.:: La Condizione Contemporanea_

31 01 2009

Se i tempi moderni del povero Charlie Chaplin, minato alla ragione da ritmi disumani e spersonalizzanti, rappresentava in maniera degna di encomio l’intera classe delle critiche al Movimento Moderno, non è certo possibile trovare un simile prodotto culturale che sia così sintetico nella critica alla condizione contemporanea, così come non esiste una analisi pertinente ad essa. Se infatti il periodo postmoderno è stato sostanzialmente previsto dagli stessi personaggi che ne hanno poi eretto le impalcature, quasi che la stessa teorizzazione di esso ne avesse in qualche modo costituito la realizzazione, l’accavallarsi di nuovi paradigmi, non ancora in toto resi dogmi, e quindi non ancora decriptati appieno, si è manifestato senza alcun preavviso. Ne derivano scenari ancora per lo più confusi, addirittura più delle spiagge indicate da Robert Venturi, in cui storicismi pop si mischiavano ai luccichii trash delle insegne. Se però è facilmente registrabile come decontestualizzazione, formalismo e spettacolarizzazione sono canoni propri del postmoderno, è innegabile come questi persistano, ed anzi si siano manifestati con maggior vigore e, paradossalmente, coerenza solo in ciò che in architettura viene definito decostruttivismo, il quale già dalle prime apparizioni si presentava come un superamento di ogni storicismo nel nome di una mal chiarita rinnovata modernità. Se questo si può affermare ben seneramente, è altrettanto vero che gli stessi autori dei progetti esposti alla mostra consacrante l’avanguardia senza manifesti al grande pubblico, l’evento Deconstructivist Architecture organizzato al MoMa di New York, sono stati poi gli stessi attori, che con fare hollywoodiano sono stati portati agli altari della cronaca dalla critica, e soprattutto, dalle operazioni immobiliari, affamate di brand. Da quì, spettacolarizzazione, decontastualizzazione e formalismo si ripresentano in una strana, nuova forma, che esula la polifonia molle ed untuosa dello storicismo postmoderno, ma che si slancia sicuro verso l’Immagine debordiana, per cui si va a creare uno stretto rapporto tra Immagine e Spettacolo che coinvolge direttamente la società che osserva il fenomeno.  Lo spettacolo non è un insieme di immagini ma un rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini. Da cui si evince come sia ormai diventato addirittura poco pertinente affiancare alla categoria della spettacolarizzazione quelle di decontestualizzazione e di formalismo, in quanto oramai confluenti nella prima. In questa breve regressione, è intuitivo come la condizione contemporanea sia ancora irrimediabilmente avvinghiata ad una sfavillante Società dello spettacolo che combatte per un allargamento dei confini globali della Las Vegas da casinò.

Appare subito logico come quindi le critiche mosse dalle frange reazionarie della critica architettonica generino subito un corto circuito d’autoreferenzialità, attaccando un brandello di ciò che intendono difendere. Una larva d’aracnide che appena schiuso il proprio uovo si nutre della madre per il proprio sviluppo. Strano gioco del destino il fatto che proprio un transarchitetto, Marcos Novak, e quindi ipoteticamente esterno al gioco di rimandi illustrato, pare accorgersi dell’affinità biologica, tanto da illustare continue analogie tra il proprio lavoro ed il regno degli aracnidi, come ad esempio nel caso del progetto teorico AlloBio, di cui la riflessione sull’alieno, tema già toccato profondamente, guarda caso, da Debord, genera a cascata una presa di posizione precisa sulle proprie intenzioni progettuali.

Allo, la radice per Alieno,  significa Altro [...] in un significato estremo dell’altro come appartenente ad un altro ordine. Sembrerebbe quindi che l’impulso verso le architetture [...] autoreferenziali debba contrastare quello verso architetture alloreferenziali.

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Al fine di rendere chiaro il rapporto tra architettura e filosofia, che sia da riformulare la definizione di decostruttivismo in architettura, per essere spostata verso la transarchitettura?





