.:: Architettura senza teoria_

18 03 2009

Gli architetti rinunciano a far parte di un’ideologia di manipolazione disciplinare della società perché prendono atto del fallimento delle ideologie, ma anche di un generale fallimento professionale: la realtà urbana, la realtà sociale, non segue le indicazioni disciplinari, le New Towns inglesi al pari delle città satelliti francesi, al pari di buona parte della pianificazione e della elaborazione di modelli residenziali, rivelano un fallimento. [...] A seguito di questo fallimento generale si è prodotto quell’effetto che Jean Baudrillard chiama vertigo, cioè l’impressione che tra il discorso dell’architettura e quello della realtà ci sia uno iato incolmabile.

In questo discorso, in cui Franco La Cecla fa emergere un senso di insoddisfazione per lo stato dell’arte dell’architettura, emerge un dato importante riguardante lo scollamento verificantesi tra architettura e teoria della stessa in età moderna e tardo moderna. Michele Costanzo ha già avuto modo di osservare come una delle peculiarità aggettivanti la storia dell’architettura degli ultimi venti anni, sia il progressivo perdere d’interesse verso qualsivoglia teoria architettonica che pretenda in qualche modo essere accomunante. Se si escludono infatti le speculazioni riguardanti la transarchitettura, le quali hanno comunque carattere fortemente, ma non esclusivamente, programmatico, l’ultimo atto teorico fortemente rilevante, con una influenza per lo meno sensibile, è stata la mostra Decostructivist Architects dell’89 al MoMa di Philip Cortelyou Johnson, la quale comunque, non occorre dimenticare, è comunque frutto di mille compromessi ed altrettanti abbagli.
C’è da chiedersi però il perchè di questa resa, o incapacità?, da parte dei teorici e critici di architettura, i quali sono ora numerosi quanto mai, di far evolvere un dibattito che si interessi a descrivere e rileggere scenari storici ed a tracciare prospettive e programmi. La perdità di fiducia nella teoria non può essere infatti spiegata unicamente come reazione al fallimento delle stesse, in quanto la stessa storia dell’architettura ha sempre dimostrato come questo fallimento sia stato condizionato fortemente da una politica avversa, o comunque malamente posta, che se è vero che spesso ha incentivato inizialmente questo o quell’esperimento, ha poi ritrattato con aiuti ben minori da quelli inizialmente promessi, donando così garanzie d’insuccesso alle iniziative patrocinate pubblicamente. La tesi di La Cecla deve quindi essere rettificata se intendere essere per lo meno pertinente, dato che il suo attacco è disposto prettamente verso le così dette Archistar. Pensare però che la crisi della città contemporanea, divisa tra nette separazioni con borgate e periferie varie, possa essere casuata dalla brand architecture o da una architettura autoreferenziale vuol dire non aver assoluta percezione del problema. Difatti, secondo il bollettino dell’ AIA del 2006, solo il 4% degli edifici costruiti viene pubblicato, e di questo 4% immagino che ben poca cosa sia dovuta all’intervento delle Archistar, o comunque ad architetture ritenute autoreferenziali. Probabilmente l’equivoco nasce da una faciloneria nata dal fatto che se è vero che gli edifici accusati siano relativamente pochi, è pure vero il fatto che questi dominano la scena mediatica, istituendo un circuito di imitazioni facilmente individuabile e motivabile, al contrario di quanto la critica osservi. Oltretutto, è da rilevare come anche ben prima del periodo moderno, le emergenze sovrastavano regine la scena urbana, catalizzando su di se l’intera attenzione.
Ad ogni modo, l’ipotesi di partenza di La Cecla è esatta, ed occorre domandarsi seriamente quale sia la causa della resa della teoria in architettura.
Uno studioso attento noterà che l’architettura ha visto erodere in questi anni i propri confini teorici da molti versanti, comunicazione, filosofia, sociologia, politica, antropologia, molto più a fondo che in precedenza, quando l’attenzione proveniva maggiormente dalle discipline estetiche. È altresì interessante notare come la critica si sia man mano trasformata in una sorta di divulgazione dell’architettura in chiave di scienze molle, dove i discorsi dei vari antropologi, filosofi, sociologi e quant’altro, vengono pressappoco riletti, in maniera senz’altro superficiale, poichè il critico d’architettura non può ha solitamente esperienza teorica in altri campi, non può far altro che banalizzare il discorso offerto da testi resi celebri per diversi motivi, e piegare la propria oggettivazione quasi a sacrificio votivo verso di esso. Questo è facilmente osservabile nelle riviste, le quali hanno per lo più abbandonato senza resistenza qualsiasi accenno di dibattito, accontentandosi invece di riferire. Ad esempio, se una branca reazionaria si forgierà sulle parole di Marc Augé, è facile pensare come la risposta progressista sia basata su idee di un Derrick de Kerckhove. Non sono assolutamente dell’idea che questo scambio sia da biasimare, ma è facile ritornare su Contro la comunicazione di Mario Perniola, per capire come faciloneria e superficialità possano essere dannosa per la disciplina, e, a maggior scala, per la cultura.

