Mia intenzione dichiarata era quello di rendere pubblico l’abstract del mio intervento dopo la conferenza, organizzata da Luigi Viapiano e Gianluca Manzi, Architettura&Cinema. La serata posso dire che è stata un piccolo successo, e ringrazio, oltre agli organizzatori ed agli amici che hanno partecipato, soprattutto il prof. Fabio Quici, di cui facevo le veci, per l’occasione e gli spunti propostimi. A breve caricherò anche il video dell’intervento con lo slide show dello stesso, nel frattempo potete farvi una idea con l’Abstract dal titolo:
.:: Fiction Architecture_

Sin dalle prime esperienze cinematografiche in qualche modo istituzionalizzate, si intuisce un palese legame tra le espressioni che si andavano ad affermare dello stesso cinema, e quelle invece più tipicamente architettoniche, legate cioè da un lato alla rappresentazione, e dall’altro alla scenografia. In realtà però, per quanto intuitiva possa essere questa correlazione, il rapporto tra cinema ed architettura è stato sempre enunciato come proponimento teorico o annotazione visiva, e ben raramente vi sono stati studi approfonditi che ne analizzassero matrici figurative e linguistiche che possano in qualche modo descrivere analiticamente questo rapporto. Dato il carattere così celebrativo della nostra decade però, è possibile prendere a pretesto il riemergere di un’interesse verso alcune tra le sperimentazioni maggiormente legate al genere science fiction, per poter colmare la lacuna appena descritta. Difatti, gruppi come Superstudio (nel 2004 a New York e Firenze) o Archizoom (nel 2008 a Firenze e Parigi), oppure singoli come Paolo Soleri (nel 2005 a Roma e Torino) o Constant (nel 2008 tra Parigi ed Amsterdam), sono stati recentemente oggetto di vari eventi e pubblicazioni di respiro internazionale che hanno stimolato la ripresa di studi in tal senso. Ma mentre le riflessioni di questi fanno perno sul ruolo sociale che un’utopia architettonica deve avere per poter rimodellare da capo la nuova società, e le vicinanze tra questi ed i movimenti artistici e rivoluzionari è fondamentale per capirne l’essenza, altri gruppi trovano spunto nella speranza per il futuro per concentrarsi su argomentazioni di matrice consumistico-capitalista, promettendo una libertà dalla schiavitù del funzionalismo donata da fantascientifiche città, architetture che letteralmente camminano, ambientazioni interattive come estensioni bioniche del nostro corpo, legami filtrati dalla tecnologia. Per quanto questi scenari, comunque condivisi da più o meno tutti i gruppi, cercheranno di slegarsi il più possibile da concezioni prestabilite del panorama architettonico, è interessante andare ad osservare come già la letteratura e la fumettistica del genere che oggi chiamiamo retrofuturo, si avvaleva di una grafica e di illustrazioni incredibilmente vicine alle strutture urbatettoniche già descritte.

Non è un caso, e nemmeno un mistero, che proprio gli Archigram confluirono i loro sforzi attorno alla rivista omonima, caratterizzata da un layout grafico candidamente ispirata a quella dei fumetti loro contemporanei. E tra i tanti, l’illustratore Frank R. Paul sicuramente è stato uno dei più ammirati dello studio londinese: le sue illustrazioni mostrano incredibili città spaziali, semoventi, volanti, che potrebbero essere tranquillamente essere state prodotte dagli stessi Archigram, o dai loro Matabolisti giapponesi. Osservando alcune di queste immagini è chiaro come il modello più o meno inconscio di Paul, e dei suoi cloni, sia chiaramente quello delle varie Città Nuove proposte dalle avanguardie artistiche d’inizio secolo. Sicuramente tra tutti vi sono le visioni urbane di Sant’Elia e dei costruttivisti russi, che più direttamente hanno speculato sul tema della futura città della macchina, e questo è chiaramente visibile nel rapporto privilegiato che questi artisti avevano con un cinema che ancora poteva considerarsi, tutto sommato, d’élite culturale. Metropolis, con le scenografie di Otto Hunte, Erich Kettelhut, Karl Vollbrecht, è senza dubbio un caso paradigmatico di questo scambio culturale tra le due aree culturali, ed il successo del lungometraggio di Fritz Lang non poteva che avere un’influenza immediata e permanente in entrambi i settori. Così, la cinematografia, nel momento in cui si prospetta non solo di raccontare storie, ma soprattutto di ipotizzare scenari futuri, ha guardato sempre con maggior interesse alle espressioni architettoniche tanto più che esse hanno cercato un superamento degli schematismi professionali. Blade Runner, Il quinto elemento, Star Wars EP.1 e Minority Report sono solo alcuni degli esempi in cui riferimenti progettuali tra i più arditi trovano una loro coerenza realizzativa all’interno della sala cinematografica, trovando una loro pertinentissima concretezza in una rappresentazione che ormai esonda il classico tema del disegno. Si manifesta quindi un ribollire di nuove fusioni che mescolano futuribilità ed arcaismi, utopia e distopia, in un unicuum, che proprio per la sua caratteristica miscelatoria, non sembra poi così lontana dal nostro osservatorio. Ed infatti progettisti che oggi accettano senza problemi suggestioni evocate dalla fantascienza e dal cyberpunk sono tutt’altro che rari, come dimostrano studi interessati alla progettazione di moduli od abitazioni spaziali tese alla realizzabilità, oppure i vari transarchitetti che stanno colonizzando la rete. In questa situazione vi è ovviamente uno scarto, un interstizio occupato da una serie di giovani professionisti che si vedono situati perfettamente a metà strada tra architettura e cinematografia, rappresentati in questa sede dagli elaborati degli studenti del corso di Estetica ed Euristica del Prof. Fabio Quici, che per quanto sperimentali possano essere, come del resto un lavoro di uno studente deve essere, racchiudono in se pienamente l’intero humus appena descritto.




Commenti Recenti