>°< PEJA Producing: Abstract _

27 02 2009

Mia intenzione dichiarata era quello di rendere pubblico l’abstract del mio intervento dopo la conferenza, organizzata da Luigi Viapiano e Gianluca Manzi, Architettura&Cinema. La serata posso dire che è stata un piccolo successo, e ringrazio, oltre agli organizzatori ed agli amici che hanno partecipato, soprattutto il prof. Fabio Quici, di cui facevo le veci, per l’occasione e gli spunti propostimi. A breve caricherò anche il video dell’intervento con lo slide show dello stesso, nel frattempo potete farvi una idea con l’Abstract dal titolo:

.:: Fiction Architecture_


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Sin dalle prime esperienze cinematografiche in qualche modo istituzionalizzate, si intuisce un palese legame tra le espressioni che si andavano ad affermare dello stesso cinema, e quelle invece più tipicamente architettoniche, legate cioè da un lato alla rappresentazione, e dall’altro alla scenografia. In realtà però, per quanto intuitiva possa essere questa correlazione, il rapporto tra cinema ed architettura è stato sempre enunciato come proponimento teorico o annotazione visiva, e ben raramente vi sono stati studi approfonditi che ne analizzassero matrici figurative e linguistiche che possano in qualche modo descrivere analiticamente questo rapporto. Dato il carattere così celebrativo della nostra decade però, è possibile prendere a pretesto il riemergere di un’interesse verso alcune tra le sperimentazioni maggiormente legate al genere science fiction, per poter colmare la lacuna appena descritta. Difatti, gruppi come Superstudio (nel 2004 a New York e Firenze) o Archizoom (nel 2008 a Firenze e Parigi), oppure singoli come Paolo Soleri (nel 2005 a Roma e Torino) o Constant (nel 2008 tra Parigi ed Amsterdam), sono stati recentemente oggetto di vari eventi e pubblicazioni di respiro internazionale che hanno stimolato la ripresa di studi in tal senso. Ma mentre le riflessioni di questi fanno perno sul ruolo sociale che un’utopia architettonica deve avere per poter rimodellare da capo la nuova società, e le vicinanze tra questi ed i movimenti artistici e rivoluzionari è fondamentale per capirne l’essenza, altri gruppi trovano spunto nella speranza per il futuro per concentrarsi su argomentazioni di matrice consumistico-capitalista, promettendo una libertà dalla schiavitù del funzionalismo donata da fantascientifiche città, architetture che letteralmente camminano, ambientazioni interattive come estensioni bioniche del nostro corpo, legami filtrati dalla tecnologia. Per quanto questi scenari, comunque condivisi da più o meno tutti i gruppi, cercheranno di slegarsi il più possibile da concezioni prestabilite del panorama architettonico, è interessante andare ad osservare come già la letteratura e la fumettistica del genere che oggi chiamiamo retrofuturo, si avvaleva di una grafica e di illustrazioni incredibilmente vicine alle strutture urbatettoniche già descritte.