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43 risposte

18 03 2009
paolo il parallelografo

la domanda è lecita caro peja. lo stato dell’architettura è quantomai instabile.
ma un’altra domanda è altrettanto lecita: l’antropologia, la sociologia urbana ha mai dimostrato di saper leggere in anticipo la realtà della città contemporanea?
perchè i piani urbanistici moderni e contemporanei nascono seguendo analisi e lunghe dissertazioni sociologiche. perchè gli interventi di recupero di tessuti urbani degradati nascono da ricerche antropologiche, sugli usi, sul commercio.
viene il dubbio che per esercitare l’arte del sociologo sia sufficiente una buona dose di ironia e una ottima scrittura e arte retorica, condita con poca sostanza.
esercizio rischioso anche per noi architetti.

18 03 2009
Matteo Cavalieri

differenti sono le ipotesi che portano alla drastica riduzione del dibattito
e della critica architettonica di questi tempi.
Quella che a mio avviso la vince, e che paradossalmente potrebbe essere tacciata di faciloneria, vede il fatto che la critica è un’attività dispendiosa
(mentalmente, fisicamente, perchè impegna se fatta come si deve)
e poco remunerativa: con tutto quello che ne consegue.
il dibattito così acceso negli anni passati in architettura come negli altri campi ha perso di intensità: le critiche sono mascherate per non incorrere in altre critiche e cosi via, in un circolo che sta portando la società ad evitare l’ esprimersi fuori dal coro..e allora tutti insieme: behehehe!
la perdita dei contrasti e dei confronti riduce di molto la creatività e la (bio) diversità..peccato. possiamo fare qualcosa? nel frattempo non vedo studenti pronti a lottare..la dice lunga sul punto a cui siamo giunti caro Emma! (perdona il fuoritema!)

18 03 2009
Matteo

Ciao.
In effetti il discorso sulla “dannosità” delle archistar è abbastanza labile: mentre in pittura pochi artisti possono influenzare un’intera generazione di pittori, è molto difficile che quattro architetti determino la futura produzione architettonica dei progettisti del settore (che, ricordiamolo, spesso non sanno neppure disegnare piante quotate); l’architettura “quotidiana” è purtroppo ancora più orrenda di certe architetture contamporanee.
Io credo che ci sia un grosso equivoco dietro all’architettura intesa come media catalizzatore della società (ma lo stesso equivoco si ha ad esempio con la televisione, che viene presa come strumento che può sviluppare comportamenti deviati): occorre capire che questi strumenti non sono quasi mai propositivi, ma generalmente si limitano a riflettere la condizione esistenziale della società. Una architettura “amorfa” non propone un nuovo modo di “vedere” il mondo, ma rispecchia la crisi di certi valori della società contemporanea.

Inoltre ho sempre trovato divertente il fatto che quasi tutti gli architetti si sentano spinti a difendere le proprie creazioni con discorsi para-filosofici e para-sociologici, quando in realtà è palese che hanno realizzato il tutto solo su considerazioni più o meno estetiche e di merchandising.

Ciao.
Matteo

arching.wordpress.com

19 03 2009
emmanuelepilia

@ Paolo:
Sono molto daccordo con te, per quanto questo sia un discorso che meriterebbe una trattazione a se: la creazione di tutta una gamma di professionalità e sotto professionalità ha creato soltanto un spezzettarsi delle fasi di attuazione di un piano, e perchè no? della società, ed ha fatto sì che responabilità fossero anch’esse segmentate, per essere rimbalzate di quà e di là. Siamo lontani anni luce dagli esperimenti del Team X, eppure sono passati 40 anni. Dei passi in avanti si sarebbero potuti fare. Eppure, Architetti e Sociologi sono due professionisti completamente separati da loro, e l’architettura cerca di imparare la sociologia spicciola con i corsi Cepu, così come la sociologia. Ed il risultato lo conosciamo bene…

19 03 2009
emmanuelepilia

@ Matteo Cavalieri:

Bhè, io non sono sicuro che la prima delle tue motivazioni proposte sia corretta: i critici anche prima avevano ben poco di che sostentarsi, eppure c’è stata attività teorica. Comunque, come dicevo prima, di critici c’è ne son più questi vent’anni che in ogni altro periodo: ci sono migliaia di riviste di architettura, e non è un caso! Tra l’altro, spesso, la lampata di genio la ha l’architetto professionista, come ad esempio Le Corbusier, o Rem Khoolas… Sicuramente il secondo motivo che poni è invece determinante, ma non sufficente: aleggia, in Italia soprattutto, ma anche altrove, un atmosfera piuttosto serena da “volemose bene”, in cui tutti i reazionari uniti, e tutti i progressisti uniti, sembrano siano equivalenti tra loro. Ma c’è enorme differenza tra un Saggio ed un Puglisi, ed un Muratore ed un Purini. Soprattutto mi da molto fastidio questo doppio schieramento, da una parte i moderni dall’altra i classici, che mi sa tanto di posizione presa, a volte addirittura infantile…
Anche io non vedo studenti che vogliano impegnarsi in attività culturali extra universitarie di livello. Tutto ciò è desolante…

19 03 2009
emmanuelepilia

@ Matteo:
Già, in effetti è vero ciò che dici. Si ha tanta preoccupazione per lo stato dell’architettura attuale, quando io ne vedo invece virilissima forma, in quanto più che degna rappresentante della società. Purtroppo le persone che muovono queste critiche, sono persone che quando si impegnano a scrivere in modo serio, scrivono o in modo basso popolano, oppure alla maniera aulica/tardo latina. Ed infatti è logico che a questi tipi piacciono le case popolari degli anni ’60 (in Italia, tranne pochissime eccezzioni, orribili esempi di disumanità organizzata) oppure l’architettura neoclassica o barocchetta.
Sul discorso della giustificazione, c’è veramente poco da dire: a volte è così patatica la ricerca di un pretesto formale, di cui veramente non c’è bisogno, che sembra che si stia cercando di imbambolare un pubblico di manichini, per lo più studenti, oppure neo-romantici. Sì, è fastidioso…
A presto!

