.:: Quale città per i rifugiati climatici?_

6 08 2014

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Come riporta l’editoriale del numero 4 della rivista Boundaries, nel 2003 UN-Habitat ha diffuso uno studio dal titolo The Challenge of Slums: global report on human settlements, nel quale si prendeva atto che ormai «un terzo della popolazione urbana mondiale, oltre un miliardo di persone, viveva in quelli che chiameremo genericamente slums». Numeri che, considerando il trend analizzato da UN-Habitat tra il 1990 ed il 2001, subiranno un drammatico aumento, fino a far aumentare la popolazione degli slums ad una cifra superiore ai due miliardi di individui nel 2030, per lo più concentrati nel sud del mondo.

Ma queste cifre, se considerassimo l’evoluzione storica che si è avuta dal 2001 ad oggi, non possono che sembrarci ottimistiche: la così detta Primavera Araba e le tensioni create dalla reazione militare in seguito all’11 Settembre hanno spostato verso occidente il baricentro delle ondate migratorie, mentre il crollo finanziario che ha messo in ginocchio il mondo occidentale e l’applicazione di leggi sulla prevenzione dei crimini urbani hanno dato vita ad una nuova e più sottile forma di gentrificazione. Non è più semplicemente la grande città la valle dove questo gorgoglio umano va a riversarsi, ma la città occidentale, dal cui cuore viene estratta la parte indesiderata del corpo urbano. I nuovi rifiuti urbani vengono spinti dove risultano meno visibili, lasciando i centri sicuri e protetti dalla CPTED. La dimensione securitaria che la città-carcere occidentale sta acquistando è lo specchio delle insicurezze che il crollo della modernità positivista ha portato con sé.

A queste spinte verso la periferia delle città occidentali, c’è da aggiungerne un’ultima, forse quella con maggior pressione cerca di accatastare materiale umano negli interstizi della modernità, ossia quella relativa ai cambiamenti climatici. Secondo un rapporto rilasciato da Legambiente, intitolato Profughi Ambientali: Cambiamento climatico e migrazioni forzate, «i cambiamenti climatici diventeranno nel prossimo futuro la maggiore causa di spostamento delle popolazioni sia all’interno che all’esterno dei confini nazionali». Era il 2012, e già lo stesso anno risultò che più di 32 milioni di individui furono costrette ad abbandonare le loro case a causa di calamità naturali, facendo sì che i rifugiati climatici surclassando i cinque milioni dei profughi che per salvarsi da guerre, epidemie e persecuzioni politiche hanno ricevuto asilo da paesi ospiti. Ma qui nasce un paradosso che non è solo formale: non esiste lo statuto giuridico di rifugiato climatico. Mentre chi fugge da una guerra o da una persecuzione può, di fatto, richiedere di essere ospitato in un campo profughi allestito per l’occorrenza, nulla di tutto ciò è previsto né dalla Convenzione di Ginevra del 1951, né dal suo Protocollo supplementare del 1967.

Centro d'Accoglienza di Lampedusa

Centro d’Accoglienza di Lampedusa

Questa condizione cambia completamente la situazione dei rifugiati climatici, che non avendo altra prospettiva che il nulla giuridico, sono condannati a vivere in clandestinità, pur di fuggire da una terra che si scrolla di dosso l’infezione umana. Sempre Legambiente riporta stime che vedono circa 1.000.000.000 di individui esposte a crisi climatica entro il 2050, dei quali 250.000.000 si trasformeranno in eco-profughi, pronti a cercare di farsi strada in luoghi più ospitali.
Sarebbe sciocco pensare che l’intera quota ipotizzata si sposterebbe in blocco verso occidente, ma è comunque necessario riflettere attentamente sulla portata di tali numeri, soprattutto rapportandoci alla situazione attuale. Prendiamo ad esempio il Centro di Primo Soccorso ed Accoglienza di Lampedusa, progettato per una capienza di 381 individui, espandibili all’occorrenza ad 804. Numeri lasciati sugli appunti del collaudatore, dato che l’emergenza è continua, superando anche di cinque volte la massima capienza ipotizzata, generando spirali di proteste trasformatesi in assalti allo stesso centro, come accadde nel 2011, dove un’ala del centro dovette arrendersi alle fiamme.