.:: Zeitgeist, Architettura e/è Specchio della società_

23 01 2009

Al fine di poter comprendere adeguatamente le tensioni che animavano gli uomini  della prima modernità, tra cui Le Corbusier può essere eletto ad araldo, almeno per quanto riguarda il microcosmo dell’architettura, illuminante è il Saggio di esplorazione urbanistica, contenuto in Maniera di pensare l’urbanistica:

L’architettura e l’urbanistica sono lo specchio fedele d’una società; gli edifici ne sono i documenti più rivelatori. Occorre tuttavia che l’epoca abbia raggiunto la sua piena maturità. Nei momenti di transizione, gran parte dell’architettura è ancora soltanto nei progetti precursori; tuttavia questi progetti hanno valore assoluto e meritano attenzione come qualsiasi altro esempio già realizzato.

Se è vero che questa nozione non era certo originale alla data d’uso di Le Corbusier, è invece interessante prendere atto dell’adozione di questa da parte del padre dei cinque punti, il quale non si fa certo problemi ad identificare la nuova architettura come un bisogno strettamente organico alla società francese le cui città, dopo aver pagato ingenti dazi ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, vedono la necessità di dover programmare la rinascita del paese secondo una rigorosa decretazione di interventi giuridici, economici ed edilizi. Ovviamente lo stesso Le Corbusier pone, più o meno inconsciamente, se stesso come direttore di questi grands travaux nazionali che nel testo vengono descritti come una chiarissima allucinazione. Se l’intero testo ora preso a pretesto è descrivibile come una serie di regolamentazioni e di intenti, una proposta di proposte lanciate agli organi direttivi francesi, è intressante notare come per uno strano gioco di tautologie ed autoreferenzialità innescate nel testo, proprio ad una società appena sfuggita dalla tirannia di un’ideologia, viene proposta la nuova tirannia del nuovo modo di vivere comunitario. Cosa che in parte rispecchia, suo malgrado, il secondo concetto espresso nell’estratto sù citato, volente la piena maturazione del contesto sociale affinchè il suo specchio come città si manifesti.

Ma come vi è uno scollamento evidente tra le parole di Le Corbusier è la realtà dei fatti, lo stesso può farsi notare nella situazione contemporanea, in cui, dopo la cantata vittoria sul postmoderno, le nuove avanguardie non possono far altro che piegarsi, loro malgrado, ad una logica sociale postmoderna. Se infatti ciò che in architettura viene identificato con Post-moderno, non è altro che un neo-storicismo che con il Post-moderno inteso come classe di filosofie. Se infatti la definizione che Jean-François Lyotard pone il Postmoderna come l’incredulità nei confronti delle metanarrazioni, e se è vero che nel postmoderno architettonico, per così dire teorico, in fin dei conti può essere definito come una critica serrata al Movimento Moderno, è altrettanto vero che la produzione architettonica non è riuscita a rispecchiare degnamente la propria controparte teorica, fermandosi ad un semplice, nuovo ismo, con i suoi dogmi da seguire e le sue inibizioni. Ma pare che lo scarto avuto tra l’architettura postmoderna e la società postmoderna non sia così grande come invece quello che lo separa dalla produzione teorica, che invece si è paradossalmente, ed inequivocabilmente, separata dalla nuda realtà per inseguire i più alla moda insegnamenti filosofici. Ad una società proiettata sempre più verso la spettacolarizzazione di quanto più intimo, alla riduzione del gusto a sapore, del linguaggio a stile, si risponde con un’architettura sicuramente volgare e distanti dalle reali necessità della collettività, ma che proprio per questo aderisce perfettamente alla realtà di quegli anni. Da quì, sarebbe lecito chiedersi se l’architettura, per il suo carattere permanente, nonostante la ricerca volga ad un carattere sempre più effimero e disinteressato della stessa, debba tratteggiare il proprio tempo, ormai maturo, e quindi volto ad una prossima dismissione. Non era forse in pieno postmoderno che certi gruppi d’avanguardia, come ad esempio i metabolisti giapponesi Isozaki e Kurokawa, iniziavano ad immaginare le immense megastrutture, che mai hanno visto la luce  ma che tanto hanno influenzato la futura transarchitettura? D’altronde, tanto per citare Eraclito, Chi non spera l’impossibile, non lo troverà.