20 03 2009
Matteo

[OT] Emmanuele: “eccezioni” :P

20 03 2009
e.man

Questo post tocca argomenti spinosi attuali e interessantissimi, che oramami sulle riviste non si trovano più. La critica in architettura, almeno in Italia, non si vede da anni: il recentemente scomparso Dino Gravina disse alla consegna di un premio che le riviste si dovevano tutto buttare perché sono rimaste solo vettori di publicità (ovvio l’imbarazzo dei promotori del premio, titolari di una delle suddette inutili riviste!). NOn si fa più critica d’architettura o questa critica non viene più pubblicata? Ci sono poche idee in giro o mancano le occasioni perché queste idee vengano manifestate? Magari saranno i blog a dare una scossettina al mondo dell’editoria e della comunicazione architettonica, che si è imbalsamata nella santificazione delle star e dei Grandi Maestri. Al lavoro, quindi!

20 03 2009
emmanuelepilia

@ Matteo:
Capita anche ai migliori… :)

20 03 2009
emmanuelepilia

@ E.man:
Caro mio, a volte credo che ci sia un pò di malafede in questo piattume di panorama. Perchè di bravi scrittori e critici d’architettura ce ne sono, anche se troppi banali, ma poche sono le riviste che puntano sulla qualità della teoria, preferendo invece belle foto e parecchia pubblicità. Casabella sta diventando sempre più una rivista di Storia dell’architettura, Domus sbanda molto spesso, The Plan non ha una linea teorica significativa… L’arca paradossalmente, per quanto sia tacciata spesso di essere tra le più patinate, è quella teoricamente più valida, certo. Ma anche io credo come te che il futuro non è su carta, ma sui blog e sugli eventi dal vivo. E tocca a noi, appunto, lavorarci!

20 03 2009
marco+

c’è crisi… ovunque…
wiva i blog!

21 03 2009
emmanuelepilia

@ Marco+:
Il grosso della crisi colpira chi i soldi in bacna c’è li ha, e di rimbarzo, chi l’informazione la fa su carta…

21 03 2009
fabrizio russo

ciao a Peja ed a tutti gli altri commentatori.
Ho trovato il post ed i commenti molto stimolanti. Io sono sempre stato un’ottimista. Ho sempre creduto che ottimismo ed etusiasmo siano direttamente proporzionali alla qualità nel lavoro di un creativo. A questo punto però ho vari dubbi.
1°: l’architetto (con la “a” minuscola) può ancora considerarsi un creativo? o stà diventando un professionista che non si accorge nemmeno più dei compromessi a cui è costretto a sottostare per sbarcare il lunario?
2°: cos’è oggi che mantiene alto l’ottimismo e l’entusiasmo nel fare architettura? le soddisfazioni professionali? il danaro? la sana competitività nel partecipare ai concorsi?

perdonatemi ma è proprio un momento no!

23 03 2009
Matteo

@ Fabrizio Russo: condivido la tua disperazione e ti supporto, perchè penso che non ci sia nulla di peggio che vedere le proprie capacità mortificate ogni giorno. Io ho scoperto che mentre c’è chi si rompe la schiena per pochi euro a fare la DIA per mettere la tenda in una palazzina del centro e c’è chi invece (pur non sapendo fare nulla e non avendo un minimo di creatività) guadagna quattrini perchè è amico sia di Caio che di Sempronio.
Evviva la professionalità!
Per questo penso che bisognerebbe decidere se:
1) Andare fuori dall’Italia
2) Fondare un partito e tramite gli agganci politici farsi dare degli appalti – questa è la strada più praticata :)
3) Fare sentire la propria voce e cercare di cambiare qualcosa
E’ dura.
Ciao
Matteo
arching.wordpress.com

23 03 2009
e.man

E’ dura e a volte viene la voglia di cambiare mestiere (personalmente sono stato tentato e lo sono ancora di andare a fare qualcosa d’altro). Sono convinto che da una parte mancano clienti che sappiano scegliere e apprezzare la qualità di un architetto (e qunado si trovano bisogna tenerseli buoni!). D’altra parte, sono convinto che la struttura stessa del settore edilizio sia superata e dannosa, anche per colpa degli architetti che sono ancora legati agli ordini professionali o altre diffese ad oltranza di privilegi di casta invece di puntare sulla libera concorrenza.
Vi siete chiesti come mai in italia esistono quasi solo studi minuscoli, che al massimo si possono permettere uno o due schiavi sottopagati, mentre in altri paesi europei ci sono studi strutturati dove le capacità individuali degli architetti vengono veramente valutate? Chiediamo parcello troppo basse o mancano all’appello troppi clienti? Putroppo non ho risposte ma si deve iniziare dalle domande. Su con la vita e, se l’architettura non paga, c’è sempre l’agricoltura!

24 03 2009
unaltrasera

1- i geometri devono fare i geometri, gli architetti gli architetti, e questo vale soprattutto per Milano dagli anni Sessanta (credo) in poi.

