.:: Avanguardia Strisciante

27 05 2008

John Dewey comincia il suo Art as Experience con una considerazione interessante:


Per ironia della sorte, che è spesso presente nel corso delle cose, l’esistenza delle opere d’arte dalle quali dipende la formulazione di una teoria estetica è divenuta un ostacolo per la teoria stessa.

Questo è più che condivisibile se si considera la teoria come un qualcosa atto ricontestualizzare a posteriori uno stato dell’arte passato al fine di offrire una nuova rilettura. Passaggio obbligato anche per chi tenti di proporre una chiave di lettura nuova al contemporaneo. Ma lo stesso approccio viene usato da alcuni architetti per ricontestualizzare il proprio operato. Un esempio calzante può essere considerato quello di Paolo Portoghesi, il quale si è spesso preso la briga di produrre pubblicazioni del tutto autoreferenziali, atte quasi a giustificarsi, a chieder perdono, di fronte alla comunità architettonica, con risultati che paiono a volte addirittura imbarazzanti alla lettura, come ad esempio Geoarchitettura.
Ma la storia dell’architettura ha sempre premiato, il più delle volte sulla lunga gittata, un diverso tipo di approccio alla teoria, più implicito (dato che spesso viene offerto in un frammentarsi di articoli, conferenze ed opere) e militante (dato che è palesemente schierato verso una posizione piuttosto che un’altra), che, preferendo evitare il voltarsi alle spalle in un compiacersi delle proprie scoperte, rivolge la sua attenzione all’analisi di alcuni aspetti della contemporaneità al fine di poter dare spunti a sperimentazioni prossimo futuro. Sperimentazioni che in alcuni casi, ha anche dato seguiti più che fruttuosi.

Di questo è incredibile testimonianza l’immensa produzione teorica degli anni delle avanguardie d’inizio secolo. Non intendo parlare delle solite tendenze neo-post-super moderne, o similarmente di quelle organiche, ma di altre ricerche, magari sotterranee, che hanno avuto bisogno di decenni per esplodere in tutta la loro violenza. Come ad esempio l’americano Richard Buckminster Fuller, importante non tanto per la sua ricerca sulle cupole geodetiche da cui risultò a conti fatti la sua fama, ma soprattutto per l’impulso che diede all’attuale coscienza sulla sostenibilità delle attività umane. Concetto che si concretizzo in realizzazioni dei più disparati tipi: da concept car, di cui ricordiamo la Dymaxion Car (da Dynamic MAXimum tensION), primo esperimento di automobile sostenibile, nata su concezioni aereodinamiche e prodotta grazie all’aiuto di un team di ingegneri aereonautici, fino alle tensostrutture, da lui brevettate, dove il Padiglione Americano dell’Expo 67 ne diventa un monumento.

Ma le sue ricerche rimasero isolate, colpa anche dello strapotere mediatico ed accademico dei personaggi interni alle avanguardie razionaliste, fino a quando almeno un gruppo di giovani architetti inglesi non raccolsero la sfida di un mondo meccanizzato ed auto sostenibile: gli Archigram, la cui attività rimane per lo più sullo speculativo cartaceo, ma raggiungono livelli di un lirismo talmente elevato da influenzare enormemente lo sviluppo dell’architettura prossima futura. E non sto parlando solo dell’attuale, ormai spenta, deriva high-tech, ma di quello che oggi possiamo chiamare bioarchitettura. O forse è meglio architettura effimera? D’altronde, non erano loro, sotto la scorta di Peter Cook, gli ideatori della Plug-in-City? Quasi a precognizzare il freddo universo del dominio dell’elettronica in architettura.

Rileggendo Dewey, il messaggio è chiaro:

L’arte celebra con particolare intensità i momenti in cui il passato rafforza il presente, ed il futuro è una accellerazione di ciò che ora è.





.:: L’evoluzione Creatrice

23 05 2008

Se è vero che il rapporto tra le avanguardie del ‘900 e la storia è di conflittualità e rinnego (basta pensare alle accuse mosse alla storia da parte di Majakovskij), è altrettanto vero che l’attuale stato di avanguardia accetta, anzi persegue, talvolta addirittura attraverso opere di revisionismo, il suo ruolo di nodo all’interno delle trame della storia. Per M. Perniola infatti:

Non basta essere originali, bisogna anche mostrare che le opere dei predecessori preparano e annunciano la nostra, la quale rappresenta appunto il superamento, nel duplice senso di ratifica e soppressione.

Questa nuova coscienza è descritta da Henri Bergson ne L’evoluzione Creatrice, del quale sempre Perniola ne descrive i contenuti:

Il presente non è altro che il prolungamento del passato, il quale simile ad un’onda procede incessantemente verso il futuro. Tutto continuamente cambia, ma questo cambiamento non deve essere pensato come un passaggio da uno stato all’altro, ma come una transizione continua [...] ad ogni momento si aggiunge qualcosa di nuovo, anzi qualcosa di originale e di imprevedibile.

