
Nonostante sia da poco entrata nelle aree protette dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità, il Clivio Portuense, si presenta oggi come una delle più degradate aree di Roma, nonostante la sua centralità. E’ vero, le preesistenze d’eccellenza sono molte, ma tolto l’ex riformatorio San Michele, oggi sede del Ministero dei Beni Culturali, il tutto è lasciato ad uso e consumo del famoso mercato all’aperto di Porta Portese. Infatti l’Arsenale Pontificio, realizzato nel 1714/1715 da Giovanni Battista Contini per la costruzione e la riparazione di piccole unità della flotta commerciale pontificia, è oggi adibito abusivamente alla vendita di materiali da costruzione mentre sul lato opposto della strada vi è un cordone di botteghe costruite alla bene e meglio con materiali di recupero montando un senso di abbandono e fatiscenza la cui attività è volta alla vendita di accessori e ricambi per cicli e motocicli.
Fin quì il dato di fatto.

La volontà del comune di Roma di riqualificare quest’area non poteva non portare ad una volontà di iniezione di elementi, oltre che fortemente simbolici, come ormai pare essere tradizione consolidata di qualsivoglia intervento di riqualificazione, ma anche e soprattutto di funzioni aggregatrici e di un intervento del pubblico in modo fortemente integrato al privato. Integrazione tra pubblico e privato risolto attraverso le funzioni ibride come quelle di una ludoteca di marchio olandese, dove una parte dell’edificio viene aperta 24 ore su 24, con tavoli e prese messe a disposizione per chiunque, ed il cuore dato in gestione a dei privati che ne garantiranno la protezione da parte di vandali con un effetto di controllo di vicinato. L’integrazione è il tema sviluppato nella riqualificazione dell’Arsenale Pontificio, dove oltre a farsi soggetto funzionale, diventa una precisa missione estetica nel quale il concetto di innesto va a trasformarsi poi in continuità topologica sotto ogni sua accezione, organicità del siliceo, cyborg/architecture.

Riprendendo l’immagine dominante l’area nell’attuale, dove l’inconscio degli abusivi ha trasformato il tutto in un elemento quasi parassita, lo stesso paradigma viene iniettato nelle architetture oggetto di intervento, facendo sì che il virus metallico che affligge il cordone di fronte al Tevere venga trasmesso all’Arsenale.
Come ogni organismo ospite, questo diviene portatore di una mutazione tale da rendersì irriconoscibile, sia per la quasi totale presenza di escoriazioni cutanee, che per un cambiamento drastico della topologia della pelle, cambiando il paradigma compositivo dei prospetti da uno di tipo strutturale, dove struttura e tamponatura erano ben caratterizzati, ad uno di tipo liminale, dove la stessa continuità di linea forma tamponatura, aperture, struttura.

La linea che attraversa trasversalmente l’esterno dell’edificio vanno ad aprire completamente la ludoteca, aprendosi al fiume ed al paesaggio del quartiere Testaccio, lasciando mostrare le proprie viscere, facendo intuire, attraverso un recupero del senso della modanatura che in questo caso crea un continuum tra la nuova pelle ed il vecchio scheletro, che la prima è in organica unione con la seconda, superando così tutta la retorica che certa critica vuole far aleggiare attorno al tema dell’architettura del cyborg.

complimenti!
proprio un bel progetto!
Ciao Lampadina!
Grazie del commento, il tuo parere è per me più importante di qualsiasi critico…
complimenti Peja, seguo sempre il tuo blog. Non avevo capito che questa fosse una tua architettura, mi piace molto. Buon blog
@ Davide: grazie mille! Bhè, tutti i post taggati “PEJA” sono cose che ho fatto io!
Ancora grazie mille! Ci si legge!
Stavo facendo una ricerca sull’architettura degli utopisti dell’800 ed è uscito il tuo sito, stai davvero diventando un grande del settore. Ciao ciao =)
@ Andrea:
Eh, diciamo che per ora sono un piccolissimo, e, sempre per ora, mi va bene così!