.:: L’architettura ed il suo pubblico // Culver City

28 04 2008

Nel secondo dopo guerra il bisogno di costruire una miriade di abitazioni per la gente che aveva perso la casa durante i bombardamenti portò ad una velocissima costruzione di una edilizia a basso costo che doveva essere progettata e realizzata in pochissimo tempo. Questo anche nei centri storici. Gli esempi ce li abbiamo tutti sotto gli occhi. Questo influenzò anche una parte della generazione di architetti che fu allieva dei mestieranti dell’architettura economica e popolare. Ma per fortuna alcuni architetti, ebbero la volontà di non rinunciare al piacere dell’invenzione, e riuscirono a seguire strade diverse da quella che promuoveva il razionalismo internazionale da una parte, oppure la speculazione edilizia pseudo tradizionalistica dall’altra. Un gruppo di questi outsider, scelse di progettare insieme ai suoi committenti, che nel nostro caso in questione sono per lo più operai, artigiani, impiegati che non potevano permettersi una casa di proprietà se non con sovvenzionamenti pubblici, e che quindi è immaginabile che non abbiano avuto una solida cultura architettonica. Giancarlo De Carlo è uno tra i primi ad abbracciare questo approccio proponendo la partecipazione attiva nelle fasi di progettazione degli utenti finali.

La verità è che nell’ordine c’è la noia frustrante dell’imposizione, mentre nel disordine c’è la fantasia esaltante della partecipazione.

Un esempio di questa personale tendenza dell’architetto è senza dubbio il Nuovo villaggio Matteotti di Terni, destinato ai dipendenti dell’acciaieria, dove gli stessi dipendenti suggerirono a De Carlo alcune tra le soluzioni eseguite. Ovviamente questa operazione aveva dei grossi limiti dato che la gente non poteva proporre ciò che non conosceva nei seminari organizzati, e lo stesso De Carlo questo lo sapeva. Ma non si può dire certo che l’esperienza sia stata fallimentare, ed è stata un caso esemplare per il periodo. Non deve quindi apparire una critica troppo forte quando dico che si poteva fare di più. Non è stata infatti assolutamente presa in considerazione la possibilità di poter realizzare un opera che utilizzasse le tecnologie sfornate dall’acciaieria, di cui gli stessi abitanti/lavoratori si sarebbero fatti anche costruttori/co-progettisti.

Gap metodologica in cui non cadrà ben 30 anni più tardi uno degli architetti più atipici della nostra contemporaneità: Eric Owen Moss, il quale sta approfittando di un’occasione di cui solo Gaudì poteva contare, trovare il proprio mecenate. E’ infatti particolare la storia della realizzazione a vasta scala che sta rendendo famoso un architetto a cui è stato reso possibile il sogno di una categoria: poter sperimentare senza doversi preoccupare di spese. Culver City infatti, fino a soli 15 anni fa non era nient’altro che una prefettura periferica di Los Angeles ad uso prevalentemente produttivo/manifatturiero composta quasi esclusivamente da magazzini e piccoli edifici di servizio, fino a quando un imprenditore russo, forte del proprio potere economico, ebbe l’idea di acquistare poco a poco Culver City e di dare il compito ad un architetto di riqualificarla. Ed è così che sta accadendo. Ma come fare a poter riqualificare un luogo in modo partecipativo formato da un tessuto particolarmente disgregato e poco abitato nonostante la densità? Semplice, utilizzando le tecnologie che gli ex operai delle fabbriche sono in grado di gestire. E così nasce il vetro a curvatura casuale di The Umbrella e il virus laterizio di That’s Wall?, oggetti pensati attraverso le menti malate di computer dedicati alla rappresentazione delle idee attraverso render, che poi solo le mani esperte di un artigiano che possiede una certa esperienza sarà capace di trasformare in materia. L’architettura digitale usa l’arcaico come filtro verso la realtà. Che il riferimento a Gaudì non fosse solo una citazione d’aneddoto?





