>°< PEJA Producing: Il Transumanismo_

27 12 2008

Edito da Lampi di Stampa, il nuovo testo curato dall’Associazione Transumanisti Italiani, o meglio dal presidente dell’associazione Riccardo Campa e dal segretario Stefano Vaj, cerca di mettere il punto su cosa è stato fatto per divulgare gli ideali che il transumanismo intende propagandare: la rinascita del superuomo o meglio, del postumano. Il Transumanismo, cronaca di una rivoluzione annunciata, come già il titolo va a suggerire, si presenta dunque come un percorso fatto di frammenti, di articoli di giornale e di saggi, preparati ad hoc al proposito di poter osservare quanto è stato fatto a quattro anni dalla nascita della stessa associazione, o ancor meglio, quali sono i pareri che l’opinione pubblica, continuamente sballottata verso questo o quell’asse di interesse, si sia fatta. Per l’occasione mi è stato chiesto di elaborare una illustrazione di copertina che potesse rappresentare, non tanto il contenunto del libro, quanto piuttosto invece l’anima stessa del transumanismo, e che, soprattutto, potesse essere una immagine per quanto possibile accattivante. Oltre che alla pertinenza della richiesta, l’attenzione non può non ricadere sul volere che l’immagine sia in qualche modo accattivante. Per quanto questa richiesta possa sembrare il frutto di una logica consumistica atta a agire direttamente sul pubblico tramite operazioni estetiche, c’è da soffermarsi su un aspetto che è perfettamente, per così dire, in topic con la mission del transumanismo, instriso com’è di quella ricerca d’edonismo profondo, che poi è anche il principale bersaglio dei detrattori del movimento. Così nasce l’idea di una forma in itere, figlio dell’ideale di ripresa dell’ominazione predetta daPierre  Lévy ne Il Virtuale, così pertinente con la volontà di evoluzione senziente, punto fermo delle lotte mediatiche dei transumanisti. Non a caso pare, prodotto di un errore di comunicazione alla redazione, la stessa immagine è stata intitolata Feticci processuali. Pare proprio che le sprezzature possano dunque manifestarsi anche nei processi.

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>°< PEJA Producing: e-Art Museum_

21 12 2008

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All’interno del dibattito contemporaneo sui processi di sviluppo e rivalutazione delle aree urbane in via di dismissione, proprio la nozione di recupero urbano sta diventando sempre maggiormente occasione di proposizione di infrastrutture per l’esposizione e la produzione di arte contemporanea. Da qui, dati gli studi sulla tipoligia, hanno avuto modo di creare  diversi, variegati modelli per i più stravaganti bisogni espositivi. Si passa dalle nuove case del vino, come per esempio quella di Loisium progettata da Steven Holl, alle varie, ben più improvvisate sotto il punto di vista strategico, boutique di moda, come ad esempio il Prada Store di Tokyo, progettato da Herzog & de Meuron. Ma in realtà il dibattito sul tema dell’esposizione museale è toccato soltanto tangenzialmente, ed anzi, nonostante queste occasioni progettuali dovrebbero stimolare proposte non convenzionali, non viene sfruttata l’occasione per apporre innovazioni sostanziali al tema del museo, preferendo il rifluire di esperienze canoniche.

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Considerato ciò, la richiesta di progettare un museo per la web art, in un contesto difficile come quello di Bracciano, segnato da difficoltà di accesso, salti di quota, e diversità di temporalizzazione degli edifici limitrofi, non può che stimolare la fantasia del progettista che si vede a dover reinventare forzatamente, data la variazione sul tema, il concetto di museo. La nozione stessa di web art appare, accostata a quella di museo, favorire l’insorgere di un’ossimoro capace di far riflettere ampliamente su una questione annosa come quella dell’esposizione. Si è dovuto quindi procedere verso la riesumazione di concetti che dalla critica sempre alla moda sono ad oggi definiti come desueti, ossia recuperare i concetti cardine di una transarchitettura che si dice morta soltanto nominalmente, ma che allo studioso poco più che superficiale non può che apparire più viva che alla sua maturità negli anni ‘90. Accade quindi che proprio i tanto amati edifici che espongono se stessi, le macchine museali prodotte in più parti del mondo come assolute, concrete, manifestazioni di un capitalismo d’immagine sfrenato, causa ormai della sua stessa crisi, diventa desueto di fronte all’importanza di mostrare l’effimero. Soprattutto se poi questo effimero ha la possibilità di creare processi di riqualificazione che vanno oltre il semplice messaggio mediatico, ma che è capace di risolvere nodi urbani di rara complessità, nati da secoli di stratificazioni di edifici e di identità.

