.:: La Transarchitettura è morta?_

29 01 2008

Tra la fine degli anni ‘90 e l’inizio del nuovo millennio, un vasto numero di critici, teorici e progettisti, iniziavano a discutere sul ruolo che avrebbe dovuto occupare l’architettura in una nuova contestualizzazione del cyberspazio. Quasi senza un progetto iniziale, partirono parallelamente tutta una serie di iniziative che avevano come unico tema quello del virtuale. Conferenze, mostre, libri, traduzioni di testi chiave ed altro. Qualsiasi cosa avesse a che vedere con il tema veniva inserito nel programma. Non importa se si trattasse di visioni contro, spettacoli musicali, perfomance, l’importante era partecipare a quella che doveva sembrare l’inizio di una vera e propria stagione culturale italiana.
Ma ad un certo punto, il ritmo di questo manifestarsi d’interesse inizia man mano ad affievolirsi, tanto da far quasi sparire le tracce del dibattito nelle riviste.
Questo perchè?

A quanto pare, nel periodo trascorso tra il 2001 ed il biennio 2005/06 tutta una serie di concause fecero si che l’attenzione degli studiosi si spostasse da tutt’altra parte. L’attacco alle Torri Gemelle, il consolidarsi dell’Unione Europea, il crescente interesse da parte dei media sul tema della sostenibilità ambientale, con la conseguente rivalutazione delle pratiche glocal, fece sì che le difficili astrazioni ed i filosofeggiamenti della maggior parte dei teorici italiani ebbero una grossa svalutazione in termini di popolarità.

Ma questo rallentamento fuori dai confini nazionali non si è verificato. Anzi, quello che agli inizi era nata come una semplice speculazione puramente estetica, inizia ad avere le prime applicazioni funzionali, anche se per ora unicamente a fini ludici e promozionali.
Ciò che era già stato tentato senza successo, la messa in rete di una vera e propria architettura che rispondesse a criteri derivati da un’estetica del virtuale, oggi è facilmente attuabile grazie alla diffusione della banda larga e degli sviluppi dell’ingegneria informatica in campo telematico. Addirittura, superato la prima fase di approccio del web 2.0, si sta ora tentando di sperimentare la possibilità di poter utilizzare software condivisi, online, in tempo reale con altri utenti.
Second Life, in questo, può essere considerata come l’esperienza ad oggi più rappresentativa di questa tendenza. Non si sta parlando di condividere dei file che verranno modificati dai diversi utenti in tempi diversi e senza accordo, ma di un vero e proprio spalleggiarsi in tempo reale nella modifica e creazione di file, utilizzando non necessariamente lo stesso software, vedendo addirittura il cursore del collega estemporaneo muoversi affianco al nostro.
Se il concetto che poteva riassumere il Web 2.0 era riferita alle tecnologie che permettono ai dati di diventare indipendenti dalla persona che li produce o dal sito in cui vengono creati, questo nuovo approccio, che non sostituisce, ma si integra al precedente, quasi ne fosse parte, fa capo ad un fare collettivo che ha quasi dell’artigianale.
Approccio questo nato, non a caso, da un’idea di due Transarchitetti, Hani Rashid e Lise Anne Couture, autori delle prime transarchitetture commissionate. Tra le più importanti, certamente da segnalare il NYSE, il corrispettivo transarchitettonico del fisico Wall Street, pensato come la trasposizione visuale dei dati degli andamenti azionari. Sorpassando sulle conseguenze teoriche che potrebbe avere questa operazione di meta-virtualizzazione (rendere virtuale quello che già lo è), la spettacolare proposta del duo degli Asymptote non potè essere realizzata: difatti il NYSE non riusciva ad essere caricato correttamente dagli allora lentissimi server. A distanza di quasi dieci anni però le intenzioni iniziali vengono riprese in considerazioni, tanto da diventare simbolo, in questa personalissima sede, del prossimo futuro trend.

Il progetto fu abbandonato, ma resta oggi, più che un punto di riferimento, una motivazione per i teorici nostrani a riprendere la ricerca, in vista di una ridiscussione teorica di un obiettivo per l’architettura digitale, intesa ora (nuovamente) non come seppur stimolante scavo archeologico tra infiniti aneddoti compositivi, ma come una nuova tipologia edilizia. La sfida è stata lanciata, occorre a noi raccoglierla.

 

 





.:: Malintesi e contraddizioni nell’AV_ Architettura Virtuale

27 01 2008

Tra i molti malintesi che riguardano quello che viene chiamata, il più delle volte impropriamente, architettura virtuale, vi è sicuramente quello della definizione del ruolo del computer all’interno del processo edilizio. Sia da chiarire una cosa: per architettura virtuale si ha da intendere unicamente l’architettura del cyberspazio, ossia che vive della fruizione mediante un qualsiasi tipo di device. Purtroppo questa definizione non è universalmente accettata, e spesso l’architettura informatizzata viene denominata con l’appellativo virtuale, creando solo confusione. Un pò per ignoranza di certa parte della critica, un pò per una consolidata, sbagliata, abitudine, quest’appellativo è ormai entrato nel glossario addirittura dei teorici, trasformando quello che era un semplice equivoco, tanto che addirittura un’architetto reazionario come Frank O. Gehry viene descritto come uno dei digitali. Come ormai è noto infatti, nonostante la potenza delle sue forme, Gehry prostituisce il computer alla mera cantierabilità dei suoi capricci cartacei. La sua pratica è ben descritta da Tommaso Empler:

Gehry elabora le sue idee lentamente, passando dagli schemi iniziali alla realizzazione di una lunga serie di modelli fisici. [...] L’apporto digitale avviene solo nelle operazioni successive. [...] Non è quindi la necessità figurativa che impone allo studio di Gehry la sofisticata attrezzatura informatica, ma il mero bisogno produttivo.