2- L’autoreferenzialità è un falso problema, si tratta a volte di imitazione, di cavalcare l’onda, altre di mancanza di idee e del fatto che per progettare una reatà bisogna viverla, anche non localmente, ma se non altro concettualmente.

3- in sintesi: http://www.christojeanneclaude.net/

Poi , certo, se chi, tipo me, non capisce una mazza di architettura, divulga in proposito riferendosi a teorie aliene al contesto sul quale si è formata un’opera, o senza porsi nemmeno il problema la questione rientra nell’ordinaria routine del problema della comunicazione a unico beneficio del marketing e quindi..
ciao Emma!
unaltrasera

24 03 2009
emmanuelepilia

@ Fabrizio Russo:

Molto serenamente, rispondo ai tuoi quesiti: il divario tra alcune personalità di spicco, egli antagonisti meno fortunati non è una peculiarità del nostro tempo. Anzi: solo oggi è possibile una competitività reale.
Questo ovviamente se si elude il fatto che siamo in un paese fortemente illiberale ed anti-giustizialista, dove a volte vengono addirittura fatte nomine nei concorsi ancora prima di bandirli…

24 03 2009
emmanuelepilia

@ Matteo:
Che rimane altro da dire? C’è un rischio in tutto ciò: così come ora la nostra nazione sta diventando palesemente antiromena, proprio per la grande quantità di emigranti, potrebbe l’Europa avere la stessa reazione verso la massa di italiana verso l’esterno? Di fatto, molti emigranti dell’est Europa non sono fannulloni, ma medici, avvocati, ingegneri… Magari anche architetti, che devono piegarsi a far ben meno che lavori di caddista. Non dico che espatriare sia demonizzabile. Ma affermo che la nostra politica, ed in prima linea “noi”, perchè abbiamo sin ora sopportato e supportato questa situazione, ha distrutto tanto questo paese, quanto il suo futuro, ed il futuro di chi ha la sfortuna di averla in quest’era come patria.

24 03 2009
emmanuelepilia

@ E.man:

Caro, poni questioni molto importanti ed interessanti. Proprio oggi parlavo con una amica del fatto che in Italia, nonostante la mole di architetti che esondano largamente le necessità, ci sono miriadi di piccoli e piccolissimi studi, che preferiscono alimentare la concorrenza piuttosto che formare studi professionali ben più articolati. Questo è un paradosso ed un assurdo, perchè poche persone mal formate non possono assolutamente competere con studi organici di professionisti provati. E non c’è alcun tentativo di correggere la situazione, alcuna proposta seria. L’edilizia è lasciata a se stessa, così l’architettura come disciplina, e dunque la sua critica, la sua teoria. Non vi sono scuole adatte, essendo queste consegnate grazie la 68 a chi sappiamo, non vi è morale, ne deontologia. È un settore lasciato alla deriva disfattista, ipocrita e deculturata del mestierantismo improvvisato.

24 03 2009
emmanuelepilia

@ Valentina:
Rispondo per punti:
1 – Milano? Milano forse è la meno colpita delle grandi città… Quando passi per Roma ti faccio fare un tour “alternativo”…

2 – Daccordissimo. Credo in’oltre che la critica all’autoreferenzialità sia una causata da una mancanza di idee, e da una concezione dell’architettura di matrice funzionalista pura, essendo questo filone dell’architettura avverso al decoro.

3 – Ovvio!

Infatti mi sembra che questa situazione di stallo della critica, reazionaria e progressista, pro e contro la “nuova architettura”, sia molto concentrata ad osservare il dito, senza curarsi del vero problema che è l’esondazione delle scienze molli in ogni dove. E tu da esteta immagino che senta il problema molto fortemente… :)

25 03 2009
FURNITTO.COM

E’ inevitabile che ogni architetto di fama o non, cerchi di imporre una propria maniera anche se si dichiara un’antiteorico. Tutto diventa ideologia se ripetuto ciclicamente e se si cerca di imporre questo agli altri; ritengo che l’architettura si differenzi dall’adilizia per il fatto stesso di essere pensata, poi è una buona architettura se viene pensata bene per i fruituori ed è questa l’unica ideologia. Quello che possono/devono fare i progettisti medio-piccoli è cercare di sbarcare il lunario cercando di sensibilizzare il commitente medio-piccolo, a soluzioni sufficientemente a regola d’arte.
Ti saluto Emanuele

ps. un caloroso saluto a Fabrizio Russo

26 03 2009
Salvatore D'Agostino

Peja,
leggendo il libro di Franco La Cecla ho evitato di fermarmi al luogo comune del titolo facile.
Avranno influito anche le precedenti positive letture: ‘Mente locale’; ‘Perdersi’; ‘Jet-lag’ e ‘La lapa’ ma snellendo il libro dal suo contenuto ‘contro’ ho trovato le sue idee non marginali.
Chiarisco subito che non credo che tutte le architetture dei cosiddetti ‘archistar’ sono da buttare ma ci troviamo davanti ad un’eccessiva sublimazione dell’icona POP dell’architetto di moda.
Con questa chiave di lettura, reputo che tre concetti del libro meritano di non essere sottovalutati:
1. La soluzione ‘architettonica’ per aree complesse è un errore da non rifare (es. italiano ZEN, Vele);
2. parlare di periferia come aree avulse dalla città è discriminante;
3. prima di un progetto è opportuno saper leggere non solo il genius loci (per chi lo vuole) architettonico ma soprattutto quello sociale.
Non significa che l’architettura deve rinunciare a credere in se stessa ma semplicemente essere più attenta.
Nei meravigliosi musei in costruzione ad Abu Dhabi non va trascurato che la manodopera è quasi ridotta in schiavitù e vive ai bordi del deserto in luoghi simili a favelas.
Secondo me anche Greg Lynn (progettista probabile di un museo) dovrebbe riflettere su questo.
Non ci possiamo più stupire della povertà o di creazioni quasi spontanee di aree urbane marginali.
Queste aree sono sempre state create da possibili eldoradi economici.
L’architettura deve iniziare da qui.
Saluti,
Salvatore D’Agostino