.:: EmErgEnzE in :: Diverse Tracce ::

24 04 2008

L’arte contemporanea può sposare fini solidaristici? E se sì, come? Raggiungere il nocciolo della problematica che si intende indagare è una strada da battere, ma è facile scadere nell’assistenzialismo e nella semplice denuncia. EmErgEnze, Laboratorio Permanente di Arte Effimera a Ladispoli, ha tentato di superare il cliché di un’arte contemporanea per il pubblico, e quello di un assistenzialismo colto. EmErgEnzE è arte contemporanea solidaristica non a fine di lucro, ed in Diverse Tracce ne ha dato prova.

Foto di Fabio Valerio Romano

1) Diversamente_ Io sono diversamente abile. Ognuno di noi è diversamente abile. La ghettizzazione semantica a cui viene costretta con una certa ipocrisia un certo ambito sociale è imbarazzante. Nonostante l’accettazione di questa discriminazione, essere diversamente abile è condizione diffusa di ogni essere umano. Io sono diversamente abile da te, tu da me.

2) Traccia_ Un incrocio tra le due più importanti vie di Ladispoli dove un flusso ininterrotto di persone con ogni tipo di diversità, dal carrozzato al normodotato, tutti in divisa, con la stessa maglia, gialla, a voler allargare l’insieme matematico dei diversi. Nel loro passaggio, il flusso, lascia una traccia, un segno debole, facilmente lavabile, come probabilmente la coscienza delle persone poste di fronte al problema.

3) Azione_ Partiti in sincrono dagli apici delle due vie, due gruppi omogenei nella loro diversità, armati di tempera lavabile, si sono dati appuntamento all’intersecarsi delle due strade, dove si trova lo spazio pubblico più articolato della città. Nel loro passaggio, la tempera viene lasciata cadere tra le strade, come una lumaca che lubrifica la strada che deve seguire, così si è cercati di lubrificare l’occhio della persona comune.

Foto di Fabio Valerio Romano

4) Critical Mass_ All’incontro nell’incrocio tra le due vie, la piazza è stata pacificamente occupata dall’incursione. Lì, la dimostrazione della volontà vitale di chi ha voluto partecipare all’evento si è fatta più forte, soprattutto durante la lettura di una poesia da parte di Sara, ragazza disabiledi Ladispoli, scritta da Ivan, ragazzo disabile del nord Italia che non rinuncia a vivere nonostante le sue difficoltà.

5) Anche io sono diversamente abile_ Cosa vuol dire per te essere diversamente abile? La domanda posta ai fruitori occasionali dell’evento. La domanda su cui si sta cercando di riflettere è posta sul blog creato per l’occasione. Non ci resta che aspettare risposte.

foto di Fabio Valerio Romano

Foto di Fabio Valerio Romano





.°° Made in China_ Dal cucchiaio alla città.

19 04 2008

L’architettura è un segno della vita di una società e rappresenta il livello di sviluppo culturale, economico e politico di un’epoca. Dunque, possiamo dire che l’architettura è la testimonianza storica dei progressi di questa era rappresentata. La città difatti è il sistema artificiale più complesso e che vive i cambiamenti più lenti, perché più stabilizzatori, tra quelli ideati dall’uomo, e la progettazione, la costruzione e l’organizzazione di questo sistema artificiale è la sfida più grande per l’intelletto umano. Non è un caso se storicamente, ogni grande imperatore, o regnante in generale, che si sia rispettato abbia, tra le prime cose, fondato la propria città, o modificato completamente le città esistenti. Dalle trasformazioni della Roma rinascimentale e barocca da parte dei papi, fino alle città di puro marchio fascista, la forma urbana è stato il principale brand con cui il governo di tutto mostra l’applicazione pratica della propria ideologia.
Non a caso Piccinnato parla così della sua Sabaudia:

[...] Non più la città murata contrapposta alla campagna, la città che impone enormi spese e non produce, la città fine a se stessa e che in sé si conclude, ma nuove forme urbane aperte e decentrate, ragionevoli ed equilibrate con la loro funzione [...] Una città indissolubilmente legata al suo territorio [...]

