
John Dewey comincia il suo Art as Experience con una considerazione interessante:
Per ironia della sorte, che è spesso presente nel corso delle cose, l’esistenza delle opere d’arte dalle quali dipende la formulazione di una teoria estetica è divenuta un ostacolo per la teoria stessa.
Questo è più che condivisibile se si considera la teoria come un qualcosa atto ricontestualizzare a posteriori uno stato dell’arte passato al fine di offrire una nuova rilettura. Passaggio obbligato anche per chi tenti di proporre una chiave di lettura nuova al contemporaneo. Ma lo stesso approccio viene usato da alcuni architetti per ricontestualizzare il proprio operato. Un esempio calzante può essere considerato quello di Paolo Portoghesi, il quale si è spesso preso la briga di produrre pubblicazioni del tutto autoreferenziali, atte quasi a giustificarsi, a chieder perdono, di fronte alla comunità architettonica, con risultati che paiono a volte addirittura imbarazzanti alla lettura, come ad esempio Geoarchitettura.
Ma la storia dell’architettura ha sempre premiato, il più delle volte sulla lunga gittata, un diverso tipo di approccio alla teoria, più implicito (dato che spesso viene offerto in un frammentarsi di articoli, conferenze ed opere) e militante (dato che è palesemente schierato verso una posizione piuttosto che un’altra), che, preferendo evitare il voltarsi alle spalle in un compiacersi delle proprie scoperte, rivolge la sua attenzione all’analisi di alcuni aspetti della contemporaneità al fine di poter dare spunti a sperimentazioni prossimo futuro. Sperimentazioni che in alcuni casi, ha anche dato seguiti più che fruttuosi.

Di questo è incredibile testimonianza l’immensa produzione teorica degli anni delle avanguardie d’inizio secolo. Non intendo parlare delle solite tendenze neo-post-super moderne, o similarmente di quelle organiche, ma di altre ricerche, magari sotterranee, che hanno avuto bisogno di decenni per esplodere in tutta la loro violenza. Come ad esempio l’americano Richard Buckminster Fuller, importante non tanto per la sua ricerca sulle cupole geodetiche da cui risultò a conti fatti la sua fama, ma soprattutto per l’impulso che diede all’attuale coscienza sulla sostenibilità delle attività umane. Concetto che si concretizzo in realizzazioni dei più disparati tipi: da concept car, di cui ricordiamo la Dymaxion Car (da Dynamic MAXimum tensION), primo esperimento di automobile sostenibile, nata su concezioni aereodinamiche e prodotta grazie all’aiuto di un team di ingegneri aereonautici, fino alle tensostrutture, da lui brevettate, dove il Padiglione Americano dell’Expo 67 ne diventa un monumento.

Ma le sue ricerche rimasero isolate, colpa anche dello strapotere mediatico ed accademico dei personaggi interni alle avanguardie razionaliste, fino a quando almeno un gruppo di giovani architetti inglesi non raccolsero la sfida di un mondo meccanizzato ed auto sostenibile: gli Archigram, la cui attività rimane per lo più sullo speculativo cartaceo, ma raggiungono livelli di un lirismo talmente elevato da influenzare enormemente lo sviluppo dell’architettura prossima futura. E non sto parlando solo dell’attuale, ormai spenta, deriva high-tech, ma di quello che oggi possiamo chiamare bioarchitettura. O forse è meglio architettura effimera? D’altronde, non erano loro, sotto la scorta di Peter Cook, gli ideatori della Plug-in-City? Quasi a precognizzare il freddo universo del dominio dell’elettronica in architettura.
Rileggendo Dewey, il messaggio è chiaro:
L’arte celebra con particolare intensità i momenti in cui il passato rafforza il presente, ed il futuro è una accellerazione di ciò che ora è.















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