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È evidente che la politica, italiana ed europea, è impotente e cieca di fronte a questo fenomeno: da un lato, la proposta italiana è avvitata attorno ai due estremi dell’accoglienza e del rifiuto, dall’altro, in sede europea, il problema viene rinviato a data da destinarsi. Nel frattempo, i margini urbani continuano a popolarsi dei reietti dell’umanità, allargando i loro confini, che da semplici linee diventano dense aree di pattume abitativo. Nelle metropoli del nord e del sud del mondo vengono cancellati gli spazi pubblici e tracciati i nuovi confini che le sezionano secondo criteri razziali e di classe. La trasformazione è già in atto: a Padova, dove un muro alto tre metri e lungo ottanta divide una sezione di città, a Londra, dove i senza tetto sono dissuasi a permanere nel centro della città tramite l’arredo urbano, a New York, dove il piano POPS rende gli spazi pubblici inaccessibili fuori dagli orari concessi.

La segregazione non è ovviamente una strada percorribile, ma cosa fare altrimenti? Questa, sarà una delle sfide che l’architettura dovrà affrontare nel futuro.





°< Allontanarsi dal “linguaggio”: Lezioni dalla fine del Mondo_

4 08 2014

Chi negli anni addietro ha avuto il piacere di condividere le riflessioni che si andavano ad accumulare questo blog, ha qualche idea circa gli interessi critici da cui mi sono fatto conquistare. Degli interessi che ruotano tutti attorno alla nozione di immaginario, sia che essi si focalizzano sul tema delle rovine, della virtualità, delle relazioni tra architettura ed immaginario tecnologico, del transumanesimo. Il tutto guidato dagli strumenti della critica architettonica e dell’estetica. Negli ultimi mesi, mesi in cui ho dovuto, per problemi di varia natura, allontanarmi dal mio blog, ho maturato la convinzione che tali temi e tali strumenti abbiano una immanenza molto più pragmatica di quanto avessi sospettato in precedenza. In poche parole, l’immaginario è molto più reale di quanto si possa immaginare, tanto da essere pericoloso.

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Qualche mese fa, frutto della collaborazione con l’amico e compagno di avventure Alessandro Melis, è stato pubblicato il testo che ha messo a nudo questo mio nuovo interesse. Un percorso che, irrimediabilmente, mi allontanerà dal linguaggio. In realtà, non credo di essere mai stato assuefatto dallo stile, se non nelle sue manifestazioni più espressive. Il fatto è che ciò di cui sono affamato è la ripercussione sul reale. Non è volontà di adesione al programma di Ferraris, quanto piuttosto dal desiderio di non volermi vedere offrire brioche ad un popolo che chiede pane. La domanda di pane, ossia di città, proveniva dalla nascente classe del proletariato, che vedeva i propri figli letteralmente morire per l’inadeguatezza del compito urbano, delegato dalla contingenza degli interessi economici ai latifondisti, interessati esclusivamente alla redditività dei propri terreni. Allora, la città era un ambito rifiutato dagli architetti stessi, troppo impegnati a cercare di capire quale fosse il motivo che meglio si adeguasse al ferro battuto o ai nuovi stucchi.

Charles Willard Moore - Piazza d'Italia

Charles Willard Moore – Piazza d’Italia

Come allora, l’architettura si trova di fronte ad un bivio: accettare realmente le sfide che la contemporaneità gli pone, oppure ripercorrere la strada che già la rivoluzione industriale gli ha offerto, ossia quella di ignorare la realtà.  Come allora, l’architettura si trova in un impasse operativo tale da lasciar il fine ultimo della disciplina, ossia la gestione del costruito e della città, ad altre figure professionali, maggiormente dinamiche e meno logorate da deformazioni professionali. Al giorno d’oggi, l’architettura, i cui agenti sono costretti sempre più a giocare il ruolo di burocrati dell’edilizia, non riesce a inserire in un quadro sistemico ciò che sta realmente cambiando il volto della città, non riuscendo a superare il puntuale intervento. Se consideriamo gli studi legati alle smart cities, alla global warming, alla prototipazione numerica, alla Crime Prevention Through Environmental Design, alla trasformazione delle periferie delle città occidentali in enormi slum, vediamo l’emergere di una serie di criticità che richiedono con martellante insistenza degli interventi.

