.:: Conservazione retorica_

27 11 2008

Tra le mille e più asscociazioni culturali che si promuovono invano come difensori del patrimonio artistico/paesaggistico/architettonico, spicca senza dubbio l’ormai nota Italia Nostra, ente che si propone da statuto lo scopo di concorrere alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio storico, artistico e naturale della Nazione. Resa nota ai più per la raccapricciante storia dell’Auditorium di Ravello, progetto regalato dall’allora ultra novantenne Oscar Niemayer, si è arrivati addirittura a negare la paternità del progetto del maestro, possiamo dirlo, brasiliano. Imbarazzante situazione, dove, come più volte sottolinea Luigi Prestinenza Puglisi, i ruoli vengono continuamente scambiati, e similmente ad uno strano gioco delle tre carte, l’architetto diventa politico, il politico diventa critico d’architettura, il critico d’architettura diventa architetto. Non mi stancherò mai di ricordare come questo gioco perverso di confusione cercata tra professionisti, causata dalle leggi della comunicazione, sindrome letale del nostro tempo, sia in qualche modo descritta da Mario Perniola in Contro la Comunicazione. Ad ogni modo il cantiere va avanti, e mensilmente viene dato un resoconto fotografico dello stato di avanzamento dei lavori dal sito http://www.auditoriumoscarniemeyer.it, quindi si può ben sperare che nonostante l’imbarazzante situazione creata, la vicenda vada per il meglio.

Interessante però notare come un’associazione che afferma ciò nel proprio statuto, si interessi più a cercare di porre veti e limiti su edifici che farebbero accrescere la qualità del paesaggio in questione, che effettivamente sensibilizzare e mobilitarsi per far rispettare un vincolo ed un veto già esistente, posto tra l’altro dall’U.N.E.S.C.O., come nel caso di Fregene, dove uno tra gli edifici più rappresentativi dell’era brutalista italiana, o tardo razionalista italiano:  la così detta Casa Sperimentale. Progettata nel 1969 da Giuseppe Perugini con l’obiettivo di sperimentare e superare i limiti imposti dal cemento a vista, la Casa Sperimentale di Fregene è sens’altro rappresentativa di un’eccellenza di cui un’incuranza ed un’indifferenza generalizzata sta portando all’obsolescenza più avanzata. Mi chiedo come mai tra l’altro, il proprietario del lotto ove cui sorge l’edificio, non venga per lo meno incentivato al mantenimento e la cura di questo. È molto importante porsi il quesito della funzione di un’associazione cui ha già rallentato più di un’iniziativa pubblica, e quindi danneggiato la pubblica utilità, quando poi non si interessa a casi invece che dovrebbero rientrare da statuto nelle loro intenzioni propositive. Già nello stesso territorio del comune di Fiumicino, questa volta a Maccarese, è stato recentemente abbattuto uno splendido esempio di architettura tardo espressionista italiana, l’ex stabilimento balneare della polizia italiana, progettato alla fine degli anni ‘50, e demolito lo scorso primo Aprile. Fiumicino ha questo problema: culla di una modernità ormai in rovina diffusa un pò ovunque nel suo territorio, ultima testimonianza di una volontà privata che punta alla qualità del progetto e dell’architettura. Anche rischiando di tasca propria.