Ma come innestarsi in questo flusso creandone il cambiamento, senza far perdere di pertinenza al tutto? Che insegnamento può assorbire l’architettura da questa lezione, considerando il fatto che si sta appena finendo di scrollandosi di dosso gli ultimi brandelli di cultura neo-reazionaria? In effetti le parole di Perniola, riferite al libro di Bergson potrebbero facilmente essere travisate ed indurre alla giustificazione di un neo-storicismo pedante come quello avuto negli anni ‘80 con il post moderno. Ma se riportiamo tutto al senso della singola opera, evitando il senso lato di storia, pensare cioè la singola opera, e non il totale della propria attività, come parte di un più ampio progetto d’esperienza, è possibile facilmente inserirsi in un processo storico in divenire. Far entrare l’esperienza vitale all’interno di un architettura cioè, dunque trasformare il processo di manutenzione in un processo autopoietico, dove la stessa vita, o meglio esperienza dei fruitori attivi siano capaci di trasformare l’edificio come esso si presenta. Esperienza che crea se stessa, che si afferma indipendentemente da qualsiasi fare artistico. La rivincita della prassi, insomma.

Siamo abituati a considerare l’architettura come qualcosa di statico e fermo. Dunque qualcosa che non si lascia contaminare dalla vita. Ma qualcuno sta considerando anche altre strade, come ad esempio i West8, gruppo di paesaggisti olandesi, ormai storici, che nel progetto di Rotterdam Brandende stad trasformano un comune luogo pubblico come una piazza in un luogo dell’interazione, dove la fruizione stessa dell’opera prevede l’interazione tra pubblico ed inorganico. All’interno della piazza, antistante un centro commerciale e contenente un campo di street hockey, la scenografia luminosa infatti è gestita completamente dall’utenza, la quale, attraverso un joystick può modificare la conformazione di una dei quattro bracci meccanici che fanno da sostituti dei più banali lampioni. Si vede così, come l’esperienza del singolo si innesta all’interno di un’opera, modificandone l’aspetto fino ad un nuovo intervento. Siamo oltre l’arte interattiva, o la net art: quì è la realtà, il paesaggio urbano, ad essere modificato. Ancora di più, considerando questi dispositivi come protesi urbane, potremmo dire che ci troviamo di fronte ai primi abbozzi di quello che qualcuno ha chiamato Cyborg-Architecture.

L’architettura non è più una musica congelata, a dispetto di Goethe.





.** PEJA on WILFING

19 05 2008

A volte ci si vede espropriati del proprio terreno di gioco, in modo consenziente ed entusiasta si capisce. Ho sempre considerato la mission di questa sede come un’occasione di ricerca partecipata (ovviamente in senso speculativo del termine partecipazione, dato che la formula del blog implica soltanto discussione) sul tema della transarchitettura. Dunque non potevo non cogliere con piacere l’occasione che mi offre Salvatore D’Agostino di parlare di ciò di cui si discute quì, con un Dialoghi in trasferta.

Salvatore D’Agostino:
Ci puoi spiegare perché un blog dal titolo ‘TransArchitecture’?

PEJA:
Credo che sia una questione chiave! Prima di tutto potrei iniziare a parlare della questione della transarchitettura, o come viene chiamata tante volte erroneamente, architettura virtuale. La transarchitettura è una disciplina di confine tra le scienze molli, l’ingegneria informatica, la grafica ed ovviamente, offrendosi come spunto euristico per la progettazioni di “spazi”, l’architettura. La prima definizione di transarchitettura è di Marcos Novak, che parla più o meno come spazi “tra” il virtuale ed il reale. Dunque quella radice non ha niente a che vedere con le transavanguardie come vorrebbero alcuni critici italiani. Ecco, il mio blog nasce proprio per parlare di questo.

Il resto dell’intervista su WilfingArchitettura.





