.:: Oltre il banalismo del web // avatar

6 05 2008

Nell’ormai consolidato gergo di Internet, svariati lemmi sono di estremo interesse per chi si avvicina alla progettazione di architetture virtuali. Se noi considerassimo l’intero sistema internet come una sorta di mondo degeografizzato (l’unica indicazione geografica è il dominio) parallelo al nostro, nelle più banali delle ipotesi, niente ci vieta di ricondurre la metafora delle città a quello che ora chiamiamo portali. Dunque, perseguendo per analogia, potremmo andare ad aggettivare i singoli edifici come quello che ora sono i siti, facenti parte magari di portali dedicati, alla stregua di un’abitazione che condivide il condominio con altre abitazioni. Scendendo ancora di scala, si arriva al singolo abitante/avatar. Questa schematizzazione della gerarchia sociale di un possibile territorialismo del web è funzionale ad una alfabetizzazione alla cultura visiva di cui si dovrà sensaltro far pratico il transarchitetto che non vorrà far scadere la propria disciplina nella pura masturbazione formale, ma affiancando la sperimentazione alla comprensione dei problemi fruitivi e di uso di questi spazi. Con ciò non voglio dire assolutamente che si può prescindere dai problemi formali, tutt’altro: in quanto virtuoso mi sento di dire che anche nel costruito è assolutamente necessaria il più ardito tra gli aneddoti formali. Ma bisogna riflettere sul fatto che, a distanza di 5-6 anni dalle ultime sperimentazioni visive degli studi più trasgressivi, come quelli di Novak Kovak ad esempio, gli esempi di riflessioni pertinenti sull’architettura digitale sono di una pochezza teorica sconfortante.

Il perchè di questo ha una facile risposta: il perdersi in congetture, fumose quanto all’atto pratico niente più che poetiche, ha fatto sì che l’intera disciplina perdesse di vista l’obiettivo per cui è nata: la gestione della fruizione, da parte di avatar, di architetture fruibili via web, le quali avranno una destinazione d’uso diversa da quella unicamente ludica ricreativa. Avatar che hanno possibilità e bisogni ben precisi e sicuramente diversi dalle persone che nascondono. Dunque, la ricerca deve ripartire da quì: comprendere a quali funzioni possano adempiere queste transarchitetture, che indirizzo stilistico avranno e in che maniera sarà possibile una fruizione attiva da parte degli avatar. Le problematiche si ritrovano da loro di rimbalzo, dunque è impossibile dare una definizione per ogni problema separatamente: in base alla transarchitettura, ogni avatar dovrà comportarsi diversamente, e dunque avrà questa o quella possibilità, questo o quel vincolo.

C’è da dire che lo stesso concetto di avatar, già nella sua origine tribalistica/indiana, non è altro che l’assunzione di caratteri fisico/spirituali di entità altre. Quindi, oltre a tutte le considerazioni di tipo funzionalistico, dobbiamo considerare l’anima trasformista nella rete come uno sviluppo naturale del tema antropologico . In altre parole, il mutamento sognato dai transumanisti parte in primo luogo da un riadattamento comportamentale, insito negli archetipi mentali che ci appartengono. Dunque, il processo di evoluzione umana, o per dirla con Lèvy, di ominazione, proseguirà proprio con la comprensione dei fenomeni extraumani appartenenti a quelle entità create per assumere il ruolo di nostro personalissimo alias: l’avatar. Che l’avatar/design possa essere l’ultima deriva di una prossima futura psico/industrial-design?




.:: L’architettura ed il suo pubblico // Culver City

28 04 2008

Nel secondo dopo guerra il bisogno di costruire una miriade di abitazioni per la gente che aveva perso la casa durante i bombardamenti portò ad una velocissima costruzione di una edilizia a basso costo che doveva essere progettata e realizzata in pochissimo tempo. Questo anche nei centri storici. Gli esempi ce li abbiamo tutti sotto gli occhi. Questo influenzò anche una parte della generazione di architetti che fu allieva dei mestieranti dell’architettura economica e popolare. Ma per fortuna alcuni architetti, ebbero la volontà di non rinunciare al piacere dell’invenzione, e riuscirono a seguire strade diverse da quella che promuoveva il razionalismo internazionale da una parte, oppure la speculazione edilizia pseudo tradizionalistica dall’altra. Un gruppo di questi outsider, scelse di progettare insieme ai suoi committenti, che nel nostro caso in questione sono per lo più operai, artigiani, impiegati che non potevano permettersi una casa di proprietà se non con sovvenzionamenti pubblici, e che quindi è immaginabile che non abbiano avuto una solida cultura architettonica. Giancarlo De Carlo è uno tra i primi ad abbracciare questo approccio proponendo la partecipazione attiva nelle fasi di progettazione degli utenti finali.

La verità è che nell’ordine c’è la noia frustrante dell’imposizione, mentre nel disordine c’è la fantasia esaltante della partecipazione.

Un esempio di questa personale tendenza dell’architetto è senza dubbio il Nuovo villaggio Matteotti di Terni, destinato ai dipendenti dell’acciaieria, dove gli stessi dipendenti suggerirono a De Carlo alcune tra le soluzioni eseguite. Ovviamente questa operazione aveva dei grossi limiti dato che la gente non poteva proporre ciò che non conosceva nei seminari organizzati, e lo stesso De Carlo questo lo sapeva. Ma non si può dire certo che l’esperienza sia stata fallimentare, ed è stata un caso esemplare per il periodo. Non deve quindi apparire una critica troppo forte quando dico che si poteva fare di più. Non è stata infatti assolutamente presa in considerazione la possibilità di poter realizzare un opera che utilizzasse le tecnologie sfornate dall’acciaieria, di cui gli stessi abitanti/lavoratori si sarebbero fatti anche costruttori/co-progettisti.

