.:: Le tre Avanguardie di Le Corbusier

24 06 2008

Può parer ovvio ricordare che Charles-Edouard Jeanneret-Gris sia stato il più grande architetto del ‘900, ma è quasi ancora impossibile riuscire a concepire la portata rivoluzionaria che il suo contributo diede all’architettura tra le due guerre, nella ricostruzione e durante il boom economico. Ma nonostante ciò, la sua figura sia stata messa in ombra dagli emuli che non hanno fatto altro che infangarne il nome, riproponendo acriticamente il metodo dei 5 punti, senza alcun filtro interpretativo, e così periferia oggetto di intervento. Ciò che rese noto per la prima volta Le Corbusier, finì per essere la sua maledizione. Il razionalismo, da lui elaborato in maniera così rigorosa da poter essere raccolta in assiomi, diventò un vero e proprio dogma per gli architetti del suo tempo, che affascinati dalla promessa di una utopia perfettamente realizzabile, trassero dal suo Verso l’architettura un metodo infallibile per progettare la propria opera senza aver paura di sbagliare. Probabilmente a far emergere l’architettura di Le Corbusier come metodo, più che esaltarne la portata rivoluzionaria, fu il fortunato testo The International Style: Architecture Since 1922 di Philip Cortelyou Johnson, movimentatore culturale incredibilmente influente all’interno dell’architettura, noto più per la sua potenza comunicatrice che per un vero apporto teorico. Già dal nome del piccolo testo, Stile Internazionale, se ne deriva la potenzialità in termini di esportazione di stile, banalmente si può facilmente dire: disinteressandosi del contesto in cui si va ad operare. Curioso anche il fatto che un filologo come Johnson sui il termine stile, e non linguaggio o poetica. Probabilmente perchè si rende conto che un linguaggio è qualcosa che è profondamente legato ad un ceppo culturale, così come la poetica ad un singolo, e quindi difficilmente esportabile. La campagna di Johnson continuò anche dopo che Le Corbusier aveva ormai completamente esaurito, da solo in ogni sua sfaccettatura, il discorso razionalista, ormai evoluto in brutalismo. Più che una variante del primo, è innegabile che l’influenza del brutalismo sia stata fondamentale per l’emancipazione dall’International Style, come già detto frutto di un abbaglio di Johnson. Dal neoespressionismo plastico, al metabolismo giapponese, fino all’informale, hanno un debito incolmabile verso questa seconda maniera, che in questa maniera, dopo aver già segnato indelebilmente il secolo, sterza di quasi 180° gradi per un tracciare un secondo, profondissimo, solco.

Alla luce della recente realizzazione di una sua opera, cominciata nel 1969 per essere terminata solo nel 2006, la Chiesa Saint-Pierre de Firminy, è ben chiaro quanto a lungo si sia prolungata l’influenza del maestro svizzero, mostrando di essere stato capace di anticipare con grande precisione uno sviluppo che non poteva che emergere da questioni interne alla società, come il rinnovato senso d’estetismo diffuso o il dramma di un ulteriore sgretolamento delle ideologie, vissute in prima persona attraverso il dramma di chi ha visto la propria utopia infrangersi contro il muro sordo del conflitto mondiale. Sgretolamento ideologico impossibile da ricomporre quando così strettamente connessi con la propria persona, e di cui la Cappella di Notre Dame du Haut a Ronchamp, rigorosa negazione di tutto il suo precedente operato, supera ogni vertice di qualsiasi  lirismo simile mai tentato.

