>°< PEJA @ Aperitivi d'architettura

14 05 2012

Come forse ricorderete da qualche post fa, la collaborazione e l’amicizia con Luca Guido mi ha portato a scrivere un lungo saggio sull’attività di Marcello Guido, un architetto che mi ha sempre affascinato. Tra l’altro, curiosamente, è uno dei primi architetti che ho avuto il piacere di conoscere tramite lo studio universitario. È quindi con piacere e con onore che vi invito alla presentazione del suo libro Surfing Complexity, the work of Marcello Guido, presso la sede dell’ACER di via di Villa Patrizi n° 11 a Roma!





Λ_ “ALTA – Ruins Aren’t Here. Secondo capitolo”

9 05 2012

Si è svolta sabato 5 maggio 2012, alle ore 19,00, presso l’Ex Arena Forlivense di Forlì, l’inaugurazione di RUINS AREN’T HERE, all’interno del festival Fuori le Stelle – Notte verde di Forlì, organizzato dai nostri nuovi di Spazi Indecisi. Secondo capitolo, seconda mostra del ciclo di 10 eventi tesi ad indagare il rapporto tra rovine e contemporaneità. Un rapporto paradossale, che vede proprio nell’ora della distruzione totale la scomparsa delle rovine come realtà e come memoria. L’iniziativa si propone di dare una rilettura di natura estetica ad alcuni ruderi creati dall’uomo ma assenti in forma fisica: esse sono rovine appartenenti più alla sfera comunicativa che a quella dell’architettura, dell’arte o dell’archeologia.

Il primo evento, come forse qualcuno di voi ricorderà, aveva come protagonista Fabio Fornasari, presso la Galleria 3)5 di Rieti, in commemorazione del decennale della scomparsa delle rovine delle Torri Gemelle, il 15 ottobre 2011. Lo stesso anno, nel mese di marzo, si ricordava il decennale di un’altra importante rovina: quella della stazione orbitante MIR. Il 23 marzo infatti, la MIR compie il suo rientro nell’atmosfera terrestre, dissolvendo la gran parte delle 135 tonnellate che la componevano. I restanti componenti cadranno in mare, al largo delle isole Fiji. Quindici anni prima, il 20 febbraio 1986, dal sito di Baikonur, ex Unione Sovietica, il primo componente della MIR prende quota, diventando così il primo avamposto nello spazio permanentemente difeso dalla presenza dell’uomo.

Da questa data, l’essere umano lascia la terra, non solo per esplorare nuovi territori, ma per vivere lo spazio, queste parole andrebbero lette senza enfasi, ma per quello che sono. [...] Dei sei congegni di aggancio, delle 135 tonnellate, della sua lunghezza totale (33 m) non rimane nulla (sembra), se non i due luoghi, quello di origine, e quello della sepoltura, l’alpha e l’omega, l’inizio e la fine della madre di tutte le future stazioni orbitanti, non rimane null’altro che i due luoghi… E lo spazio.

La MIR, così come le Torri Gemelle, ormai sono scomparse, come materia e come immaginario vivente. Due rovine createsi a distanza di soli sei mesi, due rovine generate da eventi straordinariamente diversi. Da un lato la volontà creatrice, inarrestabile forza che spinge l’uomo nel più inospitale dei luoghi, all’opposto la più assurda ed inconcepibile delle tragedie, l’odio compiuto nel suo più gratuito sforzo. Da un lato il crollo dell’occidente capitalista, dall’altro l’utopia mancata del comunismo sovietico. Due simboli, due motivi di orgoglio per ciò che un tempo rappresentavano i due poli della geopolitica globale, spazzati via in una manciata di istanti. Le vicende che accompagnano la morte di questi due emblemi sono estremamente diverse, eppure entrambi hanno un elemento in comune: la sostituzione delle rovine compiute da parte delle immagini.
Ma al di là dei simboli, ciò che ci è stato davvero sottratto è stata una visione, o meglio, una moltitudine di visioni create dal sistema Panopticon (che fa vedere tutto) delle due torri e della stazione orbitante: ogni finestra, ogni oblò, ogni terrazza rappresentava un dispositivo ottico capace di produrre una porzione unica di panorama ed al contempo un punto di osservazione dall’alto sul mondo intero.
L’attuale assenza di queste visioni ricalca la cancellazione delle macerie. Sarà la riscoperta di tali immagini estranee alla dimensione comunicativa e delle visioni prodotte da esse, a rappresentare il cuore della riflessione di RUINS ISN’T HERE.