Gap metodologica in cui non cadrà ben 30 anni più tardi uno degli architetti più atipici della nostra contemporaneità: Eric Owen Moss, il quale sta approfittando di un’occasione di cui solo Gaudì poteva contare, trovare il proprio mecenate. E’ infatti particolare la storia della realizzazione a vasta scala che sta rendendo famoso un architetto a cui è stato reso possibile il sogno di una categoria: poter sperimentare senza doversi preoccupare di spese. Culver City infatti, fino a soli 15 anni fa non era nient’altro che una prefettura periferica di Los Angeles ad uso prevalentemente produttivo/manifatturiero composta quasi esclusivamente da magazzini e piccoli edifici di servizio, fino a quando un imprenditore russo, forte del proprio potere economico, ebbe l’idea di acquistare poco a poco Culver City e di dare il compito ad un architetto di riqualificarla. Ed è così che sta accadendo. Ma come fare a poter riqualificare un luogo in modo partecipativo formato da un tessuto particolarmente disgregato e poco abitato nonostante la densità? Semplice, utilizzando le tecnologie che gli ex operai delle fabbriche sono in grado di gestire. E così nasce il vetro a curvatura casuale di The Umbrella e il virus laterizio di That’s Wall?, oggetti pensati attraverso le menti malate di computer dedicati alla rappresentazione delle idee attraverso render, che poi solo le mani esperte di un artigiano che possiede una certa esperienza sarà capace di trasformare in materia. L’architettura digitale usa l’arcaico come filtro verso la realtà. Che il riferimento a Gaudì non fosse solo una citazione d’aneddoto?




.:: EmErgEnzE in :: Diverse Tracce ::

24 04 2008

L’arte contemporanea può sposare fini solidaristici? E se sì, come? Raggiungere il nocciolo della problematica che si intende indagare è una strada da battere, ma è facile scadere nell’assistenzialismo e nella semplice denuncia. EmErgEnze, Laboratorio Permanente di Arte Effimera a Ladispoli, ha tentato di superare il cliché di un’arte contemporanea per il pubblico, e quello di un assistenzialismo colto. EmErgEnzE è arte contemporanea solidaristica non a fine di lucro, ed in Diverse Tracce ne ha dato prova.

Foto di Fabio Valerio Romano

1) Diversamente_ Io sono diversamente abile. Ognuno di noi è diversamente abile. La ghettizzazione semantica a cui viene costretta con una certa ipocrisia un certo ambito sociale è imbarazzante. Nonostante l’accettazione di questa discriminazione, essere diversamente abile è condizione diffusa di ogni essere umano. Io sono diversamente abile da te, tu da me.

2) Traccia_ Un incrocio tra le due più importanti vie di Ladispoli dove un flusso ininterrotto di persone con ogni tipo di diversità, dal carrozzato al normodotato, tutti in divisa, con la stessa maglia, gialla, a voler allargare l’insieme matematico dei diversi. Nel loro passaggio, il flusso, lascia una traccia, un segno debole, facilmente lavabile, come probabilmente la coscienza delle persone poste di fronte al problema.

3) Azione_ Partiti in sincrono dagli apici delle due vie, due gruppi omogenei nella loro diversità, armati di tempera lavabile, si sono dati appuntamento all’intersecarsi delle due strade, dove si trova lo spazio pubblico più articolato della città. Nel loro passaggio, la tempera viene lasciata cadere tra le strade, come una lumaca che lubrifica la strada che deve seguire, così si è cercati di lubrificare l’occhio della persona comune.

Foto di Fabio Valerio Romano

4) Critical Mass_ All’incontro nell’incrocio tra le due vie, la piazza è stata pacificamente occupata dall’incursione. Lì, la dimostrazione della volontà vitale di chi ha voluto partecipare all’evento si è fatta più forte, soprattutto durante la lettura di una poesia da parte di Sara, ragazza disabiledi Ladispoli, scritta da Ivan, ragazzo disabile del nord Italia che non rinuncia a vivere nonostante le sue difficoltà.

5) Anche io sono diversamente abile_ Cosa vuol dire per te essere diversamente abile? La domanda posta ai fruitori occasionali dell’evento. La domanda su cui si sta cercando di riflettere è posta sul blog creato per l’occasione. Non ci resta che aspettare risposte.

foto di Fabio Valerio Romano

Foto di Fabio Valerio Romano




.°° Made in China_ Dal cucchiaio alla città.

19 04 2008

L’architettura è un segno della vita di una società e rappresenta il livello di sviluppo culturale, economico e politico di un’epoca. Dunque, possiamo dire che l’architettura è la testimonianza storica dei progressi di questa era rappresentata. La città difatti è il sistema artificiale più complesso e che vive i cambiamenti più lenti, perché più stabilizzatori, tra quelli ideati dall’uomo, e la progettazione, la costruzione e l’organizzazione di questo sistema artificiale è la sfida più grande per l’intelletto umano. Non è un caso se storicamente, ogni grande imperatore, o regnante in generale, che si sia rispettato abbia, tra le prime cose, fondato la propria città, o modificato completamente le città esistenti. Dalle trasformazioni della Roma rinascimentale e barocca da parte dei papi, fino alle città di puro marchio fascista, la forma urbana è stato il principale brand con cui il governo di tutto mostra l’applicazione pratica della propria ideologia.
Non a caso Piccinnato parla così della sua Sabaudia:

[...] Non più la città murata contrapposta alla campagna, la città che impone enormi spese e non produce, la città fine a se stessa e che in sé si conclude, ma nuove forme urbane aperte e decentrate, ragionevoli ed equilibrate con la loro funzione [...] Una città indissolubilmente legata al suo territorio [...]