27 03 2009
emmanuelepilia

@ Furnitto:
Questo infatti è un dato storico. Ed è difficile sviscerare le cause di ciò, per lo meno per noi che siamo di ben altri settori. Sulla tua definizione di architettura mi trovi più o meno daccordo, dato che ci sono interventi “pensati” che posso ben dire non siano altro che business. Ma questi sono le eccezzioni che confermano la regola. Parli di cosa possono fare gli studi medi e piccoli. Aggiungo una cosa: fare scudo, farsi compatti e resistere all’avanzare di una deriva che all’architettura, come alla critica, compete poco, e che getta nella pura retorica il nostro lavoro. Ogni linea tracciata, ogni mattone, sarà retorico, così come nel tardo cinquecento quando si pensava di fare avanguardia, invece si faceva retorica.

27 03 2009
emmanuelepilia

@ Salvatore:
Sono daccordissimo con te quando ricordi che l’architettura di moda è caratterizzata da un velo Pop dal sapore molto declamatorio e celebrativo. Però dobbiamo chiederci se questa è una causa o una conseguenza, o soltanto un modo di leggere il fenomeno. In molti parlano di effetto Bilbao. Ma mai si è riusciti a emulare quelle condizioni. Infatti, dopo la sbornia mediatica che ha portato una grottesca periferia ad essere una città viva, la massa di foto indifferenziate di edifici sempre più incredibili ha creato solo disattenzione verso questo o quest’altro prodotto. Non a caso, spostandoci nel campo pubblicitario puro, molte aziende non puntano più sui prodotti della pubblicità classica, ma su azioni virali, puntuali, fuori dai canali consolidati. Cosa che in architettura, quindi tornando al nostro discorso, è difficile emulare proprio per la natura stessa della nostra disciplina: non veicoliamo prodotti. Non credo alla leggenda delle archistar. Credo al fatto che un’architetto possa essere più o meno competente, più o meno impegnato, più o meno originale.
I tre concetti che poni sono sacrosanti, ed essere in disaccordo vuol dire essere rimasti incagliati agli anni ’70. Però, questa è una visione molto facile al 2008. Chi oggi può affermare che occorre progettare per grandi interventi, oppure che occorre segregare le fascie deboli lontane dal centro? Nessuno, sono progetti che già da vent’anni (in Italia, globalmente da molto più tempo) hanno perso il loro appeal. Il fatto che questi vengono ripetuti deriva da una coscienza sporca dell’architetto che preferisce favorire business più o meno loschi di aziende che puntualmente falliranno la loro attività un attimo prima dell’inizio della realizzazione degli interventi dediti a funzioni.
L’architettura, intesa come alleata della società, è stata incastrata della politica con un gioco astuto. Si è creata un alibi, ed ha fatto coincidere ora e luogo.
Grazie del commento, mi hai fatto riflettere su un argomento di cui ero un pò stagnante.
A presto!

27 03 2009
marco+

Emmanuele e Salvatore… bravi! Ho letto con piacere le vostre angolature su Franco La Cecla… e non ho argomentazioni profonde da confrontare… qualche tempo fa casualmente avevo visto questo archietto, che ha smesso di fare l’architetto, ospite di un TG nazionale, quelli dove ti fanno due tre domande in pochi minuti, e la cosa mi aveva molto incuriosito… questo tizio parlava di certa architettura troppo presente nei media (tv riviste) di moda… ho pensato: però …zo anche lui va in tv… puzza al naso? mah. Poi ho pensato: ci sono riusciti bastardi, mi avete indotto a comprare il libro. Non ho capacità recensorie, però questo libro l’ho letto (quasi tutto) e al contrario di altri, ero sereno e non particolarmente irritato… ho capito che mi offriva punti di vista diversi, chiavi di lettura insolite… mi è parso già qualcosa! ogni tanto ributto l’occhio, così per condividere…
ciao a tutti, marco+ (sperimento una iperattività di stupidi byte nel web, e lascio lo stesso commento su due blog!)

2 04 2009
emmanuelepilia

@ Marco+:
Grazie mille marco:
Felice che trovi interessante due opinioni diverse, la mia e quella di Salvatore, ma che in finale collidono in molti punti. La Cecla in tv a sparare contro i media? Interessante… Vero!? :)
A presto Marco, ciao!

