.:: Passione necrofila_

20 09 2014

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Secondo una felice formulazione di Augé, la modernità, conformandosi come il secolo che apre al dominio della tecnica, si fa portavoce di uno dei più controversi paradossi che l’architettura abbia mai dovuto affrontare, ossia il paradosso delle rovine. Secondo questo paradosso, nonostante si sia ormai raggiunta la capacità distruttiva massima, nonostante l’uomo abbia elaborato il progetto per la macchina da guerra definitiva, la modernità ha rinunciato ad un particolarissimo artefatto, ossia la rovina. Di essa, non ne rimane un affastellamento di immagini tali da stordirci, un’infinità di simulacri che sostituiscono ogni materialità per darsi come pura venustas. Anche quando la distruzione non è tale da cancellare ogni fisicità, le membra senza vita dell’artefatto sono rapidamente ricostruite, ricucite, intubate, cicatrizzate, ripulite per cancellare ogni traccia del dramma che ne ha dato l’origine. Nulla deve ricordare i momenti che la deflagrazione, il crollo, la violenza portarono con sé: l’immagine deve essere riconciliante, patinata, possibilmente abraso, iconograficamente adatto a rientrare nel novero dei beni Patrimonio dell’umanità, appetibile arma utile alle amministrazioni nella propaganda turistica.

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Così, le amministrazioni utilizzano il vessillo garantito dall’UNESCO per abbellire il proprio sito internet. Eppure, lo stesso termine conservazione pone di fronte ad una ambiguità di fondo che di fatto impedisce l’adempimento allo scopo della stessa. L’etimologia ci suggerisce, infatti, che conservare un qualcosa equivale all’estromissione dal contesto in cui si trova. Conservare deriva dal greco ερυειν, ossia trarre fuori. Un’estrazione che rapisce il manufatto alle sue radici, scavando fossati che strappano le pareti alla possibilità del tatto, per poter restituire alla vista delle frotte di curiosi le nuda fondamenta. La conservazione deve essere accettata con le sue regole, poco importa se ad essere oggetto della cura alla vecchiaia dovrà essere un ambito paesistico, un tempio buddhista o un centro storico: la tecnica sarà sempre quella dell’estrazione. Ma cosa si nasconde dietro questo accanimento terapeutico? Nostalgia e pregiudizio, che miscelati in parti uguali dànno vita al desiderio di vincolare, più che di proteggere, a mortificare, più che vitalizzare. Non è un caso che Sigmund Freud introduce il termine rimozione per descrivere quel processo inconscio che consente di escludere dalla coscienza determinate rappresentazioni connesse a una pulsione il cui soddisfacimento sarebbe in contrasto con altre esigenze psichiche. Ma la tesi parzialmente futurista nasconde invece una preoccupazione reale verso un orizzonte di conservazione totale, in cui ogni ambito è destinato a delimitazione e successiva estrazione. Questo perché è la materia a dover essere trasmessa, è l’originale mattone il feticcio che scatena l’erezione, e l’impurità della contaminazione non è tollerabile ai fini della completa libido.

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In tal senso, è significativa la declinazione che Beatriz Ramo, fondatrice di ST-AR, dà al tema, catalogando una surreale lista delle monumentalità che, seguendo alla lettera le vaghe istruzioni UNESCO. Abbiamo così il Monumento solitario, liberato nella sua zona cuscinetto da altri possibili pretendenti allo sguardo eccitato del visitatore, o il Monumento fortunato, scampato alla mancata istituzione di un simile ente di sublimazione dell’eros architettonico. Ma l’intuizione più interessante di Ramo viene con l’intercettazione del pericoloso precedente dell’ingresso nella World Heritage List dell’Opera House di Jørn Utzon a Sydney. La motivazione dell’UNESCO, risiede nella declaratoria emessa dallo stesso ente, per il quale: «L’Opera House di Sydney è una grande opera architettonica del Novecento. Esempio di molteplici livelli di creatività, sia nella forma sia nell’impianto strutturale, questa grande scultura urbana si inserisce con sensibilità in un paesaggio marino rilevante. La si può considerare un edificio simbolo famoso in tutto il mondo».

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Un precedente pericoloso, infatti, che apre lo spiraglio a inedite possibilità dischiuse proprio dalla volontà mitopoietica che caratterizza il marketing architettonico contemporaneo. Sempre più sono gli edifici che vengono riconosciuti come simbolo del XX o del XXI secolo, edifici che richiederanno la loro zona cuscinetto e la loro garanzia di manutenzione preventiva. Paradossalmente, alcuni di questi manufatti sono andati ad intaccare proprio alcuni di quei tessuti urbani in attesa di essere protetti dalla lista. La scelta diventa quindi arbitraria, e probabilmente linguistica, aprendo la strada, di fatto, al dissolvimento del ruolo del World Heritage List: se un edificio che sarebbe candidabile per il suo ingresso tra i beni patrimonio dell’umanità andasse ad intaccare l’integrità di un tessuto o di un paesaggio altrettanto degno di entrare in lista, come ci si dovrebbe comportare? In teoria, la candidatura prescrive la garanzia preventiva che il bene venga conservato, in attesa del giudizio UNESCO, ma di fatto nulla prescrive alcunché.