Rappresentativo di una città nato per volere di un fascismo che si presentava allora come ente modernizzante assoluto, ed allo stesso tempo promotore dell’autarchia.

Agli inizi del ventunesimo secolo l’evento urbanistico di maggiore spicco è la crescente urbanizzazione della Cina che, guidata da un governo fortemente presente il quale si fa ideologia di se, non poteva sottrarsi a questa sorta di legge storica. Pechino, Beijing e Guangzhou sono le tre città che stanno aumentando il vantaggio concorrenziale al livello globale. Forgiati sotto il segno di produzione, sport, cultura, questi centri mondiali non potevano che essere lo specchio dell’ideologia nazionalistica cinese: produttività esasperata, consumismo edilizio che preme affinché studi mettano a punto edifici in tempi strettissimi, con conseguente calo di qualità diffusa e frequente abbattimento diffuso di edifici realizzati poco tempo prima, ma ormai considerati (giustamente, vista la qualità di produzione) fatiscenti. Consumismo per consumismo. Della Cina in architettese spesso si citano i progetti virtuosi degli europei e delle loro bizzarrie, i quali, viste le possibilità offerte, si sentono di poter sperimentare quanto di meglio hanno nel loro repertorio. Ed anche di più. Questo con effetti positivi su una generazione di architetti che si trova, dopo il predominio dell’influenza del neo realismo URSS, assolutamente senza maestri. Sotto quest’ottica è facile comprendere i motivi dell’esplosione (in termini numerici) di un’enormità di studi clone formati dal riflesso degli stranieri. Come ad esempio succede nel rapporto tra lo studio MAD e Zaha Hadid. Ma ovviamente il pensiero torna ancora una volta al razionalismo italiano: cosa sarebbe stato Terragni senza aver capito la lezione franco/tedesca? Sotto questa luce il fenomeno di questi ennesimi manieristi ci appare del tutto nuovo e certamente più interessante che come viene dipinto dalla deriva antiglobalizzatrice. E’ certo, la Cina è una dittatura, e la sua politica è un danno sia ambientale che economico per il resto del mondo, ma come il revisionismo storico recupera architetti schierati verso il fascismo, per noi deve essere interessante capire con cosa ci dobbiamo scontrare. Dunque, se la città cinese è dominata dal consumo e riuso continuo di territorio organizzato in modo pessimo, è anche vero che i medio/piccoli studi di architettura stanno imparando a giocare con le armi della scenografia e dell’architettura effimera.
Si sta vivendo quello che in Europa si viveva con le avanguardie storiche, con l’accettabile vittima della tradizione immolata per uno sviluppo del tutto inatteso da parte degli utenti della città: la gente comune.





.** Domotica

15 04 2008

Scambi di opinioni con altri utenti della rete sono sempre salutari, soprattutto se si interessano ai miei stessi problemi…

Maat:
Ehi ciao! Oggi vado a sentire la conferenza di Boris Podrecca! E’ un architetto austriaco, ne ho parlato anche nel mio blog

Peja:
Bhè, purtroppo non ho avuto molto tempo per girare per blog… Peccato perchè ci sono dei blog veramente interessanti. Tra l’altro mi danno pure degli spunti per il mio! Se riuscissi a scrivere anche in inglese poi sono sicuro che avrei moltissimi spunti dai commenti degli internauti internauti anglofoni…

Maat:
Già, vorrei anche io scrivere in doppia lingua, ma ci vorrebbe troppo tempo…

Peja:
Infatti è il principale motivo che mi trattiene dal farlo… Tra l’altro ho notato una cosa: ho più feedback di commenti quando scrivo cose riguardante il rapporto tra architettura e realtà virtuali che quando scrivo di architettura

Maat:
Bhè guarda, meglio così! Vuol dire che ci si è seccati di parlare delle solite solfe (per quanto interessanti, sia chiaro), si ha voglia di qualcosa di nuovo! Nuovi argomenti…

Peja:
E’ vero! Anche io! A proposito, sto studiando la modellazione in Second Life: è veramente contorto come meccanismo, non lo vedo molto efficace, ma di certo la grande innovazione è il fatto che quello che fai è già pronto senza ulteriori ritocchi!