17 04 2009
lineadisenso non sa leggere

ma perchè preoccuparsi se non ci sta più la teoria? a me pare che il secolo passato fosse infarcito di teorie (e non solo nel campo architettonico) e mi pare che molte non abbiano funzionato… poi, noi italiani, se non teorizziamo prima di fare, apriti cielo! mi pare che alcune culture, più empiriche di noi, siano state capaci di progettare (se non del tutto almeno meglio di noi) il proprio futuro. e, sapendo progettarsi, hanno anche saputo tollerare meglio qualche eccentrico giocatore (o vomitatore) di forme.
tradotto, se non s’è capito, ho studiato troppo pure io e la lettura del libro di la cecla la trovo una perdita di tempo :-)

robert

18 04 2009
emmanuelepilia

@ Linea di senso:
Bhè, c’è più di un motivo per preoccuparsi dell’assenza di teoria, soprattutto considerando che in Italia non se ne è mai fatta da almeno da due secoli. Non mi viene in mente alcun personaggio che in architettura abbia cacciato fuori una teoria organica o simili. Escludiamo da questo discorso pochi critici, Tafuri, Persico, Zevi e pochissimi altri, che comunque erano molto isolati. Questo cosa comporta? Comporta che non vi è alcuna visione né del passato né del futuro. I paesi che citi sono comunque paesi che hanno una visione chiara, una idea di ciò che vogiono e di come intendono avvicinarsi ai loro obiettivi. Non è da considerarsi un’approccio molto più teorico dell’avanguardia italiana del “condonismo”, che consiste nel proporre un modello di società completamente disinteressato a qualsivoglia senso della cosa pubblica, rispetto civico, rispetto del prossimo, eccettera eccettera? :)
Per La Cecla, l’ho detto, non credo abbia ben chiara la situazione… :)

19 04 2009
lineadisenso

“I paesi che citi sono comunque paesi che hanno una visione chiara, una idea di ciò che vogiono e di come intendono avvicinarsi ai loro obiettivi.”

appunto, peccato che noi architetti non possiamo decidere per l’intera società. non attiene a noi imporre cosa voglia fare l’intera comunità. il massimo che possiamo fare è dotarla di strumenti e tecniche compositivo-progettuali per progettarsi e questo, noi italiani, l’abbiam fatto eccome: non tafuri però; mentre zevi, che avrà pure cercato le invarianti del moderno, non s’è accorto che noi italiani siamo allergici agli estremismi. l’altro lato su cui si possa agire, e questo l’abbiamo davvero tralasciato, è capire come “imporre” questi strumenti e come calarli nella realtà. comunque, su tutto ha aleggiato sino a ieri l’altro il compromesso storico che confinava gli architetti nell’empireo accademico a produrre, appunto, solo teorie…teorie…teorie…teorie… e questa è stata sicuramente una visione decisa, sicura e molto chiara sul futuro.

robert

19 04 2009
lineadisenso

ah, ovviamente se per teoria intendiamo la semplice speculazione intellettuale e non un corpus bel delineato di trattati+manuali perchè quello mica l’ha fatto nessuno nel 900… almeno che io sappia.

robert

21 04 2009
emmanuelepilia

@ lineadisenso:
Bhè, non credo che gli italiani siano allergici all’estremismo: fascismo, Vaticano, mafia… Tutt’altro, è un popolo talmente emotivo che non può che vivere di estremi. Io credo che la disorganizzazione assoluta in qualsiasi campo in Italia derivi proprio dalla mancanza di un corpus di speculazioni teoriche organico in qualche modo condiviso. Insomma, dalla visione unitaria che dovrebbe legare la costruzione di un domani. Forse la vedi in maniera troppo “imposta” dall’altro, e sens’altro in parte credo di darti ragione su questo. Però noi, essendo un paese assolutamente allo sbando nella realizzazione infrastrutturale, nella cura delle nostre città, nella realizzazione di nuovi insediamenti, e molto altro, non possiamo permetterci di essere normati. Ora, una visione normativa, non può che derivare da una visione d’insieme che io vedo come teorica. Sono gli uomini che formano le leggi, e questi hanno un substrato culturale al quale si appoggiano.

23 04 2009
lineadisenso

la mafia non è un estremismo. il vaticano, putroppo, è uno dei motivi per i quali in italia non si riesce a governare se non facendo una politca molto centrista. il fascismo è uno dei pochi estremismi ma, come italiani, l’abbiamo annacquato (e per fortuna direi, sennò ci capitava qualcosa di più simile al nazismo). comumque, il mio estremismo, si riferiva all’architettura: abbiamo declinato alla maniera italiana (cioè contaminandolo con la storia) anche il purismo e l’oggettività tedesco-francese… mente l’ “architettura di stato” siamo riusciti a declinarla alla razionalista… il decostruttivismo non ha preso piede e nemmeno il citazionismo storicista (se non nella figura di portoghesi e di qualche altra figura minore) il che ci ha risparmiato i krier. e non mi metto a tornar indietro coi secoli che c’hanno evitato, tanto per dirne, il gotico e il massimo della trasgressione è stato il barocco (un rinascimento, con tutte le sue regole, con un po’ di vento sotto le gonne). che dire, più centrismo e moderatismo di così :-)

per quanto riguarda il rapporto con la teoria, la visione d’insieme ci può stare ma tenendo ferma una cosa che noi italiani non abbiamo mai saputo fare: una sana empiria unita ad un solido pragmatismo per annacquare quella visione idealistico-storicista che ci portiamo appresso da secoli e che sono, secondo me, le cause dell’infinito blaterare inconcludente tipico di noi italiani. ovvio che questo blaterare spesso porta a soluzioni autoritarie perchè molti iniziano a rompersi le scatole e dunque viene preferito l’uomo forte che sa dominarci. la cecla, se non sbaglio, accusa gli architetti italiani di leggere poco, ecco, io gli direi, che gli architetti italiani hanno letto pure troppo.