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È tra le pieghe di questo desiderio necrofilo e produzione burocratica che si annida il seme di un regime globale che di fatto si poggia sulla promessa fatta ai nostri figli di preservare ciò che la nostra sensibilità riconosce come meritevole. Ma questa sovrastruttura culturale, sebbene necessaria, rischia di irreggimentare una situazione di fatto a danno di altre. Se la materia di cui è composto un monumento, di fatto depositario di memorie, viene protetta tramite l’isolamento carcerario all’interno della città, non è impensabile che si vada incontro a paradossali situazioni in cui di fatto tali beni rimangono meri simulacri della propria immagine lasciata condurre dalla medialità. Il nostro secolo si è arrogato il diritto di trasmettere ai nostri figli un corpo ibernato, nella speranza che la privazione di vita non porti a putrefazione il cadavere.





.:: Ampi margini_

23 08 2014

 

Eugene Cernan, Ronald Evans, Harrison Schmitt: Blue Marble – 7 dicembre 1972

Il 7 dicembre del 1972, durante l’ultima visita che l’uomo porterà alla Luna, l’equipaggio della missione Apollo 17 scatterà quella che sarà destinata a divenire un’icona dell’avventura che l’uomo stava compiendo nello spazio. Conosciuta come Blue Marble, anche se il nome ufficiale si nasconde dietro l’asettica sigla di AS17-148-22727, questa immagine, catalizzerà l’attenzione di un’intera epoca: completamente illuminata, essendo stata scattata con il sole alle spalle, per la prima volta mostrava la terra nella sua solitudine, completamente assolta da qualsiasi contesto o ruolo che non fosse la sua completezza, sufficiente a sé stessa e drammaticamente fragile, esposta. Le immagini fatte circolare dalla NASA che avevano preceduto Blue Marble, infatti, vedevano sempre il nostro pianeta in rapporto dialettico con il suo spazio, oppure nell’atto di sorgere sul cielo lunare, o ancora nascente o calante, secondo le definizioni a cui siamo abituare offrire al nostro satellite.

La visione che i terrestri potevano condividere per la prima volta con i loro fratelli astronauti (o cosmonauti) è radicalmente diversa rispetto a quella avuta dall’oblo di un aereo o di un grattacielo: le colline, le case, addirittura le città, scompaiono, restituendoci lo sguardo di un pianeta che fino ad allora non era mai stato così sconosciuto. Scompaiono i segni chiari e lineari creati dalla tecnica, così come quelli densi e sfumati della geografia. Ma soprattutto, scompaiono i segni stabiliti dalla politica: i confini. Nota Stefano Catucci, nel suo Imparare dalla Luna, come l’umanità che si vede dallo spazio sia «infatti “una” perché svuota di senso le discriminazione politiche, ideologiche ed economiche». Sempre Catucci, ricorda come di ritorno dalla missione Apollo 8, il comandante Frank Borman, dichiarò che «guardando la Terra dalla Luna i confini e i caratteri delle nazioni sembravano fondersi tra loro».

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Ma il proclama universalista ed antiprovinciale di Borman verrà di lì a poco resa vana dalla stessa agenzia spaziale statunitense il 20 luglio 1969, con la missione Apollo 11. Il primo uomo sulla luna, infatti, portò con sé non il simbolo del dissolversi di tali confini o un vessillo dell’umanità intera, ma quello del colonialismo più estremo.
In realtà, lo stesso atto di suggerire una visione del mondo da un centro non era privo di conseguenze dal punto di vista semantico: la stessa espressione visione del mondo descrive la «posizione dell’uomo in seno all’ente», la quale offre «la prova della perentorietà del processo di costituzione del mondo ad immagine tosto che l’uomo ha risolto la sua vita di “subjectum” in un centro privilegiato di rapporti». In tal senso Martin Heidegger, in questo passo tratto da Sentieri interrotti, intende indicare come l’uomo, nel suo porsi al centro del mondo, riduce questo ad immagine, e così sostituendosi alla sua funzione di centro. Più avanti Heidegger afferma: «Il tratto fondamentale del mondo moderno è la conquista del mondo risolto in immagine. Il termine immagine significa in questo caso: la configurazione della produzione rappresentante in questa pro-duzione. L’uomo lotta per prendere quella posizione di cui può essere quell’ente che vale come regola e canone per ogni ente».