In realtà, nonostante Gehry dica apertamente di utilizzare lo strumento digitale in fase definitiva, questo è da leggersi unicamente come un strizzare l’occhio verso il tradizionalismo spicciolo. E’ sotto gli occhi di tutti che da un certo punto in poi le architetture del maestro canadese abbiano cambiato decisamente carattere, passando da assemblaggi più o meno casuali, ma sempre scatolari, a deliri di superfici a doppia curvatura e tangenze improbabili. Il perchè di questo è semplice: nonostante sia effettivamente vero il fatto che la progettazione della FOG/A sia riassumibile nella seguenza si supporto analogico-digitale-realizzazione, è altresì vero che la coscienza di aver spostato il limite realizzativo molto più al di là di quanto sia mai stato fatto ha inciso in modo decisivo sul proprio autocontrollo, facendo cadere ogni inibizione a favore di uno sperimentalismo talmente spinto da diventare in breve tempo un modello. Tra l’altro, la sua continua domanda diretta alle software house ha fatto si che venissero sviluppati programmi specifici per l’architettura, e questo ha avuto il grande merito di allargare la sensibilità di un mondo i cui addetti ai lavori è molto legato alla manualità del fare (anche se questo non giustifica l’iniziale reticenza a l’uso del computer, in quanto si è soltanto cambiato tecnica di artigianato). D’altro canto, come è aumentato l’interesse verso le possibilità finalmente espressive del mezzo informatico (anche se in ritardo: qualcun’altro nello stesso continente già iniziava a pensare a qualcosa che poi verrà chiamata architettura liquida), inizia a nascere quella che potremmo definire la banalizzazione della procedura informatizzata. Molti tra i virtuosi del mezzo riescono a bypassare la fase digitale, evitando l’uso di programmi astrusi come il CATIA, per interessarsi ai più semplici e precisi Rhinoceros e Blender, riuscendo ad emulare facilmente, e senza l’aiuto di decine di assistenti, la maggior parte degli aneddoti formali usati da Gehry, creandone di nuovi, e facendo nascere una vera e propria maniera.

Maurice Nio, attentissimo all’evoluzione del linguaggio architettonico in ambito digitale, non poteva non accorgersi di questa tendenza sul nascere, e con il suo progetto The Touch Of Evil, sembra fare il verso all’approccio digitalmanierista: risvoltando attraverso una procedura che ha del topologico la modalità progettuale di Gehry (plastico, modello 3d, realizzazione), Nio inventa una procedura tutta basata sulla possibilità formale offerta dai modellatori solidi. Molto semplicemente avviene questo: dopo aver modellato accuratamente il progetto, che in questo caso è un sottopassaggio di un cavalcavia, ma non ha molta importanza, Nio fa CAMmare in un modello solido, avendo così una copia plastica dell’originale virtuale. Dopo di che, il modello ancora non limato viene scannerizzato, e riconvertito in digitale. Questa continua traduzione di linguaggi, da uno il cui alfabeto è formato di atomi ad uno formato da bit, porta con se una contino rimescolamento delle informazioni, causando quà e là guasti alle suprefici che altrimenti sarebbero risultate perfettamente piane. Il processo è chiaramente irriverente verso la pianificazione di un controllo della complessità che lascia così poco al caso. Lo stesso Nio parla chiaro:

Questo è il mio sogno: infettare il soffice con il duro. Il limite con il cristallino. Il virtual con il reale. L’intelligenza con la stupidità.

Infettare il reale con il virtuale: esattamente ciò che Gehry fugge, e che un personaggio sicuramente più ispirato come Nio con estrema facilità riesce a raggiungere.





.:: Transarchitettura_ Verso una definizione (1/?)

24 01 2008

L’architettura è una disciplina strana: sempre presente nella storia dell’arte con movimenti propri e stilemi ben individuabili, ha comunque sempre covato delle serpi che ne minassero i principi. Forse a causa di un probabile masochismo figlio del liberalismo illuminista, ma se questo questo movimento architettonico/antiarchitettonico è sempre esistito (Francesco De Giorgio Martini non vi dice niente?), questo è emerso con una sempre più forte identità dalla prima modernità in poi. Dai vari Ledoux e Boullèe, esponenti retorici di scenografie tanto massimaliste quanto impossibili, ai megastrutturisti, visionari precursori dell’high tech, passando per i vari futuristi, costruttivisti, protorazionalisti, che, derisi alla nascita, oggi si rivelano fonte preziosa da cui attingere per comprendere molti aspetti della contemporaneità. Sarebbe difficile andare a cercare una linea di continuità tra questi movimenti di sottobosco, talmente poco popolari da emergere con pienezza solo una volta che si è spenta la carica iniziale. Queste non si comunicano nel tempo, come avrebbe potuto fare per esempio un Le Corbusier con Peter Behrens, e probabilmente l’unico minimo comune denominatore è la ricerca del segreto per poter realizzare una u.topia. Nella storia è sempre esistita una architettura virtuale, destinata a non concretizzarsi e restare sempre senza luogo. Costruire un senza luogo è sempre stato il sogno di chi, riuscendo a proiettare oltre i limiti la propria percezione, sente il bisogno di proporre uno scenario globale futuro dove la tecnologia viene piegata a questa o quella ideologia. Così, come all’inizio del secolo, con la crescita della meccanica e dell’industria i futuristi ed i costruttivisti immaginavano immense città di cemento ed acciaio, e più tardi presi dall’entusiasmo della corsa alle stelle gli Archigram ed i Metabolisti immaginavano città di plastica ed alluminio in continua mutazione, con l’espansione e la diffusione su larga scala delle tecnologie informatiche e delle reti, nasce la Transarchitettura, che si prepone di progettare ed installare un’intero mondo pensato appositamente per essere fruito esclusivamente attraverso device. Un progetto, come suggerisce Pierre Lèvy, è di per sé un atto virtuale.