.:: Biennale 2008, Rovina, L’assenza dell’opera_

23 11 2008

Nella premessa del suo Comporre l’architettura, Franco Purini, avezzo a questo tipo di speculazioni, ha l’accortezza di mostrare un’affascinante pronostico che vede crearsi la situazione in cui l’architettura dovrà a breve fare i conti con le nuove rovine prodotte nell’occidente dalla modernità. Il pretesto viene fornito dai resti più illustri dei tragici avvenimenti dei balcani, come le pietre sconnesse del Ponte di Mostar e i resti combusti della biblioteca di Sarajevo. Ma ovviamente non sono solo queste, ormai non più, emergenze che ritornando in vita, ormai cadaveri, sotto nuove forme ad offrire nuovi stimoli. Anzi, sono soprattutto gli scheletri in cemento armato degli edifici, per così dire, diffusi, gli edifici che più di altri sono adibiti alla vita di una città, a suscitare reazioni di vario tipo. Così come del resto nuovi stimoli venivano letteralmente lasciati dai ruderi romani, diffusi sul territorio, agli uomini del Rinascimento. Così, le moderne rovine si fanno metafora concreta, per Purini, di una modernità ormai ombra di se stessa. In realtà lo stesso autore non tiene conto del fatto che queste non sono le prime rovine che la modernità ci offre, e che non è detto che un’epoca architettonica debba tener conto della sua longevità in base a calamità naturali o sociali. Così, preso dal soffermarsi sulla dimensione aulica, e tutto sommato più superficiale, della nuova produzione di ruderi, Franco Purini finisce per farsi sopraffare dall’apparenza romantica della situazione da lui descrita, facendo ricorso a stratagemmi che hanno a che fare più con la metafisica che con una reale analisi storica. Interessante però è l’introduzione di questa apparenza romantica reintrodotta in contesti che invece suggeriscono un diverso modo di svolgere un’altro tema tipicamente romantico che è quello dell’assenza dell’opera nella produzione artistica. Questa oscillazione nella definizione stessa di opera, in questo caso architettonica, è una delle chiavi che forse lo stesso Aaron Betsky vuole fornirci ai fini di una lettura esaustiva dell’ultima biennale, attualmente in corso.

Criticata da più parti, soprattutto dai fronti più vicino ad un pubblico di non addetti ai lavori, l’XI biennale di architettura di Venezia è stata forse tra le meno attentamente criticate, fra le ultime edizioni, ed anzi, quanto più offriva spunti interessanti tanto più è stata localmente criticata. Un esempio lampante è quello offerto da Philippe Daverio, che attraverso PasspARTout,  la trasmissione da lui diretta, descrive con disarmante banalità, non tanto la biennale in sè, quanto il processo di formazione creativa degli architetti esposti, non cercando inoltre alcun filtro interpretativo con cui dare una omogeneità all’evento intero. Questo ha impedito a mettere bene a fuoco con quanta cura si sia preparato il supporto teorico/critico da parte di Aaron Betsky, che ha visto materializzarsi un ripudio dell’opera d’arte, in senso assolutamente romantico, che vede nella rovina il suo emblema. Non a caso, nel suo seppur inconsistente manifesto, dichiara di voler separare, almeno concettualmente, la pratica edificatoria da quella architettonica. Questo da connettersi con un’altro tema chiave della biennale, che è il primato della rappresentazione sulla realizzazione. Quindi, viene a galla cosa significa questa ricerca Beyond building, questo cercare di oltrepassare l’architettura, facendo riferimento a due categorie che, provenienti dal primo Rinascimento (si pensi a quanto siano importanti per Brunelleschi le rovine e la rappresetanzione), per poi essere ritrafugata in età romantica (alla stessa maniera, basta citare fugacemente Boullée), ritorna ora assolutamente attuale riconvertendo i significati di queste pratiche, come già a suo tempo è stato fatto, secondo l’andamento delle produzioni contemporanee. È facile quindi capire come sia stato Gehry a vincere il premio Leone d’oro alla carriera, date le basi teoriche estrapolate della mostra, e dato il contributo fondamentale da parte di Ghery allo sviluppo dell’architettura contemporaneo, attraverso i suoi goffi, buffi, sgradevoli, montaggi non finiti. La stessa intallazione presentata all’arsenale, Ungapatchket, è un continuo non finito, enorme modello di un edificio possibile, alla Gehry, che già dal nome richiamante sonorita yiddish, verrà completato man mano che la mostra si svolgerà, potendo così essere una rovina sempre diversa, ma sempre uguale a se stessa, pasta di argilla montato su assi di legno, che più di una tremenda, distopica, modernità postumana, ricorda più una serena fabbrica medievale.