Maat:
Io ho deciso di rifuggire second life in quanto potenziale fonte della mia perdizione: già ho un fratello world-of-warcraft-dipendente ed un padre drogato di compravendita eBay, non voglio finire come loro!

Peja:
Potrai immaginare che non la penso proprio come te! Sai, io insieme ad una mia amica, Giulia Santucci, abbiamo fatto un concorso di una architettura su Second Life! Bhè, siamo arrivati tra i primi 30, e questo ci è valsa la partecipazione all’Ars Elettronica! Bhè insomma avrai capito che la cosa mi affascina, nonostante i grandi limiti, ma è il primo grande tentativo di infrastrutturare una transarchitettura condivisa… Ti faccio vedere!

Maat:
si!

Maat:
Mi affascina da sempre la tendenza al ritorno (?) a forme biologiche dopo secoli di tentativi di allontanarsene!

PEJA:
Io credo che prima o poi (nemmeno tra torppo) ci saranno edifici realizzati in materia organica, magari progettati con nanotecnologie…

Maat:
Sono d’accordo, soprattutto per la questione del risparmio energetico in fondo, anche idealmente si sta cercando di trasformare l’edificio in qualcosa che si nutre e produce… un organismo quasi vivente!

PEJA:
E’ vero! Guarda i nox ad esempio, oppure anche Nio, che poi era un ex nox: tutti è due fanno continui riferimenti letterali all’organico/inorganico, al concetto di cyborg e protesi che riferito all’architettura fa pensare all’edificio come ad una estenzione sensoriale del nostro organismo connessa direttamente ai nostri neuroni, e quindi alla nostra volontà…

Maat:
Senz’altro e soprattutto con l’integrazione delle applicazioni domotiche!

PEJA:
Esatto! secondo me si apriranno due strade su questa direzione: una che si occuperà principalmente del benessere psichico, quindi dell’integrazione tra mondi virtuali e realtà fisica, facendo integrare le esigenze emotive del fruitore con software in grado di interpretarle, e dall’altra proprio la domotica, con la sempre maggior semplificazione di manutenzione/installazione di tecnologia complessa… Guarda ora: chiunque può mettersi da solo dei pannelli fotovoltaici, ma è difficile installare un impianto di controllo energetico… Pian pianino sarà possibile per il proprietario di casa propria poter cambiare completamente l’aspetto e soprattutto l’assetto della propria casa da solo…

Maat:
Mi chiedo però a questo punto che fine farà la strada opposta della ricerca: la prefabbricazione. Diventerà una nuova speranza per l’edilizia economica, dove l’integrazione domotica (personalizzabile al massimo) diventerà la nuova espressione del lusso?

PEJA:
Bhè, forse si, sicuramente inizialmente i costi saranno parecchio elevati, ma con l’andare del tempo i prezzi cadranno e sarà forse addirittura scritto a breve un manuale normativo che gestirà queste cose… A quel punto la figura dell’architetto diventerà sempre di più simile a quella dell’ingegnere: informatico, elettronico, robotico ect… Non che la parte creativa calerà, ma sicuramente quella edile si!

Maat:
Mah, secondo me ci sarà solo una moltiplicazione delle specializzazioni per cui i team di progettazione diventeranno giocoforza sempre più grandi. d’altra parte è tentenda già consolidata, tutti i grandi studi hanno decine, a volte centinaia di membri e collaboratori per far fronte alle necessità tecnologiche…

PEJA:
Certo, ma ovviamnete quello che dirige il tutto non può prescindere dalle altre conoscenze, no? cioè, è vero che esiste la collaborazione, ma è pur vero io non posso progettare senza capire i problemi delle altre discipline che mi sono affianco.