Rappresentativo di una città nato per volere di un fascismo che si presentava allora come ente modernizzante assoluto, ed allo stesso tempo promotore dell’autarchia.

Agli inizi del ventunesimo secolo l’evento urbanistico di maggiore spicco è la crescente urbanizzazione della Cina che, guidata da un governo fortemente presente il quale si fa ideologia di se, non poteva sottrarsi a questa sorta di legge storica. Pechino, Beijing e Guangzhou sono le tre città che stanno aumentando il vantaggio concorrenziale al livello globale. Forgiati sotto il segno di produzione, sport, cultura, questi centri mondiali non potevano che essere lo specchio dell’ideologia nazionalistica cinese: produttività esasperata, consumismo edilizio che preme affinché studi mettano a punto edifici in tempi strettissimi, con conseguente calo di qualità diffusa e frequente abbattimento diffuso di edifici realizzati poco tempo prima, ma ormai considerati (giustamente, vista la qualità di produzione) fatiscenti. Consumismo per consumismo. Della Cina in architettese spesso si citano i progetti virtuosi degli europei e delle loro bizzarrie, i quali, viste le possibilità offerte, si sentono di poter sperimentare quanto di meglio hanno nel loro repertorio. Ed anche di più. Questo con effetti positivi su una generazione di architetti che si trova, dopo il predominio dell’influenza del neo realismo URSS, assolutamente senza maestri. Sotto quest’ottica è facile comprendere i motivi dell’esplosione (in termini numerici) di un’enormità di studi clone formati dal riflesso degli stranieri. Come ad esempio succede nel rapporto tra lo studio MAD e Zaha Hadid. Ma ovviamente il pensiero torna ancora una volta al razionalismo italiano: cosa sarebbe stato Terragni senza aver capito la lezione franco/tedesca? Sotto questa luce il fenomeno di questi ennesimi manieristi ci appare del tutto nuovo e certamente più interessante che come viene dipinto dalla deriva antiglobalizzatrice. E’ certo, la Cina è una dittatura, e la sua politica è un danno sia ambientale che economico per il resto del mondo, ma come il revisionismo storico recupera architetti schierati verso il fascismo, per noi deve essere interessante capire con cosa ci dobbiamo scontrare. Dunque, se la città cinese è dominata dal consumo e riuso continuo di territorio organizzato in modo pessimo, è anche vero che i medio/piccoli studi di architettura stanno imparando a giocare con le armi della scenografia e dell’architettura effimera.
Si sta vivendo quello che in Europa si viveva con le avanguardie storiche, con l’accettabile vittima della tradizione immolata per uno sviluppo del tutto inatteso da parte degli utenti della città: la gente comune.




.** Domotica

15 04 2008

Scambi di opinioni con altri utenti della rete sono sempre salutari, soprattutto se si interessano ai miei stessi problemi…

Maat:
Ehi ciao! Oggi vado a sentire la conferenza di Boris Podrecca! E’ un architetto austriaco, ne ho parlato anche nel mio blog

Peja:
Bhè, purtroppo non ho avuto molto tempo per girare per blog… Peccato perchè ci sono dei blog veramente interessanti. Tra l’altro mi danno pure degli spunti per il mio! Se riuscissi a scrivere anche in inglese poi sono sicuro che avrei moltissimi spunti dai commenti degli internauti internauti anglofoni…

Maat:
Già, vorrei anche io scrivere in doppia lingua, ma ci vorrebbe troppo tempo…

Peja:
Infatti è il principale motivo che mi trattiene dal farlo… Tra l’altro ho notato una cosa: ho più feedback di commenti quando scrivo cose riguardante il rapporto tra architettura e realtà virtuali che quando scrivo di architettura

Maat:
Bhè guarda, meglio così! Vuol dire che ci si è seccati di parlare delle solite solfe (per quanto interessanti, sia chiaro), si ha voglia di qualcosa di nuovo! Nuovi argomenti…

Peja:
E’ vero! Anche io! A proposito, sto studiando la modellazione in Second Life: è veramente contorto come meccanismo, non lo vedo molto efficace, ma di certo la grande innovazione è il fatto che quello che fai è già pronto senza ulteriori ritocchi!

Maat:
Io ho deciso di rifuggire second life in quanto potenziale fonte della mia perdizione: già ho un fratello world-of-warcraft-dipendente ed un padre drogato di compravendita eBay, non voglio finire come loro!

Peja:
Potrai immaginare che non la penso proprio come te! Sai, io insieme ad una mia amica, Giulia Santucci, abbiamo fatto un concorso di una architettura su Second Life! Bhè, siamo arrivati tra i primi 30, e questo ci è valsa la partecipazione all’Ars Elettronica! Bhè insomma avrai capito che la cosa mi affascina, nonostante i grandi limiti, ma è il primo grande tentativo di infrastrutturare una transarchitettura condivisa… Ti faccio vedere!

Maat:
si!

Maat:
Mi affascina da sempre la tendenza al ritorno (?) a forme biologiche dopo secoli di tentativi di allontanarsene!

PEJA:
Io credo che prima o poi (nemmeno tra torppo) ci saranno edifici realizzati in materia organica, magari progettati con nanotecnologie…

Maat:
Sono d’accordo, soprattutto per la questione del risparmio energetico in fondo, anche idealmente si sta cercando di trasformare l’edificio in qualcosa che si nutre e produce… un organismo quasi vivente!

PEJA:
E’ vero! Guarda i nox ad esempio, oppure anche Nio, che poi era un ex nox: tutti è due fanno continui riferimenti letterali all’organico/inorganico, al concetto di cyborg e protesi che riferito all’architettura fa pensare all’edificio come ad una estenzione sensoriale del nostro organismo connessa direttamente ai nostri neuroni, e quindi alla nostra volontà…

Maat:
Senz’altro e soprattutto con l’integrazione delle applicazioni domotiche!