Evento a cura di: Barbara Martusciello, Emmanuele Jonathan Pilia.
Direzione artistica SpaziIndecisi: Francesco Tortori
Contributi all’organizzazione
: Emidio Battipaglia, Filippo Santolini.
Con la partecipazione di: Pier Giorgio Massaretti.

PS: Il nostro più vivo ringraziamento va agli amici di Spazi Indecisi, che ci hanno sopportato e supportato con grande determinazione! Grazie ragazzi!





Ruins Aren’t Here: Secondo capitolo – Comunicato Stampa

30 04 2012

RUINS AREN’T HERE. Secondo capitolo.

A cura di Barbara Martusciello ed Emmanuele J. Pilia

Con la collaborazione di SpaziIndecisi (Francesco Tortori)

Si svolgerà sabato 5 maggio 2012, alle ore 19,00, presso l’Ex Arena Forlivense di Forlì, l’inaugurazione di RUINS AREN’T HERE. Secondo capitolo, seconda mostra del ciclo di eventi tesi ad indagare il rapporto tra rovine e contemporaneità. Un rapporto paradossale, che vede proprio nell’ora della distruzione totale la scomparsa delle rovine come realtà e come memoria.

L’iniziativa si propone di dare una rilettura di natura estetica ad alcuni ruderi creati dall’uomo ma assenti in forma fisica: esse sono rovine appartenenti più alla sfera comunicativa che a quella dell’architettura, dell’arte o dell’archeologia.

Protagonisti di questo secondo incontro sono Fabio Fornasari e Massimiliano Ercolani, entrambi architetti e artisti da anni impegnati in una ricerca sul ruolo delle immagini nella contemporaneità. Sarà proprio la sostituzione della rovinaimmagine ad essere al centro della riflessione dell’intervento di Fabio Fornasari: a distanza di dieci anni non rimane infatti alcun resto fisico che permetta di ricordare il tragico evento dell’11 settembre 2001. Le montagne di funeste macerie delle due torri del World Trade Center di New York create della potenza dello schianto dei due aerei sono state sostituite da una moltitudine di rovine virtuali, da rappresentazioni fruibili unicamente tramite uno schermo.         
Solo sei mesi prima, il 23 marzo dello stesso anno, uno degli artefatti più incredibili mai creati dall’uomo, va a impattare le circa 135 tonnellate che la compongono contro l’atmosfera terrestre. La Stazione Orbitante MIR viene così in parte disintegrata dall’attrito causato dal rientro in atmosfera. Ciò che rimane, andrà a perdersi in fondo all’oceano che bagna leisole Fiji. Il baluardo della presenza umana nello spazio, verrà così sommersa dalle maree dell’oceano pacifico, e così, l’immaginario che ha stimolato l’intervento di Massimiliano Ercolani.

Due simboli, due motivi di orgoglio per ciò che un tempo rappresentavano i due poli della geopolitica globale, spazzati via in una manciata di istanti. Le vicende che accompagnano la morte di questi due emblemi sono estremamente diverse, eppure entrambi hanno un elemento in comune: la sostituzione delle rovine compiute da parte delleimmagini.

Ma al di là dei simboli, ciò che ci è stato davvero sottratto è stata una visione, o meglio, una moltitudine di visioni create dal sistema Panopticon (che fa vedere tutto) delle due torri e della stazione orbitante: ogni finestra, ogni oblò, ogni terrazza rappresentava un dispositivo ottico capace di produrre una porzione unica di panorama ed al contempo un punto di osservazione dall’alto sul mondo intero.

L’attuale assenza di queste visioni ricalca la cancellazione delle macerie. Sarà la riscoperta di tali immagini estranee alla dimensione comunicativa e delle visioni prodotte da esse, a rappresentare il cuore della riflessione di RUINS ISN’T HERE.