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La soluzione progettuale è quindi frutto di due livelli di programmazione: da una parte considerando l’esigenza di riannodare una situazione di inadeguatezza dei flussi e delle percorrenze, che influisce soprattutto su planimetrie e sezioni, e dall’altra considerando la destinazione d’uso, che influesce invece sulla definizione impiantistica e tecnologica dell’edificio. Nasce così una piattaforma capace di supportare una utenza di web-artist che si inviteranno, o si stimoleranno, a partecipare alla definizione continuamente mutevole dell’interno dell’edificio, esposto se stesso a continue mutazioni date da videoproiezioni, e da fasci di led luminosi che saranno gestiti non da una autorità curatoriale, che invece, essendo indispensabile, si occuperà di altro ovviamente, ma dalla propria utenza. Ci si avvicina quindi alla vera possibilità di un’architettura 2.0 capace di essere manovrata e continuamente progettata e ridisegnata da chi partecipa al processo inscenato, e non più, come al sorgere dell’hyper-architettura di una utenza che suo malgrado influisce sul fenomeno: ci si può immergere nel cyber-spazio, ormai concretizzato, solo se senzienti. E lo si può fare realmente.

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.:: Deontologia professionale_

5 12 2008

Secondo quanto affermano le norme di deontologia professionale degli architetti, stilato e rilasciato dagli stessi architetti, L’architetto non deve subire la volontà del committente quando questa contrasti con la sua autonomia e con il suo prestigio. Questo, quanto affermato dall’art. 18 della stesse norme riguardo l’annoso problema del rapporto tra progettista e committenza. Ma tirando i conti, soprattutto in una nazione dove l’assoluta mancanza di rispetto per il patrimonio collettivo, e la smania di potere (o forse interesse lucroso?) delle organizzazioni coinvolte, dilaga incontrollata, mi viene da chiedere come sia possibile preservare questo diritto. Soprattutto alla luce dei fatti romani, che hanno visto un’imposizione assolutamente irrazionale da parte del sindaco di Roma in carica, Gianni Alemanno, verso il progetto che Renzo Piano ha elaborato nell’ottica già avviata di riammodernamento del sistema urbano del quartiere Eur di Roma. Già Alemanno aveva tentato di attaccare altri due progetti realizzati nella capitale, rei di aver usato un linguaggio non consono alla tradizione. Non a caso il sindaco voleva avere Krier come assessore all’urbanistica.

Fortunatamente ciò non è avvenuto, ma la questione dei valori della tradizione vengono comunque perseguiti, anche e soprattutto in ambito urbanistico. Così, disinteressandosi delle norme del comun gusto, e del rispetto della professione, dopo aver già tentato invano di manomettere l’Ara Pacis di Richard Meier, ed il centro congressi Europa, ribattezzata poi la Nuvola di Fuksas, ora l’attacco è rivolto al complesso Aurora Place nella zona occupata dalle, ormai ex, torri dell’Eur che ospitavano il Ministero delle Finanze. Quest’ultimo si presenta come un complesso dominato da un edificio a corte aperta verso l’interno del quartiere, dell’altezza dell’adiacente centro congressi Europa, e che terrà uno stretto rapporto con la natura addomesticata dell’Eur , come lo stesso Piano chiama il verde antropico dell’Eur nella intervista rilasciata a Lilli Garrone per il Corriere della sera del 23/02/06. Il progetto, come originariamente pensato da Piano, si sarebbe dovuto manifestare con un corpo a C in asse con le altre costruzioni, e, con un’aspetto tutt’altro che evanescente, ricoperto per la maggior parte della superficie in vetro, anche per motivi di sostenibilità ambientale. Si pensa quindi ad un doppio livello di relazione con il contesto: da una parte si tiene fede ad una gestione dell’occupazione del suolo di matrice razionalista-ottocentesca, così come l’Eur è concepito. Dall’altra, si tiene fede alla modernità dello stesso quartiere, e dell’aggiornamento, non me ne voglia Alemanno, che nel suo prossimo futuro sarà costretto a subire se si intende mantenere competitivi una città come Roma. Del resto il ruolo strategico che ha assunto l’Eur all’interno delle funzioni fruibili al livello internazionale nelle idee emerse nel PRG di Roma parlano chiaro. È chiaro come quindi questo attacco allo scarso senso della tradizione di Renzo Piano diventi risibile, soprattutto alla luce dell’attenzione posta al contesto, e soprattutto alla luce del suo curriculum. Un senso del protagonismo usato a fini dell’ottenimento del facile consenso, che però danneggia internazionalmente l’immagine di un architetto che, ormai innegabilmente appartenente alla storia, si vede costretto a modificare il proprio progetto rinunciando alla preferenza del sistema tecnologico di facciata, che ora deve essere del tutto ripensato, dato il volere di un sindaco che vuole il suo nuovo edificio in travertino. Del resto, come ricorda Roberto Soldà, Intervenire sui progetti di un architetto come Renzo Piano per finalità politiche è un fatto grave solo a pensarlo, figuriamoci accendere queste diatribe come sta succedendo.