.:: Realizzazione/Produzione

15 05 2008

Il passaggio dal paradigma della prefabbricazione standardizzata a quello di una prefabbricazione customizzata, all’interno delle discipline legate alla realizzazione architettonica e della progettazione della produzione componentistica, ha portato ad un cambiamento radicale del pensare architettonico. Infatti, la tradizione della progettazione architettonica, legata alla realizzazione, è sempre stata ispirata, o meglio vincolata, dai suoi metodi costruttivi: data una particolare tecnologia d’uso in una determinata area culturale, le strade da imboccare sono poche, e comunque convergenti. Un’area culturale legata alla tradizione plastico muraria sarà caratterizzati da paradigmi diversi rispetto a quelli di un’area dalla tradizione elastico lignea. Fortunatamente questo limite imposto dalla necessità con lo sviluppo dei trasporti speciali e della produzione a grande scala è venuta meno, e la modernità architettonica ci ha insegnato come un progetto possa nascere dalla speculazione critica dell’assemblagio di componenti fabbricate non direttamente in cantiere. Oggi invece accade l’esatto contrario: il progettista pensa alla sua architettura disinteressandosi della sua futura realizzazione, interessandosi più che del processo, di modelli produttivi specifici per la propria esigenza. Siamo in una nuova fase, che non sostituisce quella precedente ma la integra, dove la fase creativa non si esaurisce nella fase di progettazione architettonica, ma prosegue nella definizione componentistica. Precisiamo, non si sta scoprendo in questa sede una nuova sensibilità verso l’espressionismo strutturale che poco ha che vedere con ciò che si sta dicendo, e soprattutto è un fenomeno tutt’altro che ritrovato. Ciò che voglio denunciare è l’esistenza di una nuova metodologia lavorativa, che ha influenzato profondamente il modo di progettare. E non è nemmeno una fase storica in cui la superficialità induce in errore, dato che il processo creativo diventa reversibile nel momento in cui macchine a prototipazione numerica permettono la personalizzazione degli elementi costruttivi a costi ridicoli se si pensa che gli stessi oggetti sarebbero dovuti essere prodotti artigianalmente non molto tempo fa.

Non deve stupire allora se sono nati forti nuovi modelli compositivi talmente elastici, non solo da essere applicati ad esigenze incredibilmente diverse, ma da subire modifiche consistenti allo stesso modello. La produzione e la realizzazione torna ad essere dunque site specific, ma in senso ovviamente diverse da quello che poteva portare la scelta di un materiale: si parla quì di un architectural template, editabile alla stregua di un CSS. Viene quindi perseguito l’intento di relazionare il web dinamico all’architettura realizzata al fine di giustificare l’esistenza di una disciplina, la transarchitettura, che, con fare propagandistico, mette in relazione cose solo apparentemente distanti tra loro. Ma in realtà è lo spirito del tempo. Come il WEB 2.0 ci ha abituato alla personalizzazione dello spazio web, per cui io visualizzo la stessa pagina diversamente da un altro utente, la mia struttura, nonostante conterrà le stesse informazioni, sarà diversa dal modello originale. Questo ci appare lampante osservando due strutture assolutamente diverse per composizione e destinazione d’uso, come ad esempio la Son’O House dei Nox e le stazioni della funicolare di Innsbruck di Zaha Hadid.

Poi, naturalmente, c’è chi riesce ad arrivare agli stessi risultati, se non migliori, con tecnologie completamente differenti.





>°< PEJA Producing: Pontifici Revitatio

11 05 2008

Nonostante sia da poco entrata nelle aree protette dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità, il Clivio Portuense, si presenta oggi come una delle più degradate aree di Roma, nonostante la sua centralità. E’ vero, le preesistenze d’eccellenza sono molte, ma tolto l’ex riformatorio San Michele, oggi sede del Ministero dei Beni Culturali, il tutto è lasciato ad uso e consumo del famoso mercato all’aperto di Porta Portese. Infatti l’Arsenale Pontificio, realizzato nel 1714/1715 da Giovanni Battista Contini per la costruzione e la riparazione di piccole unità della flotta commerciale pontificia, è oggi adibito abusivamente alla vendita di materiali da costruzione mentre sul lato opposto della strada vi è un cordone di botteghe costruite alla bene e meglio con materiali di recupero montando un senso di abbandono e fatiscenza la cui attività è volta alla vendita di accessori e ricambi per cicli e motocicli.
Fin quì il dato di fatto.

La volontà del comune di Roma di riqualificare quest’area non poteva non portare ad una volontà di iniezione di elementi, oltre che fortemente simbolici, come ormai pare essere tradizione consolidata di qualsivoglia intervento di riqualificazione, ma anche e soprattutto di funzioni aggregatrici e di un intervento del pubblico in modo fortemente integrato al privato. Integrazione tra pubblico e privato risolto attraverso le funzioni ibride come quelle di una ludoteca di marchio olandese, dove una parte dell’edificio viene aperta 24 ore su 24, con tavoli e prese messe a disposizione per chiunque, ed il cuore dato in gestione a dei privati che ne garantiranno la protezione da parte di vandali con un effetto di controllo di vicinato. L’integrazione è il tema sviluppato nella riqualificazione dell’Arsenale Pontificio, dove oltre a farsi soggetto funzionale, diventa una precisa missione estetica nel quale il concetto di innesto va a trasformarsi poi in continuità topologica sotto ogni sua accezione, organicità del siliceo, cyborg/architecture.

