Brucia Londra!

24 02 2008
Londra futura

Mentre le città del medio oriente aperto si preparano al loro prossimo futuro petroil-less, a Londra conservatorismi d’eccezione si schierano a difesa del monumentalismo più reazionario. Non si tratta della voce di esperti che propone nuove vie ad altri tecnici, ma di una delle più importanti facce da copertine d’Inghilterra. E’ infatti recente la notizia (da The Guardian del 31 gennaio) che proprio l’erede al trono di Buckingham Palace, in occasione di un convegno della Fuondation for a Built Environment, organizzazione fondata dallo stesso Carlo, che si pone l’obiettivo di:

[...] improve the quality of people’s lives by teaching and practising timeless and ecological ways of planning, designing and building.

Intervento prevedibile quindi, soprattutto considerando che il principe di Galles era già avezzo alle invettive verso la modernità. Nel 1984 era la volta della National Gallery:

Not just one carbuncle on the face of a much loved old friend, but a positive rash of them that will disfigure precious views and disinherit future generations of Londoners.

La posizione aprioristicamente anti-moderna, come lui stesso si definisce, diventa sclerotizzante quando si va a cercare di giustificare la propria posizione sugli aspetti più squisitamente disciplinari. Ricorda Fuksas, ad un’intervista su La Repubblica, che il principe, non molti anni fa,

partecipò assieme ad alcuni grandi architetti alla progettazione di una città ideale. Il suo modello assomigliava ad una città del ‘700. Mancavano soltanto le carrozze.

Tanto per chiudere con le citazioni.

Ma se questo approccio può apparire risibile e di poca importanza se affrontato da chi con l’architettura ci lavora, questo atteggiamento è sicuramente da guardare con sospetto, dato che proprio per la sua faciloneria populista, ha facilmente il consenso mediatico. Se dunque secondo l’assioma Zeviano, alla gente non può piacere ciò che non conosce, le sperimentazioni architettoniche nelle aree urbane sono attaccate da una carica istituzionale forte, è facile capire come si creino malumori e malintesi attorno alle operazioni immobiliari di grande respiro, le quali, certamente effettuate a scopi spevulativi, si devono far carico del compito di modernizzare parti importanti di città. Invece che sparare sulla folla dei moderni, con fare aprioristico come troppo spesso, e con pochissima cognizione di causa, si fa, sarebbe forse meglio cercar di garantire il miglior risultato possibile istituendo commissioni disinteressate ai processi che monitorino questo tipo di interventi per denunciarne le irregolarità.
Non certo far le veci, discutibili, delle sovraintendenze.





Esposizione

13 02 2008

 

Il museo è un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. È aperto al pubblico e compie ricerche che riguardano le testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente; le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espone a fini di studio, educazione e diletto.

O almeno, questo è quello che ci dice Wikipedia.

Ovviamente la definizione didascalica dell’enciclopedia online è da considerarsi incompleta, se non ottocentesca. Il museo è si, o potrebbe esserlo, un’istituzione permanente, ma non so fin quanto senza scopo di lucro, o che compie ricerche. La sempre crescente volontà da parte degli artisti di abbandonare le istituzioni museali e gallerie, viste non più come sede di testimonianze materiali ect, ma come il luogo di un consumo ed acritica passività da parte della fruizione dell’arte stessa, buypassando ogni qualsiasi intenzione speculativa,di ricerca , o didattica che sia. Così, passate le inibizioni modaiole di una gran parte di artisti, entra in gioco una nuova sensibilità, forse con un sottofondo d’intento sociale, che vede il museo, non tanto come un’istituzione da combattere, ma semplicemente da ignorare. Se consideriamo però il luogo nel quale l’opera, qualunque esso sia, semantico o cosa, si colloca, possiamo trovare proprio in questo contesto il museo (personalissimo) dove fruire l’opera stessa. Dalla net art, delocalizzata e quindi facente parte di un museo identificato unicamente da un indirizzo, alla performing art, dove è la location ad essere un estemporaneo luogo espositivo, la scolastica impostazione di Wikipedia viene recuperata, depurando il concetto dalla sua faziosa istituzionalità.

Non solo la pratica artistica vive questa sorta di malcontento, o semplicemente disinteresse, come dimostra Jean Clair, autore del testo Malaise dans les musée. Nell’intervista riportata sulla pagina culturale de “la Repubblica”, di Fabio Gambaro, Jean Clair mette ben in chiaro il contenuto del suo libro:

“La deriva mercantile trasforma l’arte in spettacolo e i musei in Luna Park”;

“A Bilbao il pubblico va a vedere l’edificio molto ben firmato e ignora le opere”;

e ancora “Il mercato crea il valore delle opere e i giudizi della critica sono ininfluenti”.

