.:: Oltre il banalismo del web // avatar
6 05 2008![]()
Nell’ormai consolidato gergo di Internet, svariati lemmi sono di estremo interesse per chi si avvicina alla progettazione di architetture virtuali. Se noi considerassimo l’intero sistema internet come una sorta di mondo degeografizzato (l’unica indicazione geografica è il dominio) parallelo al nostro, nelle più banali delle ipotesi, niente ci vieta di ricondurre la metafora delle città a quello che ora chiamiamo portali. Dunque, perseguendo per analogia, potremmo andare ad aggettivare i singoli edifici come quello che ora sono i siti, facenti parte magari di portali dedicati, alla stregua di un’abitazione che condivide il condominio con altre abitazioni. Scendendo ancora di scala, si arriva al singolo abitante/avatar. Questa schematizzazione della gerarchia sociale di un possibile territorialismo del web è funzionale ad una alfabetizzazione alla cultura visiva di cui si dovrà sensaltro far pratico il transarchitetto che non vorrà far scadere la propria disciplina nella pura masturbazione formale, ma affiancando la sperimentazione alla comprensione dei problemi fruitivi e di uso di questi spazi. Con ciò non voglio dire assolutamente che si può prescindere dai problemi formali, tutt’altro: in quanto virtuoso mi sento di dire che anche nel costruito è assolutamente necessaria il più ardito tra gli aneddoti formali. Ma bisogna riflettere sul fatto che, a distanza di 5-6 anni dalle ultime sperimentazioni visive degli studi più trasgressivi, come quelli di Novak Kovak ad esempio, gli esempi di riflessioni pertinenti sull’architettura digitale sono di una pochezza teorica sconfortante.

Il perchè di questo ha una facile risposta: il perdersi in congetture, fumose quanto all’atto pratico niente più che poetiche, ha fatto sì che l’intera disciplina perdesse di vista l’obiettivo per cui è nata: la gestione della fruizione, da parte di avatar, di architetture fruibili via web, le quali avranno una destinazione d’uso diversa da quella unicamente ludica ricreativa. Avatar che hanno possibilità e bisogni ben precisi e sicuramente diversi dalle persone che nascondono. Dunque, la ricerca deve ripartire da quì: comprendere a quali funzioni possano adempiere queste transarchitetture, che indirizzo stilistico avranno e in che maniera sarà possibile una fruizione attiva da parte degli avatar. Le problematiche si ritrovano da loro di rimbalzo, dunque è impossibile dare una definizione per ogni problema separatamente: in base alla transarchitettura, ogni avatar dovrà comportarsi diversamente, e dunque avrà questa o quella possibilità, questo o quel vincolo.

C’è da dire che lo stesso concetto di avatar, già nella sua origine tribalistica/indiana, non è altro che l’assunzione di caratteri fisico/spirituali di entità altre. Quindi, oltre a tutte le considerazioni di tipo funzionalistico, dobbiamo considerare l’anima trasformista nella rete come uno sviluppo naturale del tema antropologico . In altre parole, il mutamento sognato dai transumanisti parte in primo luogo da un riadattamento comportamentale, insito negli archetipi mentali che ci appartengono. Dunque, il processo di evoluzione umana, o per dirla con Lèvy, di ominazione, proseguirà proprio con la comprensione dei fenomeni extraumani appartenenti a quelle entità create per assumere il ruolo di nostro personalissimo alias: l’avatar. Che l’avatar/design possa essere l’ultima deriva di una prossima futura psico/industrial-design?
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Tag:Architettura 2.0, architettura liquida, avatar, Cyberarchitecture, cyberspazio, cybertecture, Marcos Novak, newBlood, psico/industrial-design, Second Life, Transarchitecture, WebDesign
Categorie : Architettura, Città, Cyberarchitecture, Transarchitecture, WebDesign, critica, elettronica, saggistica

























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