Ma proprio in una sua opera effimera, il Pavillon olandere della Philips all’Esposizione Internazionale di Bruxelles del 1958, Le Corbusier continua a cambiar forma e metodo. Prima di tutto, ritorno al rigore, ma questa volta piegato alla creazione di uno spazio indicibile, e come seconda cosa, forse ancora più rivoluzionaria, l’abbandono completo di ogni narciteismo per abbracciare un approccio collaborazionista con altri grandi del suo tempo: Iannis Xenakis, strutturista appassionato di musica e matematica, ed Edgar Varèse musicista sperimentale, uno dei primi ad interessarsi alla musica eletronica. Macchina musicale creata sul modello di un infornografico sistema capace di digerire ed evacuare centinaia di spettatori al giorno, la convergenza di sforzi provenienti da campi e da personalità diverse è riuscita a portare a termine un precedente assoluto di quello che oggi chiameremo architettura interattiva. Le Corbusier si ricongiunge all’esattezza delle sue prime opere, contribuendo tra l’altro fortemente anche alla creazione del Poème électronique di Varèse ed all’installazione di Xenakis, così come loro contribuirono all’ideazione del padiglione.

Una spazialità sonora immaginabile solo nell’astrazione della matematica e del freddo hardware messo a disposizione dall’azienda promotrice del progetto, la Philips. Una spazialità per la prima volta, realmente virtuale. Ben quarant’anni prima che Lars Spuybroek e Maurice Nio, ancora riuniti nei NOX architecten, realizzassero l’h2o Water Pavillon, l’opera che ancora deve essere superata.





.:: Riproducibilità VS Automorphing

19 06 2008

Parafrasando Paul Valéry, l’architettura è stata istituita, e la propria specificità è stata fissata in un’epoca ben distinta dalla nostra, e da uomini il cui potere d’azione sulla materia era insignificante rispetto alla nostra. Ed Ancora:

[...] lo stupefacente aumento dei nostri mezzi, la loro duttilità e la loro precisione, le idee e le abitudini che essi introducono garantiscono cambiamenti imminenti e molto profondi dell’industria del Bello. [...] C’è da aspettarsi che novità di una simile portata trasformino tutta la tecnica artistica, e che così agiscano sulla stessa invenzione fino magari a modificare meravigliosamente la nozione stessa di arte.

La citazione, che apre il saggio di walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, dal punto di vista contemporaneo appare ampiamente condivisibile. Ciò che colpirà estremamente Benjamin all’inizio del novecento, ciò che garantisce cambiamenti, furono le nuove possibilità offerte da un lato dall’affinamento di tecniche già esistenti, come ad esempio tutta la tecnica che ruota attorno la produzione grafica, e questo Wassily Kandisky lo sapeva bene, e, soprattutto, dall’altro, l’elaborazione di nuove tecnologie da cui derivarono nuove tecniche, come ad esempio la fotografia ed il cinematografo. Dunque, se cent’anni fa era la riproducibilità la grande innovazione, oggi qual’è l’aspetto che più dovrebbe fomentare la nostra creatività? I concetti di rete e di globalizzazione da soli non bastano, perchè esse non sono altro che potentissime tecnologie di riproduzione, benchè non sto certo negando che da una nuova quantità non nasca una diversa qualità. Quali sono dunque i nuovi strumenti messi a disposizione dei progettisti? Probabilmente qualcosa che ha a che fare con la rappresentazione. Quì occorre far appello ad una sfumatura: infatti, se è vero che internet, come distributore e moltiplicatore di dati non è altro che un’ampliamento di un concetto già esistente, è altrettanto vero che lo sviluppo di calcolatori sempre più potenti, e soprattutto, sempre più versatili, su cui si sono progettati software ad hoc come se fossero abiti, ha permesso di sviluppare un qualcosa di veramente nuovo: l’autogenerazione delle forme.

La strada che porta alle forma passa dal disegno al processo, in cui non è più il prodotto finito ad essere determinato, ma di una serie parametri iniziali che, ripercorrendo l’effetto farfalla di Edward Lorenz, finiscono per concretizzare l’impensabile. L’ideazione della matrice da cui si sviluppa e prende forma l’opera diventa l’atto creativo. La possibilità tanto auspicata da Wolf Prix, fondatore insieme a Helmut Swiczinsky e Michael Holzer dei Coop Himmelb(l)au, di poter affrontare una progettazione ad occhi chiusi, o quasi, sembra non essere più pura retorica. Ci si avvicina anche alle premonizioni utopiche di un architetto come John M. Johansen, dove l’edificio veniva progettato non più nei suoi dettagli, ma nella sua morfabilità, ossia il processo di crescita. Dunque la stessa pertinenza della definizione di progetto architettonico viene messo in causa, in quanto non sono più le altezze dei solai od il disegno della facciata ad essere le scelte da fare di un progetto, ma la sua matrice formale, modificata da imput che possono anche variare nel tempo, modificando l’assetto del tutto, probabilmente anche la struttura, e volendo procedendo anche retroattivamente. Si entra in campi per cui per poter accedere è necessario abbandonare l’architettura. Benvenuti nel Trans.