.:: XI Mostra Internazionale di Architettura :: Skycar City_

19 11 2008

Uno degli aspetti senz’altro più interessanti della speculazione transumanista, e di riflesso della transarchitettura, è la riflessione sulle conseguenze che una determinata tecnologia porta con se. Sicuramente interessante perchè propeteutico ad una preparazione diffusa rispetto al fenomeno cui si va incontro. Premesso questo, sicuramente il progetto Skycar City, presentato dal gruppo MVRDV alla biennale di architettura a Venezia può inserirsi piuttosto serenamente in questo insieme. Non a caso lo stesso gruppo, nella presentazione del progetto nel volume I del catalogo della biennale, fanno esplicito riferimento al movimento futurista, a cui, tanto la transarchitettura tanto il transumanismo, sono da manifesto legati. Sicuramente in topic, la domanda che Winy Mass pone è cosa potrebbe accadere alle nostre città se fossero inventate delle macchine in grado di volare: rispettose dell’ambiente, silenziose, disponibili skycars che si muovono senza arrecare disturbo tra gli edifici?, usata come incipit del libro, scritto a quattro mani dalla stessa Winy Mass e da Grace La, Skycar City,  a Pre-emptive History. Esposta attraverso una video proiezione ed una sorta di videogame all’arsenale, l’idea di Mass prende piede dalla considerazione che l’invenzione dell’automobile ha creato le condizioni per un rinnovamento totale dell’idea di città. Basta pensare cosa hanno rappresentato la Broadacre City di Wright o la Ville Radiouse di Le Corbusier hanno influito sullo sviluppo degli insediamenti umani, nell’uno o nell’altro senso. Da quì, jnteressante notare una cosa. Se infatti la Mass guarda direttamente negli occhi l’esperienza di Le Corbusier, con il suo ripensamento della città a partire da viabilità e concentrazione demografica, dividendo tra quella su ruota e quella pedonale, la quale quest’ultima avrebbe avuto maggiore spazio a terra a disposizione, e anche vero che questa rivoluzione dei trasporti ha portato ad un’invasione autocratica che Skycar City rifugge. Anche Skycar City d’altronde parte dalla costatazione che nelle città di moderna concezione, come ad esempio Manhattan, circa il 44% del suolo è utilizzabile per costruire. Così, le automobili del cielo lascierebbero libere maestose aree a disposizione di sviluppo urbano di altro tipo, così come l’intero sistema di segni della città dovrebbe essere ripensato. I cartelli stradali non avrebbero senso, dato che probabilmente le skycar avrebbero dalla loro parte un complesso sistemi di monitor, e dall’altro il sistema di segnaletica commerciale, nonchè di riferimento urbano, dovrebbe essere radicalmente modificato. La stessa urbanistica dovrebbe convertire i propri manuali, creando nuovi modelli di sviluppo che non potranno non considerare la terza dimensione, essendo ora possibile muoversi in verticale. Ma oltre le questioni di riassetto delle abitudini e dei metodi, interessante notare come Skycar City, che idealmente favorirebbe l’aumento di densità, si riconnetta idealmente proprio a Broadacre City, che invece fa dell’estensione il proprio palo. Interessante in tal senso è la proposta di offrire ad ogni uomo che ne intendesse far uso, di uno strano veivolo soprannominato aerotore.