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.:: Ornamento Feat. Delitto_

17 01 2009

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Non vi è dubbio che, all’interno di una qualsiasi non accorta storiografia dell’architettura, nel catalogo delle radici del Movimento Moderno, vi è menzionata tra i fattori determinanti per il fiorire del movimento stesso, il ripudio del decorativismo. Anche se certamente questo carattere d’austerità ha caratterizzato anche fortemente la produzione moderna nella sua totalità, è da rilevare che il Movimento Moderno non può essere fatto coincidere tout cort con il razionalismo, che invece ne faceva manifesto. Senza ombra di dubbio ad aver alimentato il perpetuarsi di questo luogo comune è stata la fortuna avuta dal testo di Adolf Loos, da più parti considerato uno dei padri del Movimento Moderno, Ornament und Verbrechen. Così, se la Secessione Viennese che aveva già offerto una alternativa valida al pastiche stilistico neoclassico ed eclettico, l’incalzante Funzionalismo stava scalzando a sua volta la Nuova Arte. Da quì nasce l’esigenza per una qualificazione degli spazi che esuli l’articolazione grafica della materia, per andare a plasmare pure volumetrie e lineari prospettive. Senza andare ad indagare in questa sede sul fragile limite di questa affermazione (gli object a reaction poetique in qualche categoria devono essere inseriti, se non in quella del decoro, seppur spaziale?), non a caso poco prima aggettivati come luoghi comuni, l’articolazione spaziale diventa allo stesso tempo unica concessione e unica qualificazione formale. L’idea che l’architettura moderna sia da identificarsi dal candidore di infinite distese di superfici in cemento e da un purismo strutturale tanto inespressivo quanto incomprensibile, è stata a tutti gli effetti la nascita di quello che a spoposito è stato chiamato post moderno, o come i meno avezzi alla storia contemporanea suggeriscono postmodernismo (se poi sia lecito parlare di un postmodernismo, quello è proprio il funzionalismo), che attraverso tutta una classe di motivazioni accatastate alla bene e meglio, riabilitano il senso della decorazione in nome, non di un unità tra linguaggio e struttura teorizzata più e più volte già a suo tempo, ma, a seconda dei contesti, di una non ben chiarita tradizione oppure per denunciare il meticcio etnico a cui è impossibile sottrarsi. Superato anche quest’ultima fase, la contemporaneità rivede un fiorire, nelle più svariate maniere, un senso per un decorativismo strutturale quanto linguistico. Ciò soprattutto negli anni ‘80, dove le esperienze del così detto decostruttivismo sono testimoni di un’ottima interpretazione del problema che vedeva la necessità del superamento di uno storicismo commerciale ormai vuoto di qualsiasi contenuto senza risprofondare nell’ascetismo anoressico del razionalismo in tutte le sue vesti. Questo rinnovato senso estetizzante, seppure a fondo criticato è stata la matrice che poi ha dato vita al decorativismo soft che contraddistingue pienamente gli ultimi quindici anni di ricerca architettonica, stimolata com’è dalle sperimentazioni formali computerizzate e le possibilità di produzione numerica CAD/CAM e soprattutto la produzione in ambienti virtuali, all’interno dei quali ogni funzionalismo è radicalmente disciolto in questioni che hanno più a che fare con la psicologia della forma che alla firmitas vitruviana. Di quì è interessante andare a rileggere la patetica recenzione Juan José Lahuerta, apparsa sul numero 771 di Casabella e riguardante l’Edificio per l’Università Pompeu Fabra di Juan Navarro Baldeweg. Edificio in cui un un’accorto gioco di successioni spaziali, figlio di una modernità soft di maniera che caratterizza parecchie delle ultime realizzazioni spagnole, si compongono in un accurato gioco di stereometrie artificiali, dando vita così ad un edificio che, sebbene dal punto di vista compositivo sia senza infamia e senza lode, si fa notare per qualche interessante sprezzatura. Alle facciate di questo edificio si sovrappongono con una certa forzatura stilistica, tanto da fare apparire l’insieme assai goffo, un’intricata matassa di grafismi metallici in color rosso veneziano a far da brie-soleil, che nelle idee del progettista, dovrebbero ricordare le fronde degli alberi che riparano dal sole. Da quì, interessante è andare ad osservare come l’uso di questi segni multiformi venga usato a pretesto di uno deliberato neoludismo ai danni dello strumento computer, accusato di essere uno strumento freddo ed incapace di poter ascoltare il calore della pura gestualità. Peccato che il risultato di Juan Navarro Baldeweg sia fin troppo goffo per poter essere persuasivo, e soprattutto che la produzione dei suoi pannelli sia frutto non della mano di un’artigiano, per quanto il motivo sia del suo pennallo, ma di una macchina a controllo numerico.