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Ma l’attenzione al suo centro senza confini di Blue Marble, non ha semplicemente lo scopo di porre un centro dominante rispetto al resto: da questo infatti derivano sempre altre posizioni, altre relazioni verso cui questo centro è funzionale. Del resto, come afferma Piero Zanini in Significati del confine, un limite «esiste solo in funzione di un centro», e spesso limite e centro coesistono nello stesso elemento, come in Blue Marble. I limiti evocati nella loro assenza da Borman non sono quelli geografici e politici, infatti, ma quelli che la bidimensionalità dell”immagine della Terra pongono all’osservatore nella sua circolarità. Per quanto è vero che ogni limite viene meno, non si può eludere lo stacco appena sfumato con cui l’atmosfera difende il nostro pianeta. È proprio in quel confine percepito unicamente nello sguardo che la Terra acquista una propria antropomorfia, conservando il carattere identitario di ogni confine già presente sulla crosta terrestre. Solo così, la Terra può essere tolta dal caos e restituita alla sua natura di artefatto, e diventare reale. Non vera, ma reale: «Quest’ultimo è qualcosa di radicalmente diverso dal vero: esso è estraneo al linguaggio ed alla dimensione simbolica». Ciò che caratterizza questo reale espresso da Mario Perniola in L’arte e la sua ombra, è infatti la «coincidenza di massima effettualità e di massima astrazione: in altre parole, esso non fa altro che portare alle estreme conseguenze quel processo di alienazione e di estraneazione che costituisce il motore della modernità».
Confini e limiti fanno parte di questo processo di alienazione, perché anch’essi nutriti dal motore della tecnica, che nel campo della geografia ha fatto della costruzione di confini il suo punto di forza. Confini, che spesso hanno preso vita da risoluzioni militari, prima che accordi politici. Ma questi confini, prima di essere semplici linee tracciate su una cartina geografica, sono progetti, luoghi, come nel caso del Muro di Berlino o del Vallo Atlantico, con una loro specificità e, soprattutto, una loro superficie. Un caso che acquista una sua propria attualità nella Barriera di Separazione israeliana, che oltre alla fisicità del muro presenta tutta una serie di pertinenze (strade protette con recinzioni con filo spinato, torrette di avvistamento, aree illuminate, oltre alla tristemente notoria “no go zone”) simili a quelle presenti già nel muro di Berlino.

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Mappa creata da Léopold Lambert per The Funambulist (www.thefunambulist.net) –  (license: Creative Commons Attribution-NonCommerical-ShareAlike 4.0)

L’escalation degli ultimi mesi ha sconvolto la striscia di Gaza ha dato un nuovo, drammatico ruolo e peso alla nozione di confine, assumendo dimensioni quasi territoriali: tre kilometri di spessore, dove gli individui sono costretti alla ritirata, lasciando il 44% del territorio in mano dei satelliti. Ancora una volta, è la vista dall’alto a dominare lo sguardo: satelliti e droni sono i fruitori di questo surplus di confine, in cui la vita umana è preclusa.





.:: Quale città per i rifugiati climatici?_

6 08 2014

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Come riporta l’editoriale del numero 4 della rivista Boundaries, nel 2003 UN-Habitat ha diffuso uno studio dal titolo The Challenge of Slums: global report on human settlements, nel quale si prendeva atto che ormai «un terzo della popolazione urbana mondiale, oltre un miliardo di persone, viveva in quelli che chiameremo genericamente slums». Numeri che, considerando il trend analizzato da UN-Habitat tra il 1990 ed il 2001, subiranno un drammatico aumento, fino a far aumentare la popolazione degli slums ad una cifra superiore ai due miliardi di individui nel 2030, per lo più concentrati nel sud del mondo.

Ma queste cifre, se considerassimo l’evoluzione storica che si è avuta dal 2001 ad oggi, non possono che sembrarci ottimistiche: la così detta Primavera Araba e le tensioni create dalla reazione militare in seguito all’11 Settembre hanno spostato verso occidente il baricentro delle ondate migratorie, mentre il crollo finanziario che ha messo in ginocchio il mondo occidentale e l’applicazione di leggi sulla prevenzione dei crimini urbani hanno dato vita ad una nuova e più sottile forma di gentrificazione. Non è più semplicemente la grande città la valle dove questo gorgoglio umano va a riversarsi, ma la città occidentale, dal cui cuore viene estratta la parte indesiderata del corpo urbano. I nuovi rifiuti urbani vengono spinti dove risultano meno visibili, lasciando i centri sicuri e protetti dalla CPTED. La dimensione securitaria che la città-carcere occidentale sta acquistando è lo specchio delle insicurezze che il crollo della modernità positivista ha portato con sé.