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Non è un caso, e nemmeno un mistero, che proprio gli Archigram confluirono i loro sforzi attorno alla rivista omonima, caratterizzata da un layout grafico candidamente ispirata a quella dei fumetti loro contemporanei. E tra i tanti, l’illustratore Frank R. Paul sicuramente è stato uno dei più ammirati dello studio londinese: le sue illustrazioni mostrano incredibili città spaziali, semoventi, volanti, che potrebbero essere tranquillamente essere state prodotte dagli stessi Archigram, o dai loro Matabolisti giapponesi. Osservando alcune di queste immagini è chiaro come il modello più o meno inconscio di Paul, e dei suoi cloni, sia chiaramente quello delle varie Città Nuove proposte dalle avanguardie artistiche d’inizio secolo. Sicuramente tra tutti vi sono le visioni urbane di Sant’Elia e dei costruttivisti russi, che più direttamente hanno speculato sul tema della futura città della macchina, e questo è chiaramente visibile nel rapporto privilegiato che questi artisti avevano con un cinema che ancora poteva considerarsi, tutto sommato, d’élite culturale. Metropolis, con le scenografie di Otto Hunte, Erich Kettelhut, Karl Vollbrecht, è senza dubbio un caso paradigmatico di questo scambio culturale tra le due aree culturali, ed il successo del lungometraggio di Fritz Lang non poteva che avere un’influenza immediata e permanente in entrambi i settori. Così, la cinematografia, nel momento in cui si prospetta non solo di raccontare storie, ma soprattutto di ipotizzare scenari futuri, ha guardato sempre con maggior interesse alle espressioni architettoniche tanto più che esse hanno cercato un superamento degli schematismi professionali. Blade Runner, Il quinto elemento, Star Wars EP.1 e Minority Report sono solo alcuni degli esempi in cui riferimenti progettuali tra i più arditi trovano una loro coerenza realizzativa all’interno della sala cinematografica, trovando una loro pertinentissima concretezza in una rappresentazione che ormai esonda il classico tema del disegno. Si manifesta quindi un ribollire di nuove fusioni che mescolano futuribilità ed arcaismi, utopia e distopia, in un unicuum, che proprio per la sua caratteristica miscelatoria, non sembra poi così lontana dal nostro osservatorio. Ed infatti progettisti che oggi accettano senza problemi suggestioni evocate dalla fantascienza e dal cyberpunk sono tutt’altro che rari, come dimostrano studi interessati alla progettazione di moduli od abitazioni spaziali tese alla realizzabilità, oppure i vari transarchitetti che stanno colonizzando la rete. In questa situazione vi è ovviamente uno scarto, un interstizio occupato da una serie di giovani professionisti che si vedono situati perfettamente a metà strada tra architettura e cinematografia, rappresentati in questa sede dagli elaborati degli studenti del corso di Estetica ed Euristica del Prof. Fabio Quici, che per quanto sperimentali possano essere, come del resto un lavoro di uno studente deve essere, racchiudono in se pienamente l’intero humus appena descritto.

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>°< PEJA Producing: invito ad Architettura&Cinema_

24 02 2009

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Architettura&Cinema è una manifestazione Biennale, curata da Luigi Viapiano e Gianluca Manzi, dedicata ai linguaggi operativi della contemporaneità a base tecnologica e di Information Tecnology: fotografia, video, cinema ed effetti digitali.
Nel 2009 sono previsti due cicli di incontri, nel quale il primo in data 27 Febbraio con inizio alle ore 16.00  presso l’aula Magna della Prima Facoltà di Architettura Ludovico Quaroni (sede di Piazza Borghese 9) sarò presente con un intervento, concordato con il prof. Fabio Quici di cui farò le veci, che cercherà di riannodare alcune tematiche legate alle utopie megastrutturiste degli anni ‘50, ‘60 e ‘70, in questi anni celebrate con decine di eventi di vario genere, in realazione alla loro eredità indiscutibile riguardo le avanguardie d’inizio secolo, anch’esse, e forse più, oggi celebrate dai vari secoli, ed in relazione alle espressioni che hanno oggi raccolto la medesima sfida di matrice meccanicistica, filtrata ovviamente dalle tecnolgie informatiche. Proprio queste celebrazioni stanno a testimoniare un riemerso interesse per tali manifestazioni, e ciò non può essere ignorato allorquando è riscontrabile una innegabile affinità tra le produzione della disciplina pienamente architettonica, per quanto soltanto al livello propositivo, e quelle riguardanti scenografie ed ambientazioni della cinematografia fantascientifica e cyberpunk, anch’esse, idealmente, semplicemente proposte. Tra questi due prodotti, vi è uno scarto nato da una sperimentazione disinteressata, che ha come fine, e tautologicamente strumento stesso di questo agire, la rappresentazione architettonica e la ricerca di nuove forme espressive della stessa rappresentazione. Scarto creato, sintomaticamente alla stessa nozione di sperimentazione, per lo più da studenti universitari, nella fattispecie studenti di Estetica ed Euristica, tenuto dallo stesso Fabio Quici, capaci di reinterpretare in maniera decisamente maturo un tema critico quanto fondamentale per l’evolversi della disciplina: quello di una visione alternativa alla urbanità proposta.