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Il nodo dell’integrazione tra decoro e struttura architettonica sembra essere di certo essere sorretto da basi concettuali, tecniche e stilistiche di gran lunga più interessanti da alcuni giovani transarchitetti come ad esempio Hernán Diáz Alonso, fondatore dello studio Xefirotarch, comunque alla ricerca di dare una struttura al decoro, e non un decoro alla struttura, data la natura prettamente effimera dell’architettura digitale, che ne fa, per definizione della stessa, campo privilegiato della ricerca al di fuori dei metri quadri. E di questo, credo che la proposta esposta presso il MAK di Vienna, mi sembra prova più che sufficiente.

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.** Identità Artificiale_

14 01 2009

L’architetto, in quanto organico elemento della società, espressione di essa, ed in parte, suo privileggiato modellatore, in quanto ne plasma gli spazi ove questa si forma, ha il compito di dover far partire le proprie riflessioni spaziali proprio dall’idea di società che si va formando in lui. In questo senso, per il transarchitetto, è ancor più necessario cercar di capire le proiezioni che questo costrutto che è la società avrà nel breve-medio tempo. Ma il compito si fa ancora più difficile, se proprio l’oggetto del suo studio tende ad una evoluzione che nemmeno esso comprende fino a fondo.

Francesco Fiorillo:

Non pensi che la morte sia la negazione dell’umanità?


PEJA:

No, credo che la morte sia parte integrante della vita, per citare qualcuno che in oriente ha pronunciato la prima idiozia metafisica che gli sembrava più o meno filosofica, ed infine per così sembrare, strano, originale o diverso.

Francesco Fiorillo:

Interessante… della vita sì, ma non della umanità.


PEJA:

Se identifichi la vita come principale caratteristica per cui l’umanità sia possibile… sì

Francesco Fiorillo:

Ok, questo è vero, ma non è ciò che intendevo. Cioè, l’uomo si è creato un microverso di senso e cultura nell’infinito dell’esistenza: arte, scienza, religione, filosofia, etc., ma la morte ci ricorda che siamo solo di passaggio. Anche come razza: è possibile l’estinzione!


PEJA:

Certo che è possibile, anzi, ogni volta che sento di un’incidente, o apprendo che un mio amico si è rotto questo o quest’altro arto, mi rendo conto di quanto sia fragile l’organismo umano. A tal proposito credo sia scioccante quanto la gente si prenda sul serio, considerando la transitorietà della propria corporeità.Voglio dire, il prendersi sul serio su taluni argomenti, dargli anche solo una qualche importanza. Prendendo spunto dai nostri ultimi assiomi, non credi sia ridicolo?