A queste spinte verso la periferia delle città occidentali, c’è da aggiungerne un’ultima, forse quella con maggior pressione cerca di accatastare materiale umano negli interstizi della modernità, ossia quella relativa ai cambiamenti climatici. Secondo un rapporto rilasciato da Legambiente, intitolato Profughi Ambientali: Cambiamento climatico e migrazioni forzate, «i cambiamenti climatici diventeranno nel prossimo futuro la maggiore causa di spostamento delle popolazioni sia all’interno che all’esterno dei confini nazionali». Era il 2012, e già lo stesso anno risultò che più di 32 milioni di individui furono costrette ad abbandonare le loro case a causa di calamità naturali, facendo sì che i rifugiati climatici surclassando i cinque milioni dei profughi che per salvarsi da guerre, epidemie e persecuzioni politiche hanno ricevuto asilo da paesi ospiti. Ma qui nasce un paradosso che non è solo formale: non esiste lo statuto giuridico di rifugiato climatico. Mentre chi fugge da una guerra o da una persecuzione può, di fatto, richiedere di essere ospitato in un campo profughi allestito per l’occorrenza, nulla di tutto ciò è previsto né dalla Convenzione di Ginevra del 1951, né dal suo Protocollo supplementare del 1967.

Centro d'Accoglienza di Lampedusa

Centro d’Accoglienza di Lampedusa

Questa condizione cambia completamente la situazione dei rifugiati climatici, che non avendo altra prospettiva che il nulla giuridico, sono condannati a vivere in clandestinità, pur di fuggire da una terra che si scrolla di dosso l’infezione umana. Sempre Legambiente riporta stime che vedono circa 1.000.000.000 di individui esposte a crisi climatica entro il 2050, dei quali 250.000.000 si trasformeranno in eco-profughi, pronti a cercare di farsi strada in luoghi più ospitali.
Sarebbe sciocco pensare che l’intera quota ipotizzata si sposterebbe in blocco verso occidente, ma è comunque necessario riflettere attentamente sulla portata di tali numeri, soprattutto rapportandoci alla situazione attuale. Prendiamo ad esempio il Centro di Primo Soccorso ed Accoglienza di Lampedusa, progettato per una capienza di 381 individui, espandibili all’occorrenza ad 804. Numeri lasciati sugli appunti del collaudatore, dato che l’emergenza è continua, superando anche di cinque volte la massima capienza ipotizzata, generando spirali di proteste trasformatesi in assalti allo stesso centro, come accadde nel 2011, dove un’ala del centro dovette arrendersi alle fiamme.

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È evidente che la politica, italiana ed europea, è impotente e cieca di fronte a questo fenomeno: da un lato, la proposta italiana è avvitata attorno ai due estremi dell’accoglienza e del rifiuto, dall’altro, in sede europea, il problema viene rinviato a data da destinarsi. Nel frattempo, i margini urbani continuano a popolarsi dei reietti dell’umanità, allargando i loro confini, che da semplici linee diventano dense aree di pattume abitativo. Nelle metropoli del nord e del sud del mondo vengono cancellati gli spazi pubblici e tracciati i nuovi confini che le sezionano secondo criteri razziali e di classe. La trasformazione è già in atto: a Padova, dove un muro alto tre metri e lungo ottanta divide una sezione di città, a Londra, dove i senza tetto sono dissuasi a permanere nel centro della città tramite l’arredo urbano, a New York, dove il piano POPS rende gli spazi pubblici inaccessibili fuori dagli orari concessi.

La segregazione non è ovviamente una strada percorribile, ma cosa fare altrimenti? Questa, sarà una delle sfide che l’architettura dovrà affrontare nel futuro.





°< Allontanarsi dal “linguaggio”: Lezioni dalla fine del Mondo_

4 08 2014

Chi negli anni addietro ha avuto il piacere di condividere le riflessioni che si andavano ad accumulare questo blog, ha qualche idea circa gli interessi critici da cui mi sono fatto conquistare. Degli interessi che ruotano tutti attorno alla nozione di immaginario, sia che essi si focalizzano sul tema delle rovine, della virtualità, delle relazioni tra architettura ed immaginario tecnologico, del transumanesimo. Il tutto guidato dagli strumenti della critica architettonica e dell’estetica. Negli ultimi mesi, mesi in cui ho dovuto, per problemi di varia natura, allontanarmi dal mio blog, ho maturato la convinzione che tali temi e tali strumenti abbiano una immanenza molto più pragmatica di quanto avessi sospettato in precedenza. In poche parole, l’immaginario è molto più reale di quanto si possa immaginare, tanto da essere pericoloso.

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Qualche mese fa, frutto della collaborazione con l’amico e compagno di avventure Alessandro Melis, è stato pubblicato il testo che ha messo a nudo questo mio nuovo interesse. Un percorso che, irrimediabilmente, mi allontanerà dal linguaggio. In realtà, non credo di essere mai stato assuefatto dallo stile, se non nelle sue manifestazioni più espressive. Il fatto è che ciò di cui sono affamato è la ripercussione sul reale. Non è volontà di adesione al programma di Ferraris, quanto piuttosto dal desiderio di non volermi vedere offrire brioche ad un popolo che chiede pane. La domanda di pane, ossia di città, proveniva dalla nascente classe del proletariato, che vedeva i propri figli letteralmente morire per l’inadeguatezza del compito urbano, delegato dalla contingenza degli interessi economici ai latifondisti, interessati esclusivamente alla redditività dei propri terreni. Allora, la città era un ambito rifiutato dagli architetti stessi, troppo impegnati a cercare di capire quale fosse il motivo che meglio si adeguasse al ferro battuto o ai nuovi stucchi.