PEJA:
Esatto! secondo me si apriranno due strade su questa direzione: una che si occuperà principalmente del benessere psichico, quindi dell’integrazione tra mondi virtuali e realtà fisica, facendo integrare le esigenze emotive del fruitore con software in grado di interpretarle, e dall’altra proprio la domotica, con la sempre maggior semplificazione di manutenzione/installazione di tecnologia complessa… Guarda ora: chiunque può mettersi da solo dei pannelli fotovoltaici, ma è difficile installare un impianto di controllo energetico… Pian pianino sarà possibile per il proprietario di casa propria poter cambiare completamente l’aspetto e soprattutto l’assetto della propria casa da solo…

Maat:
Mi chiedo però a questo punto che fine farà la strada opposta della ricerca: la prefabbricazione. Diventerà una nuova speranza per l’edilizia economica, dove l’integrazione domotica (personalizzabile al massimo) diventerà la nuova espressione del lusso?

PEJA:
Bhè, forse si, sicuramente inizialmente i costi saranno parecchio elevati, ma con l’andare del tempo i prezzi cadranno e sarà forse addirittura scritto a breve un manuale normativo che gestirà queste cose… A quel punto la figura dell’architetto diventerà sempre di più simile a quella dell’ingegnere: informatico, elettronico, robotico ect… Non che la parte creativa calerà, ma sicuramente quella edile si!

Maat:
Mah, secondo me ci sarà solo una moltiplicazione delle specializzazioni per cui i team di progettazione diventeranno giocoforza sempre più grandi. d’altra parte è tentenda già consolidata, tutti i grandi studi hanno decine, a volte centinaia di membri e collaboratori per far fronte alle necessità tecnologiche…

PEJA:
Certo, ma ovviamnete quello che dirige il tutto non può prescindere dalle altre conoscenze, no? cioè, è vero che esiste la collaborazione, ma è pur vero io non posso progettare senza capire i problemi delle altre discipline che mi sono affianco.

Maat:
Ovviamente! Poi, è chiaro, questo soprattutto ad alti livelli. In effetti oggi può ancora esistere il piccolo studio associato di architettura con due membri o poco più. Ma un giorno, se le cose stanno come diciamo, anche solo per un interno ci vorranno molte competenze.

PEJA:
Bhè certo… Sai, ho lavorato in uno studio dove c’era un tipo che sceglieva solo i colori. Questa è una sciocchezza ovviamente, ma se ci pensi la tendenza è questa… però sono sicuro che ci deve essere una figura che riunifichi le competenze! non racchiuderle appieno, certo, ma per lo meno riuscire a gestire le diverse cose… Ad esempio, Lars Spuybroek, non credo che sappia programmare, ma sa come si programma. Ecco: magare non saperlo fare, ma sapere come si fa!

Maat:
… Almeno abbastanza per poter dare/raccogliere indicazioni da tutte le personalità che si ha intorno!

PEJA:
Esatto oppure potrebbe pure darsi che gli studi si organizzeranno in modo da essere frammentati in tante piccole competenze ossia, uno studio che progetta solo zoccoletti e mattonelle e i vari studi collaborano assieme! Diventerebbe una sorta di Architettura 2.0: come nel web collaborativo dove tanta gente non si conosce e fanno cmq tante cose insieme. Ecco, immagina se un edificio lo montassero tante persone che non si conoscono… Un pò come le città ora… Oddio ora che mi ci fai pensare: non è che wikipedia abbia copiato il metodo chiave dell’urbanistica medievale?

Maat:
Decisamente, però ti dirò, un po’ mi piace e un po’ mi intristisce questo processo diventerà una sorta di enorme catena di montaggio dove si rischia di perdere il senso del lavoro d’insieme la logica industriale rischia di averla vinta su quella artistica

PEJA:
Bhè, anche io sono un pò reazionario a questo, ma forse è un pò romanticheria mia: credo che occorre semplicemente trovare altri mezzi per essere creativi, con criterio, ma creativi… Sai mi fanno molta rabbia (o tristezza? chissà!) quei tipi che parlano tanto di creatività e che però si limitano semplicemente a fare cose strane… Ecco, sarà una gran vittoria non cadere nè nel tecnicismo totale, per quanto affascinante, nè nell’ingenuismo post moderno…

Maat:
Sarà parecchio dura per noi e per i nostri figli, in altre parole!

PEJA:
Chissà… Ma forse noi parliamo così perchè non vediamo la via! O forse ci estingueremo prima?

Maat:
Eheh dai, sta nella nostra natura evolverci e risolvere problemi creandone degli altro tutto sommato, un
po’ mi fido del genere umano!




.:: Nio @ Maxxi Museum :: Marzo 2005

12 04 2008

Non a tutti piace conversare in rete, e poi con alcune persone vale la pena di scomodare la buona e vecchia chiacchera. Non so se a Maurice Nio piace o no utilizzare programmi di messaggeria istantanea, ma certamente incontrarlo di persona ha avuto il suo effetto più che attraverso le prime email di avvicinamente davanti ad un monitor. L’incontro è avvenuto nel Marzo del 2005, durante la presentazione di un libro edito da EdilSpampa e scritto da Emanuela Guerrucci. Allora non ero ancora cosciente della mia molteplice essenza dei vari alias che mi son creato man mano nella mia vita digitale. Allora ero molto più semplicemente Pilia Emmanuele…

.:: Pilia Emmanuele:
You opened your new office on the first day of the millennium was it just an occasion or was it on purpose?

.:: Maurice Nio:
It was both, I decided to quit my job, so I decided : let’s do it on the same day . I like this symbolic steps, opening a new office is important. I like working in a big office whit a lot of people I actually dislike this idea of having “your” office but it had to do that way.