Francesco Fiorillo:

Sì, lo credo anche io.Sai, una persona che conosco ha avuto recentemente un ictus. Ora si è ripresa bene, per fortuna. Ma nei primi giorni, il suo cervello ha fatto tilt: era un essere vivente, ma la sua mente, la sua identità erano sconvolte. Non era semplicemente più la persona che conoscevo, non riusciva a parlare bene e faceva molta confusione con nomi e situazioni. Il cervello è una macchina che si può inceppare e allora il tuo essere più puro (o meglio, quello che credi il tuo essere) scompare, sostituito da un meccanismo rotto. Mi sono reso conto di quanto è presuntuoso credere di avere una identità definita.


PEJA:

Se noi identifichiamo la nostra mente con il nostro cervello… Io credo che l’identificare un computer come un qualcosa di simile ad un cervello sia qualcosa di paradossalmente efficace proprio a questo scopo. La mente è veramente un mistero. È una cosa che mi affascina molto, soprattutto se si ha la coscienza di quanto la tecnologia è impotente: La psicologia è continuamente mutata, e questo non ne fa un grande strumento per analizzare la mente. La neuroscienza è ancora ai suoi primordi. Tra l’altro questo strano organo non si capisce esattamente a cosa serva. A tal proposito, leggendo di intelligenza artificiale (in Gödel, Escher, Bach – Un’eterna ghirlanda brillante di Douglas Hofstadter) scoprii un fatto: noi nasciamo senza alcuna impostazione mentale il così detto talento, non è altro che un frutto delle nostre esperienze. Cioè, vogio dire: noi, dal punto di vista del carattere, delle pulsioni, delle nostre capacità, nasciamo come fogli bianchi. Quindi, l’identità, cosa è se non un costrutto? Non nasce con noi, questo è certo. E cosi anche l’identità di una situazione, di una cultura, di un luogo, di un oggetto, è ancor più un costrutto. Un meta-costrutto.

Francesco Fiorillo:

Certo. noi abbiamo la coscienza, che ci obbliga a interrogarci sulla nostra condizione. Ma io penso che la coscienza possa essere un corto circuito. Mi viene da pensare che sia una questione di chimica cerebrale. Io sono un tipo molto riflessivo e attratto dalla metafisica, ma davvero non ho visto niente nella mia vita che mi abbia fatto pensare che la presenza dell’uomo su questo sasso fosse diversa da una infestazione di formiche.


PEJA:

Fin’ora ti ho dato ragione, ma se devi dire la mia, in fondo, non mi sento di essere così categorico. Credo che sia proprio questo corto circuito a renderci diversi dalle formiche. Forse perché io vivo all’interno del campionario delle arti e culture, mi sento di poter dire così. Dovendo fare sempre i confronti con le tematiche del bello, qualsiasi cosa voglia dire, vedo cose eccezionali che mi emozionano. Credo che sia proprio il fatto che noi discutiamo di questo ad essere eccezionale, il fatto che io posso utilizzare la categoria del bello, che per un altro animale, o un’altra civiltà ipotetica fuori dal nostro mondo o dal nostro tempo, magari è inesistente…

Francesco Fiorillo:

Sì, non nego che questo sia importante, e penso che il bello che noi vediamo sia uno scorcio dell’infinito che non potremo mai comprendere. Ma alle volte mi spaventa la nostra limitatezza. Anzi, proprio lo stimolo del bello mi porta ad aver paura di scomparire.