L’architetto della vittoria della linea orizzontale quindi resta fedele allo sviluppo planiforme, anche disponendo per la propria utopia di velivoli monoposto compatto. Tradisce invece nel prossimo passo di ripensamento della città, proponendo invece il verticalismo più assoluto, la densificazione più totale, facendo vivere intere città in un grattacielo alto un miglio, facendo sì che in queste vi siano centinaia di posti per aerotori. Ugualmente, in Skycar City, le skycar potranno posteggiare direttamente di fianco alle costruzioni, che sempre più saranno caratterizzati da bizzarre forme tridimensionali, non avendo ormai più assoluto senso mantenere qualsivoglia griglia urbana, o edifici a filo strada, essendo l’urbanità pedonale completamente priva di senso in questo contesto. Infatti, se è vero che gli edifici in epoca pre-industriale dovevano mantenere un assetto chiuso e compatto, per poter definire in maniera inequivocabile lo spazio urbano e comune, e così alla stessa maniera in epoca industriale, l’automobile imponeva rettifili o strade per lo meno regolari, con edifici quanto possibile che rispettassero l’ordine stabilito da esse al fine di evitare la sgradevole sensazione di isolamento urbano, e permettere vie gradevoli da attraversare, se è vero, dicevo, che il disegno dei tracciati e il rapporto tra questi è l’edificio, sono da sempre stati due modelli indispensabili di indagine per poter comprendere lo stato di un tessuto urbano, con skycar esse diventano tutto ad un tratto obsoleti. Skycar, con la sua speculazione teorica sui di un possibile futuro che ci viene incontro, assume quindi il ruolo di contestazione dei modelli e delle tecniche di analisi e di progettazione degli ambienti urbani, ad oggi, inefficaci a risolvere gravosi problemi. O come suggerisce Maurizio Costanzo,
L’obiettivo dello studio, è quello di prefigurare un mondo futuro in cui la congestione urbana, le difficoltà e i costi di comunicazione, di trasferimento da un luogo ad un altro siano debellati attraverso la conquista di un diverso assetto.





.:: XI Mostra Internazionale di Architettura :: Uneternal City_

15 11 2008

foto di Guido Massantini

foto di Guido Massantini

Riorganizzare le rappresentazioni di Roma. Questo l’intento programmatico con cui Aaron Betsky intende permeare la mostra Uneternal City, interno alla sede dell’arsenale della biennale, prosecuzione ideale, almeno nelle idee del curatore, della mostra del 1978 Roma Interrotta. La seconda, organizzata da Piero Sartogo su richiesta dell’allora sindaco di Roma Giulio Carlo Argan, nasceva dall’intento di voler fare il punto della situazione sull’empasse architettonico in cui era impantanata la situazione romana, partendo dalla famosa pianta di Gian Battista Nolli del 1748, impressionante per la qualità descrittiva dei vuori. Allestita ai Mercati Traianei, la mostra, grazie soprattutto all’invito di architetti all’epoca sulla cresta dell’onda, fece parecchio parlare di sè, tanto da essere poi riproposta in altre capitali, anche oltre continente. Molto del materiale già presente nel ‘78, viene ora riproposto all’ingresso della sala contenente Uneternal City, ma la debolezza delle idee avanzate in questa sezione sembra quasi avere un’intenzione denigratoria ed ironica della stessa. Questo forse è una intenzione premeditata, dato che, se è vero che i progetti di Roma Interrotta concentravano il loro impegno in proposte mirate ad una reinterpretazione del centro storico (non a casa la maggior parte degli architetti invitati aderirono ,a loro tempo, piuttosto caldamente al post moderno), è altrettanto vero che gli architetti invitati da Betsky si sono instintivamente preoccupati di risolvere le problematiche delle aree interstiziali: tra la città e l’agro romano, tra la città ed i complessi abusivi, tra la città ed il Tevere, tra la città ed il paesaggio. Comunque fuori la città eterna, appunto. Ne deriva una visione di Roma che esonda Roma stessa, dato che la maggior parte dei progetti sono tutt’altro che site specific. Non stupisce infatti che un personaggio come Antonino Saggio, così legato culturalmente alla città, senta il bisogno di rinunciare ad una consulenza richiesta invece dalla direzione della Biennale, così, come lo stesso Saggio afferma nel numero de L’arca numero 240. D’altra parte, per completezza di informazione, c’è da aggiungere che lo stesso Saggio in realtà, proprio in virtù del suo profile teorico, sarebbe dovuto essere tra i primi estimatori della mostra, essendo com’è tra i promotori di un globalismo dell’architettura che stenta a decollare a Roma.