H+ PEJA Producing :: Divenire Covering

15 06 2008

Divenire: rassegna di studi interdisciplinari sulla Tecnica ed il Postumano è il nuovo strumento con cui l’Associazione Italiana Transumanisti ha deciso di dotarsi come propagatore e diffusore delle proprie idee. Ma cosa è esattamente il transumanesimo? La leggittimazione della domanda è tutt’altro che scontata in un contesto nel quale il tema della transarchitettura la fa da padrone. Esistono correlazioni tra la transarchitettura ed il transumanesimo? Non in superficie. Se Marcos Novak nell’elaborazione della definizione di transarchitettura parla di una architettura a cavallo tra reale e virtuale, un trasformarsi in segnale digitale della più concreta materia, nel caso di operazioni assimilabili al rilievo, oppure un concretizzarsi differente dell’impulso creativo attraverso procedure e metodi che influenzano la stessa scintilla iniziale, dando la possibilità di pensare letteralmente ciò che prima non era immaginabile. Ed allora, il transumanesimo cosa è? Secondo il creatore dell’etimo, il biologo genetista Julian Huxley il transumano è l’uomo che rimane umano, ma che trascende se stesso, realizzando le nuove potenzialità della sua natura umana, per la sua natura umana. Fu solo, con la definizione di Max More, successivamente che al transumanesimo fu assegnata quel suo carattere di transitività che contraddistingue la transarchitettura, definendo il primo come una classe di filosofie che cercano di guidarci verso una condizione postumana. A questo punto, riaccordati i caratteri consonanti del transumanesimo e della transarchitettura, c’è solo da chiedersi in cosa potrebbe consistere una possibile post-architettura? Questo è un quesito interessante, ma a cui rispondere oggi corrisponderebbe semplicemente lavorare all’interno della futurologia. E’ anche vero che però non creare dibattito attorno al tema ci presenterebbe completamente impreparati ad affrontare il problema una volta presentato. Dibattito sviluppato all’interno della rivista, il cui curatore, Riccardo Campa, si è preoccupato di gestire attraverso interventi incentrati sull’analisi dell’interazione tra lo sviluppo vertiginoso della tecnica e l’evoluzione biologica dell’uomo e delle altre specie, ovvero tra la tecnosfera e la biosfera. Transiti che si perpetuano anche nella declaratoria editoriale. Non sembra dunque un gioco autoreferenziale l’uso di un frattale come illustrazione di copertina, geometria per definizione tra due e tre dimensioni.





.:: Brad Pitt Architects

11 06 2008

Paul Engelmann, discepolo di Loos, fu incaricato nel 1932 da Margaret Stonborough, sorella di Ludwig Wittgenstein, di procedere con la progettazione e la succesiva realizzazione della propria abitazione. Wittgenstein in quel periodo stava passando un periodo di forte depressione, nata da un susseguirsi di delusioni ed insuccessi, e girava voce che stesse meditando un suicidio. Margaret così per tenere occupato il fratello, sfruttando il suo forte interesse per l’architettura (aveva infatti già costruito una baita dove si era ritirato a vivere per un pò, e realizzato diversi mobili per amici viennesi) e la sua simpatia per Loos, incontrato circa quindici anni prima, decise di coninvolgerlo nella realizzazione. D’altronde Ludwig conosceva bene Engelmann, ed intrattenevano un rapporto di amicizia già al tempo della guerra. Ma come in ogni azione buona e giusta, successe l’imprevedibile. Wittgenstein si impadronisce letteralmente del processo progettuale, scanzando Engelmann, e, nonostante in realtà modificò di pochissimo l’impianto pensato dal primo progettista, proseguì i lavori con precisione maniacale. Famoso l’aneddoto in cui alla domanda di un fabbro che chiedeva se anche il millimetro fosse imporante, il filosofo viennese rispose con impazienza: anche il mezzo millimetro è fondamentale. L’esasperazione di tale inutile pedissegua precisione portò lo stesso a far demolire un intero solaio per farlo realizzare 3 cm più in alto.
Che anche i nuovi grandi neofiti dell’architettura si comportino con così tanta ingenua lungimiranza?