Tanya Aynat - The Octo Island

Tanya Aynat – The Octo Island

In Lezioni dalla fine del Mondo abbiamo cercato di mettere a sistema queste criticità, grazie all’aiuto di Emilio Garcia, Massimo Gasperini e Paola Leardini. L’idea da cui si muove il progetto di questo libero è semplice: come potrebbe intervenire l’architettura, in un contesto in cui ognuna di queste singole criticità fossero portate all’estremo? Da questo interrogativo è nato un corso di laurea, tenuto da Alessandro Melis, presso l’Università di Auckland, che ha girato la questione ai partecipanti al corso. Si è usata una metafora derivante dalla cultura popolare, ossia l’idea di una invasione di zombie che avrebbero infestato l’intera area coperta dalle terre emerse. La sfida, era quella di arrivare a mantenere un livello di qualità della vita inalterato, nonostante uno scenario in cui la più terribile delle minacce avrebbe costretto a ripensare l’approvvigionamento di acqua, cibo ed energia, il sistema insediativo e dei consumi, la capacità di produzione della comunità e la sua sicurezza in ambito urbano. Zombiecity è una proposta ai limiti del paradossale e dello scherzo, ma riflette le tensioni che stanno scuotendo la città occidentali dalle sue fondamenta.

Dominic Wilson - Zombiecity Freescape

Dominic Wilson – Zombiecity Freescape

Il libro, in sé, si compone di due parti, una divisa a sua volta in quattro saggi, e l’altra, in cui vengono illustrati i progetti. I saggi, a loro volta, vanno ad interessarsi delle tematiche che secondo noi sarebbero state cruciali ai fini della riflessione sul testo, e che quindi avrebbero trattato dei rapporti tra architettura ed immaginario collettivo, città e crisi ambientale, città e violenza, architettura e sistemi produttivi di frontiera. Immaginario, ambiente, violenza e produzione automatizzata diventano i quattro cardini su cui si incentra l’impianto teorico di Lezioni dalla fine del Mondo. Questo è, secondo noi, solo l’inizio della ricerca, che si intravede lunga ed interessante. Spero davvero, assieme ad Alessandro, che potremmo percorrere questo percorso insieme al più alto numero di persone. Credo che l’intera disciplina ne avrebbe bisogno…





.:: Dopo la fine del Mondo_

9 02 2014

Nella fase finale del ventesimo secolo abbiamo avuto l’opportunità, prima accessibile solo attraverso la teologia o la finzione narrativa, di vedere oltre la fine della nostra civiltà, di scorgere, in una strana sorta di retrospettiva prospettica, come si presenterebbe la fine: come un campo di sterminio nazista, o un’esplosione atomica, o una wasteland ecologica o urbana. E se siamo stati in grado di vedere queste cose è solo perché esse sono già accadute.

James Berger

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Dopo molto tempo, torno a curare una mostra. Questa volta, la scenografia sarà l’Isola Gallery_Lab,una galleria con cui ho iniziato a collaborare grazie all’invito di Barbra Martusciello, e che si avvale della collaborazione di Chiara Zocco. Stiamo lavorando da questa estate a questa mostra, e sono felice per due motivi: primo, perché questo evento rappresenta la prima personale di Massimiliano Ercolani, che ancor prima di essere un mio grande amico e compagno di avventure, è un autore forse tra i più sottovalutati. Secondo, perché questo sarà il primo evento di altri sul tema delle visioni architettoniche. Stiamo cercando di mettere in piedi, più che un esposizione di “disegni”, una vera e propria atmosfera… Ovviamente, non solo siamo aperti a critiche, ma le pretendiamo: non si può crescere senza dissenso!
Ci vediamo quindi il 15 febbraio alle 18.00 presso l’IsolaGallery, all’Isola Tiberina!

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Ecco qui sotto il comunicato stampa:

Il 15 febbraio 2014, alle ore 18,30 presso Isola Gallery_Lab, si inaugura la personale di Massimiliano Ercolani titolata Dopo la fine del Mondo, a cura di Emmanuele Jonathan Pilia e imperniata sull’idea di “Apocalisse”, una rovina ormai alle spalle dove la civiltà ha già iniziato a raccogliere i brandelli di ciò che rimane del Mondo per tentare di riplasmarne le membra.

Considerevolmente posteriore alla fine della catastrofe, i nuovi costruttori hanno dovuto affrontare il peso del vuoto di memoria storica, per cui ci si è dimenticati dell’esistenza stessa di un’architettura precatastrofe, tanto che la sua storia è divenuta leggenda e mito. Come Perduta ogni forma di sviluppo scientifico-tecnologico, tutto ciò che rimane è la falsa utopia di un mondo le cui uniche tracce lasciate, sono riutilizzate per ricostruire nuove forme di alloggio.