Charles Willard Moore - Piazza d'Italia

Charles Willard Moore – Piazza d’Italia

Come allora, l’architettura si trova di fronte ad un bivio: accettare realmente le sfide che la contemporaneità gli pone, oppure ripercorrere la strada che già la rivoluzione industriale gli ha offerto, ossia quella di ignorare la realtà.  Come allora, l’architettura si trova in un impasse operativo tale da lasciar il fine ultimo della disciplina, ossia la gestione del costruito e della città, ad altre figure professionali, maggiormente dinamiche e meno logorate da deformazioni professionali. Al giorno d’oggi, l’architettura, i cui agenti sono costretti sempre più a giocare il ruolo di burocrati dell’edilizia, non riesce a inserire in un quadro sistemico ciò che sta realmente cambiando il volto della città, non riuscendo a superare il puntuale intervento. Se consideriamo gli studi legati alle smart cities, alla global warming, alla prototipazione numerica, alla Crime Prevention Through Environmental Design, alla trasformazione delle periferie delle città occidentali in enormi slum, vediamo l’emergere di una serie di criticità che richiedono con martellante insistenza degli interventi.

Tanya Aynat - The Octo Island

Tanya Aynat – The Octo Island

In Lezioni dalla fine del Mondo abbiamo cercato di mettere a sistema queste criticità, grazie all’aiuto di Emilio Garcia, Massimo Gasperini e Paola Leardini. L’idea da cui si muove il progetto di questo libero è semplice: come potrebbe intervenire l’architettura, in un contesto in cui ognuna di queste singole criticità fossero portate all’estremo? Da questo interrogativo è nato un corso di laurea, tenuto da Alessandro Melis, presso l’Università di Auckland, che ha girato la questione ai partecipanti al corso. Si è usata una metafora derivante dalla cultura popolare, ossia l’idea di una invasione di zombie che avrebbero infestato l’intera area coperta dalle terre emerse. La sfida, era quella di arrivare a mantenere un livello di qualità della vita inalterato, nonostante uno scenario in cui la più terribile delle minacce avrebbe costretto a ripensare l’approvvigionamento di acqua, cibo ed energia, il sistema insediativo e dei consumi, la capacità di produzione della comunità e la sua sicurezza in ambito urbano. Zombiecity è una proposta ai limiti del paradossale e dello scherzo, ma riflette le tensioni che stanno scuotendo la città occidentali dalle sue fondamenta.

Dominic Wilson - Zombiecity Freescape

Dominic Wilson – Zombiecity Freescape

Il libro, in sé, si compone di due parti, una divisa a sua volta in quattro saggi, e l’altra, in cui vengono illustrati i progetti. I saggi, a loro volta, vanno ad interessarsi delle tematiche che secondo noi sarebbero state cruciali ai fini della riflessione sul testo, e che quindi avrebbero trattato dei rapporti tra architettura ed immaginario collettivo, città e crisi ambientale, città e violenza, architettura e sistemi produttivi di frontiera. Immaginario, ambiente, violenza e produzione automatizzata diventano i quattro cardini su cui si incentra l’impianto teorico di Lezioni dalla fine del Mondo. Questo è, secondo noi, solo l’inizio della ricerca, che si intravede lunga ed interessante. Spero davvero, assieme ad Alessandro, che potremmo percorrere questo percorso insieme al più alto numero di persone. Credo che l’intera disciplina ne avrebbe bisogno…





.:: Dopo la fine del Mondo_

9 02 2014

Nella fase finale del ventesimo secolo abbiamo avuto l’opportunità, prima accessibile solo attraverso la teologia o la finzione narrativa, di vedere oltre la fine della nostra civiltà, di scorgere, in una strana sorta di retrospettiva prospettica, come si presenterebbe la fine: come un campo di sterminio nazista, o un’esplosione atomica, o una wasteland ecologica o urbana. E se siamo stati in grado di vedere queste cose è solo perché esse sono già accadute.

James Berger

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Dopo molto tempo, torno a curare una mostra. Questa volta, la scenografia sarà l’Isola Gallery_Lab,una galleria con cui ho iniziato a collaborare grazie all’invito di Barbra Martusciello, e che si avvale della collaborazione di Chiara Zocco. Stiamo lavorando da questa estate a questa mostra, e sono felice per due motivi: primo, perché questo evento rappresenta la prima personale di Massimiliano Ercolani, che ancor prima di essere un mio grande amico e compagno di avventure, è un autore forse tra i più sottovalutati. Secondo, perché questo sarà il primo evento di altri sul tema delle visioni architettoniche. Stiamo cercando di mettere in piedi, più che un esposizione di “disegni”, una vera e propria atmosfera… Ovviamente, non solo siamo aperti a critiche, ma le pretendiamo: non si può crescere senza dissenso!
Ci vediamo quindi il 15 febbraio alle 18.00 presso l’IsolaGallery, all’Isola Tiberina!