Dettagli e info

  • RUINS ISN’T HERE. Secondo capitolo.
  • A cura di Barbara Martusciello ed Emmanuele J. Pilia
  • Inaugurazione: sabato 5 maggio 2012, ore 19.00 – 22.00
  • Ex Arena Forlivense – Spazi Indecisi
  • Via Giorgio Regnoli 91, Ex Arena Forlivense, Forlì.
  • Tel. 320 8036613; email: info@altaproject.com
  • Dal 5 al 6 maggio

Con il supporto di:
ALTA
Artapartofculture
Fuori dalle Stelle – Notte verde di Forlì
SpaziIndecisi





>°< PEJA Producing: Fare chiarezza, in Art a part of Cult(ure)_

17 03 2012

Tra le case editrici attive in campo architettonico in Italia, senza dubbio la LetteraVentidue è quella che con più energia sta cercando di farsi spazio in un mercato ormai saturato dalle incessanti pubblicazioni accademiche. Questo piccolo libretto curato da Luigi Prestinenza Puglisi in questo senso non fa eccezione. Avviato all’interno dell’omonima rubrica della famigerata presS/Tletter, il “Breve corso di scrittura critica” nasce come reazione all’infimo livello raggiunto dalla scrittura architettonica, che senza alcuna vergogna mischia tutto con tutto, interessata e connivente, attenta più ai punteggi delle pubblicazioni accademiche che ai contenuti. In questo senso il brevissimo pamphlet di Prestinenza Puglisi è da accogliere con grande positività. Non riesco però ad essere d’accordo con il tema e i clima forse eccessivamente leggero, e neppure con la deriva “giornalistica” che lo stesso autore ha avuto negli ultimi anni, ma per questo non mi sento di esprimermi in maniera totalmente negativa riguardo il testo, che ha comunque il gran merito di rimettere in discussione il significato di critica architettonica, tema scomparso da troppo tempo nel dibattito architettonico.

Ho avuto il piacere di scrivere una recensione del libro di Prestinenza Puglisi su art a part of cult(ure), che potrete leggere a questo link!

A tutti voi, buona lettura!





>°< PEJA Producing: Che cosa è una megastruttura, in Art a part of Cult(ure)_

12 03 2012

Nel precedente post di questo blog ho avuto il piacere di introdurre un mio saggio elaborato per la rivista Bloom, diretta dal professor Alberto Cuomo. Il saggio prendeva in esame la possibilità di una lettura unitaria delle esperienze utopiche nel Novecento, sotto il trait-d’union della volontà formatrice dell’architettura: in poche parole, sarebbe stata possibile formare una nuova società tramite un’organizzazione spaziale radicalmente nuova.
Prima di scrivere quel saggio, avevo speso un notevole tempo nel cercare di capire cosa rappresenti questa nuova organizzazione, di cosa si sta parlando, quali sono i personaggi, le relazioni tra gli attori in scena e la società loro contigua. In poche parole, di cosa si sta parlando quando usiamo l’espressione “Architettura utopica”. Nella mia ricerca, che è comunque concentrata sulla seconda metà del novecento, mi sono più volte imbattuto in un ammirevole testo di Reyner Banham, Le tentazioni dell’architettura, attualmente lo studio più completo e lucido sul fenomeno. Banham non avrebbe mai potuto prevedere gli sviluppi dell’architettura degli ultimi vent’anni, eppure riesce a essere profetico quanto ipotizza quale evoluzione avrebbe portato l’influenza dei new media in architettura, ed è ancora più lungimirante quando pone la problematica, oggi ancora irrisolta, della necessità di anticipare gli sviluppi della società della comunicazione.
Questi appunti, sviluppati poi nel saggio per Bloom, non differiscono molto nella forma rispetto al prodotto finito, ma lo fanno molto nello scopo. Sarà che sono particolarmente attento alle sfumature, ma nonostante molti periodi siano gli stessi del saggio, considero il mio ultimo articolo per Art a part of cult(ure) come un prodotto dotato di una sua autonomia.
Questi due scritti fanno parte di una ricerca ad oggi aperta e che spero di far sfociare in un oggetto ben più vasto. Ogni suggerimento, commento, critica è particolarmente gradita!
Potete trovare l’articolo a questo link!
Come al solito, banalmente, buona lettura!