Maat:
Ovviamente! Poi, è chiaro, questo soprattutto ad alti livelli. In effetti oggi può ancora esistere il piccolo studio associato di architettura con due membri o poco più. Ma un giorno, se le cose stanno come diciamo, anche solo per un interno ci vorranno molte competenze.

PEJA:
Bhè certo… Sai, ho lavorato in uno studio dove c’era un tipo che sceglieva solo i colori. Questa è una sciocchezza ovviamente, ma se ci pensi la tendenza è questa… però sono sicuro che ci deve essere una figura che riunifichi le competenze! non racchiuderle appieno, certo, ma per lo meno riuscire a gestire le diverse cose… Ad esempio, Lars Spuybroek, non credo che sappia programmare, ma sa come si programma. Ecco: magare non saperlo fare, ma sapere come si fa!

Maat:
… Almeno abbastanza per poter dare/raccogliere indicazioni da tutte le personalità che si ha intorno!

PEJA:
Esatto oppure potrebbe pure darsi che gli studi si organizzeranno in modo da essere frammentati in tante piccole competenze ossia, uno studio che progetta solo zoccoletti e mattonelle e i vari studi collaborano assieme! Diventerebbe una sorta di Architettura 2.0: come nel web collaborativo dove tanta gente non si conosce e fanno cmq tante cose insieme. Ecco, immagina se un edificio lo montassero tante persone che non si conoscono… Un pò come le città ora… Oddio ora che mi ci fai pensare: non è che wikipedia abbia copiato il metodo chiave dell’urbanistica medievale?

Maat:
Decisamente, però ti dirò, un po’ mi piace e un po’ mi intristisce questo processo diventerà una sorta di enorme catena di montaggio dove si rischia di perdere il senso del lavoro d’insieme la logica industriale rischia di averla vinta su quella artistica

PEJA:
Bhè, anche io sono un pò reazionario a questo, ma forse è un pò romanticheria mia: credo che occorre semplicemente trovare altri mezzi per essere creativi, con criterio, ma creativi… Sai mi fanno molta rabbia (o tristezza? chissà!) quei tipi che parlano tanto di creatività e che però si limitano semplicemente a fare cose strane… Ecco, sarà una gran vittoria non cadere nè nel tecnicismo totale, per quanto affascinante, nè nell’ingenuismo post moderno…

Maat:
Sarà parecchio dura per noi e per i nostri figli, in altre parole!

PEJA:
Chissà… Ma forse noi parliamo così perchè non vediamo la via! O forse ci estingueremo prima?

Maat:
Eheh dai, sta nella nostra natura evolverci e risolvere problemi creandone degli altro tutto sommato, un
po’ mi fido del genere umano!





.:: Nio @ Maxxi Museum :: Marzo 2005

12 04 2008

Non a tutti piace conversare in rete, e poi con alcune persone vale la pena di scomodare la buona e vecchia chiacchera. Non so se a Maurice Nio piace o no utilizzare programmi di messaggeria istantanea, ma certamente incontrarlo di persona ha avuto il suo effetto più che attraverso le prime email di avvicinamente davanti ad un monitor. L’incontro è avvenuto nel Marzo del 2005, durante la presentazione di un libro edito da EdilSpampa e scritto da Emanuela Guerrucci. Allora non ero ancora cosciente della mia molteplice essenza dei vari alias che mi son creato man mano nella mia vita digitale. Allora ero molto più semplicemente Pilia Emmanuele…

.:: Pilia Emmanuele:
You opened your new office on the first day of the millennium was it just an occasion or was it on purpose?

.:: Maurice Nio:
It was both, I decided to quit my job, so I decided : let’s do it on the same day . I like this symbolic steps, opening a new office is important. I like working in a big office whit a lot of people I actually dislike this idea of having “your” office but it had to do that way.

.:: Pilia Emmanuele:
Before that you established with other people the “NOX” are you in a relationship whit them? Are you all working together?