“E’ un’idea, astratta ed immateriale, che vive prima nella dimensione virtuale della rappresentazione, per poi diventare reale e concreta nella costruzione. Oggi, i cosiddetti transarchitetti, gli architetti del virtuale, proiettano all’interno della realtà virtuale delle idee destinate a vivere solo nel cyberspazio.”

Così, secondo la definizione data da Silvio d’Ascia, la Transarchitettura si fermerebbe allo stato rappresentativo, bypassando, per poter essere fruita, la parte realizzativa.

Questo è un luogo comune nato dal fatto che la Transarchitettura è considerato uno stile architettonico. Ma così non è.
La Transarchitettura è una disciplina, non del tutto autonoma certo, ma che nasce e si sviluppa su basi teoriche che appoggiano più sulla sociologia e sulla filosofia delle reti, che sulla teoria architettonica. Dunque, volendo dare una prima bozza di definizione, potremmo dire, limando semplicemente ciò che viene suggerito da D’Ascia:

“E’ un’idea, astratta ed immateriale, che vive prima nella dimensione virtuale della rappresentazione fine ad una realizzazione, per poi diventare reale e concreta nella costruzione. Oggi, i cosiddetti transarchitetti, gli architetti del virtuale, proiettano uploadano all’interno della realtà virtuale delle idee destinate a vivere solo nel cyberspazio.”

Ora vediamo cosa ho corretto.
Nella prima frase ho aggiunto

_”[...] vive prima nella dimensione virtuale della rappresentazione fine ad una realizzazione [...]

Infatti la rappresentazione architettonica così come tramandata dal rinascimento ad oggi, è fine quasi esclusivamente alla realizzazione del manufatto edilizio. Non ha fine comunicativo, se non agli operai che dovranno tirar su mattone per mattone (o meglio, pezzo per pezzo) un’intero edificio.

Più avanti ho sostituito:

_”[...] gli architetti del virtuale, proiettano uploadano [...]“

Il fatto che la transarchitettura non sia fatta per lo più di materia solida non vuol dire che non debba essere realizzata. Ha soltanto un diverso processo di creazione.

_”[...] idee destinate a vivere solo nel cyberspazio.”

Un’altro luogo comune vuole che l’architettura digitale viva solo all’interno dei mondi o realtà virtuali. Non è così. Un esempio? Basta andare a vedere uno qualsiasi dei progetti prodotti da NOX, per accorgersi che il futuro non è unicamente proiettato all’interno delle reti. Il paradigma sarà, ne sono certo, la commistione e la compenetrazione reale e fisica dei due mondi. Non è un gioco, ciò che accade nel cyberspazio, avrà ripercussioni (non solo psicologiche) nella fisicità.
Lo scopo della Transarchitettura è quello di dimostrare che questo passaggio può avvenire senza shock o dipendenze.





Gli italiani si sono rotti le palle

20 01 2008

Internet è il luogo dove la fama di Cecchini si sta allargando sempre più a macchia d’olio. Questo anche capillarmente, nelle conversazioni in chat…

PEJA:
ciao

FR@Nk!E–>coffee addicted:
CIAO

PEJA:
Senti, ti volevo chiedere una cosa…

FR@Nk!E–>coffee addicted:
Cosa?

PEJA:
Che ne pensi dell’azione artistica di Cecchini?Quella delle palline, per intenderci…

FR@Nk!E–>coffee addicted:
Gli italiani si sono rotti le balle!

PEJA:
Di Cecchini?

FR@Nk!E–>coffee addicted:
Si si, è il titolo dell’opera ed anche il titolo di un articolo.

PEJA:
Ah si, ho letto quell’articolo, ne ho visti dei più disparati…
Tra l’altro la cosa buffa è che sembra interessarsi più il mondo dei media, ed il popolino, che il mondo artistico

FR@Nk!E–>coffee addicted:
a saperlo andavo a prendere delle palle…

PEJA:
e si… Le stanno vendendo già su eBay

FR@Nk!E–>coffee addicted:
homo economicus

PEJA:
eheh

FR@Nk!E–>coffee addicted:
a quanto?

PEJA:
Anche 500€, ma sono messe come asta, quindi aumenteranno…

FR@Nk!E–>coffee addicted:
Wow…

PEJA:
Quelle rosse sono quelle meno quotate, perchè erano di più…

FR@Nk!E–>coffee addicted:
infatti

PEJA:
tra l’altro mi pare che quel tipo è un pittore a tempo perso, mi pare…

FR@Nk!E–>coffee addicted:
Come hitler

PEJA:
sarebbe contento del paragone…

FR@Nk!E–>coffee addicted:
Chi, Hitler?