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Ecco qui sotto il comunicato stampa:

Il 15 febbraio 2014, alle ore 18,30 presso Isola Gallery_Lab, si inaugura la personale di Massimiliano Ercolani titolata Dopo la fine del Mondo, a cura di Emmanuele Jonathan Pilia e imperniata sull’idea di “Apocalisse”, una rovina ormai alle spalle dove la civiltà ha già iniziato a raccogliere i brandelli di ciò che rimane del Mondo per tentare di riplasmarne le membra.

Considerevolmente posteriore alla fine della catastrofe, i nuovi costruttori hanno dovuto affrontare il peso del vuoto di memoria storica, per cui ci si è dimenticati dell’esistenza stessa di un’architettura precatastrofe, tanto che la sua storia è divenuta leggenda e mito. Come Perduta ogni forma di sviluppo scientifico-tecnologico, tutto ciò che rimane è la falsa utopia di un mondo le cui uniche tracce lasciate, sono riutilizzate per ricostruire nuove forme di alloggio.

Per quanto affascinante, l’idea di ricostruire un mondo sulle sue ceneri è solo un’aneddoto narrativo che ci consente di descrivere un mondo che ha superato la sua più terribile crisi economica lasciandosi alle spalle ogni forma di istituzione. Il movimento culturale dei makers ci stimola a riflettere quale forma assumerà un’architettura non vincolata da leggi e da normative, ma dalla necessità e dalla volontà di recuperare i pezzi di un mondo ormai sgretolato. Riprendendo l’idea situazionista della New Babylon di Constant, Massimiliano Ercolani disegna una dimensione alternativa ed evocativa, in cui antiche carene di enormi transatlantici, scocche di strani velivoli, addirittura carcasse di satelliti artificiali, vanno a formare spazi architettonici liberi da ogni vincolo. Strane costruzioni tecnologiche, assomiglianti più a curiose astronavi che a dei veri e propri edifici, vengono assemblati su uno spazio neutro, astratto, libero da pregiudizi di ogni sorta: i disegni vanno ad assumere una conformazione a metà strada tra la composizione pura e l’elaborato tecnico. Gli oggetti assemblati da Ercolani sembrano quasi galleggiare su tavole grafiche che fanno da sfondo e supportano il peso visivo del progetto, rendendo impossibile intuire la scala o il funzionamento dei vari componenti, che eppure ci appaiono familiari e confortevoli.

Massimiliano Ercolani riutilizza qualsivoglia componente per ricostruire il suo mondo. Ventiquattro visioni, ventiquattro elaborati grafici a cavallo tra l’illustrazione, l’installazione e il disegno tecnico, accompagneranno il visitatore che sarà costretto a percorrere le rovine dell’antico ordine, in attesa di vederne uno nuovo, di un mondo che sta già sorgendo.

Info
Dopo la fine del Mondo | Massimiliano Ercolani- A cura di Emmanuele Jonathan Pilia
Inaugurazione: 15 febbraio 2014, ore 18,30

Fino al 23 febbraio 2014 – Orari: lun.-sab. 10-13 e 16-20, e su appuntamento
Isola Gallery, Piazza San Bartolomeo all’Isola n. 20 (Isola Tiberina) Roma
www.isolagallery.com

Per chi usasse facebook, invece, ecco qui l’evento!

https://www.facebook.com/events/242082582647993/





.:: Citymakers è tra noi!

10 01 2014

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Che cos’è l’immaginario tecnologico? Quali sono le forme che può assumere? Come può influenzare la costruzione e la percezione delle città? Come può invece essere utilizzata come strumento utile all’architettura? Come può, l’architettura e la città, al contrario, influire l’immaginario tecnologico?

Queste sono alcune delle domande a cui Citymakers tenta di dare una risposta.

Cinque saggi, cinque punti di vista che cercano di gettare luce sulle diverse sfaccettature di questo tema che influisce la vita di tutti i giorni delle città. Eppure, spesso non ci rendiamo conto quanto segni e simboli condivisi riescano a dar vita ad una evoluzione della sensibilità che, di fatto, dà forma al quotidiano di ciascuno.

Ciò che ci circonda è infatti il frutto di un rimescolamento continuo di questi segni e simboli che formano i nostri immaginari, e senza comprendere questi segni e simboli noi ci troveremo nella condizione di non poter decifrare nulla di ciò che osserviamo: saremo come persi di fronte al reale!

