.:: Più che oggetti_

27 03 2009

superluoghi

Eleonora Fiorani, nel suo saggio I nuovi oggetti in Àgalma 16,  indica con una certa precisione la tendenza alla miniaturizzazione degli elementi tecnologici tramite la microingegneria e nanotecnologia ha permesso in breve tempo di fondere tra loro più unità funzionali, prima indipendenti, consentendo prestazioni che superano la somma delle parti. Sul computer in cui sto scrivendo questo post, con una velocità di correzione che supera quella della macchina da scrivere, ho la possibilità di poter disegnare con una precisione ed una resa grafica migliore rispetto a quella di un tecnigrafo, tanto per essere banali. La compresenza di più funzioni non genera però soltanto un aumento delle performance, ma tende a trasformare le stesse attività simili a sistemi di processi e relazioni. Questo è certamente vero per gli oggetti progettati, tutt’al più se dotati di schermi capaci di fornire informazioni e possibilità. Una facilità di correlazione ci chiede di paragonare la condizione di questi nuovi oggetti, con l’architettura. Ed in effetti è indiscutibile che il processo di aggregazione delle funzioni sia una sindrome che ha colpito anche l’architettura, forse prima che il design stesso. Basta pensare ai così definiti superluoghi, come aereoporti, centri commerciali, stazioni di servizio, di cui si è sentito presto il bisogno di dover disporre di strutture in grado di accogliere in vario modo il visitatore estemporaneo. Sorvolando sull’accezione più o meno negativa con cui si vuole aggettivare il fenomeno, è incisivo pensare come delle tipologie nate per fini puramente tecnici, siano state capaci di generare inediti processi e relazioni scaturiti dalla somma ed accorpamento di più funzioni. Su questo si è già parlato abbondantemente, ma è interessante osservare come il superluogo privato non sia altro che una trasposizione territoriale della pubblica piazza. Se questo è vero, è interessante osservare come nell’architettura digitale questa condizione pubblica venga mantenuto come fondativo, nel senso pieno del termine, in quanto è proprio la libera fruizione a modificarne i parametri formali e d’uso e contestualizzata all’interno di un internet dominato dal liberalismo feroce. Di fatto, qualsivoglia transarchitettura può essere definita superluogo, nella stessa definizione che il creatore dell’etimo, Mario Paris, ne dà: Spazio polifunzionale vivo nelle 24 ore della giornata, che si sviluppa legandosi a condizioni peculiari di contesto, crea e sfrutta flussi di matrice locale e sovralocale e si pone come nodo fondamentale nella vita quotidiana delle persone e del territorio in cui è localizzato, ponendosi come motore del cambiamento a livello territoriale, economico e sociale.

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Secondo questa definizione, come è possibile giustificare la vocazione territoriale del superluogo? Prestiamoci a due livelli di lettura, uno che vede il web come luogo, e l’altro che vede il web come appendice dei luoghi. Ovviamente questa è una distinzione di comodo, ma che implica una necessità di domandarsi se ed in quali gradienti esista un genius loci del web. Una visione prettamente transumanista della faccenda – e quale sarebbe la più adatta in questo caso? – , essendo il concetto di genius loci derivante dal paganesimo romano, escluderebbe di netto la faccenda. Ma quando questa va a colludere con luoghi fisici, di cui è antropologicamente, anche se retoricamente, possibile parlare di entità metafisiche legate ai luoghi. Allora ci si accorge che l’entità in questione è proprio derivante dall’identità fluida del web, anzi, è proprio lo stesso internet, in quanto anch’essa entità eterea ed impalpabile, racchiudente la volontà di enti senzienti non presenti. Sotto questo punto di vista, è facile capire come parallelamente alla diffusione dell’uso dei browser, si sia manifestato una rinascita neopaganesima, facilitando addirittura similitudini tra google e l’idea occidentale di dio. Tornando all’architettura, ciò che caratterizza questa nuova concezione dell’architettura, pare essere l’ubiquità offerta ai possibili utenti, che possono presentarsi sia nella veste di utenti della rete, che di fruitori di uno spazio reale, contemporaneamente, senza per questo essere presenti in alcuno dei due.
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Il progetto proposto da Kas Oosterhuis ed Ilona Lénárd, Digital Pavillon | Seul, del 2006, appare paradigmatico di questa tendenza, inserendo all’interno del processo anche una componente robotica autodeterminante, Adaptive Robotic System. Non a caso nella descrizione del progetto Kas Oosterhuis parla per l’appunto di navigazione. Il progetto si aggettiva di una spazialità implosa, gestita attraverso diagrammi algoritmici voronoi, dove le luci hanno lo stesso grado gerarchico della geometria nel suggerire i movimenti che la carne deve ottenere per godere di questo. Carne che con la propria fruizione diventa il cuore della composizione spaziale. Gli utenti/visitatori sono tracciati sin dall’entrata e dotati di un proprio IP, proprio come se si entrasse in un sito internet attraverso un computer, e ad ogni corpo viene assegnato un profilo utente univoco. Così, attraverso l’interazione ed il movimento, viene offerto un mix di contenuti audiovisivi irripetibile, creando scenari personali estrapolati dal corrente stato dell’arte della tecnologia. Così anche le architetture finiscono per diventare più-che-architetture, multifunzionali, poli-attive, capaci di generare flussi emotivi e funzionali che esondano di molto la capacità performativa della somma di ogni componente tecnico.
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.:: Architettura senza teoria_