Nonostante l’ovvietà del critico francese, questo è una buona sintesi di un atteggiamento che sembra essere il preludio di un enorme cambiamento. Cambiamento che si persegue anche, e soprattutto nella rete. Dalla citata net-art, il cui dislocamento non è però conseguenza di una riflessione simili a quella di Jean Clair, alle esposizioni su SecondLife, dove allestimenti e padiglioni vengono montati e smontati nei più svariati angoli dell’arcipelago Linden, la deriva antimuseale sembra poter offrire incredibili spunti anche per quanto riguarda la riflessione transarchitettonica. Certamente sarà anche stimolante per gli artisti andare a sfidare i limiti degli edifici virtuali sviluppati, così come oggi stesso molti di questi stanno già sfruttando al massimo le potenzialità della rete. Come ad esempio Emanuele Sbardella, autore del progetto NoMA_Not Museum of Art, dove interessandosi più che altro all’aneddoto che all’opera in se, trova in un blog lo strumento perfetto per poter esprimere il suo lavoro. Dunque, non un piegare lo strumento alla propria necessità, o viceversa fare ciò che lo strumento ci offre, ma incastonare le proprie intenzioni in un continuum organico con quello che è l’appendice espositiva del proprio operato. Così come l’artista del caso evapora nella relazione, così la sua vetrina è soggetta ad ampliamenti continui, magari non seguiti dal suo direttore/artista/curatore. Unico vincolo? Il tema, ovviamente. Ma credo che in un’ottica di allontanamento dalla gerarchia generalista, questo non può che essere considerato come un risultato ottenuto.

NoMA




Turismo OnDemand

10 02 2008

Lo spirito edonistico della società contemporanea spinge sempre di più verso una riflessione da parte degli architetti sul ruolo assunto da quei luoghi che, per vocazione o per scelta, saranno destinati alla speculazione turistica. Potrà essere certamente uno spunto interessante per i progettisti immaginarsi soluzioni innovative per poter far tirare il più possibile questo o quel sito. Non è però del tutto escluso che qualcuno possa pensare di aprire la stagione di un turismo virtuale. Ma si sà: certe località è meglio visitarle con qualcuno del luogo…

gaddo

 

PEJA:

Hei amico

 

Gaddo Aabye:

Ciao

 

PEJA:

Da quanto tempo…

 

Gaddo Aabye:

Eh già… tanto tempo che non ti vedo, ehm, leggo… E neppure Mez: in un mese l’avrò vista una volta!

 

PEJA:

Bhè, io ho moltissimo da fare di questi giorni, immagino anche lei, ad ogni modo forse sabato c’è una riunione tra qualche transumanista in Second Life. Sarà interessante, anche perché sta diventando l’unico modo per poter discutere ormai. Ci sarai?

 

Gaddo Aabye:

Dove e a che ora?

 

PEJA:

In realtà non lo so, speravo lo sapessi tu…

 

Gaddo Aabye:

No, purtroppo.

 

PEJA:

Magnifico!

 

Gaddo Aabye:

In realtà ora non avrei nemmeno niente da mettermi, grossi problemi: il mio inventory è vuoto… Potrei morire! Ormai era come se fossero oggetti realmente miei, ma tant’è…

 

PEJA:

Non so che dirti, io non ho molti feticci, ma penso di capire che provi…

 

Gaddo Aabye:

Cosa ci vuoi fare… Ad ogni modo sono felice di averti incontrato: ti va di vedere qualche mondo virtuale veramente alternativo?

 

PEJA:

C’è bisogno di chiederlo?

 

Gaddo Aabye:

Ok …aspetta cerco il luogo e ti mando il TelePort

 

PEJA:

A si, i TelePort… Mi ero scordato che il concetto di Link in SecondLife è riferito ad un teletrasporto, come se fosse, invece che l’ambiente ad essere scaricato e visualizzato sul tuo computer, il tuo avatar a spostarsi da un luogo all’altro del/dei server…

 

Gaddo Aabye:

Bhè, tu visualizzi il viaggio del tuo avatar, il suo movimento… Cerca di seguirmi…

 

PEJA:

Che caos! Però è interessante questo posto… Mi ricorda molto Star Trek

 

Gaddo Aabye:

Si ma non hai visto ancora una cosa pazzesca, vieni?

 

PEJA:

Sono qui davanti a te, non mi vedi?

 

Gaddo Aabye:

Strano, no!

 

PEJA:

Sono dentro questo corridoio blu insieme a te

 

Gaddo Aabye:

Ok, andiamo giù!

 

PEJA:

Ci sono…

 

Gaddo Aabye:

Ok ti vedo adesso, volevo farti vedere questa cosa: qui sembra ci siano esperimenti da fare…

 

PEJA:

Tipo?

