tra l’esistente e il progetto.

Emmanuele
Sì, credo anche io che molti architetti si stiano allontanando dall’idea di modificare il mondo, o per lo meno di accompagnare questa trasformazione… Sono rimasti in assai pochi a tentare qualcosa di arduo e razionale allo stesso tempo… Chi mi viene in mente? Architecture&Vision, che lavorano con agenzie spaziali varie e che progettano architetture ispirate alle saghe spaziali, ma che si presentano al contempo estremamente razionali e realistiche, alcuni come Lars Spuybroek e Jean Nouvel, che lavorano sulla virtualizzazione del reale (che per quanto possa sembrare un qualcosa di effimero, ha la grande importanza di abituare i cittadini a certe cose), Nio che lavora su margini quasi cyberpunk, Oosterhuis, che lavora sulle protesi… Però c’è tanta corruzione della maniera. Il problema di quelle che chiamano archistar, non è tanto il fenomeno in se, ma più che altro la stasi della progettazione che non può andare oltre certi paradigmi richiesti dal mercato.

Maurizio
Beh dalle archistar difficilmente si avrà una risposta seria in questo senso. da loro ti ci si può aspettare solo delle risposte più o meno condivise, ma per questioni di marketing non stravolgeranno il loro modo di fare e di pensare… navigano ben saldi ai committenti. Sarebbe un peccato non perseguire certe strade, come in pochi stanno facendo. Oggi la tecnologia offre tantissimo, e ogni giorno avanza con passi da gigante. Non siamo noi a stabilire come sarà il futuro ma di sicuro ne faremo parte. A chi ne ha voglia possibilità e potenzialità non resta che perseguire tali sistemi.

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Emmanuele
È vero, però dimentichi un problema di mercato: sai che la rivista Humanty+ ha intitolato l’intero numero di Febbraio/Marzo: Is the Future cancelled?, ed il tema era proprio l’impossibilità di creare un futuro con condizioni di mercato avverse alla ricerca, e per di più in stagnazione economica

Maurizio
No non lo sapevo. ma pensi veramente che tale mercato bloccherà la ricerca? Io non ci credo anche perché i processi tecnologici non hanno di certo avuto una ricaduta, anzi! La tecnologia di largo consumo continua a proliferare… Aumentano sempre di più le nanotecnologie e la tecnologia all’interno dei telefonini o altro. La gente continua a comprare questa roba, proprio perché sistemi che fino a qualche anno fa avevano prezzi esorbitanti , oggi sono alla portata di tutti. Una rete di sensori oggi si fa con poco, e anche un microcontrollore è un oggetto di largo consumo. Secondo me la domotica non decolla, perché le industrie non si decidono ad abbassare i prezzi che per certi versi sono immotivati.

Emmanuele
Il fatto è che il mercato blocca la tecnologia… Ti faccio un esempio pratico: io sono il detentore di una tecnologia che sta andando in via di obsolescenza, per esempio le macchine a benzina, ed ho pronte X macchine in magazzino. Se liberassi una tecnologia più efficiente, più pulita, tecnologicamente conveniente, e da prototipo che potesse offrire sviluppo anche ad altri settori (come succede per la formula 1 per capirci), io, industria, non ho alcun vantaggio a introdurre le macchine ad idrogeno, perché devo ancora vendere i miei brevetti e le mie macchine in magazzino. E non ci sono solo le macchine, anche i pezzi di ricambio, le industrie da dismettere, i contratti da rifare… In questo senso il mercato influisce negativamente sulla ricerca e sullo sviluppo! Siamo figli del mercato, ma ormai è chiaro che si tratta di gerontocrazia.

Maurizio
Sì la cosa è chiara… Ma non sono solo le industrie che bloccano tutto, la colpa è anche della politica. Ma non voglio addentrarmi se no non ne usciamo. Questo in ogni caso si allontana un po dal problema crisi: dietro a questa parola, il più delle volte si nascondono molti di questi inganni.

Emmanuele
Beh, questo è chiaro… Il fatto è che influisce pesantemente nella storia dell’architettura

Maurizio
Certo anche perché il mercato dell’architettura di per se è molto lento, ciò dovuto a tutte le caratteristiche intrinseche alla disciplina. Ipotizziamo che il mercato si sblocchi, che cambi rotta, e che la tecnologia avanzerà al ritmo ipotizzato dai futurologi, che l’architettura continui a passi lenti la propria strada. Quale sarà l’impatto sull’uomo che si ritrova ad abitare ambienti tradizionali e a vivere ambienti altamente tecnologici, magari ambienti ibridi tra reale e virtuale?