PEJA:

Credo che questo sia un po lo spirito del nostro tempo, tanto per contraddirmi visto che prima ho detto che l’identità di ogni cosa, qualsiasi cosa, è un costrutto. Comunque, non a caso questo scorcio di millennio in cui noi siamo nati, e anche poco prima, han dato alle origini tra le teorie estetiche più aberranti sotto questo punto di vista: dalla decostruzioni, al Sex Appeal dell’Inorganico, al Post-umano, al transumano, all’industrial, alle cyberculture, il nerdismo, eccettera… Oramai,presa coscienza della nostra limitatezza, la bellezza sembra andare proprio incontro alla distruzione di cui tu parli, oppure, le correnti per così dire ottimistiche, viaggiano nella direzione di un annullamento di quanto umano ci sia rimasto. O meglio, di potenziare quest’ultimo, lavorando su questo, e cercando di, non tanto di mettere in evidenza le problematiche, quanto di immaginare ipotetiche soluzioni a quanto ci troviamo sotto il naso. Come ad esempio il transumanismo, che se voi può essere considerato come la variante ottimista del cyberpunk.

Francesco Fiorillo:

… Senza contare la cultura edonistica della nostra società, che rende insopportabile l’idea della morte. Vedi, io sono CONVINTO che ci sia qualcosa al di là della morte. È solo che sono altrettanto convinto che noi, in quanto uomini, non ne facciamo parte. O meglio, che l’essere uomini è solo una illusione. Io come mi conosco non esisterò più. Penso che mi trasformerò in una nuova forma (magari nelle mie componenti essenziali che si fonderanno con la terra nella decomposizione etc etc). Ma certo non sarò più io.

PEJA:

sono tendenzialmente daccordo con te. Dopotutto, tutte le teorie para-filosofiche del medioevo orientali, si è scoperto nella seconda metà del 900, essere molto più pragmatiche di quanto sembrano. Forse, l’idea della reincarnazione, è solo testimonianza del fatto che la nostra carne, deperibile com’è, è destinata a reincarnarsi nella terra stessa, reintroducendosi di nuovo all’interno del ciclo della vita del mondo

Francesco Fiorillo:

Sì, io credo che siamo parte di un unico tutto, e che l’individualità sia una sorta di illusione.


PEJA:

Però qui nasce il paradosso del cogito ergo sum. Nel senso: è questa illusione a farci credere nell’individualità?

Francesco Fiorillo:

Eh eh, bella questione… È un cerchio che si chiude su se stesso.


PEJA:

il paradigma dell’autoreferenzialità, tanto per tornare su Hofstadter. Che è poi il cardine delle ricerche sulla IA, torniamo al punto di partenza.

Francesco Fiorillo:

Effettivamente è una illusione anche il cercare di uscire dalla condizione umana per analizzarla, dato che è impossibile.

PEJA:

Forse con il post-humano ci riusciremo, che dici? Oppure propongo una seconda ipotesi: l’ipotesi di un poter analizzare lucidamente la condizione umana restando umani. Io credo che un buon compromesso sia proprio la proiezione in entità sovra umane. Giusto qualche giorno fa entrambi affermavamo quanto la riflessione posta in Ghost in the Shell, in termini di identità degli esseri umani, ed ontologia della IA, sia tra le più evidentemente lucide, per quanto divulgative e propagandistiche. Come ha funzionato? Ci si è proiettati in una certa dimensione ipotizzando di poter ragionare a quella maniera. In tal senso è stata encomiabile rispetto all’approccio che stiamo avendo.

Francesco Fiorillo:

Mah, la verità è che certi discorsi rispondono a delle esigenze, ma non portano ad altro che domande: il senso della vita è la vita stessa. Esaminarla è possibile, ma sempre da un punto di vista parziale

PEJA:

Già, ma la cosa interessante è che proprio questo punto, quindi tautologicamente, esprime la volontà di continuare la ricerca di senso per la vita…

Francesco Fiorillo:

… Una ricerca destinata a durare finché saremo vivi in questa forma .


PEJA:

Pensi che una volta che l’uomo si sia evoluto in qualcos’altro, non continuerà questa ricerca?