 

Gaddo Aabye:

Sembrano aver a che fare con il sesso, o comunque con qualche genere di perversione…

 

PEJA:

Non trovo contraddizioni nel fatto che ques

ta sperimentazione venga pensata anche per la rete, dopo tutto in SecondLife ci sono molte persone che sono iscritte solo per curiosare tra le aree vietate ai minorenni…

 

Gaddo Aabye:

E’ vero! A proposito, ora che mi ci fai pensare ti porto in un altro luogo, aspetta che ti TelePorto… Bene: questa e’ la stanza dell’inseminazione!

 

PEJA:

Bé, anche qui tutto a tema fantascientifico… S

embra progettato da Giger

 

Gaddo Aabye:

Si, è vero! Sinceramente a me piace molto, credo che chi l’ha costruito sia molto bravo…

 

PEJA: Lo penso anche io, anche se di solito trov

o stucchevoli questo tipo di cose se tirate alla lunga… Sai, dopo febbraio mi metterò a costruire qualche cosa di questo tipo in SL, ovviamente non con questo linguaggio

 

Gaddo Aabye:

Non ti piace? Allora ti porto da un’altra parte. Sei stato a shinda?

 

PEJA:

Shinda è il bazar, vero?

 

Gaddo Aabye:

No e’ quel posto dove fai Tai Chi con i pianeti e le stelle intorno… Ma prima te ne faccio vedere un’altra: ne ho ancora qualcuna da non perdere!

 

PEJA:

Perfetto, era proprio quello che volevo sentirmi dire, o meglio leggere…

 

 

Gaddo Aabye:

Ci sei?

 

PEJA:

Si… Che bei colori!

 

Gaddo Aabye:

Spero di trovare degli alberi blu, sono disegnati benissimo

 

PEJA:

Per me sarà difficile, mi sono perso. Qualsiasi cosa voglia dire perdersi in un luogo astratto. Ad ogni modo ho perso l’orientamento. Ecco, così suona meglio, perdere l’orientamento… Sembra qualcosa che ha a che fare con i sensi più che con il perdersi fisico. Come distrarsi insomma…

 

Gaddo Aabye:

Io invece mi sono proprio perso!!!

 

PEJA:

Eh eh… Comunque bellissimo qui… sembra un sogno psi

chedelico anni ‘60! A proposito, tu prima parlavi dipendenza… In che senso? Cioè, credi di essere dipendente?

 

Gaddo Aabye:

Sai e’ come chiedere a un drogato se si sente dipendente o chiedere al medico cosa e’ la dipendenza.. Sono due punti di vista diversi, a te quale interessa?

 

PEJA:

In realtà il tuo: Tu, come utente! Cioè, non credo che tu sia un caso umano, è la contemporaneità che ti suggerisce certe cose. Pensa che 500 anni fa la gente passava lo stesso tempo che tu passi su SecondLife in chiesa… Sono due life style diversi, però tu hai detto che ti senti dipendente! questa cosa a me interessa.

 

Gaddo Aabye:

Non credo in chiesa, passavano più’ tempo sui libri, statici. Dinamici per la fantasia, ma statici.

 

PEJA:

Non tutti leggevano però, anzi…

 

Gaddo Aabye:

Oh si, hai ragione! Allora in chiesa e a raccontarsi storie fantastiche! Allora dici che non e’ cambiato nulla?

 

PEJA:

Qui le crei le tue storie fantastiche

 

Gaddo Aabye:

Bhé, vivi anche quelle degli altri, come questa blu!

 

PEJA:

E’ vero, hai ragione… C’è molta passività.

 

Gaddo Aabye:

Qualcuno crea un luogo e li altre persone vivono le loro esperienze… Se dovessi creare un edificio qui sarebbe diverso se lo creassi dove eravamo prima!

 

PEJA:

Già… non credi che sia una cosa estremamente stimola

nte?

 

Gaddo Aabye:

Io credo di si, sono stimolato come da un contesto urbano! Le motivazioni del progetto, se vengono da fuori, sono determinanti!

 

PEJA:

Bravo! L’esempio è calzantissimo, e questo tema a me interessa molto. Cioè il come e i modi in cui il digitale influenza l’architettura, e non solo ovviamente…

 

Gaddo Aabye: cosa intendi con digitale?

PEJA:

Ottima domanda anche se non proprio semplice… Ma ci proviamo a rispondere per lo meno dandoti il mio punto di vista, ossia quello di un progettista del virtuale. Ci sono due livelli per cui il digitale, (non il virtuale) può interessarci come progettisti: una ha a che fare con la produzione, l’altra con la fruizione fruizione. Per quanto riguarda la fruizione, noi dobbiamo pensare a come la nuova fruizione possa “formare” la cosa che noi stiamo progettando. È un discorso quasi funzionalista… Sta a noi trovarne la poetica! Dal punto di vista della produzione, noi ci fermiamo ovviamente all’uso di software o produzione di script o nei migliori dei casi piccoli plug in… Dunque una volta capito che cosa il software può darci, noi decidiamo cosa possiamo farne! Ecco: credo sia una buona sintesi detta cosi

 

Gaddo Aabye:

Per software intendi specifico di progettazione architettonica (casa) o di mondi virtuali?