18 03 2009

Gli architetti rinunciano a far parte di un’ideologia di manipolazione disciplinare della società perché prendono atto del fallimento delle ideologie, ma anche di un generale fallimento professionale: la realtà urbana, la realtà sociale, non segue le indicazioni disciplinari, le New Towns inglesi al pari delle città satelliti francesi, al pari di buona parte della pianificazione e della elaborazione di modelli residenziali, rivelano un fallimento. [...] A seguito di questo fallimento generale si è prodotto quell’effetto che Jean Baudrillard chiama vertigo, cioè l’impressione che tra il discorso dell’architettura e quello della realtà ci sia uno iato incolmabile.

In questo discorso, in cui Franco La Cecla fa emergere un senso di insoddisfazione per lo stato dell’arte dell’architettura, emerge un dato importante riguardante lo scollamento verificantesi tra architettura e teoria della stessa in età moderna e tardo moderna. Michele Costanzo ha già avuto modo di osservare come una delle peculiarità aggettivanti la storia dell’architettura degli ultimi venti anni, sia il progressivo perdere d’interesse verso qualsivoglia teoria architettonica che pretenda in qualche modo essere accomunante. Se si escludono infatti le speculazioni riguardanti la transarchitettura, le quali hanno comunque carattere fortemente, ma non esclusivamente, programmatico, l’ultimo atto teorico fortemente rilevante, con una influenza per lo meno sensibile, è stata la mostra Decostructivist Architects dell’89 al MoMa di Philip Cortelyou Johnson, la quale comunque, non occorre dimenticare, è comunque frutto di mille compromessi ed altrettanti abbagli.
C’è da chiedersi però il perchè di questa resa, o incapacità?, da parte dei teorici e critici di architettura, i quali sono ora numerosi quanto mai, di far evolvere un dibattito che si interessi a descrivere e rileggere scenari storici ed a tracciare prospettive e programmi. La perdità di fiducia nella teoria non può essere infatti spiegata unicamente come reazione al fallimento delle stesse, in quanto la stessa storia dell’architettura ha sempre dimostrato come questo fallimento sia stato condizionato fortemente da una politica avversa, o comunque malamente posta, che se è vero che spesso ha incentivato inizialmente questo o quell’esperimento, ha poi ritrattato con aiuti ben minori da quelli inizialmente promessi, donando così garanzie d’insuccesso alle iniziative patrocinate pubblicamente. La tesi di La Cecla deve quindi essere rettificata se intendere essere per lo meno pertinente, dato che il suo attacco è disposto prettamente verso le così dette Archistar. Pensare però che la crisi della città contemporanea, divisa tra nette separazioni con borgate e periferie varie, possa essere casuata dalla brand architecture o da una architettura autoreferenziale vuol dire non aver assoluta percezione del problema. Difatti, secondo il bollettino dell’ AIA del 2006, solo il 4% degli edifici costruiti viene pubblicato, e di questo 4% immagino che ben poca cosa sia dovuta all’intervento delle Archistar, o comunque ad architetture ritenute autoreferenziali. Probabilmente l’equivoco nasce da una faciloneria nata dal fatto che se è vero che gli edifici accusati siano relativamente pochi, è pure vero il fatto che questi dominano la scena mediatica, istituendo un circuito di imitazioni facilmente individuabile e motivabile, al contrario di quanto la critica osservi. Oltretutto, è da rilevare come anche ben prima del periodo moderno, le emergenze sovrastavano regine la scena urbana, catalizzando su di se l’intera attenzione.
Ad ogni modo, l’ipotesi di partenza di La Cecla è esatta, ed occorre domandarsi seriamente quale sia la causa della resa della teoria in architettura.
Uno studioso attento noterà che l’architettura ha visto erodere in questi anni i propri confini teorici da molti versanti, comunicazione, filosofia, sociologia, politica, antropologia, molto più a fondo che in precedenza, quando l’attenzione proveniva maggiormente dalle discipline estetiche. È altresì interessante notare come la critica si sia man mano trasformata in una sorta di divulgazione dell’architettura in chiave di scienze molle, dove i discorsi dei vari antropologi, filosofi, sociologi e quant’altro, vengono pressappoco riletti, in maniera senz’altro superficiale, poichè il critico d’architettura non può ha solitamente esperienza teorica in altri campi, non può far altro che banalizzare il discorso offerto da testi resi celebri per diversi motivi, e piegare la propria oggettivazione quasi a sacrificio votivo verso di esso. Questo è facilmente osservabile nelle riviste, le quali hanno per lo più abbandonato senza resistenza qualsiasi accenno di dibattito, accontentandosi invece di riferire. Ad esempio, se una branca reazionaria si forgierà sulle parole di Marc Augé, è facile pensare come la risposta progressista sia basata su idee di un Derrick de Kerckhove. Non sono assolutamente dell’idea che questo scambio sia da biasimare, ma è facile ritornare su Contro la comunicazione di Mario Perniola, per capire come faciloneria e superficialità possano essere dannosa per la disciplina, e, a maggior scala, per la cultura.