.:: Pilia Emmanuele:
Before that you established with other people the “NOX” are you in a relationship whit them? Are you all working together?

.:: Maurice Nio:
Today not anymore, we had our differences regarding architecture, I like to do other things than my partners did, we moved on in other directions.

.:: Pilia Emmanuele:
We know you don’t just do architecture you also do graphic videos, we wanted to know if you work on each subject separately or combining all together?

.:: Maurice Nio:
It depends on the project, they are connected one to the other mentally not fiscally.

.:: Pilia Emmanuele:
We know you give names to all your projects like a work of art , are you looking at your projects in that way ?

.:: Maurice Nio:
I think the project does not exist if it has no name. When the project have a name and an image you can direct it to where it should be, that’s way names are very important.

.:: Pilia Emmanuele:
You talk about the “technical space”, how did you develop this technical space?

.:: Maurice Nio:
I relate that all projects are situated in possible spaces, than I thought there is a connection there , and we came up with the idea.

.:: Pilia Emmanuele:
You have put your building in a site that is not really comfortable for residence, where there some difficulties?

.:: Maurice Nio:
For me it was not difficult… We put a sound barrier.

.:: Pilia Emmanuele:
You work a lot whit polyester, what are the problems with this kind of material?

.:: Maurice Nio:

The biggest problem is that it is not used to architecture , it is more adjust to industrial design . It takes a lot of time to get it done, the calculation was made by specialist .

.:: Pilia Emmanuele:
Last question, what are you think about digital technologies?

.:: Maurice Nio:
I think there should be no restrictions with the way we design, we should design with what we like, everything is ok as long as the process is followed.




Presenze Aliene in Maurice Nio

5 04 2008

Alienazione, non decontestualizzazione, la differenza non è poca! Atomizziamo il problema: la decontestualizzazione, dando per buona la classificazione classica, è un processo tipicamente post-moderno. O almeno, del postmoderno architettonico. E’ un’operazione, forse un pochino pop che punta alla contaminazione e stratificazione di segni, messi di peso da un luogo semantico ad un altro. L’alien è qualcosa di profondamente diverso: è la ricerca di un progetto di differenze da realizzarsi in continuità topologica nel dove si va ad operare. Dunque non spostamento, ma creazione di significati, capace di far emergere forte stridore. Possiamo intendere l’alien come la quint’essenza dell’innesto Deriddiano. Volendo, una creazione controllata di errori, una cortocituizione del sistema dove l’attenzione è fortemente spostata sulla causa.


Lo strumento per arrivare a ciò? La tecnologia, ovvio. Attenzione, non intendo qui un recupero nostalgico di un qualche tecno-utopismo di matrice modernista, ma la presa di coscienza delle potenzialità dell’uso che chiede il software all’utente creativo, la volontà di esplorare le reali capacità espressive del mezzo, magari anche utilizzando attivamente i vincoli. Difficile dunque è seguire l’evoluzione di un architetto che fa dell’incoerenza quasi una mission stantment. Non darsi un tema è la chiave per evitare la trappola di un bellissimo stile coerente. Per chi si disinteressa della continuità del proprio linguaggio, la strada da imboccare è un’altra: il modo. E’ diverso tempo che si parla dello spostamento di interesse dal cosa al “come”. Per gli studi comunicativi questa non è certo una novità, ma gli architetti erano al tempo sintonizzati su altre frequenze. Nei migliori dei casi il crearsi un procedimento diventava semplicemente una firma diversa da quella del segno, o un modo per mantenersi alla moda. Peggio se il modo viene dichiarato, quasi a voler dire <seguitemi, la strada è questa!>. Così si da anche molto materiale ai critici, e ci si procura quel minimo di pubblicazioni necessario per rimanere sotto i riflettori. Ovviamente questi professionisti, che forniscono loro stessi diagnosi e cura al dottore, cercano di giustificare la validità della propria metaprogettazione, e quindi cercano continui escamotage per evolversi a poco a poco. Ma quì occorrono due precisazioni per non essere frainteso. Quando dico che alcuni architetti si affrettano a voler ricordare il loro modo, la mia critica è rivolta alla descrizione della pretestuosa metafora che dovrebbe in qualche modo giustificare le scelte compositive, dando peraltro forza al simbolico, che come sappiamo bene, è la causa di tanti mali e di tanta maniera. Anche se, ricordiamoci, rimangono pretesti. L’altro fraintendimento può nascere quando parlo di stile, o di linguaggio. Negli ultimi vent’anni infatti, grazie o per colpa di Philipp Johnson, si è iniziato a parlare di decostruttivismo anche in architettura. Anche se, anche se in ritardo e fuori luogo. In ritardo perché agli inizi degli anni ‘90 gli stessi intuitori del decostruttivismo si avevano posto l’attenzione verso altre problematiche, fuori luogo perché, tolto forse il solo Rem Koolhaas, tutti gli altri architetti che parteciparono alla ormai storica mostra del MoMa nell’89, non possono essere etichettati come decostruttivisti. Forse, una definizione più azzeccata sarebbe massimalismo. Il perchè di questo è molto semplice: in un discorso di decostruttivismo architettonico, il linguaggio non dovrebbe avere il primato su altri fattori, dato che un discorso di questo genere implica il completo sgretolarsi dello stile. Dunque, la critica in questo caso, dando un’interpretazione troppo pedante della mostra ha finito con il far confondere il comune spostamento di senso, con la sovrapposizione di senso (dunque dell’Alien). Eisenmann dunque sarebbe solo una vittima della propria ingenuità. Ingenuità che invece non colpisce invece chi si interessa a progredire verso una poetica della contraddizione. Per chi sceglie questa, strada deve essere naturale lavorare nelle aree teoriche d’interstizio, quelle coperte dall’ombra dei pieni. Stato diverso da quello di bilico (torniamo alle sfumature), pretesto e motore per nuovi ibridi.
Indagare l’attività di Nio, ricercare il suo modo, o il suo approccio con il progetto, vuol dire entrare in questo buco nero. Interstizio, Alien, Ibrido.