.** Pecezioni de-formate_

6 02 2009

Capita a volte di trovarsi di fronte a voci completamente contro, con una pacatezza ed un modo di fare assai insolito per un paese dal popolo passionale come l’Italia. Una voce contro che riesce a diblare con olimpionica eleganza qualsiasi luogo comune, e che si disinteressa di qualsiasi acuto, non poteva non incuriosirmi. Così ho chiesto a Marco Pasian di Oplà+ di fare una chiaccheratina…

MarcoOplà:
Ehi ciao! pc aggiustato?

PEJA:
Ciao Marco! I computer? E no, purtroppo no, ora sono a casa della mia ragazza e posso usare internet, ma mi secca molto sapere che perderò dei dati.

MarcoOplà:
Ahia! Mi spiace…

PEJA:
Vabbè, comunque ho preso a pretesto l’impossibilità di lavorare sui disegni per lavorare sulle parole, così mi sono imbattuto su alcuni argomenti che mi hanno molto riflettere sulla attività di Oplà+…

MarcoOplà:
Caspita!

PEJA:
Bhè, i miei studi, tanto per dire qualcosa di altisonante, mi appaiono molto come un contesto idaele in cui posizionerò Oplà+. Ed ora sono arrivato ad alcune conclusioni, di cui, se procedo correttamente, vorrei in qualche modo rendere parallelo il vostro operato, o per lo meno affiancarlo, a quello di Flavia Mastrella.

MarcoOplà:
Bene! Ahimè però, non conosco bene Flavia Mastrella…

PEJA:
Lei è una allestitrice che collabora con Antonio Rezza. Insieme hanno elabo
rato un modo di produrre allestimenti molto personale in cui l’oggetto entra a far parte del corpo, quasi una protesi, mentre l’attore, il suo corpo, diventa in qualche modo un oggetto. Ad ogni modo non è ciò che mi interessa al fine di tracciare questo parallelismo. diciamo che la cosa che io vedo in comune tra voi due è la stessa intenzione che procede verso una sorta di abbandono dell’opera, comunemente, architettonicamente, intesa…

MarcoOplà:
Ho buttato un occhio su google e adesso mi ricordo di Rezza, ma non avevo mai riflettuto sul suo modo di teatrare, ne tanto meno su opla+ che procede verso questo ipotetico abbandono dell’opera… Però se tu intendi che lasciamo l’architettura per stimolare azioni di riscontro percettive con strumenti allestitivi, allora, può sembrare un abbandono dell’agire classico dell’architetto.

PEJA:
Certamente anche questo! Diciamo per abbandono dell’opera, che ora uso un pò come sigla presa in prestito da un lavoro che ho fatto assieme ad Emanuele Sbardella per Àgalma, possiamo intendere la produzione di opere che esondano se stesse per manifestarsi in modi non canonici. Di questa linea, mi è interessato molto il progetto L.I.U., che trovo pertinente riguardo ciò. Per spiegarmi meglio, non è tanto la Venustas ad essere importante, di cui al limite ci si può addirittura rinunciare, ma la manifestazione di un qualcosa

MarcoOplà:
Sì, questa lettura mi piace, ed in qualche modo si avvicina a tutte le installazioni Opla+, nel caso che citi (L.I.U.) ha una semplice e forte concettualizzazione di fondo, che lascia un altrettanto forte libertà di interazione…

PEJA:
A questo punto: parlami di L.I.U.!

MarcoOplà:
Cosi appariva la card entro a scatola nera con interno rosso: L.I.U. (Landscape Interface Unit – unita di interfaccia con il paesaggio), fissa, fotografa, materializza il concetto che un luogo esiste in quanto percorso… Anche il visitatore distratto partecipa a questo gioco di ri-creazione ambientale… Mi pare che hai letto l’intervista su Wilfing Architettura di Salvatore D’Agostino…

PEJA:
Certo, era interessante, come al solito sa essere Salvatore… Mi sono documentato su di voi, per quanto possibile: questa cosa della fruizione distratta a me interessa molto… Ho notato poi che anche in altri lavori hai utilizzato questa stessa poetica…

MarcoOplà:
Lì dicevo che questa installazione per la sua facile modularità di assemblaggio è stata montata in vari contesti con diversificati risultati… sempre sorprendenti!!! Ne parlo?