Per quanto affascinante, l’idea di ricostruire un mondo sulle sue ceneri è solo un’aneddoto narrativo che ci consente di descrivere un mondo che ha superato la sua più terribile crisi economica lasciandosi alle spalle ogni forma di istituzione. Il movimento culturale dei makers ci stimola a riflettere quale forma assumerà un’architettura non vincolata da leggi e da normative, ma dalla necessità e dalla volontà di recuperare i pezzi di un mondo ormai sgretolato. Riprendendo l’idea situazionista della New Babylon di Constant, Massimiliano Ercolani disegna una dimensione alternativa ed evocativa, in cui antiche carene di enormi transatlantici, scocche di strani velivoli, addirittura carcasse di satelliti artificiali, vanno a formare spazi architettonici liberi da ogni vincolo. Strane costruzioni tecnologiche, assomiglianti più a curiose astronavi che a dei veri e propri edifici, vengono assemblati su uno spazio neutro, astratto, libero da pregiudizi di ogni sorta: i disegni vanno ad assumere una conformazione a metà strada tra la composizione pura e l’elaborato tecnico. Gli oggetti assemblati da Ercolani sembrano quasi galleggiare su tavole grafiche che fanno da sfondo e supportano il peso visivo del progetto, rendendo impossibile intuire la scala o il funzionamento dei vari componenti, che eppure ci appaiono familiari e confortevoli.

Massimiliano Ercolani riutilizza qualsivoglia componente per ricostruire il suo mondo. Ventiquattro visioni, ventiquattro elaborati grafici a cavallo tra l’illustrazione, l’installazione e il disegno tecnico, accompagneranno il visitatore che sarà costretto a percorrere le rovine dell’antico ordine, in attesa di vederne uno nuovo, di un mondo che sta già sorgendo.

Info
Dopo la fine del Mondo | Massimiliano Ercolani- A cura di Emmanuele Jonathan Pilia
Inaugurazione: 15 febbraio 2014, ore 18,30

Fino al 23 febbraio 2014 – Orari: lun.-sab. 10-13 e 16-20, e su appuntamento
Isola Gallery, Piazza San Bartolomeo all’Isola n. 20 (Isola Tiberina) Roma
www.isolagallery.com

Per chi usasse facebook, invece, ecco qui l’evento!

https://www.facebook.com/events/242082582647993/





.:: Citymakers è tra noi!

10 01 2014

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Che cos’è l’immaginario tecnologico? Quali sono le forme che può assumere? Come può influenzare la costruzione e la percezione delle città? Come può invece essere utilizzata come strumento utile all’architettura? Come può, l’architettura e la città, al contrario, influire l’immaginario tecnologico?

Queste sono alcune delle domande a cui Citymakers tenta di dare una risposta.

Cinque saggi, cinque punti di vista che cercano di gettare luce sulle diverse sfaccettature di questo tema che influisce la vita di tutti i giorni delle città. Eppure, spesso non ci rendiamo conto quanto segni e simboli condivisi riescano a dar vita ad una evoluzione della sensibilità che, di fatto, dà forma al quotidiano di ciascuno.

Ciò che ci circonda è infatti il frutto di un rimescolamento continuo di questi segni e simboli che formano i nostri immaginari, e senza comprendere questi segni e simboli noi ci troveremo nella condizione di non poter decifrare nulla di ciò che osserviamo: saremo come persi di fronte al reale!

Ma cos’è Citymakers? Questo libro è una tappa, un primo passo di una ricerca che si sta conducendo, assieme a Lucilla Boschi, Silvia Casolari, Fabio Fornasari, Davide Monopoli e Francesco Verso, ma anche altri, come Marcello Pecchioli e Gabriele Perretache tende verso la creazione di strumenti utili all’analisi della nostra contemporaneità. Sì, è un programma decisamente ambizioso, ma frutti come Citymakers ci stanno incoraggiando!

Quindi, se vi interessa la narrazione scientifica, l’utopia, l’immaginario, la tecnologia o la cinematografia di genere, non potete non leggerlo! Tra l’altro, abbiamo tentato un piccolo ed embrionale esperimento: può un libro definirsi come aumentato? Abbiamo cercato di sfruttare la tecnologia del QR Code per dare un’esperienza di lettura che possa coinvolgere anche altri media, oltre quello della carta: immagini, link, ma anche video e panorami interagiscono con il testo. Basta avere uno smartphone, oppure un computer dotato di webcam!

Insomma, non posso far altro che augurare a tutti quelli che hanno (o che avranno) tra le mani il testo: Buona lettura!

PS: Dove si può trovare? Semplice: sul sito di Deleyva Editore!





.:: La logica dell’assenso_

7 01 2014

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In un momento storico in cui ogni cosa sembra consumarsi in tempo reale senza quasi lasciare traccia del suo passaggio credo sia necessario fissare alcuni punti per continuare a guardare avanti e costruire consapevolmente futuro.