 

PEJA:

Qualsiasi: era un discorso generico!

 

Gaddo Aabye:

Sai non credo che si possa più parlare di edifici e di architettura, nel momento in cui possiamo realmente immergersi in un ambiente come questo, chi vuole ancora essere rinchiuso nelle scatole come l’uomo primitivo?

 

PEJA:

Qualcuno ha parlato di transarchitettura per riferirsi alla deriva digitale dell’architettura, o meglio per descrivere l’architettura della transmodernità… Ma sai, io credo una cosa: noi abbiamo una formazione che privilegia la gestione di spazi, nel momento in cui lo spazio entra nel web, la nostra formazione deve in qualche modo adeguarsi, anche perché, in fin dei conti, è una competenza richiesta. Questo è molto stimolante perché i bisogni sono nuovi, cosi come i limiti: se nella architettura reale dobbiamo calcolare il sigma ammissibile di un pilastro, ora c’è da capire se uno script funziona o no

 

Gaddo Aabye:

Esattamente! Pero’ il nostro computer e’ in una casa, su un tavolo grazie al sigma!

 

PEJA:

Infatti io non credo che la nostra figura scomparirà: si sovrapporrà! Avremmo competenze in più, e quello che faremo nel virtuale avrà certamente influenze nel reale!

 

Gaddo Aabye:

Io sto ancora valutando l’impatto che ha avuto il virtuale sulla mia vita: mezzo cervello quando sono in RL pensa i problemi che sono qui in SL…

 

PEJA:

Di questo gli architetti dovranno tenerne conto.. pensa quando saranno commercializzate altre device che saranno più simili a delle retine che a degli schermi! Oppure pensa a quando ci sarà un contatto diretto tipo eXistence tra realtà virtuale e realtà mentale… Il coinvolgimento sarà totale… e saltare da una dimensione all’altra sarà come uscire a prendere un caff

è, in fin dei conti è di creare nuove abitudini che si parla!

 

Gaddo Aabye:

Sai, la telefonia ci sta andando vicinissimo: adesso in Cina e Giappone sei connesso 24 ore al web dal cellulare! Lo apri e vedi SL, skype, messenger, il nostro cervello verra’ messo a dura prova… A volte penso al film MATRIX: siamo cosi vicini!

 

Gaddo Aabye:

Emmanuele…

 

PEJA:

Si?

 

Gaddo Aabye:

E’ tardi e domani devo lavorare ed alzarmi presto…

 

PEJA:

Tu o Gaddo Aabye?

 

 

screen 1




Il quarto asse

5 02 2008

Se si deve parlare di rete, è bene che lo si faccia in rete, con gli strumenti che vengono offerti dalla rete. Non sono mai stato un tecnofanatico, anzi, considero sempre l’uomo il centro delle mie azioni. Ma questo non vuol dire che sia ridondante discutere di alcuni problemi riguardanti il wired all’interno del wired, con gli strumenti del wired, con abitanti del wired.

 

 

 

 

 

 

PEJA scrive:

Carissimo

0ss1m0r0 scrive:

Ciao Emanuele

PEJA scrive:

Senti, sai che l’installazione di cui mi hai accennato? Mi incuriosisce, perchè non me ne parli meglio…

0ss1m0r0 scrive:

Beh, è ancora in fieri… Sai ho 8 esami tra meno di un mese…

PEJA scrive:

Bene, allora ti sto rubando un mucchio di tempo

0ss1m0r0 scrive:

Non è un problema, anzi è un piacere! Tanto sono un po’ di sabati che non esco per studiare

PEJA scrive:

Dillo a me…

0ss1m0r0 scrive:

C’è la rete, non serve uscire

PEJA scrive:

Beh, sembra che sia un trend in crescita questo…

0ss1m0r0 scrive:

In forte crescita! Poi se l’adsl è arrivato pure in un posto sperduto come casa mia…

PEJA scrive:

Bhè, l’allargamento della banda è stato un passo fondamentale… Anche perchè l’unico modo di far girare vrml in rete è la rete veloce! Nemmeno i contenuti flash o altri oggetti interattivi potrebbero essere stati sviluppati e distribuiti, se consideri che solo qualche anno fa si andava a 56 kb e per scaricare un MP3 ci volevano ore…

0ss1m0r0 scrive:

Ricordo le prime connessioni a Napster col PSTN, ora sta cambiando tutto

PEJA scrive:

Si… però ha un pò del romantico vedere oggi, in dietro di soli 5 o 6 anni…

0ss1m0r0 scrive:

E l’acelerazione è esponenziale!