.°°: Delitto sul litorale

2 04 2008

Via

 

Gentile Prof. G. Muratore,

come probabilmente saprà, sono un lettore del suo blog. So che è sensibile al tema, dunque so che posso segnalarle questo delitto.

Le scrivo per annunciarle un omicidio premeditato: l’ex stabilimento balneare della Polizia di Stato sulla spiaggia di Maccarese, a Fiumicino, sta per essere giustiziato.

I lavori di demolizione sono iniziati proprio oggi. Già le cabine sono state parzialmente demolite. Bel pesce d’Aprile, vero?

Il movente? La struttura, risalente ai tardi anni ‘50, è stata inspiegabilmente abbandonata da quasi due decenni, per essere rimpiazzata da una struttura che, aggettivare come anonima sarebbe troppo cortese. La vittima designata, nonostante il degrado causato dalla sua dismissione, è in condizione di poter essere facilmente recuperata: i gusci non presentano breccie se non in alcuni pochi punti, i pilastri, alla Moretti, hanno perso quà e là intonaco e rifiniture, ma sono facilmente recuperabili, gli interni e gli infissi addirittura sono integri, se non qualche vetro rotto. Ovviamente il tempo si fa sentire, e quindi gran parte dei parapetti, gradini ed altre cose sono andati. Ma si sa, ognuno ha i suoi acciacchi…

 

 

Non c’è bisogno di sprecare molte parole per descrivere il valore dell’opera, con cui per una volta un’ente pubblico si è fatto magnate. E’ pensare che oggi si sprecano milioni per sponsorizzare opere mediocri, ma griffate. Ricordo che l’edificio ed il terreno sono di proprietà dello stato, dunque sia la costruzione del secondo stabilimento anodizzato, sia l’esecuzione capitale, sono a carico dei contribuenti. Possibile che in un paese nel quale ogni qualsiasi muro marcio debba essere conservato, quest’opera debba essere demolita senza poter far niente?




.:: SpaceLandia

26 03 2008

svarga2.jpg

 

Ogni tanto, parlando di architettura digitale, salta fuori una qualche citazione riferita ad Abbott ed al suo Flatlandia. Il libro descrive un mondo completamente piatto (Flat, appunto), abitato da figure geometriche bidimensionali, e gestite da un rigido modello sociale che sembra quasi ricalcare il paradigma euclideo. Ad un certo punto del romanzo, un’abitante di Flatlandia, Quadrato, entra in contatto con Sfera, uno dei residenti di Spacelandia, mondo riempito da figure solide. Sfera diventa una sorta di maestro per Quadrato, il quale viene iniziato alla presa di coscienza del nuovo universo. In seguito Quadrato racconta di come gli abitanti di Flatlandia abbiano reagito al suo tentativo di illustrare la presenza di una terza dimensione. Ma contrariamente ai concittadini del narratore, la scoperta della terza dimensione da parte dello stesso, viene colonizzato (dall’etimo di cultura, e non colonia). Questo alzare lo sguardo verso z è stato il motore che ha messo in moto tutta una serie di studi specifici sullo spazio e la sua fruizione. Ma cosa ci ha guadagnato la figurina bidimensionale nella scoperta della terza dimensione? Certo, come metafora del limite delle nostre conoscenze, il racconto di Abbott è molto efficace, e le disavventure dell’incompreso Quadrato sono diventati precedenti esemplari per i militanti dei mondi virtuali. Ma come Sfera, questi, rifiutano lo scavalcamento della terza dimensione. Infatti pur avendo Sfera iniziato Quadrato al mondo delle tre dimensioni, quando Quadrato ipotizza l’esistenza di mondi con quattro, cinque, sei, n dimensioni, il solido lo zittisce affermando che il modo ha solo tre dimensioni e non può averne oltre. Il maestro si dimostra più miope dell’allievo, che, nell’eccitazione della nuova scoperta, risulta più curioso del primo, il quale non riesce ad proiettare la propria mente oltre i propri sensi. La nostra condizione, allo stato dell’arte, vestendo i panni del progettista web, non è troppo diversa da quella di Sfera. L’unica differenza è che noi siamo in bilico tra le 2 e le 3 dimensioni. E forse questo potrebbe offrirci un piccolo vantaggio. Perché? Il perché di questo è in realtà non del tutto scontato, e preferisco spostare l’attenzione su un altro punto: Perché dovremmo desiderare un web visualizzato in tre dimensioni, piuttosto che continuare ad usare la classica e funzionale pagina? In fondo, negli ultimi anni la sua struttura si è molto potenziata, e continuamente vengono messe a punto migliorie che offrono nuovi spunti sia ai designer sia ai tecnici. La saggistica propone decine di argomentazioni per sponsorizzare l’uso dello spazio come fonte privilegiata di navigazione, come ad esempio la ricerca di un maggior realismo dell’interfaccia (con un consequenziale maggior coinvolgimento da parte dell’utente), oppure quella di una più pertinente rappresentazione della realtà teorizzata sull’attuale virtuale. In realtà questo tipo di approccio (ortodossi della teoria, perdonatemi) non riesco a non trovarlo ingenuo. Infatti, ne la simulazione, ne la rappresentazione, sono pretesti pertinenti a giustificare l’investimento culturale in una ricerca di tale dimensione. Considerando anche l’inadeguatezza delle categorie di simulazione e di rappresentazione in questo contesto. Tra gli altri deterrenti, il dover ridisegnare ogni portale secondo i canoni della modellazione VRML, comporterebbe un’opera di stoccaggio di dimensioni titaniche. Questo porterà contemporaneamente ad una giustificazione teorica per la nascita di una archeologia del net, con la conseguente ridefinizione di molti dei concetti elaborati ad hoc, come quello di fluidità delle informazioni, o tempo reale, dato che in un ottica conservativa varrebbe la pena di ripensare. Prima o poi dovremmo scontrarci con questi problemi, e dunque sarebbe bene iniziare a riflettere su questi argomenti, ma credo che sia anche necessario, funzionalmente alla creazione di questa ipotetica nuova e paradossale archeologia, capire il passaggio tra le due modalità, e capire perché la simulazione/rappresentazione non sono pertinenti come parametri di studio. Non giustificabili non solo perché idee poco appetibili alla meccanica del Wired, ma soprattutto perché riferite ad un approccio di matrice postmoderna che per quanto stimolante, rischia di far impantanare le ricerche nelle paludi della semiotica. Un esempio di questa stagnazione è Second Life, che nonostante le potenzialità enormi del mezzo, l’indirizzo dato in partenza (verso una simulazione/rappresentazione di una vita virtuale) ha portato l’intero progetto a fermarsi in una stucchevole idealizzazione della città virtuale, simile a quelle dei fondali rinascimentali. Non che manchino casi di sfruttamento fortemente sperimentale di Second Life, ma sono per la maggior parte progetti di arte digitale chiusi in se stessi (dunque, dove si impone il paradosso dell’assenza della relazione all’interno della rete) oppure progetti di scripting art penalizzati dai limiti tecnici dell’architettura di Second Life. Nonostante in Second Life ci siano delle eccezioni alle due macro categorie che ho fittiziamente costruito e riportato (come la straordinaria land Svarga, progetto che, speculando sull’emergente nozione di vita artificiale, ricrea un intero mondo formato da una flora fantastica che cresce, si riproduce e muore, assecondando i tic di un DNA scriptato, progettato senza bisogno di staminali…), il grosso malinteso che gira attorno, e nutre, il problema è la diffusione e l’appeal delle così dette Realtà Virtuale e dei Mondi Virtuali. Manovich ne Il Linguaggio dei Nuovi Media ricorda l’influenza reciproca tra il cinema (strumento nato per rappresentare) e le tecnologie di modellazione (strumenti nati per simulare), parlando di Realtà Virtuali per quanto riguarda il mondo della rappresentazione e Mondi Virtuali. Gli esempi citati sono esemplari per descrivere una tendenza di studio del virtuale e del web 3d. Ma c’è dell’altro. Qualche riga fa è emerso che la nostra supposta condizione di equilibrio tra 2 e 3 dimensioni potrebbe essere un vantaggio, lasciando una qualsiasi motivazione in sospeso. Questo è più facile da capire, se proviamo a tracciare la strada verso la categoria dell’Infoambiente, dove la terza dimensione non viene usata per dare una resa più realistica o una rappresentazione più pertinente, ma per dare una grana di informazioni maggiore e qualitativamente diversa. Tanto per parafrasare il Generale Barbagli, eroe di Fascisti su Marte,