È con queste parole parole che Luca Molinari introduce il suo articolo pubblicato sul suo blog ospitato nel sito Il Post.  Il titolo del suo articolo, Un anno di architettura e vita metropolitana, non lascia dubbi sui contenuti del testo. Se il 2013 verrà ricordato, sarà per il suo registrare le difficoltà riscontrate da parte dell’architettura nell’assorbire e nel perpetuare alcuni modelli a seguito di una crisi economica che sta erodendo la disposizione al capriccio anche degli sceicchi meno avari. Se è vero che questo contesto economico ha comportato delle criticità difficilmente superabili da parte di singoli e di grandi gruppi, aggravando una stratificazione normativa sempre più oppressiva a cui molti professionisti americani ed europei non erano preparati, è pur vero che una reazione potente dal sottosuolo ha fatto emergere tendenze e ha portato ad una serie di ricerche particolarmente nate proprio dal fondo del barile. Ricerche che probabilmente sono destinate a rivoluzionare l’approccio alla progettazione in toto, e che possono essere ricondotti, grosso modo, al mondo del crowdfunding e del crowdsourcing. Interessante che in Italia, proprio quest’anno, ci siano stati due importanti eventi legati a queste tematiche, riscontrando anche un ricchissimo riscontro da parte dei media e degli operatore di settore, ossia il Maker Faire Rome, o il Crowdfuture, entrambi tenutosi a Roma in ottobre, ed entrambi potenzialmente di grande interesse per il mondo dell’architettura. Un interesse non onorato dagli architetti, che per l’ennesima volta decidono di delegare il volto del futuro ad altre professioni, schiacciati come sono da una contingenza che non rende giustizia al dono della creatività, e da un contesto culturale che premia produttori di aforismi dal sapore pecoreccio e disegnatori pragmaticamente ancorati alla ripetizione infinita di un’unica formula per’altro non loro.

Il 2013 sarà ricordato come l’anno in cui un cuneo entra a dividere fortemente chi ha saputo sfruttare in maniera concreta le capacità della rete di approfondire le relazioni di competenze e di settore, chi sfrutta strumenti complessi e meccanismi sociali come quelli suggeriti da alcune piattaforme spesso non proprietarie, e chi si è guadagnato l’accesso ad internet per utilizzare facebook, senza alcuna esperienza in altre forme di mailing list o forum.

Un digital divide che viene dalle competenze e dalla capacità di comprendere ed utilizzare lo strumento, più che esserne supini e passivi spettatori, arrogandosi il diritto di parlare a nome di un presupposto “popolo della rete”, che di fatto non esiste.

Molinari scrive:

L’esercizio della buona critica è una pratica politica necessaria in una fase in cui ogni elemento viene relativizzato al ribasso con un appiattimento etico che sconcerta, mentre nostro compito dovrebbe appunto essere quello di indicare con forza quella serie di fenomeni e di interrogativi capaci di risvegliare le coscienze e di riattivare una pratica civile di scambio e confronto collettivo.

Difficilmente riuscirei a trovare una frase che con maggiore forza sottolineerei, ed è per questo che non riesco a comprendere molti dei fatti e dei personaggi ritenuti rilevanti dall’autore lombardo. Ovviamente, è una scelta puramente soggettiva, come lo stesso Molinari ricorda, ma ogni operazione di questo tipo tratteggia geografie di incontri e posizioni che rivelano schieramenti e amicizie. Un plauso quindi va per il riconoscimento di alcuni eventi altrimenti scomparsi tra le pieghe della cronaca, come ad esempio l’occupazione «popolare e spontanea in difesa di Gezi Par a Instabul [che] viene violentemente soffocata dalla polizia [...]. In Turchia si sta giocando una partita culturale e di civiltà che va molto al di là dei confini politici di questo Stato. E il fenomeno di Taksim dimostra ancora una volta il ritorno potente della gente a un uso civile degli spazi pubblici e a forme di cittadinanza attiva che sembravano essere scomparse dalle nostre metropoli». Il passo raccolto da Molinari è molto puntuale e interessante, perché riesce a trovare quella sottile mediazione che lega indissolubilmente violenza e città. Così come è interessante il voler legare il destino economico di una città importante come Detroit a questo almanacco di eventi, riconoscendo l’importanza di questo evento e cogliendo «l’impotenza dei tradizionali strumenti amministrativi nel gestire una crisi di sistema epocale». Così come è importante l’aver segnalato lo scandalo della Terra dei Fuochi, un caso che ha fatto rinascere il desiderio di riscatto di un territorio che per troppo tempo è stato dimenticato dal suo stesso popolo.