PEJA scrive:

Assolutamente, tra l’altro io credo, anzi sono convinto, che sia possibile storicizzare l’evoluzione già ora…

0ss1m0r0 scrive:

Anche secondo me è così, visto il rapido evolvere degli eventi!

PEJA scrive:

Già.. sai che esistono blog il cui unico topic è una cronaca continua di alcune isole di second life? Se esiste questa volontà così forte in un mondo che per definizione è in contuo mutamento, pensa nel più statico web… Ad esempio, conosci mondi attivi?

0ss1m0r0 scrive:

No, ci ho fatto solo un rapido giro un anno fa…ma passero’ la mia estate su SL…ci vedremo, spero…

PEJA scrive:

Bhè, credo di si: come avrai potuto leggere dal mio blog non simpatizzo eccessivamente per second life, ma ad oggi è l’unico modo di pensare/fare una buona transarchitettura senza il rischio di perderci degli anni soltanto a programmare. sono diversi mesi che sto facendo ricerca sui vrml e i vr a 360°, ma ci sono grossi limiti di interattività, o meglio devi scrivere tutti i comandi della tastiera e associarli delle azioni… Con SL il fatto che molte azioni dell’avatar sono date dal programma semplifica tutto

0ss1m0r0 scrive:

Si possono importare modelli realizzati con CAD commerciali?

 

PEJA scrive:

Si, da blender

0ss1m0r0 scrive:

ah da blender…blender legge il dxf mi pare

PEJA scrive:

Quel programma è pazzesco, e perfetto, ed è gratis!

0ss1m0r0 scrive:

si si Opensource

PEJA scrive:

già, e questo permette che chiunque voglia cambiarne un pezzo lo può fare… Così un gruppo di programmatori feticisti di sl hanno creato un plug in che permette di creare modelli esportabili non solo in sl, ma anche in altri mondi virtuali

0ss1m0r0 scrive:

interessante

PEJA scrive:

comunque, la mia critica a sl non è tanto nella struttura, ma nel fatto che la sua distribuzione in qualche modo ha corrotto la possibilità di far evolvere un linguaggio proprio, cosa che era quasi naturale avvenisse

0ss1m0r0 scrive:

in che senso intendi “linguaggio proprio”?

PEJA scrive:

bhè, io credo molto, come ho visto anche tu, nel fatto che l’evoluzione tecnica stimola la nascita di certi linguaggi… in arte, letturatura, architettura…

0ss1m0r0 scrive:

  In senso esteso, sì! sarà un serbatoio di idee molto fecondo

PEJA scrive:

si, ma ancora non lo è… purtroppo non c’è una educazione alle culture digitali, viene visto troppo come uno svago, e dunque lo si vive nell’indifferenza, o meglio, lo si subisce

0ss1m0r0 scrive:

il digitale avrà uno sviluppo sempre più esteso, nella nostra vita. E’ il futuro.

PEJA scrive:

si, ma sta a noi, ora, indirizzarlo verso queste o quelle direzioni, non credi? cioè, dobbiamo aver occhio molto critico dato che quello che si fa in un periodo è la base del successivo…

0ss1m0r0 scrive:

è di fondamentale importanza la sperimentazione, in questo campo più che in altri, visto che è in rapido sviluppo

PEJA scrive:

Già… tra l’altro questo è un campo che quasi richiama su di se questa volontà alla sperimentazione, anche per quanto riguarda il concetto di protesi come quell’artista su cui hai dedicato un post Marcel Li…

0ss1m0r0 scrive:

E’ una persona eccezionale: ci ha illustrato in un seminario non solo i principi della sua arte… Ma ha fatto precedere a questo intervento uno sguardo (suo) su come le tecniche genetiche cambieranno la nostra vita.

PEJA scrive:

E quale sarebbe questo sguardo?

0ss1m0r0 scrive:

La possibilità di modificare il proprio corpo, di interconnettersi ad altri individui con interfacce neurali, di scegliersi l’aspetto che più piace e di costruire così il proprio fisico senza interventi chirurgici ma con tecniche geniche, di estendere i sensi con aggiunte tecnologiche o biologiche…

PEJA scrive:

Questa è una cosa che interesserebbe molto i transumanisti… soprattutto il concetto dell’estensione dei sensi e l’interconnessione uomo/macchina

0ss1m0r0 scrive:

Succederà… Per questo mi affascina l’idea di esplorare questi linguaggi letterrialmente

PEJA scrive:

Avevo immaginato questa tua fissa… ma sai, a volte mi viene difficile pensare ad una predisposizione letteraria al tema… la vedo più sotto il punto di vista filosofico o figurativo, per quanto riguarda il campo umanistico…

0ss1m0r0 scrive:

Io lo faccio soprattutto perchè mi piace, che piaccia agli altri è un riflesso secondario

PEJA scrive:

Credo sia fondamentale… Ma come credi possa evolvere?