PEJA:
Certo!

MarcoOplà:
La fruizione distratta è pure una delle tante situazioni di interazione con l’opera che si vengono a determinare, la più onesta, e credo si contrappone alla fruizione colta di quelli che invece cercano di trovare significati su significati… Qualsiasi livelo di lettura o nonlettura a noi va bene… L.I.U. funziona da test…

PEJA:
…Ed ha funzionato?

MarcoOplà:
La prima volta di L.I.U. è stato ad una fiera di primavera, tra uno stand di falciatrici e uno di arredo giardino d’alto design: centinaia di persone, e una vasta combinazioni di situazioni… “ma cos’è ’sta roba?… ma allora si può entrare!!… ah è un’opera artistica!!… è da mettere in giardino!!!… non toccare!!!… vieni via da li!!!… gente strana… perchè si entra e si esce???”. I bambini non si chiedevano nulla, ci giocavano e basta, usando completamente l’installazione noncuranti della sua stravagante collocazione… Poi è stata installata in esterni, ma entro manifestazioni artistiche… E il pubblico più esigente coglieva significati che andavano oltre la nostra ideazione, del tipo: Ah! l’avete posizionato così perché volete cogliere l’asse storico del vecchio ponte! E chi ci aveva pensato!

PEJA:
Bhè, queste sono le situazioni più interessanti : avevate una possibilità su 360 di beccare quell’angolatura assiale, e l’avete colta senza nemmeno saperlo! Comunque mi è parso riuscito in qualche modo allora l’esperimento, dato che un qualche tipo di risultato (e a me pare che qualsiasi tipo di reazione sarebbe stata utile) lo avete avuto, anzi! Alla fine si è generato una sorta dispositivo che esula la meccanica tipica dei formalismi ludici, per cercare in altre ambiti operatori… insomma: non si gioca solo con i colori o altri formalismi vari, tanto amati dalla critica colta d’architettura!

MarcoOplà:
Diciamo che era nostra intenzione favorire nuove visuali prospettive, per chi una volta entrato, traguardava attraverso le sagome ritagliate… poi ognuno poteva lasciarsi suggestionare quanto e come voleva… L.I.U. è stato testato anche in un giardino di un centro sociale durante una serata di concerti noise… sorprendente! Ho realizzato un corto su quanto successo!

PEJA:
Mi pare quasi d’obbligo chiederti se lo hai caricato su youtube…

MarcoOplà:
No, ci ho pensato più volte (da poco è però disponibile il canale Vimeo n.d.r.)… Devi sapere che di molte opere oplà+ esiste un breve corto riassuntivo perché essendo opere temporanea, poi non rimane altro che la loro documentazione, e sul fronte catalogazione siamo un po indietro…

PEJA:
Un mio caro amico ti bacchetterebbe le mani… Lui è un p
o fissato riguardo l’aspetto documentaristico… Comunque credo pure che questo parziale disinteresse può portarvi in un futuro a rileggere in modo diverso quello che avete fatto, no? In fondo, dovrete reinventarli a memoria…

MarcoOplà:
Ti confido che quando mi hai chiesto il materiale mi sono detto: che faccio? Ne ho talmente tanto e non ho mai fatto una sintesi completa… si a volte ma parziale e per occasioni specifiche…

PEJA:
Quando hai tempo me lo manderai! Comunque tornando a noi, credo che il vostro operato sia totalmente iscrivibile in una avanguardia senza forma, tanto se vogliamo dargli un nome: insomma un tentativo forsennato di scardinare alcune regole sfruttando soltanto taluni elementi che comunque esulano l’architettura vitruviamente intesa… anche nel progetto della famosa rotonda che avete postata sul blog, dove la domanda è stata più o meno esplicitamente estetica voi avete cercato di rigirare la cosa nel campo in cui siete più abituati ad operare…

MarcoOplà:
Che dirti! Ho visto rotonde arredate con sculture di artisti di rilievo. Belle in se, ma che nulla mi dichiaravano in termini progettualità dall’infrastruttura in quanto tale: troppo semplice decorare coi fiorellini, ci siamo detti, proviamo a dare delle regole per un’azione creativa (da badgettare a piacere…)

PEJA:
E poi?