Riprendendo l’immagine dominante l’area nell’attuale, dove l’inconscio degli abusivi ha trasformato il tutto in un elemento quasi parassita, lo stesso paradigma viene iniettato nelle architetture oggetto di intervento, facendo sì che il virus metallico che affligge il cordone di fronte al Tevere venga trasmesso all’Arsenale.
Come ogni organismo ospite, questo diviene portatore di una mutazione tale da rendersì irriconoscibile, sia per la quasi totale presenza di escoriazioni cutanee, che per un cambiamento drastico della topologia della pelle, cambiando il paradigma compositivo dei prospetti da uno di tipo strutturale, dove struttura e tamponatura erano ben caratterizzati, ad uno di tipo liminale, dove la stessa continuità di linea forma tamponatura, aperture, struttura.

La linea che attraversa trasversalmente l’esterno dell’edificio vanno ad aprire completamente la ludoteca, aprendosi al fiume ed al paesaggio del quartiere Testaccio, lasciando mostrare le proprie viscere, facendo intuire, attraverso un recupero del senso della modanatura che in questo caso crea un continuum tra la nuova pelle ed il vecchio scheletro, che la prima è in organica unione con la seconda, superando così tutta la retorica che certa critica vuole far aleggiare attorno al tema dell’architettura del cyborg.





.:: Oltre il banalismo del web // avatar

6 05 2008

Nell’ormai consolidato gergo di Internet, svariati lemmi sono di estremo interesse per chi si avvicina alla progettazione di architetture virtuali. Se noi considerassimo l’intero sistema internet come una sorta di mondo degeografizzato (l’unica indicazione geografica è il dominio) parallelo al nostro, nelle più banali delle ipotesi, niente ci vieta di ricondurre la metafora delle città a quello che ora chiamiamo portali. Dunque, perseguendo per analogia, potremmo andare ad aggettivare i singoli edifici come quello che ora sono i siti, facenti parte magari di portali dedicati, alla stregua di un’abitazione che condivide il condominio con altre abitazioni. Scendendo ancora di scala, si arriva al singolo abitante/avatar. Questa schematizzazione della gerarchia sociale di un possibile territorialismo del web è funzionale ad una alfabetizzazione alla cultura visiva di cui si dovrà sensaltro far pratico il transarchitetto che non vorrà far scadere la propria disciplina nella pura masturbazione formale, ma affiancando la sperimentazione alla comprensione dei problemi fruitivi e di uso di questi spazi. Con ciò non voglio dire assolutamente che si può prescindere dai problemi formali, tutt’altro: in quanto virtuoso mi sento di dire che anche nel costruito è assolutamente necessaria il più ardito tra gli aneddoti formali. Ma bisogna riflettere sul fatto che, a distanza di 5-6 anni dalle ultime sperimentazioni visive degli studi più trasgressivi, come quelli di Novak Kovak ad esempio, gli esempi di riflessioni pertinenti sull’architettura digitale sono di una pochezza teorica sconfortante.

Il perchè di questo ha una facile risposta: il perdersi in congetture, fumose quanto all’atto pratico niente più che poetiche, ha fatto sì che l’intera disciplina perdesse di vista l’obiettivo per cui è nata: la gestione della fruizione, da parte di avatar, di architetture fruibili via web, le quali avranno una destinazione d’uso diversa da quella unicamente ludica ricreativa. Avatar che hanno possibilità e bisogni ben precisi e sicuramente diversi dalle persone che nascondono. Dunque, la ricerca deve ripartire da quì: comprendere a quali funzioni possano adempiere queste transarchitetture, che indirizzo stilistico avranno e in che maniera sarà possibile una fruizione attiva da parte degli avatar. Le problematiche si ritrovano da loro di rimbalzo, dunque è impossibile dare una definizione per ogni problema separatamente: in base alla transarchitettura, ogni avatar dovrà comportarsi diversamente, e dunque avrà questa o quella possibilità, questo o quel vincolo.

C’è da dire che lo stesso concetto di avatar, già nella sua origine tribalistica/indiana, non è altro che l’assunzione di caratteri fisico/spirituali di entità altre. Quindi, oltre a tutte le considerazioni di tipo funzionalistico, dobbiamo considerare l’anima trasformista nella rete come uno sviluppo naturale del tema antropologico . In altre parole, il mutamento sognato dai transumanisti parte in primo luogo da un riadattamento comportamentale, insito negli archetipi mentali che ci appartengono. Dunque, il processo di evoluzione umana, o per dirla con Lèvy, di ominazione, proseguirà proprio con la comprensione dei fenomeni extraumani appartenenti a quelle entità create per assumere il ruolo di nostro personalissimo alias: l’avatar. Che l’avatar/design possa essere l’ultima deriva di una prossima futura psico/industrial-design?