Che l’architettura sia uno tra gli hobby di Brad Pitt era certamente noto ai fan, ma che stesse procedendo addirittura con delle realizzazioni, con collaborazioni imporanti come quelle di Thom Mayne, leader dei Morphosis, forse lo era un pò meno. Addirittura, ancora, abbracciando una corrente di tendenza, come quella della bioarchitettura. E, se non fosse ancora abbastanza, sfruttando la sua fama, e la logica di diffusione delle informazioni del web, è riuscito ad attivare un progetto quanto mai lodevole sia per impegno sociale che per concretezza di mezzi. Il progetto in questione è il MakeItRight Project, atto ad un tentativo di soluzione per una questione drammatica: la devastazione della città di New Orleans. MakeItRight Project ha infatti l’obiettivo di ricostruire interamente quello che era il quartiere residenziale di Lower Ninth Ward, tra i più devastati dall’uragano Katrina. Tra gli architetti coinvolti, tanto per usare un’espressione tra le più banali usate dalla media dei critici, tra le più grandi firme dello star system architettonico: Adjaye Associates, Billes Architecture, BNIM Architects, Constructs, Eskew & Dumez & Ripple, MVRDV, Pugh and Scarpa Architecture, Shigeru Ban Architects e Trahan Architects. Pare che si voglia creare un qualcosa di estremamente eterogeneo. Ma, nonostante le ottime intenzioni, i 5 milioni di dollari donati dallo stesso Brad Pitt, lo stimolo offerto ad architetti che altrimenti sarebbero come al solito alla prese con progetti milionari, la volontà “to have a mixture of voices” , traspare una forte ingenuità di fondo che potrebbe minare la fattibilità del progetto.

Che senso ha, in un progetto in cui il carattere speculativo dovrebbe passare in secondo piano, inserire un cast tanto blasonato nel copione? I più malfidati potrebbero sostenere che probabilmente è l’ennesima occasione di avviare un processo di marketing o sponsorizzazione privata di qualche tipo, che in effetti non c’era bisogno di tirare così tanto la mano. Straordinario il fatto che alcuni autori di Gibellina Nuova muovano critiche simili. Il pregiudizio di una professionista vede nell’intrusione a casa propria di un estraneo porta però i detrattori di MakeItRight Project a non studiare cose si sta realmente tentando di fare.
Prima di tutto è quasi del tutto ignorato il fatto che il progetto è basato su donazione libera di privati, donazione a cui partecipano le ditte costruttrici tenendomargini di guadagno molto basso, e che le case costruite saranno poi vendute ai proprietari dei terreni delle case distrutte. Non è lo stesso preso in considerazione nelle critiche il fatto che si sta tentando di realizzare non la solita baraccopoli post terremoto, stile Assisi, ma un quartiere nel quale viene evitata ogni metafisica della morte, ma una allegra, se vogliamo esser severi nichilista, volontà di riscatto da parte della vita, data dalla diversità dei progetti e dal loro cozzare l’uno con l’altro. Niente di utopico insomma, solo un sogno pragmatico per fare un servizio alla società. Per una critica più approfondita non ci resta che aspettare la realizzazione del quartiere. Ma soprattutto i commenti degli abitanti. Sempre che ce ne saranno.