L’informazione ha diritto alla sua espansione anche in verticale!.

Se il carattere tipografico e il contenuto multimediale sono gli elementi essenziali della pagina web (per quanto si possa discutere sulla natura del contenuto audio), a farla da padroni nell’infoambiente saranno i concetti di Mappa, Modello e Telecamera. Ma questo ancora non chiarisce il vantaggio acquisito dalla nostra posizione di equilibrio delle dimensioni. Allora, connettiamoci solo un’istante in Second Life, giusto per leggere una qualsiasi cosa. Difficile vero? Il vero problema delle piattaforme di Realtà Virtuale e Mondi Virtuali attualmente on line è proprio all’interno della sua natura: quello di cercare di rappresentare e simulare. Cercare di fruire di contenuti all’interno di questi luoghi, progettati soprattutto per una fruizione unicamente ludica, diventa una questione di pazienza. L’unica gerarchia visiva offerta all’utente per orientarsi all’interno dei dati diventa la prospettiva. Sembra quasi che la fruizione dei contenuti sia un problema urbanistico. Da questo punto di vista, la precedente interfaccia di ActiveWorld, altro mondo virtuale progettato e reso online ben prima di SecondLife, sembra maggiormente evoluto: al fianco della finestra 3d, si apre un browser tradizionale che da informazioni sugli spazi che si sta visitando e sugli oggetti cliccati.

 

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Dunque Second Life sembra aver fatto un passo indietro, dal punto di vista da cui si sta analizzando la questione. Ma come Second Life viene utilizzato per lo più verso strategie volte al business e l’entertaintment, la stessa LindenLab si impegna in progetti ben più sperimentali volti a questa integrazione quasi frattale tra il 2d ed il 3d. Come uBrowser, nato dalla collaborazione con il team di Mozzilla. Ampliando alla font ed al contenuto multimediale, il concetto di mappa UV (ossia l’immagine che colora il modello tridimensionale), si è creato quello che si spera essere lo standard per il 3d browser del prossimo futuro: nella versione beta, pubblicata nel Febbraio del 2006, dei solidi in VRML, navigabili attraverso una ancora immatura telecamera, vengono vestiti con le pagine web aperte dall’utente, trasformando così la fruizione della pagina in una esperienza tattile.
Tutte le funzioni del browser tradizionale vengono mantenute, ma la fruizione viene stravolta, senza che l’interezza dell’informazione possa esserne corrotta.
Potrebbe essere considerato questo un passo avanti? Forse si, se l’intuizione avuta Da Linden e Mozzilla verrà sviluppata, sicuramente possiamo dire di aver oltrepassato un primo scoglio in direzione dell’Infoambiente. In un futuro prossimo, è da sperare che il supporto tridimensionale di uBrowser, per ora fermo ad un cubo, una sfera ed un fazzoletto (in movimento!) possa essere dinamicamente sostituito con altri a scelta dell’utente, per far si che il web design si sposti verso una progettazione non più, o non solo, di pagine web, ma di corpi web. Come attraverso i vari css, xml, php, noi inseriamo banner e contenuti inviati da piattaforme di supporto, sarà possibile creare il layout tridimensionale adatto alla comunicazione che si intende perseguire. La strutturazione di un sito internet diventerebbe un problema non solo grafico, ma più specificatamente architettonico, dove la gestione degli spazi dell’informazione diventerebbe il problema principale. Ovviamente, una perdita, o comunque cambiamento di informazione sarà richiesto, e sarebbe lecito chiedersi se vale la pena impegnarsi in questa ricerca. Ma per tornare a Manovich,