Eppure c’è da riconoscere una certa onestà intellettuale nel volersi dissociare da una idea ritenuta non appieno confacente alle proprie. Infatti in questa sede non è tanto il voler affermare la possibilità di una architettura condivisa, partecipata e parametrica, tipico concetto emergente, dagli anni ‘80 alla transarchitettura, per definire la presa di posizione di un metodo di certo esportabile, ma comunque adattabile ai diversi contesti, ma il nocciolo duro della questione si fa più denso nella questione di poter ipotizzare una Roma intecambiabile con una qualsiasi capitale mondiale, caratterizzata solamente dalle proprie emergenze. Si capisce dunque come sia stato quasi obligatoria la strada per i progettisti invitati quella di posizionarsi comunque al margine. Nonostante ciò, non me ne voglia Saggio, i risultati sono tutt’altro che scontati, anche se, ovviamente, non qualitativamente omogenei. Si passa quindi dalla proposta da parte del cinese MAD office, che propone una Super Star mobile China Town, esportabile ogni dove, tanto che da essere ugualmente galante tanto nella sua spettacolare veste plastica, tanto in quella cartacea dei render, immortalata nelle più disparate situazioni urbane, sino alla Rome Limited, di Big – Bjarke Ingles Group, pragmaticamente improponibile tentativo di ricostruire un margine urbano compatto ad una città caratterizzata da insanabili smagliature e dagli immensi cunei versi che si innestano sino al cuore di Roma. Entrambe questi due esempi sono paradigmatici di due approcci sicuramente ingenui, l’uno recuperando le esperienze delle varie città tipicamente utopiche del megastrutturalismo tipico dei gruppi gravitanti attorno gli Archigram, l’altro cercando una soluzione più o meno razionale, ma troppo poco centrata sulle peculiarità della città in contatto con il suo territorio. Paradossalmente, le proposte più originali sono proprio quelle non metodiche, ma progettuali, come quelle proposte da N!Studio o dal gruppo gravitante attorno Nemesi, di cui è utile far menzione di Luigi Valente, dove i primi propongono un modello urbano dichiaratamente estraneo alla realtà romana, volendo in qualche modo mettere in relazione l’abitato in una mente condivisa che tanto strizza l’occhio a Lintelligenza collettiva di Pierre Lèvy. Progettare una Residentity, questo è il nome del progetto presentato, vuol dire infatti pensare ad una realtà urbana che sappia soddisfare i bisogni di un abitato il quale trascorre ormai sempre più tempo all’esterno delle proprie abitazioni. Sia che questo vuol dire fisicamente fuori di esse, che disincarnarsi per proiettarsi nella rete, e comunque in qualche senso essere fuori la propria abitazione. Concetto questo che può proiettare idealmente alle esperienze della cybertecture di Oosterhuis, almeno per temi toccati. Assolutamente distopico è invece Trancity, che sembra voler in qualche modo trattenere anche solo un lieve aggancio con la territorialità, posizionandosi ai bordi di un Tevere sostituibile con mille altri corsi, ma è questo un problema? Una schiera di maestosi edifici, memori delle esperienze invece di Giacomo Costa, proteggono quello che sembra invece proporsi come un quieto villaggio proprio sul fiume. Questa volta i riferimenti sono assai più complessi, quando non esplicitamente celati.

Questi quattro progetti appena accennati servono solo da esempio per mostrare gli approcci progettuali visti in Uneternal City, che, chi per un verso chi per un altro, comunque tutti riescono a dare una proposta pertinente al vero tema della mostra, e così trasversalmente dell’intera biennale, ossia quella di un Urbanism Beyond Rome.