PEJA:
Forse, almeno come artista sarebbe emerso… O almeno: la gente avrebbe parlato di lui come artista
Sai, una cosa emersa dall’operazione di Cecchini è che degli artisti non ne parla la gente, nemmeno delle opere… Sopratutto dei più trasgressivi e potenti.
Non so, nessun panettiere conosce Damien Hirst, ma ormai Cecchini si! Ne parlano anche i panettieri! Senza levare niente ai panettieri…

FR@Nk!E–>coffee addicted:
io lo conosco Damien Hirst: è geniale

PEJA:
ma tu non vendi il pane, penso che anche io sia geniale, però… Quello che dico io è leggermente diverso: cioè, mettiamo che un qualsiasi non addetto ai lavori, diciamo un funzionario di una banca, va in un museo e vede delle opere di Hirst…

PEJA:
Gli darebbe solo fastidio, la vedrebbe passivamente, e dopo pochi giorni si scorda addirittura cosa ha visto…

FR@Nk!E–>coffee addicted:
ho capito forse cosa intendi

PEJA:
Credo che la vera genialata di Cecchini, se ce ne fosse una, è quella di aver realmente, attraverso i media ovviamente, fatto vivere dell’arte, o almeno un qualsiasi tipo di artisticità alla gente, senza essere poi così trasgressivo.

FR@Nk!E–>coffee addicted:
il gioco!

PEJA:
esatto!

FR@Nk!E–>coffee addicted:
… e gli spazi pubblici

PEJA:
si sul mio blog ho scritto che di solito la gente fruisce una unica arte, quella architettonica… tra l’altro passivamente

FR@Nk!E–>coffee addicted:
Nell’indifferenza…

PEJA:
esatto

PEJA:
e lui che ha fatto?

FR@Nk!E–>coffee addicted:
la conosco questa frase

PEJA:
si, è di Quici…

FR@Nk!E–>coffee addicted:
No, non è di Quici… l’ho letta su un libro e citava l’autore e non mi pare fosse fabione…

PEJA:
Bhè, allora siamo uno a zero per te (per quanto riguarda le citazioni ;) )
Comunque, lui ha preso l’architettura e la usata come scenografia di una performance artistica, senza cancellare l’architettura stessa, ma dandogli altri valori

FR@Nk!E–>coffee addicted:
Dici? In realtà penso che il sistema sia più o meno analogo a quello di claes oldenburg ossia portare il gioco negli spazi pubblici, solo che nelle sue opere è prevista la fruizione del pubblico… e poi il modo sovversivo… Mi è molto simpatico!

PEJA:
Bhè non avevo pensato al paragone con oldensburg, ma in effetti ad una intervista lui parlava delle sue opere come pop. In effetti è proprio per questo che è “piaciuta”… E’ rimasta una cosa “simpatica” e allo stesso tempo sovvertiva.
Per tornare ad Hirst, lui usa molto l’ironia, ma non è simpatico… forse bisognere lavorare sulla nozione di simpatia!

FR@Nk!E–>coffee addicted:
Hirst lavora sulle ossessioni, paure dell’uomo contemporaneo, come per esempio in quell’opera intitolata Infintity, dove ci sono una serie di pillole colorate posizionate su uno scaffale… Fa riferimento all’ipocondria, all’ossessione per la medicina…
Ho un’immagine, la vuoi?

PEJA:
si, la conosco

FR@Nk!E–>coffee addicted:
okkey

PEJA:
la ho vista ad una mostra al MaCro future… Mi pare ci sei andata anche tu… A me è piaciuta moltissimo, ma non ho trovato niente di simpatico, e tu?

FR@Nk!E–>coffee addicted:
Ah! Damien hirst non vuole essere simpatico, è sarcastico al massimo con le sue opere fatte di animali sezionati in naftalina, vuole farci vedere come tutti in fondo potremmo essere delle cavie nelle mani della medicina. Vuole farci riflettere o forse non ha una grande fiducia nei medici?!?





Cecchini Revitatio

19 01 2008

Probabilmente qualcuno si starà domandando perchè questo blog non si sia interessato all’evento di cui nei giorni passati l’intero network dell’arte ne ha fatto indigestione. A dire il vero stavo per scrivere qualcosa sull’artista Cecchini, dove mi rivolgevo più all’aspetto ludico del gesto che quello ideologico, ispirandomi ad un commento ad uno dei tanti video caricati su youtube. Poi, purtroppo o per fortuna, il mio browser crashò, e persi ciò che avevo scritto. Così, complici il poco tempo a disposizione ed il desiderio di scrutare l’andamento del dibattito creato attorno al futurista, ho aspettato fino ad oggi per postare qualcosa che avesse a che fare con Cecchini. Ma i tre giorni passati a scrutare sono stati sufficienti a far scemare il mio interesse per il gesto del 16 Gennaio. Ma una domanda che realmente mi è passata per la testa rimane: un’arte che sconvolge non tanto il mondo dell’arte quanto la grande massa, che inizia ad interrogarsi su cosa sia l’arte oggi, che inizia addirittura ad incuriosirsi all’arte di oggi, è o no un passo avanti?