0ss1m0r0 scrive:

Intendi il mio linguaggio?

PEJA scrive:

Si

0ss1m0r0 scrive:

In questo periodo ho sperimantrato due innovazioni, la prima la chiamo metapoesia: poesie con link ipertestuali all’interno, commmistione di testo e immagini… Ma non è detto che i link non possano puntare a qualsiasi altro contenuto…ci lavorerò su con magiore calma! La seconda sperimentazione è l’introduzione di una sorta di crittografia in poesia, ad esempio, questa: http://apolide.wordpress.com/2008/01/27/diapason/ … E’ mia e di Lamia, in chiusa ci sono versi crittografati

PEJA scrive:

Si, mi ricordo che mi aveva interessato il gradiente che andava dai colori vivi dei primi versi, temi/parole compresi, verso una sfumatura sempre più dai toni silicei, fino a sfaldarsi in puro lettering… Mi interessava perchè in qualche modo mi ricorda il paroliberismo futurista, dove le lettere venivano prese per quello che esteticamente sono. Dunque una O o uno 0, erano la stessa cosa: un cerchio, ed in un qualche senso il net ha più di una connessione con il futurismo. Gli stessi transumanisti italiani si sentono parecchio marinettiani…

0ss1m0r0 scrive:

La poesia sonora futurista è interessante come linea di ricerca… Il senso non è più semantico, ma onomatopeico. Il net ha una architettura polistellare, quindi più complessa della geometria circolare, ma potremmo intenderla come un cerchio, in cui tutti i punti sono interconnessi e creano una forma piena… Sai ci sono delle mappe del web

PEJA scrive:

si! ci sono addirittura dei software che le calcolano

0ss1m0r0 scrive:

le routes…

PEJA scrive:

Mi è nuova la metafora del cerchio… sono sempre stato abituato alla solita “sinapsi”!

0ss1m0r0 scrive:

Rende meglio l’idea…Volevo sottolineare comunque la densità delle interconnessioni, poi comunque un modello come quello neurale è sicuramente più utile… Ed è anche una bella metafora… Volevo farti a questo punto una domanda

PEJA scrive:

spara

0ss1m0r0 scrive:

secondo te, che senso potrebbe avere progettare su SL, visto che è un mondo virtuale e quindi la necessità di un riparo è assente? Questo, in merito alla mia poesia…

PEJA scrive:

Bene, io credo che questa sia una domanda molto importante… Allora, io sono convinto di una cosa: l’architettura digitale, dopo un bel periodo di rodaggio, si è un pò fermata. Questo perchè gli mancava semplicemente una cosa: un perché! Non aveva un gran senso di per se, come dici tu, non serve un riparo, ma se ci pensi, nemmeno un blog ha bisogno di una grafica accattivante… Forse l’esempio è fuorviante, non intendo la transarchitettura semplicemente come un modo più figo per fruire i dati… Anche il termine telepresenza è riduttivo

0ss1m0r0 scrive:

Intendi una maniera di reinterpretare il reale in modo diverso?

PEJA scrive:

Allora, l’obiettivo della transarchitettura è permettere di poter offrire la possibilità di fruire diversi dati

0ss1m0r0 scrive:

!uali?

PEJA scrive:

Ad esempio applicazioni condivise e fruibili in tempo reale, o che ne so, sistemi di tag intrecciati che non si potrebbero vedere in due dimensioni…

0ss1m0r0 scrive:

Vorrei capire meglio, anche se sono architetto non capisco cosa intendi…

PEJA scrive:

bene, facciamo un esempio: immaginati come immagine spaziale tante “bolle” intrecciate tra loro… come insomma dei neuroni

0ss1m0r0 scrive:

Come un metaspazio in cui è possibile raggiungere luoghi interconnessi da link?

PEJA scrive:

Si, ci siamo… Ok, ora immagina che ognuno di quelle “bolle” è un luogo nel web, dove ogni interrelazione rappresenta la visualizzazione di un collegamento tipo link, come hai detto tu…

0ss1m0r0 scrive:

E magari distanti, o con (penso a hipercube) con leggi fisiche differenti, con spazio, tempo e gravità differentemente orientati?