Emmanuele
Probabilmente si creerà una scissione tra persone che ha la possibilità di accedere a certe tecnologie nel proprio ambiente di lavoro, e persone che invece non possono accedervi, quindi non ne avranno per niente coscienza… Quindi tecnicalmente è uno scenario tecno-fascista, quello in cui l’architettetura non si aggiorni ne tecnologicamente ne linguisticamente

Maurizio

Ciò che si prospetta nel futuro prossimo è la mancanza di energie per gli spostamenti. Probabilmente staremo tutti a casa. gli ambienti virtuali saranno i nostri ambienti quotidiani.

Emmanuele
Sperando che esse non siano le nostre prigioni… Occorre un dibattito serio, ed occorre oggi! Così come Asimov ha impiantato in speculazioni narrative i tre principi fondamentali da inculcare ad intelligenze artificiali forti e robot, occorre lavorare in ogni piega affinché il futuro non appaia un incubo…

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.:: Le Corbusier a Firminy :: 2/2_

14 05 2009

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La Maison de la Culture sarà l’ultima opera che Le Corbusier riuscirà a vedere completa, tra quelle uscite dal suo studio. Questo però non scoraggiò il sindaco Eugène Claudius-Petit a portare avanti il piano del maestro di Le Chaux-de-Fonds. La seconda opera realizzata del grande complesso culturale di Firminy sarà lo Stadio Olimpionico della città, posizionato in perfetta relazione con il primo edificio, e del quale l’unica emergenza costruita è rappresentata dalle tribune che guardano il centro culturale già descritto. Vi è una stretta proporzione tra i due edifici, ed è indubbio che la mancata realizzazione di uno dei due avrebbe influito pesantemente sull’unica costruzzione. Il campo, circondato da una pista, è cinto stranamente solo da uno dei lati da spalti, che sembra quasi proseguire la pista attraverso due scali laterali che abbracciano idealmente l’evento agonistico nel suo svolgimento. Forzando non troppo le idee, considerando anche l’ammirazione che Le Corbusier sentiva per l’architettura romana, si potrebbe paragonare lo stadio alla tipologia del circo romano, di cui il Circo Massimo si è fatto prototipo, dove il Palazzo Imperiale, il più importante edificio amministrativo, si poneva in posizione dominante rispetto al campo dei giochi. Non è quindi difficile ipotizzare che la posizione de la Maison de la Culture su una minuta altura rocciosa, che per quanto accennata ne rende comunque il primato, non sia tanto una semplice evacuazione neoromantica quanto piuttosto una forte affermazione concettuale: solo la cultura, intesa nel suo senso più illuminista, può elevarsi a guida di un popolo. Soprattutto dopo un conflitto mondiale dal quale l’uomo stava ancora cercando di riprendersi. Chi si è addentrato nella comprensione di Le Corbusier, nella difficoltà di leggere lo stato d’animo con cui operava, in Firminy riuscirà a trovare numerosi indizi di una riconciliazione che già a Ronchamp sembrava impossibile.

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Di tutt’altro carattere è la piscina locata ai margini del complesso dello stadio, e difficilmente percepibile percepibile da esso. Se la Maison de La Culture anticipa ed ispira molte delle intuizioni future di Steven Holl e Rem Koolhaas, l’edificio suggerito da Le Corbusier e curato da André Wogenscky, fertilizza il terreno per la crescita e le riflessioni di architetti più attenti all’impatto volumetrico, come Massimiliano Fuksas e Ben van Berkel. Anche questa volta è una composizione di volumi appoggiati l’uno sull’altro a definire la struttura, ma se la sprezzante inclassificazione della Maison de La Culture rende leggibile questa sovrapposizione, ora diventa chiaramente l’elemento cardine. Anche questa volta si gioca su contrasti: la sinuosa e chiusa base sorregge una scatola vetrata coperta da un massiccio frontone che sovrasta quest’ultima. Il movimento della base diventa quasi poesia nell’entrata che guarda il campo, dove un movimento di risucchio fa curvare le pareti perimetrali su se stesse, quasì a definire una contrazione della materia, per poi esplodere in un vasto spazio aperto, non certo dichiarato all’esterno.