.:: Identità mortali per uomini eterni_

11 03 2009

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Le città storiche hanno la particolare attitudine ad apparire indistinguibili dalle cartoline d’epoca, tanto ricercate oggi dai collezzionisti, indistintamente dalla coincidenza reale tra lo scatto fotografico ormai secolare, e la reale posizione dell’attuale spettatore. Questo è spesso motivo d’orgoglio per quei cittadini che vedono la propria urbe beffarsi del tempo, così fatale ai suoi abitanti. Si può dire con una certa serenità che è proprio questa caratteristica di apparire sempre uguali a se stessi, indistintamente dal tempo e dal luogo interno a se, questa dimensione autosimmetrica, sia poi ciò che forma in fin dei conti l’identità dei luoghi. In realtà è facile anche affermare come proprio questa identità risieda soltanto negli uomini che vengono forgiati dal carattere del proprio habitat, i quali sviluppando empatia con esso assegnano tale identità, che altrimenti non esisterebbe. Non è infatti un caso se, proprio negli anni di rinascita del nomadismo urbano, se molti si lamentano della condizione moderna proprio riferendosi ad una perdita di identità dei luoghi. Cosa assai particolare, soprattutto se consideriamo il fatto che non dovrebbe essere la mobilità delle unità a cambiare di per se l’identità, se essa fosse una caratteristica del luogo. Ovviamente il fenomeno del nomadismo da solo non basta a rendere pertinenti le critiche reazionari alla modernità riguardo la questione identitaria.
Al contrario degli edifici, i quali sembrano essere sempre più temporanei, sempre più passabili di dismissione, manomissione, riconversione, gli uomini stanno stanno studiando sempre migliori strategie di allungamento della propria vita, avvicinandosi al longevismo tanto inseguito dai transumanisti. Tanto più si è vivi e nomadi, quanto minore sarà l’empatia verso l’estemporanea città ospite, la quale per di più cambierà il proprio carattere fisico di volta in volta.

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Interessante osservare come, proprio un’aspetto legato alla rivoluzione bio-tecnologica sia tra le matrici del disinteressamento, e quindi dello svanire, dell’identià dei luoghi, dato che proprio una vita prolungata indefinitivamente potrebbe portare con se una massa di ricordi tali da rendere del tutto indistinguibili luoghi e situazioni nella memoria dei soggetti. Interessante perchè il sogno di una città abitata da nomadi edonisti, incapaci di detenere immobili per la loro natura emigrativa, così come di prolungare rapporti incisivi, sia legato alla nascita del progetto di Constant Nieuwenhuys, New Babylon, utopia megaurbana pensata per avvolgere potenzialmente l’intera crosta terrestre, nata dalla riproduzione di se in forma sempre eterogenea a se stessa, negazione assoluta di qualsivoglia identitarismo urbano, matrice delle prime produzioni di quelle megacittà che saranno negli anni ‘60 le protagoniste negli ambienti maggiormente sperimentali. Secondo le idee di Constant, la New Babylon sarebbe dovuta nascere dall’iniziativa indipendente e disinteressata dell’uomo, il quale, venuto a contatto casualmente con il primo germoglio di questa nuova Babele, avrebbe replicato la sua struttura, secondo le proprie conoscenze, altrove, al fine di esportare un modello di vita in cui l’affrancamento da ogni vincolo societario, avrebbe permesso di vivere la propria vita secondo i dettami di un ludismo rivoluzionario.