Al di là delle considerazioni della presunta genialità o artisticità del lancio di palline, tanto più significativo quando illecito, l’attenzione sembra essersi incentrata sul gesto e sul passato dell’artista, più che sulle conseguenze. Un’opera autopromozionale che senza dubbio ha realmente sfruttato la ridondanza offerta dai media, ma che proprio per questo è riuscita meglio di altre, molto più estreme, e proprio per questo difficilmente comunicabili, a far riflettere il popolo la cui unica arte fruita è quella architettonica. Tra l’altro passivamente. Forse è un modo di agire/pensare troppo populista, ma non è forse una delle derive contemporanee la crescente attenzione, politicall correct, verso una divulgazione e sperimentazione per le masse e attraverso le masse?





Il Territorio dell’Architettura

14 01 2008

All’interno del dibattito architettonico, non solo italiano, c’è sempre stata la cattiva, cattivissima, abitudine di dipingere alcuni personaggi con sfumature vagamente misticheggianti, con qualche pericoloso accento di timore reverenziale verso il pensiero dei suddetti, i quali per lo più hanno come unico pregio quello di riuscire a non sbilanciarsi mai sui vari argomenti nei quali si cimentano, rendendo dubbie spesso anche le proprie posizioni culturali. Probabilmente questo per apertura mentale, per lasciare aperte più strade possibile allo sviluppo di questo loro pensiero. Ma, la mia malizia mi suggerisce che forse potrebbe essere un nemmeno troppo elaborato stratagemma per non dover essere obbligati a spiegare alcuni cambiamenti di posizione nel momento che la propria inizia ad essere instabile. In realtà la posizione non è mai stata presa, ed il continuo vacillare di quà e di la del detto, lo scrivere in maniera quanto più possibile criptica, la retorica su una supposta anima e la volontà delle cose e dei luoghi, diventa la scusa per ogni azione reazionaria. Ciò che ne risulta è che nonostante la notevole influenza, nessuno sa bene quali siano i meriti di quelli che possiamo benissimo chiamare Accademici (ovviamente non nel senso di didatti: qui si sta offendendo…). Appartenenti per lo più alla generazione successiva a quella dei grandi Maestri del moderno, ne rinnegarono la discendenza, portandone però dietro con orgoglio il fardello della loro eredità (della quale non è mai chiaro da quel che dicono dove finisce la maniera e dove inizia il proprio).
Vittorio Gregotti fa certamente parte di questa schiera.
Perchè tutta questa apologia trita e ritrita su questa figura?
Giovedì 10 Gennaio sulla pagina culturale de la Repubblica, viene usata a pretesto la riedizione di uno dei primi libri di Gregotti, Il Territorio dell’Architettura, per ripubblicare un articolo di Umberto Eco usato come introduzione alla versione francese del testo nel ‘82, mai pubblicato in italiano. Eco, conoscendo poco l’architetto e chiamato a scrivere probabilmente per motivi editoriali, basa il suo articolo più sull’humus culturale dal quale si forma Gregotti, che sull’autore stesso. Contesto culturale che però rinvia prepotentemente all’anteguerra, con citazioni verso Eduardo Persico ed Antonio Bafi, per poi lanciarsi addirittura verso il tardo ottocento, con l’illuminismo lombardo. Cade così anche il tentativo di render contemporanee le problematiche esposte nel testo, già datate in effetti alla data della sua prima pubblicazione nel ‘66. Anche quando si rinvia ai riferimenti filosofici, Eco tiene a precisare che “Non si tratta di interessi culturali personali dell´autore, bensì di un´attitudine diffusa, di uno stile intellettuale.” Infatti il giovane (!) Gregotti vive il proprio contesto culturale di rimbalzo, formandosi come mestierante, più che come teorico. Il suo intento di intendere l’architettura come comunicazione resta soltanto su carta, considerati gli sviluppi dei suoi interventi futuri, e le più recenti posizioni completamente reazionarie alle teorie sui nuovi media è esemplare per quanto riguarda l’ambiguità di Gregotti. Per il resto, viene riproposta quella che già allora era la solita solfa sulle identità dei centri storici e del rapporto tra la cultura del costruire e linguaggio dell’architettura, prese più che in prestito da Nathan Rogers. Basta citare il colophon per capire di cosa sto parlando:

Di cosa è fatta la “cosa” dell’architettura? È la forma delle nostre materie ordinate allo scopo dell’abitare, del produrre e rivelare luoghi come cose: suo compito è dare significato all’intero ambiente fisico. Progettare significa quindi ordinare la particolare complessità dei sistemi di materiali di cui è composta l’architettura. Siamo pervenuti così a un’idea che ci pare centrale per il nostro modo di pensare la progettazione: essere la struttura della progettazione di natura fondamentalmente formale; ogni altro aspetto (stilistico, ideologico, tecnico, economico) è solo materiale, anche se tale materiale orienta particolarmente il processo della progettazione. Non rivoluzioneremo mai la società per mezzo dell’architettura, ma potremo rivoluzionare l’architettura: questo è comunque ciò che dobbiamo fare come architetti.

Mi sento abbastanza sicuro di dire che non è lui ad aver rivoluzionato l’architettura.





Etic of a sign

12 01 2008

In una società, quale la contemporanea a noi, dove il concetto di tradizione e popolo, lascia sempre più spazio al concetto di sovrapposizione etnica, di interfenza, di contaminazione, ha senso parlare di archetipo?

Ossia, in una società dove il significato dei segni, non sono ne (completamente) condivisi, ne decifrabili (in modo assoluto), ha senso andare a cercare nella continuità il leit motiv predominante dello spazio?