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Se forme fluide, sovrapposizioni, schianti e proporzionismo sono caratteristiche comuni alle tre prime opere realizzate, la chiesa di Saint-Pierre, terminata solo grazie ad una iniziativa di liberi cittadini, è l’edificio che sicuramente stimola la sensibilità dell’uomo contemporaneo, quasi a rifiutare d’istinto la reale paternità dello stesso. Realizzata in due fasi, questo edificio rappresenta forse l’espressione più alta della capacità compositiva e simbolica di Le Corbusier, utilizzando in modo assolutamente inedito l’intero suo campionario, approdando a modulazioni di questo inedite ed imprevedibili. Osservando dalla Maison de La Culture, ci si accorge come anche la chiesa sia pensata per una fotogenia d’insieme calibrata al millimetro. Poggiata su una minutissima altura ampiamente ripensata, alla quale è possibile accedere direttamente dallo stadio, lo strano volume, assimilabile ad un cono eccentrico troncato sui due terzi, viene manipolato tramite sovrapposizioni e sottrazioni di segni che per quanto composti, non trovano ragion d’essere che come esplicitazione delle proprie viscere: una serpentina che fa pensare istintivamente ad una grondaia, non è altro che un sistema di rifrazione della luce interna alla chiesa, mentre un’arco sporgente dal prospetto d’entrata al livello inferiore, ha la funzione di modulare la luce da un facciata trivellata di fori, quasi ridotta a colabrodo. Strani camini nella copertuna invece rilevano la presenza dei cannon lumière a lui cari. Vi sono due accessi all’edificio: uno diretto alla sala delle celebrazioni, attraverso una pensilina, probabilmente pensata anche per processioni, vista l’obligo di prospettiva che pone, e che anche questa volta appare un’offerta al futuro lavoro di Steven Holl, ed un secondo che conduce alla base dell’edificio, dove ora vi è sistemato un piccolo museo dedicato all’autore. Sistemato come una molteplicità di sale quadrate, formate da piccole cavee, da questi spazi si conquista un’entrata dal basso alla sala della chiesa. Le scale, strette e variamente spezzate, costringono l’osservatore ad alzare la testa per potersi orientare nella propria ascesa, mostrando così al fedele uno spettacolo difficilmente narrabile.

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Se l’universo cromatico presente in questa chiesa era già tema di riflessione in gran parte della sua produzione, questa volta la complessità spaziale è paragonabile solo alla contemporanea, almeno nell’ideazione, Filarmonica di Berlino di
Hans Scharoun: spalti sopraelevati, raggiungibili tramite rampe che spezzano ogni possibile simmetria, sovrastano quelle posizionate più sotto, che si sistemano solo da una metà della sala, per così rispettare rigorosamente la dissonanza voluta. Guardando verso l’altare, ci si accorge quanto siano importanti quei segni prima descritti, tanto che in certe ore è possibile addirittura provare fastidio per lo stridore con cui i colori tra loro si toccano e contaminano, lasciando ben poco spazio al grigio cemento. Un lirismo di tale portata, perseguito con estremo rigore, arrivando agli escamotage più ovvi, e per questo più facilmente nascosti, rileva la portata di quello che senza dover esagerare Bruno Zevi ha definito mostro creativo. Tra i più controversi autori dell’architettura del ‘900, riscoprire queste architetture mette in dubbio la validità delle critiche mosse dagli anni 50 ad oggi, e dati i risultati, c’è da pensare che in molti di questi personaggi ci sia ben molta malizia nello giudicare non i risultati di un maestro, ma la più bassa eredità di autoconclamati allievi.

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.:: Le Corbusier a Firminy :: 1/2_

6 05 2009

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Firminy è una piccola città di appena 20.000 abitanti, situato nel dipartimento della Loira della regione del Rodano-Alpi, che negli ultimi cinquant’anni ha subito un forte decremento demografico, ormai assestato, a causa della recessione della industria metallurgica che manteneva una certa autonomia economica alla città. Prima che iniziasse questa crisi però, l’intervento di uno di quei personaggi che nella storia dell’architettura appaiono di tanto in tanto, e vengono a merito indicati come committenti illuminati, il sindaco della città, ma anche Ministro della Ricostruzione, Eugène Claudius-Petit, data la necessità di alloggi popolari, decide nel 1954 di ridisegnare un quartiere degradato della città, rinominandolo Firminy Vert, o Firminy Verde. L’incarico venne offerto niente popò di meno che a Le Corbusier, il quale rispose con un progetto organico comprendente, oltre ad una delle sue Unitè d’habitation, un centro civico, poi denominato Maison de la Culture, uno stadio ed infine la chiesa di Saint-Pierre, iniziata nel 1960, ma terminata solo nel 2005. A queste, si aggiunge una piscina, adiacente allo stadio, opera del suo braccio destro, André Wogenscky. Se la città viene ripianificata secondo i precetti dell’architettura razionalista, gli interventi proposti puntualmente sono un campionario straordinario di quanto di meglio abbia potuto fare il Le Corbusier della fase plastica, rappresentando così la più alta eredità che il maestro svizzero poteva lasciare in eredità all’architettura della fine del novecento. Un’analisi anche superficiale degli edifici mostra infatti quanto gli architetti contemporanei gli siano debitori.
Di questi, la Maison de la Culture è la prima ad essere completata.