robert

28 04 2009
emmanuelepilia

Bhè, insomma, dire che la mafia sia moderata mi pare un’estremismo! :)
Se poi occorre andare ad andare a vedere gli estremi della storia, basta guardare chi ha regnato sul territorio italiano: Greci, Romani, Arabi, Normanni, il Papato, i Comuni, Francia, Spagna, Austria: è caratteristica dei popoli mediterranei quello di avere una che di sanguigno, ma è sempre stata dominata. Quello che volevo dire è che quel “noi italiani” non esiste, perchè è molto facile capire come sia diverso lo stesso discorso per un milanese e per un siciliano. Comunque sia, mi pare che il centrismo sia caratteristica più dei paesi del centro-nord Europa: basta guardare la situazione politica attuale. Dal punto di vista architettonico hai ragione che non ci sono “urla”: ma per questo vuol dire che si è moderati? Forse si ha un’estremo agli antipodi del decostruttivismo, ma solo perché si è liberalisti in una maniera tale in cui il pubblico non fa niente di niente, ed il privato si preoccupa di farsi la sua villetta, il suo condominio, il suo appartamentino, eccettera. Siamo il paese con il più alto tasso di abusivismo, e dei condoni. Non è un’estremismo? :)
Per quanto riguarda la seconda parte del tuo commento, hai ragione: l’Italia non ha mai saputo creare una unità decisiva allo sviluppo economico (per motivi politici più che altro): però questo non ci impone di proporre un progetto per il futuro. Non pensi che sia una resa semplicemente stare a guardare, come si sta facendo? Qualsiasi cosa è impartita dall’alto: dall’alimentazione, per cui mangiamo cose che probabilmente si scopriranno cancerogene entro una decina d’anni (come è successo per TUTTI i coloranti usati per trent’anni, dalla fine della guerra, o per un’enormità di conservanti, o altro) o altro. Però credo che siamo in una situazione di anarchia totale, in cui non vi è alcun controllo sul territorio sulle attività irregolari, e quasi nessuno su quelle regolari. Vuoi che sia normativa, vuoi che sia teorica, vuoi che sia astratta, pragmatica o modale, ma ne abbiamo bisogno.
A presto! :)

PS: Gli architetti italiani leggono troppo, ma le cose sbagliate! :)

28 04 2009
LineadiSenso

c’è un intervento di purini proiettato alla penultima biennale che sicuramente tu conoscerai (io ce ‘ho su cartaceo e non l’ho mai trovato su digitale). metteva bene in luce, o comunque cercava di farlo, le caratteristiche del “noi italiani” dal punto di vista del linguaggio. le inseriva, ovviamente, in tutto il dibattitto architettonico novecentesco, quindi anche storiografico. è un bell’intervento… cerca alcune invarianti del nostro essere italiani al di là dell’essere milanese o palermitano. ecco, io credo che non sarebbe male cercare di consapevolizzare questo nostro carattere. senza nazionalismi, senza pregiudizi verso gli altri e nemmeno verso noi stessi. cercando di capire cosa ci distingue e cosa ci accomuna, penso che ci toglierebbe quella patina di inferiorità che provoca alternativamente centrismo-storico-dimentica-periferie, avanguardie-provincialotte o esterofilia-a-prescindere.

robert

29 04 2009
emmanuelepilia

Conosco quell’intervento, ma non lo condivido. Parlare di architettura italiana è fin troppo ottimista come ipotesi. Credo che l’unico personaggio che si sia interessato di coerenza culturale italiana nell’architettura sia Renzo Piano, ma che costruisce principalmente all’estero. Anche se sono daccordo con te che sarebbe una cosa buona e giusta cercare questa unità culturale, anche dal punto di vista del senso d’appartenenza. Però, quali potrebbero essere? Considerazioni razionali mi farebbero pensare l’uso di strutture pesanti, anche per motivi bioclimatici. Non è una soluzione facile. Sicuramente le nostre città, tranne le capitali, non sono abituate ad interventi di grandissima dimensione: Roma è stata distrutta dagli interventi piemontesi, ed ancora oggi se ne pagano le conseguenze. Dunque, quali possibilità d’unità? Ecco, vedi, già il fatto che ci ragioniamo su rende esplicita l’esigenza di un ragionamento teorico, che latita fortemente. Non pensi?

28 04 2009
LineadiSenso

per quanto riguarda la lettura, ti sbagli, abbiamo letto troppo ma veramente troppo…

robert

29 04 2009
emmanuelepilia

Sì, ma cosa? Io di intellettuali in giro non ne vedo, tranne casi isolatissimi! In Italia siamo veramente indietro, non leggiamo inglese, non leggiamo libri usciti da poco all’estero, non c’è dibattito. Uno dice una cosa, viene attaccato, poi un’altro ne dice un’altra, più o meno simile, viene ri-attaccato, eccettera. Tutto questo fervore letterario tra gli architetti vermaente non riesco a vederlo…

29 04 2009
Matteo

Scusate se mi intrometto, ma penso che non ci sia nulla di male nella lettura; un fatto però e leggere, un fatto è capire.
Probabilmente alcuni hanno letto troppo e non hanno capito nulla (vedi lo stesso Eisenman quando vuole fare il filosofo) .
Probabilmente alcuni hanno letto troppo ma le cose sbagliate (non si diventa grandi architetti “leggendosi” solamente fra di noi, occorre “spaziare” come si suol dire).
Probabilmente alcuni hanno “fatto finta” di leggere troppo e in raltà non hanno letto niente.
Ciao

Matteo

29 04 2009
emmanuelepilia

Matteo, daccordo con te. Soprattutto se pensi al fatto che Eisenman ha litigato con Deridda perchè pensava di aver capito meglio il senso del decostruire. Mi pare ben poca cosa. Tra l’altro, il teorizzare non vuol dire solo la conseguenza di una lettura, ma la conseguenza di un ragionamento. Che venga da fuori la disciplina, da dentro, dagli interstizi, non è importante. Però quì non si sta costruendo una base solida per il progresso prossimo futuro. Così come non c’è un piano reale di sviluppo economico, intendiamoci.