Purtroppo, però, quest’acutezza non riveste l’intero elenco, e questo si vede soprattutto nella seconda metà dell’elenco, anche se la prima metà non è esente da grandi punti interrogativi, ma che possono essere chetati dalla differenza di sensibilità, come ad esempio l’altrimenti inspiegabile inserimento del Centro informativo dell’Expo2015, una struttura dell’architetto Alessandro Scandurra banale e simmetrica che rovina la vista del Castello Sforzesco di Milano, oppure il banale e frigido libro di Italo Rota, Cosmologia portatile. La conclusione di uno dei progetti meno ispirati di Massimiliano Fuksas e Doriana Mandrelli, i quali dimostrano di scegliere dei collaboratori non in grado di saper padroneggiare la complessità di uno script parametrico per il rivestimento di un edificio in macroscala, delegittimando una ricerca importante e fertile come quella della modellazione in scripting utilizzando lo stesso modulo alveolare per tutta la dimensione dell’edificio, banalmente riassunto nella silhouette di un aeroplano.

Quanto meno esagerato è il primato dato alla seppur bella mostra sul lavoro grafico di Carmelo Baglivo, curata da Emilia Giorgi, Carmelo Baglivo. Disegni Corsari, tenutasi presso la Fondazione Pastificio Cerere di Roma.

Il commento al punto in questione svela un sodalizio forte tra alcuni autori di varia estrazione e di diversi talentuosità, in cui vengono accostati senza colpo ferire semi illetterati a bravi oratori, disegnatori sopraffini a plagiari senza remora, definendo ancora una volta il contorno di un gruppo che, almeno dall’esterno, sembra molto unito e compatto. Una scelta più che legittima, ma che cozza con uno dei passi più importanti e decisivi dell’instroduzione al suo elenco:

Sullo sfondo rimane chiaramente una delle crisi più diffuse e drammatiche vissute negli ultimi decenni, che sta già cambiando radicalmente il mondo dell’architettura e delle costruzioni e su cui la maggior parte degli studi sta cercando d’individuare strategie di sopravvivenza e nuovi strumenti, oltre a mostrare una conseguenza devastante sulle nuovissime generazioni di progettisti e neo-laureati obbligati molto spesso ad emigrare lontano dal nostro Paese.

Sarebbe stato interessante che queste nuovissime generazioni di progettisti e neo-laureati capaci di individuare strategie di sopravvivenza e nuovi strumenti avessero fatto capolino nell’articolo di Molinari.

Tre nomi under 35 per tutti:

Noumena Architecture, che con il concorso RESHAPE rimettono in gioco il rapporto tra progettista e produttività, in un contesto di ridisegno della tecnologia produttiva che coinvolge tanto la progettazione quanto la vendita degli artefatti come degli edifici;

OFL, studio romano con vocazione internazionale, tra le altre cose promotori di Cityvision Magazine, che durante il Maker Faire Rome, sono riusciti a dimostrare con il progetto St. Horto che è sostenibilmente possibile portare avanti un modello di progettazione realmente alternativo;

Alessio Barollo, uno dei maggiori esperti in Italia di civic crowdfunding, che ha portato all’attenzione l’argomento e le prospettive durante più e più giornate di studi. Di cosa si tratta? Guardate qui.

Si potrebbe citare decine di realtà più che meritevoli di attenzione, che stanno dando un contributo realmente personale e realmente innovativo: Alessandro Melis, Fabio Fornasari, Massimiliano Ercolani, Crilo, Enrico Lain, Claudia Pasquero.

Dove sono questi nomi? Restano tra le pieghe del silenzio di una rete che offre luce al più criptico ed evanescente, piuttosto che il più chiaro e pungente, il negligente romantico, piuttosto che il diligente cinico, il conformista, piuttosto che l’innovatore.