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Posta di fronte allo stadio di calcio, con il quale stabilisce immediatamente un dialogo che dimostra quanto sia istintivo il senso per la proporzione negli edifici di Le Corbusier, questa si compone volumetricamente di due blocchi fusi tra loro e difficilmente riconoscibili nella propria identità, ma che si differenziano per il loro effettivo contrasto di matrice manierista. Nel prospetto che si offre allo stadio, e quindi alla città, il basamento, come succede anche negli edifici delle sue prime opere sperimentali, è quì svuotato, ma non ridotto ad etereo livello strutturale: layer di diversa consistenza si alternano con un ritmo dove è la dissonanza a dettare regole: i pieni intonacati a buccia d’arancio, si alternano alle trasparenti facciate musicali,  invenzione sempiterna di Iannis Xenakis, onnipresente in tutte le architetture di Firminy, ma che quì, come a La Tourette, diventano fondamentale nel disegno dei prospetti e della luce. Questi tre livelli orizzontali sono scanditi da un ritmo dominante che è quello del passo strutturale, ma che non impedisce il trabordo di un campo di competenza nell’altro, proprio a sottolineare l’inconsistenza di qualsiasi ordine superiore. Sopra questo livello, lanciato sul vuoto del sottostante campo di calcio, il secodo blocco è formato dall’estrusione orizzontale della testata, formata da un disegno libera da vincoli geometrici, con la coperture curva sostenuta da cavi d’acciaio tesi inseriti nell’intradosso di solaio, così che dall’interno sia possibile osservare il funzionamento di questa strana volta rovesciata. Il secondo prospetto invece, è assolutamente dominato dal ritmo inaugurato dall’ingegnere greco, mostrando invece un rispetto per la composizione imposta difficilmente imitabile. Il contrasto tra questi due elencati sembra quasi indicare due separati progetti, ed è solo il ritmo del passo strutturale a riportare l’unità tra i due.

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Il cemento lasciato grezzo dell’esterno, la sovrapposizione di pesanti pieni a tenui vuoti, così come l’incredibile inclinazione del prospetto sullo stadio, sembrano già preannunciare lo straordinario lavoro della prima Zaha Hadid, così come il gioco manierista di imposizione di una regola, poi consciamente trasgredita sarà tipica di Steven Holl e di Rem Koolhaas. All’interno la mente è sempre incline a ricordarci Steven Holl e Rem Koolhaas: il vetro che all’esterno sembrava perfettamente omogeneo, a causa dei montanti in cemento al quale direttamente si innesta tramite semplice silicone, si svela nella sua polimatericità. Gioco simile ha spesso intentato Steven Holl, tra cui vi è mirabile la somiglianza d’intenti con il progetto per il  Cranbrook Istitute of Science, dove le vetrate dell’ingresso diventano provini di rifrazione dei più diversi dispositivi ottici. L’intento di Le Corbusier ovviamente è di tipo compositivo, ma è corretto tracciare una linea di continuità tra i due aneddoti formali, date le numerose citazioni dell’architetto americano.

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Lo spudorato uso di materiali eterogenei, così come gli espedienti cromatici, sembrano invece preannunciare parecchia della poetica dell’architetto olandese. Abbandonato, o almeno, placato il brutalismo che volge all’esterno, l’interno non intende comunque ricercare una qualche riconciliazione. Anzi. Pannelli di plastica ondulata vengono candidamente inseriti in divisori dalla consistenza dell’intonico talmente granulosi da apparire calcarei, così come nelle sale espositive, scale, aree di sosta e sedute fanno parte di un unico getto di calcestruzzo, mentre le bacheche in legno sono inchiodate direttamente su di esse. In questa situazione è possibile osservare come anche il calcestruzzo sia di diverso mix design in base alla funzione che deve svolgere. E ciò viene fatto pesantemente percepire attraverso l’uso di texture che può assumere il materiale.

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Da quì si può forse rilevare come forse il terreno in cui si colloca la Maison de la Culture faccia parte di questo campionario di effetti materici e texture. Lo stesso edificio, visto dal basso del campo, appare come una rocca emergente dalla pura pietra che lo sorregge, come se fosse essa stessa parte dell’edificio, dimostrando come la ricerca di una trascendenza dalla madre terra ottenuta dalla conquista dei pilotis, si sia ripiegate su se stessa, per avere, questa volta fortemente, quasi cosciente della vicina fine, una laica riconciliazione con essa.

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