Presa coscienza che le soluzioni del passato sono inconciliabili con lo stile di vita contemporaneo, che, ormai entrata in un ottica realmente moderna, di intregazione, e fusione, di abbattimento di margini, presa coscienza che la differenza ed il doppiosenso, l’equivoco, è la linfa di cui ci nutriamo, presa coscienza di ciò, dicevo, è possibile cercare tra le soluzioni adottate in passato, quella più idonea ad affrontare il trend andante?

Ovviamente no.

Essendo un fenomeno inedito, e non solo, avendo il fenomeno tra le sue caratteristiche, quella del non radicamento e della svolta, questa possibilità è esclusa.

Tanto più quando si parla di credo.

Attenzione, non religione, ma credo.

Il progetto per un luogo di culto policonfessionale, sito a Montemario (una dei punti più alti di Roma), nasce da queste premesse.

Di una tipologia, dove per tradizione è richiesto un apparato di segni di forte impatto emotivo, con riferimenti simbolici certi e inequivocabili (una croce, una stella di davide, una mezza luna…), qui si contrappone un sistema di segni altrettanto , ed arrogamente forte, ma con significato libero, aperto, incerto.

I segni si stratificano, si confondono e tranciano allinterno della composizione.

Ogni linea, superfice, vuoto chiuso, risucchio o incastro, nasce e crea ancora nuovi segni, sia strutturanti, sia liberi.

La completa libertà spaziale (il fruitore è libero di muoversi senza incontrare porte) è figlia e genitore dello stratificare di segni e dal gioco di volumi così disegnato.

Si è voluto dare priorità ai bisogni della percezione, rendendo ricca la vista, ma evitando di rendere il tutto invasivo.

Infatti, rimanendo coerenti con la vera funzione dell’edificio, si è riusciti comunque a mantenere una ricercata atmosfera rilassante, nonostante la ricchezza formale.

Le linee guide della composizione cercano di affermare l’importanza della luce che si e’ voluta dare in questo edificio, mantenendo così identità mistica.

Questo e’ sottolineato sopratutto nell’ aula sacra, dove lo stesso segno all’interno della composizione rappresenta sia la luce naturale sia la luce artificiale.

Di giorno, la luce penetrera da un lucernario che corre per tutta la lunghezza dell’aula, innondando l’ambiente di chiarore, mentre sul pavimento la traccia del sole va a imprimersi come una lama dorata.

Di notte invece, è l’edificio che restituisce la luce all’esterno, grazie ad una fascia di led luminosi incastonati nel pavimento quasi fossero pietre preziose in prezioso gioiello argenteo, gioiello posto in corrispondenza del lucernaio.





GLI SPAZI PARALLELI

11 01 2008

 

Da un incontro in chat tra invinovanitas e PEJA, ecco una serie di idee sugli ambienti fisici e virtuali e l’utilizzo di ambienti paralleli alla realtà…

 

esplosione, sinapsi _ emmanuele pilia, marika onofri _ 1200×1034px _ pixel su monitor

 

PEJA scrive:

sto facendo una cosa interessante, stiamo montando una asso culturale non iscritta (fatta con la formula della scrittura privata) che praticamente ci permetterà di fare performance, cose cosi, e di avere tutti i permessi che altrimenti NESSUNO ci darebbe mai se restavamo singoli stronzi

 

vi.no scrive:

no spiegami questa cosa: x fare performance c’è bisogno di un’associazione?

 

PEJA scrive:

no no, assolutamente, ma dato che vorremmo fare cose ambientali, si tratta di bloccare pezzi di città o cose cosi, quindi per bloccare una strada è più facile che ce li diano se ci presentiamo come associazione, o come scritturati privati, che come singoli

 

vi.no scrive:

hum, capisco

 

PEJA scrive:

che cosa noisa, non puoi capire, però ora mi sto occupando di un paio di progetti che vorremmo fare in alcuni posti di periferia

 

vi.no scrive:

cmq è interessante, ma rischi di uscire dal registro performativo e di entrare dritto dritto nell’ambito della manifestazione di protesta

 

PEJA scrive:

boh, no perché? noi mica facciamo cose “politiche”

 

vi.no scrive:

no xché mi dicevi “cose ambientali”, xciò…

 

PEJA scrive:

ah non in quel senso, ambientali per dire grandi spazi, non “ambiente” come verde ect

Sai, non capisco perchè i videoartisti e digiartisti debbano stampare le proprie cose… io per esempio proietto tutto (tirchio!)

 

vi.no scrive:

si, sono legati ancora all’oggetto fisico, a un ambiente fisico… io, tu, altri abbiamo un’esigenza ecologica se vuoi, di non occupare spazio fisico… giacché oggi esistono spazi paralleli, io considero l’arte digitale come l’azzeramento dell‘opera (in effetti con il digitale ho la possibilità di non rendere il quadro un oggetto fisico, se non “on demand”)

 

PEJA scrive:

ed anche questo è vero. Sai cosa ho notato? a proposito di ecologia di spazio, è una cosa che nei napoletani è molto viva, nei Romani un po’ meno, ma all’estero, e molti altri per niente. Credo perchè noi soffriamo la condizione delle nostre città, quindi il reale entra molto forte nel digitale in questo senso…

Lo sai che c’è?! molti artisti che si dicono digitali sono semplicemente persone che hanno imparato ad usare fotosciòp

 

vi.no scrive:

e nemmeno!