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Non c’è da stupirsi se all’interno della produzione di Lars Spuybroek, transarchitetto leader dei Nox, da sempre interessato ai fenomeni di dissoluzione dell’identità dei luoghi, si fa largo spazio il progetto D-Tower, sistema di rilevamento topo-etnografico, nonchè psicogeografico, altro tema caro ai situazionisti ed a Constant. Si fa spazio una architettura che non ha bisogno di avere caratteristiche estrinseche, in questo caso cromatiche, ma di offrire possibilità alla propria definizione, offrendo in sacrificio la propria univocità al servizio della condizione contemporanea.





>°< PEJA Producing: DIVENIRE II _

6 03 2009

Il secondo volume di Divenire si presenta più ricco in dimensioni e contenuti rispetto al primo, ma soprattutto si giova degli interventi di alcuni nomi illustri della cultura italiana e internazionale che alzano ulteriormente il livello qualitativo della rassegna.


Così il direttore della rivista Divenire: rassegna di studi sulla tecnica ed il postumano, Riccardo Campa apre questo secondo volume pubblicato da Sestante per l’Associazione Italiana Transumanisti.
In questo secondo volume, oltre alla partecipazione della grafica di copertina, ho offerto il mio impegno teorico con un saggio su un tema già dibattuto a suo tempo su questo blog, avendo così modo di approfondire lo stesso adeguatamente, ossia l’eredità di Le Corbusier nella transarchitettura olandese, leggibbile sotto diversi filtri interpretativi extralinguistici.
Chi di voi avrà la possibilità di leggere il mio articolo, sarò felice di richiedere un vostro parere direttamente su questo blog. Nel frattempo, per tutti gli altri, posto il primo capito del mio saggio, dal titolo Attraverso un’architettura:

.:: Tra classico e gotico

All’interno della storia dell’architettura, dalla modernità in poi, uno dei dualismi più efficaci con cui è stato possibile descrivere l’intera evoluzione dei linguaggi visivi che si sono man mano susseguiti, è stato il modello che vedeva come grande invariante l’alternarsi di periodi gotici a periodi classici.

Questo modello, nel suo estremo schematismo, ha portato, nell’interpretazione storiografica dell’architettura, ad un approccio di principio errato mostrando come unica matrice del processo storico quello del linguaggio, senza poter approfondire quelle che di volta in volta si sono presentate come le varianti chiamate in causa. D’altronde però, è pur vero che negli ultimi cinque secoli il richiamo a questa o quell’altra tradizione è stato, e continua ad esserlo nelle sue varianti e sfumature, il biglietto da visita di più di un maestro, dando così un’identità chiara alla scuola di appartenenza e conseguente discepolato. È probabile quindi che questa ingenuità perseguita dalla critica sia stata frutto delle diverse autobiografie, che vedevano inequivocabilmente dichiarare l’appartenenza ad una delle due categorie.

La parzialità di questa forma storica sinusoidale emerge in tutta la sua chiarezza accostando due personaggi che hanno avuto più di un’occasione di ribadire la loro dimensione teorica, portando avanti nella loro opera un discorso che trova, a partire dalle iniziali dichiarazioni di intenti, un numero inimmaginabile di punti di contatto, e perfino profonde incursioni nei reciproci campi, nonostante un mezzo secolo ne divida il lavoro.

Questi sono Charles-Edouard Jeanneret-Gris, alias Le Corbusier, e Lars Spuybroek, fondatore dei Nox Architects. Il primo è un classico, esaltatore del tempio greco come esempio assoluto di bellezza architettonica, di cui il Partenone è la vetta più alta. Vetta irraggiungibile a qualsivoglia cattedrale gotica a causa della sua implicita condizione che dissolve il particolare nella continuità del totale. Il secondo invece un gotico ribelle, che vede nell’assenza di interruzione tra azione e percezione il risultato più alto dell’architettura gotica. Risultato a cui il classicismo non potrà mai arrivare a causa della dipendenza reciproca a cui sono costrette le singole parti che genereranno il tutto. Ma come già detto, il dualismo tra classico e gotico non è altro che un vistoso abbaglio. Entrambi affascinati dell’uso della tecnologia come strumento di potenziamento dell’organismo umano, entrambi visionari di un’evoluzione auto consapevole di cui l’architettura può farsi parabola, iscrivere la loro opera all’interno di quel magma informe che è il transumanismo appare tutt’altro che una semplificazione.

E di questa comune appartenenza, più o meno inconsapevolmente, non potrà esserne immune la loro architettura.