Ma cos’è Citymakers? Questo libro è una tappa, un primo passo di una ricerca che si sta conducendo, assieme a Lucilla Boschi, Silvia Casolari, Fabio Fornasari, Davide Monopoli e Francesco Verso, ma anche altri, come Marcello Pecchioli e Gabriele Perretache tende verso la creazione di strumenti utili all’analisi della nostra contemporaneità. Sì, è un programma decisamente ambizioso, ma frutti come Citymakers ci stanno incoraggiando!

Quindi, se vi interessa la narrazione scientifica, l’utopia, l’immaginario, la tecnologia o la cinematografia di genere, non potete non leggerlo! Tra l’altro, abbiamo tentato un piccolo ed embrionale esperimento: può un libro definirsi come aumentato? Abbiamo cercato di sfruttare la tecnologia del QR Code per dare un’esperienza di lettura che possa coinvolgere anche altri media, oltre quello della carta: immagini, link, ma anche video e panorami interagiscono con il testo. Basta avere uno smartphone, oppure un computer dotato di webcam!

Insomma, non posso far altro che augurare a tutti quelli che hanno (o che avranno) tra le mani il testo: Buona lettura!

PS: Dove si può trovare? Semplice: sul sito di Deleyva Editore!





.:: La logica dell’assenso_

7 01 2014

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In un momento storico in cui ogni cosa sembra consumarsi in tempo reale senza quasi lasciare traccia del suo passaggio credo sia necessario fissare alcuni punti per continuare a guardare avanti e costruire consapevolmente futuro.

È con queste parole parole che Luca Molinari introduce il suo articolo pubblicato sul suo blog ospitato nel sito Il Post.  Il titolo del suo articolo, Un anno di architettura e vita metropolitana, non lascia dubbi sui contenuti del testo. Se il 2013 verrà ricordato, sarà per il suo registrare le difficoltà riscontrate da parte dell’architettura nell’assorbire e nel perpetuare alcuni modelli a seguito di una crisi economica che sta erodendo la disposizione al capriccio anche degli sceicchi meno avari. Se è vero che questo contesto economico ha comportato delle criticità difficilmente superabili da parte di singoli e di grandi gruppi, aggravando una stratificazione normativa sempre più oppressiva a cui molti professionisti americani ed europei non erano preparati, è pur vero che una reazione potente dal sottosuolo ha fatto emergere tendenze e ha portato ad una serie di ricerche particolarmente nate proprio dal fondo del barile. Ricerche che probabilmente sono destinate a rivoluzionare l’approccio alla progettazione in toto, e che possono essere ricondotti, grosso modo, al mondo del crowdfunding e del crowdsourcing. Interessante che in Italia, proprio quest’anno, ci siano stati due importanti eventi legati a queste tematiche, riscontrando anche un ricchissimo riscontro da parte dei media e degli operatore di settore, ossia il Maker Faire Rome, o il Crowdfuture, entrambi tenutosi a Roma in ottobre, ed entrambi potenzialmente di grande interesse per il mondo dell’architettura. Un interesse non onorato dagli architetti, che per l’ennesima volta decidono di delegare il volto del futuro ad altre professioni, schiacciati come sono da una contingenza che non rende giustizia al dono della creatività, e da un contesto culturale che premia produttori di aforismi dal sapore pecoreccio e disegnatori pragmaticamente ancorati alla ripetizione infinita di un’unica formula per’altro non loro.

Il 2013 sarà ricordato come l’anno in cui un cuneo entra a dividere fortemente chi ha saputo sfruttare in maniera concreta le capacità della rete di approfondire le relazioni di competenze e di settore, chi sfrutta strumenti complessi e meccanismi sociali come quelli suggeriti da alcune piattaforme spesso non proprietarie, e chi si è guadagnato l’accesso ad internet per utilizzare facebook, senza alcuna esperienza in altre forme di mailing list o forum.

Un digital divide che viene dalle competenze e dalla capacità di comprendere ed utilizzare lo strumento, più che esserne supini e passivi spettatori, arrogandosi il diritto di parlare a nome di un presupposto “popolo della rete”, che di fatto non esiste.

Molinari scrive:

L’esercizio della buona critica è una pratica politica necessaria in una fase in cui ogni elemento viene relativizzato al ribasso con un appiattimento etico che sconcerta, mentre nostro compito dovrebbe appunto essere quello di indicare con forza quella serie di fenomeni e di interrogativi capaci di risvegliare le coscienze e di riattivare una pratica civile di scambio e confronto collettivo.