 

PEJA scrive:

ho visto cose fatte da un mio amico olandese, che è una cosa assurda: un “edificio” fruibile solo via web, con il VRML, dove in base a come ti muovi cambia tutto lo spazio, come se tu fossi una calamita positiva, e lo spazio a seconda dei casi sia positivo o negativo. E siccome è in rete, più gente ci va, più delirio si crea…

è un concetto interessante, che reimmette l’arte in una dimensione per lo meno sociale

 

vi.no scrive:

si può vedere?

 

PEJA scrive:

no, perchè pesa 100 mb! gira lento pure sull’hd

Però pensa quando ci saranno reti che supporteranno sto tipo di cose… si svilupperà tutta una nuova specie di fruizione, e altre cazzate pseudoartistiche ectectect sbavazz sbavazz

 

vi.no scrive:

già… anche second life è un’opera a questo punto…

 

PEJA scrive:

si, però secondo me è un occasione persa, perché è semplicemente la virtualizzazione della realtà

ci sei mai andato?

 

vi.no scrive:

si, dovevo capire, ho fatto ricerche x capire chi era la Linden Lab

poi esce l’iphone in collaborazione con google, tutto un delirio di supersocietà che tentano il link con la Apple, youtube, google, linden, ecc…. e qui girano i miliardi davvero

 

PEJA scrive:

si si, infatti è una buffonata, se ci vai c’è una insopportabile aurea di perbenismo, tutto libero, tutto bello, tutto pulito

 

vi.no scrive:

ma è l’esatto continuo del Telelavoro…

 

PEJA scrive:

è vero!

 

vi.no scrive:

e gli impreditori veri dovranno fare i conti con secondlife, la pubblicità dovrà fare i conti con secondlife

 

PEJA scrive:

però c’è un problema: ok, second life ha infinite possibilità economiche, ma… ha le possibilità di un gioco, ossia ha libertà limitatissima. Anche se i sacerdoti della linden professano il contrario, puoi fare molto molto poco. E tutto è invaso di spazi privatizzati, tutto invaso di pubblicità, sembra las vegas. Ora.. dato che è sul serio bulimia visiva quello che c’è li, è completamente annichilito ogni tipo di messaggio: non spicca niente.

 

vi.no scrive:

cazzo xò, si è arrivati all’omicidio virtuale! non è mica poco e considera che non sono un sostenitore della Linden (x carità!) il punto è che stiamo parlando di un ambiente sociale liquido, immateriale proprio lo stesso che stiamo usando noi x altri scopi… E presto quest’ambiente immateriale sarà raggiunto non più solo da noi esploratori ma da tutta la feccia a seguito

 

PEJA scrive:

si si è vero, ma dico: second life fallirà, ne sorgeranno di migliori! poi nemmeno usa il VRML, usa PRIM, che sono ingestibili… l’ideale sarebbe usare NURBS o altro… perché sono facili da usare e molto leggeri

 

vi.no scrive:

Il problema non è delle piattaforme o dei linguaggi… il problema è nel progettare spazi sociali immateriali.

io sono abituato a progettare spazi immateriali che vadano a rompere con la realtà, la realtà quella delle scopate vere x intenderci. Mentre questi qui annusano l’affare, comprano un grappolo di server x vendere spazi pubblicitari in una secondlife. È inquietante il modello di umano che produrranno… un essere che farà acquisti online, verrà impattato dalle pubblicità online.Tutto online

 

PEJA scrive:

il problema tra l’altro è che non c’è un progetto sociale… è anarchia pura

 

vi.no scrive:

e allora dico, finirà anche la bellezza che io e te adesso ancora avvertiamo in una seria e corretta discussione via chat?

 

PEJA scrive:

speriamo di no… chi può dirlo?! io credo di no…

io e te mi pare di aver capito lavoriamo su stesse sottodiscipline, io nella transarchitettura, tu nella grafica degli spazi virtuali – che poi è la stessa cosa. finchè c’è gente che progetterà questi spazi, la “bellezza” sarà mantenuta. Second life non è progettato, ne tanto meno autogovernato. Il problema è che non c’è una direzione presa, ognuno fa per cacchi propri. Non c’è ne “community” ne “linkin’”, è uno scimmiottare la realtà, è solo un giochino

 

vi.no scrive:

molto pericoloso… c’è una facilità a farsi fregare i soldi pari alla sottostazioni delle metrò di napoli…

 

PEJA scrive:

mentre la strada deve essere una sorta di “browser 3d”, hai presente un browser, no?

bhè, second life non permette di comportarsi come in un browser per il problema della prospettiva, non si capisce un cazzo non puoi fruire delle informazioni, perché non le vedi bene

bhè, second life non può essere all’altezza di un browser perché la 3 dimensione dovrebbe aumentare le informazioni, non ridurle

 

vi.no scrive:

interessante analisi

 

PEJA scrive:

e si… io lavoro su questo, credo che sia una branchia che attraversa l’architettura e la grafica e l’informatica. È una sorta di unione di queste tre discipline, un’ibrido che prende il controllo spaziale dall’architettura, la gerarchia e l’infoanalisi dalla grafica, e la “tecnè” dall’informatica..