>°< PEJA Producing: BLOOM 18, CRONACHE DI UN FALLIMENTO ANNUNCIATO

10 11 2013

BLOOM 18

Il 1972 è stato per l’architettura moderna un anno importantissimo: l’esaurirsi dell’energia portata dal sessantotto e dalle neoavanguardie, l’incapacità di rinnovarsi che molte scuole di pensiero nate tra le due guerre ormai dimostravano ampiamente, nonché un regime di storicità completamente cambiato rispetto alle istanze che lo avevano preceduto, portò alla presa di coscienza che, ormai, ciò che era stato fino ad allora chiamato con il nome di “modernità” era ormai passata. Un decesso che fu trascritto sulla cartella del paziente il 16 marzo del 1972, direttamente da Charles Jencks. Questo è infatti il giorno in cui iniziò la demolizione del complesso residenziale di Pruitt-Igoe, considerato allora un capolavoro dell’architettura moderna. Eppure, tale capolavoro ha avuto una vita che definire travagliata equivarrebbe ad ammettere qualsivoglia eufemismo: nato castrato dai numerosi sacrifici di budget che la guerra in Corea aveva richiesto, Pruitt Igoe non fu occupata mai per più dei 60% dei suoi spazi, e verso la metà degli anni ’60, solo 600 famiglie avevano deciso di vivere a Pruitt-Igoe, concentrandosi in diciassette blocchi, mentre gli altri sedici furono tempestivamente sigillati. Chiunque avrebbe attraversato gli spazi che separavano i vari blocchi, sarebbe stato immerso in un’atmosfera spettrale, sotto lo sguardo vigile di centinaia di occhi vitrei e sporchi che si piegavano sul coraggioso avventore.
Il 1972 è il teatro di un altro evento di importanza cruciale per l’architettura moderna: in quest’anno, infatti, Mario Fiorentino, a capo di un team di architetti, assume l’incarico di sviluppare un modello insediativo capace, al contempo, di rispondere alla domanda abitativa che si stava trasformando in vera emergenza sociale, dall’altra porre un freno ad uno sviluppo urbanistico che stava da decenni riversando nelle periferie di Roma i più putrescenti liquami edilizi. La scelta di Fiorentino fu radicale, in linea con le avanguardie più oltranziste che in Italia si erano sviluppate fino ad allora: alzare un’enorme diga di cemento, capace di arrestare la colata che si faceva strada verso il Mediterraneo, lasciando dietro di sé un’infezione cancrenosa in perpetuo assedio ai gangli linfatici della città. Un assedio a cui, infine, partecipò anche il Corviale: affidati ad un’unica impresa edile, i lavori si arrestarono a causa del fallimento dell’impresa stessa, lasciando l’opera incompiuta e priva dei servizi previsti nel progetto. La pachidermica amministrazione capitolina fece poi in modo che le prime abitazioni furono consegnate solo 10 anni dopo l’inizio dei lavori.

Fig. 1 - La diga del Corviale

La recalcitranza della burocrazia ad accelerare le pratiche di assegnazione dei vani, la mancata realizzazione dei tanto acclamati “servizi”, le lacune contrattuali in termini di manutenzione dell’immobile e un atteggiamento di lassismo e indifferenza degli organi di controllo, hanno dato il via alle occupazioni degli appartamenti e del saccheggio delle aree pubbliche. Circa settecento famiglie si insediarono nel colosso prima delle consegne delle abitazioni, saturando le viscere del colosso. Il famoso piano dei servizi, fiore all’occhiello del progetto di Fiorentino, una volta dichiarata la sua morte, ha nutrito con la sua carcassa centinaia di reietti in cerca di un riparo, i quali non hanno esitato a rattoppare come meglio possibile quegli spazi strappati al destino di divenir nulla spaziale.

Si è parlato a lungo del fallimento della disciplina architettonica, troppo a lungo ostaggio delle proprie idiosincrasie, di un’utopia fatta scontrare contro il muro di pietra dei nudi fatti. In realtà, queste affermazioni sembrano dei sottili diti dietro cui nascondere la poca lungimiranza della proposta, il cui principale problema risiede nella stessa concezione del progetto del gruppo di Fiorentino, testardamente cieco di fronte agli sviluppi che il settore dell’edilizia residenziale economica e popolare che si era avuto dal dopoguerra in poi. Corviale non sarebbe mai stata la diga che avrebbe arginato l’avanzare caotico per cui era pensata, che il progetto fosse stato dotato dei servizi e supportato da un coerente sforzo amministrativo o meno. Il problema del progetto di Corviale, risiede nella cecità di Mario Fiorentino di fronte al monito che la società occidentale aveva già posto di fronte alla più grave piaga che la città moderna aveva creato: la segregazione.

Questo è uno dei temi principali del mio ultimo saggio pubblicato su BLOOM, la rivista curata e diretta dal prof. Alberto Cuomo. Questo numero, il diciottesimo, ha un tema molto particolare e quasi mai affrontato con dovere di cronaca. Questo numero cerca di svincolarsi da questo destino, e credo che, in un periodo di gravi emergenze sociali, in cui la casa sta tornando ad essere un problema, avere degli spunti su cui riflettere non può che essere utile.