.:: Maurice Nio:
Today not anymore, we had our differences regarding architecture, I like to do other things than my partners did, we moved on in other directions.

.:: Pilia Emmanuele:
We know you don’t just do architecture you also do graphic videos, we wanted to know if you work on each subject separately or combining all together?

.:: Maurice Nio:
It depends on the project, they are connected one to the other mentally not fiscally.

.:: Pilia Emmanuele:
We know you give names to all your projects like a work of art , are you looking at your projects in that way ?

.:: Maurice Nio:
I think the project does not exist if it has no name. When the project have a name and an image you can direct it to where it should be, that’s way names are very important.

.:: Pilia Emmanuele:
You talk about the “technical space”, how did you develop this technical space?

.:: Maurice Nio:
I relate that all projects are situated in possible spaces, than I thought there is a connection there , and we came up with the idea.

.:: Pilia Emmanuele:
You have put your building in a site that is not really comfortable for residence, where there some difficulties?

.:: Maurice Nio:
For me it was not difficult… We put a sound barrier.

.:: Pilia Emmanuele:
You work a lot whit polyester, what are the problems with this kind of material?

.:: Maurice Nio:

The biggest problem is that it is not used to architecture , it is more adjust to industrial design . It takes a lot of time to get it done, the calculation was made by specialist .

.:: Pilia Emmanuele:
Last question, what are you think about digital technologies?

.:: Maurice Nio:
I think there should be no restrictions with the way we design, we should design with what we like, everything is ok as long as the process is followed.





Presenze Aliene in Maurice Nio

5 04 2008

Alienazione, non decontestualizzazione, la differenza non è poca! Atomizziamo il problema: la decontestualizzazione, dando per buona la classificazione classica, è un processo tipicamente post-moderno. O almeno, del postmoderno architettonico. E’ un’operazione, forse un pochino pop che punta alla contaminazione e stratificazione di segni, messi di peso da un luogo semantico ad un altro. L’alien è qualcosa di profondamente diverso: è la ricerca di un progetto di differenze da realizzarsi in continuità topologica nel dove si va ad operare. Dunque non spostamento, ma creazione di significati, capace di far emergere forte stridore. Possiamo intendere l’alien come la quint’essenza dell’innesto Deriddiano. Volendo, una creazione controllata di errori, una cortocituizione del sistema dove l’attenzione è fortemente spostata sulla causa.