.** Maniera

2 01 2009

Il dibattito avuto riguardo la famigerata Riforma Gelmini ha sollevato la necessità di ripensare il sistema accademico italiano. Per quanto non posso soffermarmi su posizioni riguardo tal legge, non essendo questa la sede, ritengo sufficiente dire che non posso che essere contrario alla sua approvazione. D’altra parte però, è pure necessario riflettere sullo stato dell’arte delle facoltà d’architettura, che più di altre forse, essendo a metà strada tra attività artistica, tecnica ed umanistica, soffre forse più di altre del disservizio offerto dalla cosa pubblica.

Eurosky Tower

Valerio:
Ehi, ciao! Diamine, oggi per la prima volta ho dato un’occhiata alla famosa torre di Purini, Eurosky Tower.

PEJA:
brrr

Valerio:
Già…

PEJA:
Penso che Purini sia l’architetto più sopravvalutato nel panorama italiano: come teorico è piuttosto insignificante, come architetto ancora meno. Ma nonostante ciò è molto noto, e le sue opinioni hanno una grossa rilevanza.

Valerio:
Bhè, però quella di Purini è una fama da quartierino come direbbe Muratore! Fuori dall’Italia non credo abbia molto successo…

PEJA:
Diciamo più prosaicamente che, fuori Roma, non è che sia molto seguito, nonostante
Peter Eisenman abbia affermato che Purini sia il più grande architetto italiano in vita.

Valerio:
Della serie: noi ce l’abbiamo in casa ed i panni sporchi ce li prendiamo noi… Ma tornando alla torre: la cosa che mi fa paura di quel progetto non è tanto la composizione assolutamente inadatta a qualsiasi contestualizzazione, ma l’idea di come possa essere vivere all’interno di questa!

PEJA:
Già! Tra l’altro lui è uno dei grandi critici del così detto moderno e delle sue, sempre così dette, aberrazioni riguardo la vita all’interno delle sue produzioni. Non so se hai mai letto qualcosa di purini, ma, sul serio, c’è un’evidente scollamento tra ciò che dice è quello che progetta!

Valerio:
Certo! Ho letto il suo classico, come tutti a Valle Giulia…
PEJA:
Comporre l’Architettura!

Valerio:
Yes!

PEJA:
Io lo ho abbandonato a pag. 31. Trovo insopportabile la struttura di quel libro, il fatto che si ripete assai volte e, soprattutto, il fatto che vengono enunciate fin troppe banalità altrui con un tono ploclamatorio ed assolutista da vecchio saggio che cerca di imporre l’attenzione quasi in modo ancestrale.

Valerio:
Hai ragione! C’è tanta di quella retorica che lo usavo per addormentarmi! E nemmeno una, dico una, immagine di un progetto! Da questo punto di vista ha fatto meglio Calcagnile, almeno qualche foto di tombe sparse qua la nei suoi testi li mette! Un anno fa mi capitò di dover seguire il suo labortorio, ma non sono riuscito a completarlo. Ho preferito perdere un anno e riseguire… È un manierista di Purini, che a sua volta è già un manierista…

PEJA:
Sì, me ne sono accorto. E mi sono accorto anche che non è un grande oratore al contrario del suo maestro, e credo che questo sia un handicap gravissimo per un architetto. Nostro malgrado ci dobbiamo rendere conto che lo charme è importante!

Valerio:
Peggio se si ha le idee confuse! Ti posso assicurare che pensa nella stesso modo di come parla: francamente che cosa sia una stringa urbana, che è una delle sue key-word, ancora non l’ho capito, però è fare comune che Purini e figli nella nostra univervità possano dire quello che vogliono! Anche se sono mal visti anche nel dipartimento di Valle Giulia Ar-Cos, tanto che molti professori se ne sono tirati fuori! Ti dico questa: tempo fa mi è capitato un professore che aveva timidamente cominciato a parlare di questa diatriba riguardo Purini: parlava per monosillabi e mi guardava con circospezione… aveva paura di avere di fronte un Puriniano, a mò di come si fa quando si affrontano i discorsi politici con qualcuno di cui non si conosce la fede! Fatto sta che appena ho avuto modo di fargli capire come la pensavo si è sciolto a mo di confessionale!