29 04 2009
Matteo

Conta che il problema non è solo italiano e non è solo degli ultimi anni: si fa tanto per fornire punti di vista particolari, ma si fa poco per “tirare le somme” e ripartire dai risultati consolidati.
Ciao.

Matteo

3 05 2009
emmanuelepilia

Ne sono cosciente che non è soltanto italiano. L’ultimo libro che si offre come teorico ed organico è S, M, L, XL, e comunque non è che contenga delle verità mai scoperte prima, per quanto sia un testo molto interessante. Da dove deriva questa crisi d’identità della teoria d’architettura? Io credo che ci sia un problema di fondo derivato dalla debolezza della critica, che si è assolutamente relativizzata, e schiacciata sui discorsi provenienti dalle scienze molli ed i cultural studies. Io non sono assolutamente reazionario di fronte alla contaminazioni con altre discipline, anzi! Però la situazione è tale che il discorso dell’altro viene assolutamente ricalcato senza filtro critico. Basta pensare a Marc Augè, il quale testo non è stato oggetto di alcuna rielaborazione sensata ed aderente alla situazione architettonica. Siamo in una condizione nella quale non si fa più alcun discorso sensato sullo stile, e tutto viene demandato verso una semplicistica “complessità”, “zeitgeist”, eccettera. Ciò non è più sufficienete, perchè in questa maniera la critica non può supportare alcuna nuova teoria. E viceversa, alcuna nuova teoria organica può emergere a supporto della critica… È un circolo vizioso, in cui migliaia di nuovi sottolinguaggi non fanno altro che ridefinirsi come uguali a se stessi. Non c’è utopia, non c’è sogno.

11 05 2009
Matteo

Però attenzione: definire un “nuovo stile” non farebbe altro che rimandare la risoluzione del problema; è importante rendersi conto che fare architettura non è solo il “come” dire le cose.
Ti faccio un esempio del passato recente (così non mi rimproveri di essere troppo “antico”): l’art nouveau ha effetivamente “inventato” uno stile consono ai tempi ed ai nuovi materiali dell’epoca, ma non è però riuscita a definire un giusto ambito critico in cui approfondire le complesse tematiche di una società in aperta rottura col passato (cosa che farà poi il cosiddetto “movimento moderno” nel bene e nel male).
Quindi disarticolare il discorso architettonico in modo da ricreare nuovi significati, per la maggior parte oscuri al fruitore, come fa Eisenman, porta a risultati casuali e non controllabili (prendi la Divina Commedia e cambia l’ordine delle parole a caso: alle volte ottieni una buona parafrasi, alle volte si riduce ad un testo incomprensibile).
Ogni nuovo sottolinguaggio è paritario agli altri (sono quelli che Wittgenstein chiama gli innumerevoli giochi linguistici, e qui mi ricollego al posto che ho scritto il mese scorso – visto che in fondo un senso ce l’aveva?) e non può porsi come “migliore” unicamente dal punto di vista semantico.
Occorre pertanto ripartire da argomenti più ampi.
A presto

Matteo

13 05 2009
emmanuelepilia

Caro Matteo, non mi pare di aver parlato di stile infatti! La situazione odierna è molto più disarticolata di quella del periodo dell’Art Nouveau: almeno in quella vi erano declinazioni nazionali ognuna giustificata alla bene e meglio, correnti contrarie (Wittgenstein era tra i reazionari all’Arte Nuova), eccettera. Soprattutto si è ridefinito un panorama linguistico coerente ed unitario, grafico, industriale, eccettera. Non dico che c’è la necessità di una ideologia forte o altro, dico soltanto che la mancanza di teoria fa sì che molta produzione critica degli ultimi anni, e con molta intendo dire più del 90%, sia soltanto cartaccia, ripetizione stanca di altre cose. Io non amo Einseman proprio per questo: confonde le acque, porta il discorso sempre in altri ambiti, così che non ci si concentri mai realmente nell’argomento messo sul tavolo. Atteggiamento simile l’ha contraddistinto Rem koolhaas nell’intervento sulla “generic architecture”: un ribaltamento totale rispetto alla sua ideologia conclamata, e la sua architettura. Possiamo trarre molti esempi per capire che la teoria d’architettura è ridotta ad una somma di argomentazioni più o meno coerenti, più o meno insignificanti.
E quando anche le teorie organiche accettate ed ancora valide vengono rinnegate dagli stessi autori, per abbracciare qualcosa di assolutamente political correct, vuol dire che c’è qualcosa che non va. Vuol dire che la teoria d’architettura sta per essere degludita dalla comunicazione. Non resta che aspettare che ne sia evacuata…
A presto, ciao!

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