PEJA scrive:

Si! Dovresti vederti un progetto di Marcos Novak… E’ una transarchitettura pensata in 4 dimensioni, quindi 4 assi, che si modifica in base all’utenza che fruisce dello spazio… Si chiama ie4d

0ss1m0r0 scrive:

Molto interessante

PEJA scrive:

Già… queste immagini sfidano in qualche modo ogni tipo di percezione, in un modo che probabilmente nemmeno escher si sarebbe mai potuto immaginare

0ss1m0r0 scrive:

Sai, stavo pensando proprio a questo…

PEJA scrive:

Il controllo sullo spazio è così pieno da riuscire a piegare il concetto di asse cartesiano ai propri scopi

0ss1m0r0 scrive:

Secondo me dobbiamo solo abituarci a “vedere” oltre le 3+1, finio all’undicesima dimensione… La supergravità ne parla

PEJA scrive:

Stai aprendo un argomento che secondo me è cruciale all’interno del dibattito sulla transarchitettura

0ss1m0r0 scrive:

L’ho trattato anche in poesia, sai?

PEJA scrive:

wow, link’it

0ss1m0r0 scrive:

qui: http://apolide.wordpress.com/2007/10/17/bolle/

PEJA scrive:

Ehi, lo sai? Ho sempre notato questa volontà evocativa verso lo spazio. Non so perchè, ma ti vedo molto affascinato dai racconti di Gibson

0ss1m0r0 scrive:

Parli di un mostro sacro, per me

PEJA scrive:

Lo credo bene, anzi sai che ti dico? non è che per caso Novak non si sia proprio ispirato all’attacco a Villa Starlight?

 

 





La fine del Foro

3 02 2008

In Italia si sà, è sempre stato diffile mettere daccordo le parti. Dagli scontri preorganizzati nelle sale dei bottoni dei nostri politici, alle polverose diatribe accademiche tra reazionari e progressisti. In fin dei conti è la nazione che ha fatto convivere Croce e Marinetti, o meglio nel nostro caso, Piacentini e Terragni. Come al solito, quando queste contraddizioni emergono non si può non assistere al dibattito che si viene a creare, che si sia schierati o no. Si vengono a creare intere platee, contemporanee o postere che sia, che entrano subito in empatia con le bandiere di questi schieramenti agli estremi. Interi diari di aneddoti tessono una rete di relazioni così ricco da giustificare a volte un campo di studi. Ma se questo eterno bipolarismo porta sensaltro con se il seme dello sviluppo di una coscienza critica, d’altra parte gli ostracismi del pensiero debole formano una diga che via via negli ultimi anni si sta rivelando sempre più resistente. Ne è un esempio una consistente parte delle attività svolte dall’associazione Italia Nostra, dedita a

Suscitare il più vivo interesse e promuovere azioni per la tutela, la conservazione e la valorizzazione dei beni culturali, dell’ambiente, del paesaggio urbano, rurale e naturale, dei monumenti, dei centri storici e della qualità della vita.

Non sembra dunque poi così strano che si sia aperta una così dura battaglia contro la costruzione dell’auditorium che Oscar Niemayer aveva progettato per Ravello. Già dall’incredibile inclusivismo del primo punto dello statuto infatti, traspare la volontà di muserificare l’intero territorio, dando per scontato che l’identità dei luoghi non sia una cosa determinata a modificarsi nel tempo. Così, come la città di Ravello, la quale è bene ricordare che basa il suo turismo non sul paesaggio ma sul suo festival della musica, è stata quasi costretta a rinunciare alla sua nuova struttura, ora ad essere attaccata è la gestione del Foro Italiaco, cittadella dello sport di Roma costruita per dotare la capitale di una grande infrastruttura olimpionica. Il Foro, caduto in disgrazia nel dopoguerra, essendo nato per volontà del fascismo, torna a rivivere nel ‘60 grazie alla costruzione dello stadio Olimpico. Dunque, anche se non sarebbe nemmeno il caso di dirlo, dato che si tratta di una pratica quasi di routine, il mezzo con il quale si è riportata alla vita l’area sportiva più grande di Roma è stata proprio la costruzione di una nuova grande infrastruttura che potesse funzionare immediatamente come polo attrattore. E’ molto semplice: se un’area non ha fruitore, degrada. Italia Nostra ha ragione a denunciare la fatiscenza a cui è estinata gran parte del complesso, ma commette una grave ingenuità nella sua forte critica della trasformazione ed ulteriore ampliamento programmato, soprattutto se si considera il fatto che uno degli obiettivi di questa retroguardia è stimolare l’applicazione delle leggi di tutela e promuovere l’intervento dei poteri pubblici allo scopo di evitare le manomissioni del patrimonio storico, artistico ed ambientale del Paese e di assicurarne il corretto uso e l’adeguata fruizione. Punto su cui c’è molto da riflettere, dato che non vedo come una adeguata fruizione possa essere perseguita senza evitare manomissoni.