 





>°< PEJA Producing: BLOOM 11, UNPLUGGED REALITY

5 03 2012

Quale legame tiene assieme le esperienze social-utopiste dell’ottocento, il megastrutturalismo della seconda metà del 900 e l’uso urbano dei device per accedere alla rete? Probabilmente, in una chiave di lettura positivista, si potrebbe affermare che è la fiducia nello sviluppo tecnologico a fare da trait-d’union tra questi momenti della storia dell’architettura.
Eppure vi è qualcosa di più sottile, di meno strumentale a tenere insieme questi movimenti: la volontà di riformare il sistema di formazione della società e degli individui attraverso l’architettura. Se l’intento dei primi socialisti era esplicito e programmatico, grazie anche all’influenza delle nuove teorie pedagogiche, gli epigoni del dopoguerra preferirono lasciare sotteso questa loro motivazione, lasciando in facciata razzi spaziali, transistor ed edifici capaci di essere continuamente riassemblati. Solo il movimento situazionista, Cedric Price e gli Archigram resero manifesta questa intenzione, cercando di risolvere il problema dell’educazione nell’età della Società dello Spettacolo. Lo stesso Price si chiede con lungimiranza se esista “una qualche possibilità, che fosse sulla strada e nel parco, di una sede educativa allestita con i nuovi media?”.
Ma cosa centrano iPad, smartphone e protesi di vario tipo con tutto questo?
Se immaginassimo di trovarci in un contesto urbano, dove gli stessi edifici comunicano la loro genealogia, la loro storia, aneddoti e quant’altro, non sarebbe difficile riuscire ad immaginarlo.
È questo l’argomento che ho proposto per il mio secondo contributo per la rivista del dottorato in Composizione Architettonica della facoltà Federico II, diretta dal professor Alberto Cuomo, che ovviamente ringrazio.
Come al solito chiudo augurando a voi altri una buonissima lettura!


 





>°< PEJA Producing: La transarchitettura è morta? in Art a part of Cult(ure)_

26 02 2012

Diversi mesi fa, su questo blog mi interrogavo sullo stato di salute della transarchitettura. Il post, provocatoriamente intitolato “La transarchitettura è morta?”, è tornato al centro delle mie riflessioni negli ultimi mesi, grazie all’invito del professor Alberto Cuomo a riflettere sul tema del Cyberspazio, in vista del prossimo numero di BLOOM, trimestrale a cura del dottorato di ricerca in composizione architettonica della facoltà di architettura di Napoli. Il saggio per la rivista accademica è attualmente in elaborazione, ma nel frattempo ho iniziato a elaborarne una versione preliminare per Art a part of cult(ure).
La riflessione ruota attorno alla perdita del primato dell’immaginario puro sulla realtà fisica, espressa soprattutto tramite la corrente filosofica del New Realism. Questa corrente ha aperto un dibattito aperto verso la sua contro parte naturale, ossia il pensiero posmoderno, espresso nella figura del padre del debolismo, Gianni Vattimo.

Per Maurizio Ferraris infatti «il primato delle interpretazioni sopra i fatti, il superamento del mito della oggettività, non ha avuto gli esiti di emancipazione che si immaginavano illustri filosofi postmoderni». Secondo Ferraris, infatti, il regime delle interpretazioni ci ha consegnato ad un regime di populismo mediatico, nel quale «purché se ne abbia il potere si può pretendere di far credere qualsiasi cosa».

Ma questo scontro tra debolismonuovorealismo lascia un’interstizio dove si annidano nuove e diverse possibilità di espressione, ossia il “simulacro“.

Sono questi i temi che ho voluto affrontare nel mio ultimo articolo per Art a Part of Cult(ure), in attesa della pubblicazione del più lungo saggio prima accennato. Potrete trovare l’articolo a questo link! Non mi resta che augurarvi, buona lettura!








Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 161 other followers