PEJA:
Valle Giulia sotto questo punto di vista ha dei seri problemi! E questo è assai triste! Soprattutto in luce del fatto che vengono elogiati personaggi assai lucubri, vedi Giovannoni, Piacentini ed altri romani, in nome del solo fatto che essi hanno in qualche modo contribuito alla realizzaizone della allora nominata Scuola di Architettura di Roma. Nonostante siano stati personaggi che hanno influito assai pesantemente sulla arretratezza culturale, artistica, ed architettonica di quel periodo!

Valerio:
Però vedi Emmanuele, io insisto sempre su di un punto: se è così, in parte, se non in tutto, continua ad essere colpa degli studenti! Arrendersi ad un sistema perchè è sconveniente affrontarlo è una cosa che proprio non accetto! Ad esempio, ho conosciuto studenti che han seguito due volte corsi di Calcagnile: prima nei laboratori intermedi e poi in quello di sintesi, perchè sebbene questo personaggio sia a dir poco criptico nelle sue intenzioni. Si poteva passare con qualsiasi cavolata si fosse presentato per l’esame!

PEJA:
Questo è vero, ma sono persuaso dall’idea che si vedrà dopo se questo è convenuto o meno! O almeno, lo spero… Conosco molta gente che si è laureata un’anno prima di me, con esami in paro grazie anche a meccaniche di svolgimento degli esami un pò losche, e che è tuttora disoccupata perchè le raccomandazioni servono sì, ma se non si è portati ad un certo “lavoro”, e quindi non si è produttivi, spesso nemmeno le raccomandazioni tengono.

Valerio:
Vero! È quello che dico a tutti quelli che corrono! Da parte mia però, ho il brutto vizio di approfondire troppo qualsiasi esame, anche il più insignificante…

PEJA:
Eh… lasciamo perdere questo argomento! Però credo che sia necessario, dato lo stato delle competenze e nozioni che ci vengono impartite. Considera che io ho intenzione di formarmi come storico oltre che come progettista. Dunque, sai come sto passando le vacanze, oltre che lavorare? Studio il testo di De Seta sulla storia dell’architettura del ‘900 italiano!

Valerio:
E fai bene! Io mi devo autocastrare a volte, perchè rischio proprio di prendere la tangente! E quello che non ho mai, per quanto possa sembrare infantile, è appunto il tempo! Ma questo apparte ininfluente anche per quanto riguarda le valutazioni all’interno dei corsi, data appunto la struttura arcaica di questi, che non possono, appunto, tener conto del processo che ha portato al risultato avuto! Proprio riguardo ciò, ho visto ottimi lavori sbolognati con voti mediocri, e all’inverso dei lavori molto approssimativi, sia per approfondimento che per qualità intrinseche, avere degli ottimi voti!

PEJA:
Bhè però al riguardo c’è pure da ricordare che spesso gli studenti pensano di aver fatto chissà cosa, ma invece si è semplicemente prodotto un’architettura di pessima maniera, se non proprio alle volte del tutto copiata… quanti progetti “alla maniera” di Zaha Hadid o Steven Holl hai visto nei laboratori? Un’infinità! Però uno studente non sa bene autovalutarsi, non riesce ad essere oggettivo sia per inesperienza, sia perchè l’autovalutazione è una dote rara.

Valerio:
su questo sono daccordo, l’autovalutazione è un problema di chiunque! Molti studenti hanno, seoncondo me, un approccio errato con il referente architettonico, il vizio del decoupage da rivista d’architettura affligge molti! Ma anche in questo caso è colpa dei professori che lo permettono e che così stimolano, a loro modo, quest’atteggaimento manierista: daltronde, qual’è l’alternativa a Purini nella nostra facoltà?

PEJA:
Se stessi.