 

vi.no scrive:

ci si deve lavorare…

 

PEJA scrive:

sarebbe un vero piacere collaborare

 

vi.no scrive:

allora lo faremo

 

spazio digitale aperto (ossia spazio anal/logico) _ vincenzo notaro _ 75×100cm on demand UV su poliestere

 

 

To be continued…





Spectacular Optical

9 01 2008

::Cyber Comunication Cube Bar_ Progetto sviluppato in occasione del concorso Illy_Spazio, tempo, caffè, promosso da Illy e Domus. With Musella Gabriele, Sbardella Emanuele.

Siano dati:

- due rette parallele che s’incontrano all’infinito ;

- altre due rette, egualmente parallele, alle prime due, perpendicolari.

Il frutto regolare della loro intersezione costituisce il modulo base del nostro progetto architettonico; gli “infiniti” ai limiti delle quattro rette-madre, infinitamente opposti, vorrebbero costituirne il contenuto concettuale. L’atomo modulare risultante da tale interezione (un quadrato 15cm x 15cm), fondamentalmente indivisibile ma combinabile a piacere, forma ogni spazio all’interno dell’edificio, il quale, tuttavia, non ne rappressenta una mera proiezione tridimensionale. Il volume infatti nasce da un cubo, ma sin dalla forma esterna se ne evince un allontanamento tramite una progressiva sgranatura che richiama rovinistici presagi.

Lo Spectacular Optical Bar, potrebbe rientrare nella categoria del community bar, ma effettivamente forza contro i limiti di qualsiasi definizione si cerchi di dargli ; non è infatti progettato per essere l’ennesima commercializzazione della risposta ad una domanda di svago, né per fungere da classico luogo di ritrovo ; esso segue, ed, in parte, anticipa i tempi, andando a soddisfare il bisogno tipicamente postmoderno di ritrovarsi smarriti nel vagare attratti dalla logica del frammento. Si rivolge a chi cominci a manifestare i primi sintomi di un intolleranza alla stereotipia dei luoghi comuni fino a sentirsi stretto dentro la propria stessa identità ; nello Spectacular Optical Bar avrà la possibilità di perderne, acquisirne e continuamente ibridarne altre mille.

Immagine#2

Lo spazio interno non è contrapposto al locus esterno in cui è immerso. In questo lo statuto dello Spectacular Optical Bar si avvicina a quello di un vetro incorniciato in una finestra : non è effettivamente né inout, il suo ‘dove’ sta nella demarcazione.

Tuttavia, mentre il vetro è un dispositivo che de-limita lo Spectacular Optical Bar è un dispositivo che con-fonde. Da una parte esplode come uno specchio frantumato che restituirà la sensazione di essere immersi in spazi naturali e plurali. Nel senso opposto implode e pone tutti gli elementi presenti a stretto contatto, tanto da far smarrire la concezione di una cartesiana scissione tra di essi, precipitandoli in una claustrofobica dimensione del Noi.

bagno

Tale effetto sarà reso possibile attraverso una suddivisione dello spazio in livelli sfalsati multipli, irregolari e non sempre funzionali ; tramite l’inserimento di entrate/uscite mai definite una volta per tutte ; mediante il ridondante utilizzo delle più disparate tecnologie di interconnessione multisensoriale (registrazione e riproduzione randomizzata di immagini rubate, di suoni intrappolati, di gesti plateali captati in un angolo e catapultati in un altro angolo del bar, come se fosse la stessa, identica, caleidoscopica parete). Da una parte si cerca, dunque, di degerarchizzare lo statuto di luogo antropologicamente assiologizzato e tradizionalmente statico. In quest’ottica l’”oggetto del desiderio/caffè” perde la sua aura totemica per dissolversi e disseminarsi in uno spazio privo di gerarchie costituite. D’altra parte il consumatore viene tutelato nel suo portato naturale di creatività votata alla partecipazione.

Immagine#2_007

Egli viene a trovarsi in un luogo in cui viene implementata la propria identità di cittadino glocale del mondo dei consumi, e allo stesso tempo frammentata in una molteplicità di sé desideranti in un feed-back di continua distruzione e rigenerazione (di significati, di panorami, di identità…). Entrando nello Spectacular Optical Bar sarà libero di chiedere e di ottenere “il solito” e qualcosa di sempre nuovo allo stesso tempo.

Nello Spectacular Optical Bar sarà sovrano in un regno anarchico ; sarà libero di se e potente su di un bar che a sua volta eserciterà un controllo assoluto su di lui in un reciproco scambio di sussistenza. Il consumatore sarà preda della propria ‘produzione’, in balia dell’infinita ripetizione dell’idolatria di se e del proprio potere.





1+1+1

6 01 2008

THE CUBE

Pochi film fanno un uso della scenografia come elemento portante della storia in atto come THE CUBE.
Claustofobico, paranoico, il cubo sembra essere il prodotto di chissà quale mente perversa, interessata ad esperimenti che poco hanno a che fare con lo scientifico. Ma non è questo ciò che interessa del film. La sceneggiatura è ridotta all’osso, ma le poche battute sono più che sufficienti a delineare i caratteri di ogni attore, e c’è spazio anche per qualche riflessione. La fotografia è un capolavoro, ma opera a supporto di quello che è in realtà il vero soggetto del film: la scenografia. Se volessimo andare sul tecnico, il prezzo non sarebbe nemmeno troppo alto per ricreare un cubo, poche travi T, pannelli transclucidi, neon… Ma in questa complessità matematica qual’è il cubo, prima vera transarchitettura mai intuita, cosa potrebbe trovare più spazio se non il cubo stesso?