MarcoOplà:
Il comune ha rinunciato al progetto… chissà! troppo impegnativo decidere da soli combinazioni di materiali e colori… Avremmo dovuto finalizzare il tutto e presentare un capitolato sbarrato… ma a noi ci piace complicarci la vita… che vuoi!

PEJA:
La semplicità è noiosa!

MarcoOplà:
Vorremmo andare oltre al semplice “dato il problema ecco il risultato”, perché ci rendiamo conto che sono molteplici i fattori che condizionano i processi progettuali e questi non sono cose solo da architetti…

PEJA:
Bhè sì! Sarà il caso ma il motto: fai più di quel che ti viene chiesto, veniva spesso utilizzato da un altro veneto come voi: Scarpa… Comunque ora che mi ci fai pensare, è particolare che solo 10 o anche 15 anni fa, nonostante le esperienze artistiche ed architettoniche degli anni 60 e 70, che comunque hanno fornito dei precedenti, ci si poteva riferire alla complessità soltanto in termini formali. Ora da questa chiaccherata, è chiaro, sta emergendo una nozione diversa assai di complessità, almeno per quanto riguarda l’architettura… Tra l’altro, visto che sono in vena di citazioni, Zevi diceva spesso: gli architetti sono stupidi perché si occupano solo di architettura…

MarcoOplà:
Lo penso anch’io… Ma la complessità di cui si diceva va vista come risorsa! Soprattutto se collocata in un responsabile processo di capacità progettuale e non solo in termini architettonici…

PEJA:
Già! infatti una cosa che mi ha stupito è la coscienza vostra, anche se repressa negli studi, di comunque utilizzare come materiale architettonico, il materiale sociale… questo lo ho trovato molto interessante

MarcoOplà:
Diciamo questo: le installazioni, i progetti comunicativi, le collaborazioni artistiche sono un vero e proprio laboratorio per testare comportamenti, percettivi e relazionali… In opere di architettura questa sperimentazione e fortemente limitata da condizioni oggettive di risposta progettuale: se devo fare un tetto, non posso aprire dei varchi per far mirare le stelle e perdere l’uso protettivo… ho banalizzato per essere coinciso, ma in fondo anche questo esempio è valido…

PEJA:
Proprio per questo ho detto che è represso! Molte volte questa inadattatezza dello strumento architettura rispetto alle vostre intenzioni trapela dalle parole del vostro blog…

MarcoOplà:
Però posso dirti che il ragionare alla Oplà+ ci è moto utile proprio per affrontare il quotidiano costruire… Alcuni nostri progetti realizzati in campo architettonico fruiscono del campo percettivo testato con opere oplà+…

PEJA:
Sarebbe interessante allora osservare come questo potrebbe trasformarsi in interventi di più largo respiro… Una curiosità: ovviamente i vostri riferimenti immagino che si rileggano pochissimo nella vostra reale attività, e che comunque siano in qualche modo soltanto trasversali all’architettura: ma chi sono i referenti di oplà+?

MarcoOplà:
Sinceramente? Non lo so! Abbiamo imparato tante cose da tanti maestri e non so chi citare… sono sempre stato attratto da chi lavora sotto, ai margini… (conosci il lavoro di Caravatti in Africa? è uno bravo) Ho capito molte cose da Bruno Munari per esempio, ma anche da Vinicio Capossella…

PEJA:
Caravatti non lo conosco, ma credo proprio che mi informerò su tale tipo… Però questo anticipa un pò quello che ti stavo per chiedere: infatti citi Munari, che è un designer ed un pedagogo, e Capossella che è un cantautore, accomunati soltanto dall’essere poliedrici… Insomma, siete un bell’ibrido strano, tanto per usare una key word tanto di moda ma che comunque spiega bene ciò che intendo…

MarcoOplà:
Munari e Capossella sono… emozionali! Non vorrei pensare al concetto di ibrido in senso negativo…cioè un po questo, un po quello, ma come ibridazione, come il risultato di dinamiche consapevoli di contaminazione, in un ambiente ormai sempre più caratterizzato da opensource!

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