.:: Un minuscolo, prossimo, futuro

2 02 2008

Se è vero che esistono in architettura delle correnti d’avanguardia, destinate a diventare entro breve termine trincee reazionarie, è vero anche che in silenzio, lontano dai riflettori, in ogni periodo storico, le alcove della ricerca tecnologica ospitano una volontà di ricerca frenetica verso un qualcosa di radicalmente nuovo. Non si tratta di rifondare l’architettura secondo nuovi canoni, sia che essi siano estetici, funzionali o costruttivi, ma di aprire la strada a intere nuove discipline, per quanto il sono ampie le prospettive offerte.

Questa non è una semplice speculazione teorica, ma un dato di fatto difficilmente confutabile. Anche attraverso una lettura superficiale della storia dell’architettura è possibile trovare casi studio. Uno su tutti, il Plan Cerdà di Barcellona, dove la conoscenza profonda dello stato dell’arte dell’ingegneria impiantistica ha permesso un approccio al problema della città basato su una concezione fino allora sconosciuta in quell’ambito.

Viene Fondata l’urbanistica.

Così, come nella metà dell’ottocento era la rete fognaria a generare il reticolo stradale, poi divenuto uno dei cardini dell’avanguardia razionalista, così nel del ‘900, sperimentazioni sempre più folli si sono susseguite in attesa di trasformarsi in ben altro. Dal futurismo al megastrutturalismo, dall’archilogismo soleriano alla transarchitettura, la volontà di rivendicare una propria identità al di fuori della disciplina madre è così forte da mettere in imbarazzo la maggior parte della critica, che non sapendo di che si va a parlare, ed essendo costretta a recensire il fenomeno, improvvisa discorsi intavolati già in altre sede con ben maggior cognizione di causa. Trattandosi di critica applicabile al singolo caso, di solito, il massimo che si riesce a fare, è quello di riuscire a usare un linguaggio fortemente evocativo per cercar di far intuire ciò di cui si sta parlando. Ma la palese mancanza di competenze emerge. Se l’assunto di ogni protoavanguardia può essere:

Il miglior architetto è il miglior tecnologo;

Possiamo anche affermare che:

Il miglior critico è il miglior scienziato;

Dal convergere di architettura ed aree tecnologiche che si vanno ad abbracciare nel caso, nasce un (realmente) nuovo modo di concepire il fare architettonico. Dunque, se è vero dalla fusione di ingegneria impiantistica ed architettura nasce la pianificazione l’urbanistica, punta di diamante di quello che sarà poi il razionalismo, possiamo in maniera molto spicciola dire che dagli studi sull’ingegneria elettromeccanica ed aereospaziale nasce il megastrutturalismo di matrice Europeo, i quali studi sono ora la base della nascente SpaceDesign.

Questo potrebbe far pensare che oggi stiano nascendo i semi di quello che in breve tempo potrebbe essere la normalità.
Continuando a considerare l’altro l’assurdo assioma, ogni area tecnologica genera una propria protoavanguardia, possiamo chiederci a cosa si stia lavorando oggi, dato per assodato che la l’ingegneria informatica in combo con la robotica, l’ingegneria genetica correlata alle nanotecnologie sono le superfetazioni appena aggiunte. Se è vero il primo matrimonio ha già dato alla luce una ancora immatura transarchitettura, non possiamo essere certi che i novelli siano ugualmente fertili.

Ma se non si è ancora affermato un movimento Nano, questo non vuol dire che nessun progettista abbia iniziato a sondare questa strada.

Quali sono le possibilità che questa tecnologie mi offre? Come posso piegarle alle mie intenzioni?

ed ancora: Quali implicazioni formali comporta?

Sono queste le domande che John M. Johansen si pone guardando ad un futuro che è ormai prossimo (perdonatemi la frase fatta, ma è così: è un futuro alle porte!). Sembra quasi una logica conclusione di un percorso, quella di Johansen, dopo essere stato tra i precursori dell’informale, con la Spray House e il Oklahoma Theatre Center, quella di cercar di capire come un’architettura possa essere progettata come un essere vivente, dai singoli materiali, alla sua costruzione/crescita. Lui stesso parla di Morfabilità, ossia la capacità di un edificio di mutare conformazione a seconda dei bisogni specifici. Il tradizionale elaborato esecutivo in questo caso perde senso. Dunque, non più dettagli tecnici di nodi e giunzioni, ma un codice genetico che rimpiazzerà ogni specifica. Gli architetti inizieranno dallo schizzo progettuale, o dalla modellazione, per poi rendere ingegnerizzabile il tutto. Poi, si procederà con la modellazione molecolare, ed infine convertito in codice.
La fattibilità ovviamente è il nodo della questione, ma a pensarci bene, non è uno dei compiti dell’architetto quello di anticipare e preparare a questo tipo di tecnologie?

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