Difficilmente riuscirei a trovare una frase che con maggiore forza sottolineerei, ed è per questo che non riesco a comprendere molti dei fatti e dei personaggi ritenuti rilevanti dall’autore lombardo. Ovviamente, è una scelta puramente soggettiva, come lo stesso Molinari ricorda, ma ogni operazione di questo tipo tratteggia geografie di incontri e posizioni che rivelano schieramenti e amicizie. Un plauso quindi va per il riconoscimento di alcuni eventi altrimenti scomparsi tra le pieghe della cronaca, come ad esempio l’occupazione «popolare e spontanea in difesa di Gezi Par a Instabul [che] viene violentemente soffocata dalla polizia [...]. In Turchia si sta giocando una partita culturale e di civiltà che va molto al di là dei confini politici di questo Stato. E il fenomeno di Taksim dimostra ancora una volta il ritorno potente della gente a un uso civile degli spazi pubblici e a forme di cittadinanza attiva che sembravano essere scomparse dalle nostre metropoli». Il passo raccolto da Molinari è molto puntuale e interessante, perché riesce a trovare quella sottile mediazione che lega indissolubilmente violenza e città. Così come è interessante il voler legare il destino economico di una città importante come Detroit a questo almanacco di eventi, riconoscendo l’importanza di questo evento e cogliendo «l’impotenza dei tradizionali strumenti amministrativi nel gestire una crisi di sistema epocale». Così come è importante l’aver segnalato lo scandalo della Terra dei Fuochi, un caso che ha fatto rinascere il desiderio di riscatto di un territorio che per troppo tempo è stato dimenticato dal suo stesso popolo.

Purtroppo, però, quest’acutezza non riveste l’intero elenco, e questo si vede soprattutto nella seconda metà dell’elenco, anche se la prima metà non è esente da grandi punti interrogativi, ma che possono essere chetati dalla differenza di sensibilità, come ad esempio l’altrimenti inspiegabile inserimento del Centro informativo dell’Expo2015, una struttura dell’architetto Alessandro Scandurra banale e simmetrica che rovina la vista del Castello Sforzesco di Milano, oppure il banale e frigido libro di Italo Rota, Cosmologia portatile. La conclusione di uno dei progetti meno ispirati di Massimiliano Fuksas e Doriana Mandrelli, i quali dimostrano di scegliere dei collaboratori non in grado di saper padroneggiare la complessità di uno script parametrico per il rivestimento di un edificio in macroscala, delegittimando una ricerca importante e fertile come quella della modellazione in scripting utilizzando lo stesso modulo alveolare per tutta la dimensione dell’edificio, banalmente riassunto nella silhouette di un aeroplano.

Quanto meno esagerato è il primato dato alla seppur bella mostra sul lavoro grafico di Carmelo Baglivo, curata da Emilia Giorgi, Carmelo Baglivo. Disegni Corsari, tenutasi presso la Fondazione Pastificio Cerere di Roma.

Il commento al punto in questione svela un sodalizio forte tra alcuni autori di varia estrazione e di diversi talentuosità, in cui vengono accostati senza colpo ferire semi illetterati a bravi oratori, disegnatori sopraffini a plagiari senza remora, definendo ancora una volta il contorno di un gruppo che, almeno dall’esterno, sembra molto unito e compatto. Una scelta più che legittima, ma che cozza con uno dei passi più importanti e decisivi dell’instroduzione al suo elenco:

Sullo sfondo rimane chiaramente una delle crisi più diffuse e drammatiche vissute negli ultimi decenni, che sta già cambiando radicalmente il mondo dell’architettura e delle costruzioni e su cui la maggior parte degli studi sta cercando d’individuare strategie di sopravvivenza e nuovi strumenti, oltre a mostrare una conseguenza devastante sulle nuovissime generazioni di progettisti e neo-laureati obbligati molto spesso ad emigrare lontano dal nostro Paese.

Sarebbe stato interessante che queste nuovissime generazioni di progettisti e neo-laureati capaci di individuare strategie di sopravvivenza e nuovi strumenti avessero fatto capolino nell’articolo di Molinari.

Tre nomi under 35 per tutti:

Noumena Architecture, che con il concorso RESHAPE rimettono in gioco il rapporto tra progettista e produttività, in un contesto di ridisegno della tecnologia produttiva che coinvolge tanto la progettazione quanto la vendita degli artefatti come degli edifici;

OFL, studio romano con vocazione internazionale, tra le altre cose promotori di Cityvision Magazine, che durante il Maker Faire Rome, sono riusciti a dimostrare con il progetto St. Horto che è sostenibilmente possibile portare avanti un modello di progettazione realmente alternativo;

Alessio Barollo, uno dei maggiori esperti in Italia di civic crowdfunding, che ha portato all’attenzione l’argomento e le prospettive durante più e più giornate di studi. Di cosa si tratta? Guardate qui.

Si potrebbe citare decine di realtà più che meritevoli di attenzione, che stanno dando un contributo realmente personale e realmente innovativo: Alessandro Melis, Fabio Fornasari, Massimiliano Ercolani, Crilo, Enrico Lain, Claudia Pasquero.

Dove sono questi nomi? Restano tra le pieghe del silenzio di una rete che offre luce al più criptico ed evanescente, piuttosto che il più chiaro e pungente, il negligente romantico, piuttosto che il diligente cinico, il conformista, piuttosto che l’innovatore.








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