Le immagini realizzate al computer vengono compresse usando tecniche di compressione selettive, come il JPEG. Perciò la presenza di disturbo (nel senso di elementi indesiderabili e di perdita di informazioni) è una caratteristica essenziale, non accidentale.

 

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.:: Questioni di approccio

20 03 2008

 

 

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Sorvolando approssimativamente degli ultimi centocinquanta anni di storia delle arti progettuali non si può fare a meno di notare che, il vettore tempo (tanto per usare la malaugurata metafora di Quaroni) procede verso una sempre più forte settorializzazione all’interno delle stesse discipline. Probabilmente chiunque abbia seguito il dibattito degli ultimi anni non ne converrà, ma credo che nonostante questo argomento, l’abbattimento dei confini disciplinari, sia stato ampiamente discusso in sede teorica e nonostante qualche precedente emblematico, le vere potenzialità del continuo oltrepassare il proprio ambito di lavoro/studio, tanto per citare De Sessa, siano ancora per lo più inesplorate. E’ vero, ora molti architetti discutono di filosofia, di ecologia, così a loro volta filosofi, scienziati della comunicazione. Ma per lo più si tratta di letture, ad essere generosi anche approfondite, di testi considerati must in questo o quell’altro ambito, che però non permettono pienamente la maturazione critica dell’argomento. Le vere e proprie incursioni, il perdersi nel campo altrui e cosa rara. Per metterla in altri termini, la pratica maggiormente diffusa è quella di proiettare le proprie esperienze su ciò che non si conosce, adattando l’esterno a noi, rendendolo meno aggressivo, maggiormente accomodante, semplice. L’approccio meno gettonato, invece, è il proiettare su se stessi ciò che non si conosce, rendendo un senso nuovo nella nostra esperienza, mai in modo acritico, affrontando la difficoltà di porsi di fronte a livelli di linguaggio diversi dai propri. Attenzione: non si sta cercando di dire che vere e proprie collaborazioni interdisciplinari non siano mai state tentate, e nemmeno si sta promuovendo un’ allargamento tout cort inclusivista. Si sta affermando che invece di costruire edifici che ricalcano la forma della molecola dell’acqua per il progetto di una piscina, oppure costruire infernali griglie per realizzare case da abitazione, sarebbe più opportuno porsi di fronte a concettualità diverse, e quindi a problemi di cui altrimenti non avremmo affrontato la ricerca di una soluzione. Chi va incontro a questo tipo di operazione si abituerà a lavorare all’interno di sistemi a lui sconosciuti, avrà continuamente tra le mani il dubbio, dovrà procedere a tentoni. E ciò non è assolutamente da additare con diffidenza e paura. Una sistematica fecondazione reciproca, un feedback di informazioni, arricchirà gli operatori culturali appartenenti a questa o quella branchia del sapere. E’ impensabile, ridicolo, cercare la purezza della disciplina, la sua indipendenza. Anzi, è assolutamente necessario costruire ponti, cercare punti in comune ed intersezioni. Vi è solo da guadagnarci: chi abbraccerà tale pratica si farà portatore di idee nuove nate dall’incontro di concetti diversi, osserverà problemi della propria disciplina da punti di vista diversi, avrà più possibilità di chi si auto-limita alla conoscenza del proprio. Porsi continuamente di fronte e confrontare schemi mentali nuovi farà dubitare della validità dei propri, stimolerà la ricerca ed il restauro. Occorre molto coraggio per dubitare delle proprie certezze.

Ma la crescente specializzazione sta scavando veemente fossati sempre più profondi, crea perimetri, restringe il campo d’azione fino alla settorializzazione. Paradossalmente, ciò avviene in un contesto temporale come quello in cui operiamo, dove gran parte delle energie intellettuali sono impegnate nel risolvere i problemi di comunicazione e di trasmissione delle informazioni. Proprio oggi, dove grazie a internet, ed alle tecnologie telematiche, ed alla globalizzazione, ogni informazione diviene accessibile, indipendentemente dalla latitudine.

Non si può prendere nessun individuo come capro espiatorio. In realtà tracciare una mappa delle cause che limitano le possibilità proposte è tutt’altro che facile.

Senz’altro molte di queste avranno sorgente comune nella mediocrità massificante verso il basso che riducono alla sterilità molte tra le manovre di avvicinamento. Non credo che nessuno si scandalizzerà se affermo che la tendenza è quella, appunto, di render maggiormente accessibile i prodotti di un qualche ramo, cercando di semplificarne la struttura.

Ma è proprio così che si va a perder il significato dell’entrata in nuovi universi. Per poter comprendere argomentazioni a noi estranee, è sul linguaggio che bisogna lavorare, non sulla struttura, poiché è nella struttura che risiede il discorso, e solo de-strutturando, trovandoci faccia a faccia con diverse alternative, è possibile sviluppare la nostra coscienza critica.

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