>°< PEJA Producing: 108 Portuense Housing_

5 04 2009

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L’onnipresente crisi economica, ed i bisogni di sostenibilità e risparmio energetico hanno ormai costretto gli architetti a riflettere sulle possibilità e sulla opportunità di sperimentazione linguistica che questi nuovi bisogni portano con se. La crisi sociale impone infine il tentativo di una creazione di un’empatia forte con il proprio abitato, la possibilità di un’apertura forte ai flussi quotidiani, una liquefazione con la morfologia territoriale, in modo che essa venga rispettata per quello che è formalmente, non per quello che è metafisicamente. Territorio che è quanto mai particolare, sia per sedimentazione storico/morfologica, sia per caratteristiche topologiche: situato in un lembo di terra parallelo del Tevere, ed a ridosso di questo, il progetto si colloca  sulla via Portuense, nell’area protetta dall’UNESCO denominata Clivio Portuense, nei pressi di Porta Portese e l’arsenale Pontificio di Giovanni Battista Contini. Insistere su questi punti significa tentare di sfuggire a parecchi di quei luoghi comuni che la pubblicistica d’architettura sta imponendo fortemente, chiedendo di sostituire tipologie edilizie già ignorate dalle sperimentazioni residenziali romane degli anni ’60 e ’70, di cui i frutti sono ben noti, nonostante la difesa di questi da parte dei superstiti alla stagione. Si è quindi optato per un edificio in linea a ballatoio, formato da due allineamenti di appartamenti, che lascino un’intercapedine sufficiente alla creazione di moti convettivi necessari al controllo bioclimatico. In questo intercapedine si possono anche ritrovare le aree comuni attrezzate, indispensabili alla creazione di un microclima sociale volto alla creazione di un’empatia reale con il luogo in cui si vive. Questa è uno stratagemma molto usato anche negli esempi di edilizia residenziale di vasto respiro prima citati, ma che qui si arricchisce di un elemento prima ignorato fondamentale a non trasformare questi elementi in roccaforti: la scala e la porosità. La proposta di progetto sacrifica la possibilità di concentrare le abitazioni puntualmente con un edificio a torre o con diversi edifici della stessa tipologia, preferendo un elemento di 3 piani fuori terra, che abbia la capacità di creare un invaso urbano racchiuso dall’Arsenale Pontificio, dal mercato di Porta Portese, e dalle attività commerciali contenute al pian terreno dello stesso fabbricato. Queste attività commerciali continuano la loro estensione anche sul livello inferiore prospiciente il Tevere, raggiungibili attraverso il percorrimento del livello terreno della struttura, che così vede un obbligatorio attraversamento di persone esterne alla residenza, creando così le premesse di una contaminazione sociale che renda impossibile l’effetto Corviale, descritto dall’antropologo Massimo Canevacci, e che funzioni anche da sentinella sociale, evitando l’ipotesi di ronde urbane.

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L’eterogeneità dei tagli proposti, quindi dell’offerta di mercato, va a influenzare profondamente anche la morfologia del fabbricato: l’alternarsi di appartamenti di diversa superficie, considerando il passo perseguito di 7,2 metri, crea nel prospetto che da alla strada Portuense un andamento ondulatorio controllato da componenti generativi, controllati via RhinoScript, e pensati per una successiva prototipazione numerica, quindi mantenendo un limitato numero di raggi di curvatura. I singoli appartamenti poi, per perseguire ancora di più la flessibilità d’offerta, sono pensati per avere delle unità ambientali modificabili nel tempo in base ai bisogni dei vari abitanti che andranno ad occupare i vani. Così, la stessa definizione di Unità Ambientale viene corrosa, per far spazio ad una Sovra-classe Ambientale, maggiormente attenta ai bisogni individuali. Ciò attraverso l’uso della già collaudata tecnologia delle pareti attrezzate mobili, ma che ora viene pensata come un sistema capace di ampliare o ridurre dimensioni di ambienti, non di annullare questi ultimi, in modo da non svilire chi poi dovrà andare ad abitare questi spazi.

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È chiaro che una proposta che pretendi di essere innovativa, anche se questa presunzione non è detto che rendi innovativa il progetto, debba rinunciare ad alcuni elementi che invece caratterizzano un determinato tipo di produzione, con tutti i rischi che questa operazione comporta.

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7 responses

5 04 2009
David

Bè quello che trovo molto interessante è la tecnologia delle “pareti attrezzate mobili”, finalmente case strutturate in modo dinamico. Questa sì che è architettura del XXI secolo!
Ciao.

5 04 2009
Crane

Hi, thank you for your beautiful post, i love to come here to read what you write. I am an architect from Lausanne, and i would love to share some thoughts with you. I left my email in the field, congratulations from your work! Bye, or how we say here, “Au revoir”!!!

6 04 2009
emmanuelepilia

@ David:
Bhè, quella tecnologia è a dire il vero pensata già nel pre-guerra, solo che quì c’è una differenza, che se si vuole è una involuzione, ma che credo sia maggiormente umanizzante: le pareti mobili in questo caso non servono a creare stanze dal nulla, ma a mischiare le unità ambientali, ossia le unità di attività tra loro compatibili, in modo che se si vuole, si può aprire la camera da letto al soggiorno, chiudere il soggiorno alla cucina, la sala studio, eccettera. L’umanizzazione dello spazio penso sia per il XXI!
Almeno spero! :)

6 04 2009
emmanuelepilia

Hi Doc! Really thank for you word, i send you an email. I visit yout website, and i think you’re “an” hero for iPod’s fans!

2 05 2009
louis kruger

bhè, ti ringrazio qui (nella tua tana). soprattutto (doppie come emManuele) per la tua ammirazione e curiosità. il tuo apprezzamento mi lusinga, ma sono costretto a smentirti: non c’era molto di eroico, piuttosto tanta testardaggine dopo molta incoscienza. ehi! molto interessante il tuo progetto, anche bello. data la tua curiosità, ti suggerisco un eroe del periodo della mia tesi di laurea. data 1983… (ancora prima del 1985). un certo john habraken. di contemporaneo… potresti guardare i lavori di jan van schaik (figlio del mio amico leon) con paul minifie a melbourne in australia.

3 05 2009
emmanuelepilia

Bhè, caro Louis Kruger, ti ringrazio molto per il tuo apprezzamento! Ma io credo che gli ultimi eroi sono proprio le persone testarde, nella situazione in cui siamo noi ora a lavorare, studiare, vivere. In Italia chi fa il proprio dovere è un martire, chi fa di più un eroe. Soprattutto se non si è italiani. E soprattutto, grazie mille per i riferimenti che mi offri! Penso proprio che me li vado a guardare subito subito! :)
PS: Perchè non mi invii alcune immagini della tua casa? Mi piacerebbe molto dargli una occhiata… :)

14 07 2013
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