Trovate il link del pdf con il numero 18 di Bloom a questo link. Che dire? Non posso far altro che augurare a voi altri una buonissima lettura!

Fig. 3 - Immagine scattata durante i così detti 'fatti di Watts'





.:: Citymakers!

29 10 2013

IN RIVA AL TEMPO3

Dopo Guerra e ArchitetturaL’Architettura del Continuo, abbiamo deciso di pubblicare un testo finalmente inedito: Citymakers! Sono molto felice di pubblicare questo libro, sia perché è il primo libro che nasce dalla collaborazione di autori con cui sono felice ed orgoglioso di condividere l’amicizia, ma soprattutto perché è un testo di cui condivido fortemente lo spirito. Il tema è quello delle reciproche relazioni che intercorrono tra immaginario tecnologico, spazi urbani ed architettura,

Klas Burge, Das Neue Universum (1968)

Klas Burge, Das Neue Universum (1968)

Il tema è affrontato da quattro sensibilità assolutamente diverse, ed è questo uno dei punti che reputo di maggior forza del libro. Un libro che cerca di ibridarsi con diverse dimensioni che esulano quella della semplice lettura: ai testi saranno, infatti, affiancate non solo immagini, ma anche video, audio, corollari di vari natura e fattezza. Come? Semplice: tramite QRcode, ossia quei codici a barre bidimensionali che vediamo ormai invadere il  nostro quotidiano. L’esperienza della lettura così si moltiplica, aumentata, ampliandosi di appendici che non sono semplici note al margine, ma diventano degli ampliamenti reali all’esperienza del testo. Questo veniva incontro ad un’esigenza legata agli argomenti stessi trattati nel libro: la possibilità di osservare lo spezzone di un film citato nel libro, durante la lettura, credo che sia un’esperienza capace di poter aiutare in modo semplice ed intuitivo la comprensione del testo, oltre ché sfruttare il potere evocativo di video ed immagini in modo diretto.

Attualmente stiamo promuovendo una prevendita in cui vengono messe a disposizione un numero limitato di copie ad un prezzo fortemente scontato (7,50 €  invece che 12,00 €) per incentivare la diffusione del libro, aiutandoci con il sistema di Produzioni dal Basso. Si può prenotare la propria copia a questo link! Il pagamento avverrà solamente al raggiungimento delle quote, oppure, nel caso non venissero raggiunte, invieremo ugualmente il libro all’inizio del mese di dicembre!

Claude Le Goas, Robert Bezon - École Nationale de Musique et de Danse de Montreuil (1968-1976)

Claude Le Goas, Robert Bezon, École Nationale de Musique et de Danse de Montreuil (1968-1976)

Ed ecco qui la sinossi del testo:

Nella letteratura e nel cinema di fantascienza, le descrizioni delle città e dei suoi ambienti hanno sempre avuto il potere di esercitare sull’immaginario collettivo quella forza e quella immediatezza evocativa che i progetti delle avanguardie architettoniche spesso non sono riusciti a raggiungere.
Al contrario, le immagini di progetti utopici e città futuribili, per quanto dettagliate e realistiche possano apparire, rimangono pur sempre di difficile diffusione, e anche quando accessibili demandano all’osservatore il compito di immaginare la vita nei luoghi illustrati.
Eppure, è spesso proprio nelle varie trasposizioni di questi mondi ipotetici che viene a crearsi quell’universo alternativo e virtuale che è ormai parte della nostra cultura: una rappresentazione che contamina ed è contaminata dalla realtà sovrapposta a uno spazio urbano che va a formarsi e prende vita nell’immaginario. Esso è direttamente visibile, magico, tanto da stimolare un profondo stato di suggestione ed appartenenza ad un sistema di luoghi e simboli diversi da quelli offerti dal quotidiano. Luoghi e simboli di un’architettura altrimenti confinata nel dominio delle intenzioni oppure relegata al catalogo delle curiosità. D’altra parte, è la stessa architettura ad aver raccolto a piene mani dalle narrazioni fantastiche: dai tentativi di rappresentare resoconti di viaggi impossibili, sino alle più recenti e spettacolari ricostruzioni tridimensionali, l’influenza della fantascienza sull’architettura può dirsi tutt’altro che marginale. Quello dell’utopia è un linguaggio ormai condiviso, che viene parlato e compreso da un pubblico sempre più di non addetti. Ed è qui che risiede l’attualità di un dibattito incentrato sulle relazioni tra immaginario fantascientifico e nuovi scenari urbani, un dibattito capace di dare avvio a un confronto e trovare nuovi spunti di riflessione sul futuro delle nostre città.








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