Lo strumento per arrivare a ciò? La tecnologia, ovvio. Attenzione, non intendo qui un recupero nostalgico di un qualche tecno-utopismo di matrice modernista, ma la presa di coscienza delle potenzialità dell’uso che chiede il software all’utente creativo, la volontà di esplorare le reali capacità espressive del mezzo, magari anche utilizzando attivamente i vincoli. Difficile dunque è seguire l’evoluzione di un architetto che fa dell’incoerenza quasi una mission stantment. Non darsi un tema è la chiave per evitare la trappola di un bellissimo stile coerente. Per chi si disinteressa della continuità del proprio linguaggio, la strada da imboccare è un’altra: il modo. E’ diverso tempo che si parla dello spostamento di interesse dal cosa al “come”. Per gli studi comunicativi questa non è certo una novità, ma gli architetti erano al tempo sintonizzati su altre frequenze. Nei migliori dei casi il crearsi un procedimento diventava semplicemente una firma diversa da quella del segno, o un modo per mantenersi alla moda. Peggio se il modo viene dichiarato, quasi a voler dire <seguitemi, la strada è questa!>. Così si da anche molto materiale ai critici, e ci si procura quel minimo di pubblicazioni necessario per rimanere sotto i riflettori. Ovviamente questi professionisti, che forniscono loro stessi diagnosi e cura al dottore, cercano di giustificare la validità della propria metaprogettazione, e quindi cercano continui escamotage per evolversi a poco a poco. Ma quì occorrono due precisazioni per non essere frainteso. Quando dico che alcuni architetti si affrettano a voler ricordare il loro modo, la mia critica è rivolta alla descrizione della pretestuosa metafora che dovrebbe in qualche modo giustificare le scelte compositive, dando peraltro forza al simbolico, che come sappiamo bene, è la causa di tanti mali e di tanta maniera. Anche se, ricordiamoci, rimangono pretesti. L’altro fraintendimento può nascere quando parlo di stile, o di linguaggio. Negli ultimi vent’anni infatti, grazie o per colpa di Philipp Johnson, si è iniziato a parlare di decostruttivismo anche in architettura. Anche se, anche se in ritardo e fuori luogo. In ritardo perché agli inizi degli anni ‘90 gli stessi intuitori del decostruttivismo si avevano posto l’attenzione verso altre problematiche, fuori luogo perché, tolto forse il solo Rem Koolhaas, tutti gli altri architetti che parteciparono alla ormai storica mostra del MoMa nell’89, non possono essere etichettati come decostruttivisti. Forse, una definizione più azzeccata sarebbe massimalismo. Il perchè di questo è molto semplice: in un discorso di decostruttivismo architettonico, il linguaggio non dovrebbe avere il primato su altri fattori, dato che un discorso di questo genere implica il completo sgretolarsi dello stile. Dunque, la critica in questo caso, dando un’interpretazione troppo pedante della mostra ha finito con il far confondere il comune spostamento di senso, con la sovrapposizione di senso (dunque dell’Alien). Eisenmann dunque sarebbe solo una vittima della propria ingenuità. Ingenuità che invece non colpisce invece chi si interessa a progredire verso una poetica della contraddizione. Per chi sceglie questa, strada deve essere naturale lavorare nelle aree teoriche d’interstizio, quelle coperte dall’ombra dei pieni. Stato diverso da quello di bilico (torniamo alle sfumature), pretesto e motore per nuovi ibridi.
Indagare l’attività di Nio, ricercare il suo modo, o il suo approccio con il progetto, vuol dire entrare in questo buco nero. Interstizio, Alien, Ibrido.





.°°: Delitto sul litorale

2 04 2008

Via

 

Gentile Prof. G. Muratore,

come probabilmente saprà, sono un lettore del suo blog. So che è sensibile al tema, dunque so che posso segnalarle questo delitto.

Le scrivo per annunciarle un omicidio premeditato: l’ex stabilimento balneare della Polizia di Stato sulla spiaggia di Maccarese, a Fiumicino, sta per essere giustiziato.

I lavori di demolizione sono iniziati proprio oggi. Già le cabine sono state parzialmente demolite. Bel pesce d’Aprile, vero?

Il movente? La struttura, risalente ai tardi anni ‘50, è stata inspiegabilmente abbandonata da quasi due decenni, per essere rimpiazzata da una struttura che, aggettivare come anonima sarebbe troppo cortese. La vittima designata, nonostante il degrado causato dalla sua dismissione, è in condizione di poter essere facilmente recuperata: i gusci non presentano breccie se non in alcuni pochi punti, i pilastri, alla Moretti, hanno perso quà e là intonaco e rifiniture, ma sono facilmente recuperabili, gli interni e gli infissi addirittura sono integri, se non qualche vetro rotto. Ovviamente il tempo si fa sentire, e quindi gran parte dei parapetti, gradini ed altre cose sono andati. Ma si sa, ognuno ha i suoi acciacchi…

 

 

Non c’è bisogno di sprecare molte parole per descrivere il valore dell’opera, con cui per una volta un’ente pubblico si è fatto magnate. E’ pensare che oggi si sprecano milioni per sponsorizzare opere mediocri, ma griffate. Ricordo che l’edificio ed il terreno sono di proprietà dello stato, dunque sia la costruzione del secondo stabilimento anodizzato, sia l’esecuzione capitale, sono a carico dei contribuenti. Possibile che in un paese nel quale ogni qualsiasi muro marcio debba essere conservato, quest’opera debba essere demolita senza poter far niente?