.:: XI Mostra Internazionale di Architettura_

7 11 2008

foto di Guidi Massantini

foto di Guido Massantini

Abbiamo bisogno di un’architettura al di là degli edifici [...] perchè gli edifici non sono una realtà sufficente.
Così  Aaron Betsky, curatore della XI Biennale di Architettura di Venezia, esordisce nel suo manifesto all’interno del quinto volume del catalogo edito da Marsilio. Biennale sicuramente attesa, dopo la da più parti deludente omonima mostra di due anni fa, ma che per la critica (cronaca?) architettonica, non è stata comunque esente da attacchi. In molti infatti, evidentemente, hanno sofferto la carenza di edilizia nella mostra. Ma, come successe per la mostra diretta da Richard Burdett, molte di queste critiche non sono pertinenti. Prima di tutto perchè il tema della Biennale è, per quanto sia considerabile etereo più che per altre edizioni, chiaro: l’architettura che esautora se stessa, spodestandola da se stessa, e lasciando spazio a ciò che invece è palinsesto nell’architettura. Come seconda cosa, mentre ciò che viene presentato nell’arsenale è una esecuzione assolutamente fedele del tema elaborato, i giardini invece lasciano via libera a diverse interpretazioni, chi indirettamente contestendo la scelta scelta di Betsky, come la Spagna che propone uno scenario di concretezza procedurale invidiabile per il paese ospitante, o chi invece propone una lettura, seppure personale, in linea con le intenzioni generali. Del resto, come lo stesso Betsky afferma, sempre continuando la lettura del manifesto, L’architettura non è edificare. Cosa indicherebbe quindi questa Architecture Beyond Building, se si nega anche la fisicità della stessa? Domanda legittima, a cui però non viene offerta una risposta univoca all’interno dell’evento. E questo non è necessariamente una colpa a cui appigliarsi. Aaron Betsky cerca, con questa mostra, di far luce su un nodo chiave dell’architettura contemporanea, cui interroga i principali protagonisti di una svolta che non ha ancora manifestato in tutta la sua potenza: il riaffermarsi della speculazione sulla rappresentazione architettonica, che, dal Rinascimento, non aveva subito importanti innovazioni strutturali, ma che invece ora, spinta da una parte dalla rilettura delle esperienze delle avanguardie storiche e del movimento pop, dall’altra dalla così detta rivoluzione digitale, riemerge come nodo centrale cui è impossibile negare, anche alle frangie più conservatrici, la giusta importanza.

foto di Guido Massantini

foto di Guido Massantini

Oggi come nel Rinascimento quindi, si assiste ad un progressivo scollamento tra la pratica progettuale e quella realizzativa, tanto che perde la sua centrale, per l’architetto, il realizzare l’opera per far sì che essa abbia una qualche influenza sul linguaggio. Così, come già Baldassarre Peruzzi e Raffaello impiegavano gran parte delle loro energie per sviluppare i loro sistemi compositivi attraverso personali sistemi di rappresentazione, oggi si assiste ad un moltiplicarsi di tecniche che esulano quelle classiche. Zaha Hadid più volte ha affermato che i suoi quadri nascono dal bisogno di poter in qualche modo esplicare le proprie idee architettoniche. Cosa impossibile attraverso le classiche piante-prospetti-sezioni. Non a caso infatti la Hadid è presente massicciamente, in diverse sedi, in questa biannale. Se connettiamo, questo fenomeno di reintroduzione della riflessione sulla rappresentazione dell’architettura, con lo sfruttamento delle immagini che i media perseguitano, è interessante notare come questo processo sia in qualche modo sospinto dagli sviluppi che il mondo della comunicazione, che, come ha già proceduto sovente con altri campi, sta assorbendo anche il campo della produzione di immagini architettoniche, massificandole e creando così degli standard, non normativi, ma dettati dalla capacità di mostrarsi. Appare dunque chiaro che occorre mettere a tavolino delle strategie per poter riprendere in mano i giochi dell’architettura, fare forse un passo indietro, e cercare di comprendere come poter uscire dalla situazione in cui ci si è trovati a far fronte. La risposta di Betsky è stata quella di proporre delle modalità progettuali di idee spaziali, non a priori definibili come architettura nel senso vitruviano del termine, rispondente cioè ai termini di costruibilità, funzionalità, bellezza ideali, ma produzioni di spazi, e quindi, seppur di rimbalzo, architettonici. L’idea di osservare una architettura dietro l’architettura, sembra così rispedire la memoria ai saggi teorici della prima ondata di transarchitetti, che volevano proporre un rinnovamento disciplinare, proprio partendo dalle sue sovrastrutture. Ossia, da ciò che sta dietro di essa. Il quesito che ci pone Betsky è chiaro: Edifici o Architettura. Sempre nella coscienza che Gli edifici possono essere evitati.

foto di Guido Massantini

foto di Guido Massantini